martedì 19 giugno 2018

IL TEOREMA SAN LUCA DELLO SPUTO ALLA DEMOCRAZIA

di Bruno Demasi
    San Luca , certo, non è il mondo, malgrado le due visite ufficiali dell’ex ministra Boschi tra maggio 2017 e maggio 2018  per promuovere la legalità nel paese di Corrado Alvaro. Ma non è neanche una monade microscopica tale da essere tanto sdegnata dai giornali e dai telegiornali di regime, ai quali, persi dietro gli scoop pilotati dall’alto, non interessa affatto se un paese diventa preda di un male orribile che distrugge ogni seme di Cittadinanza se è vero che - come sosteneva lo stesso Alvaro - “La disperazione  più grande che possa impadrnirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.”
   Certo Alvaro non avrebbe mai potuto pensare che , a distanza di meno di un secolo, questa sua considerazione in Italia sarebbe passata drasticamente di moda: nel 2018 valgono  infatti più le cd questioni di principio rispetto alla rettitudine, ma questo è un altro discorso...

    A quanto pare i Sanlucoti, come già prima di loro i Platioti, in questo tunnel di disperati ci sono già entrati da un pezzo: Platì da almeno due lustri, San Luca almeno da cinque anni, tanto è vero che domenica scorsa quando vi si doveva votare per eleggere un’amministrazione dopo cinque anni di reggenza da parte dei commissari prefettizi, non solo non si è votato per mancanza endemica di liste presentate, ma addirittura si è sbandierato l’odio verso le istituzioni ai quattro venti di Scirocco, Maestrale, levante e Libeccio, ma non a quelli del Corriere della Sera o di Repubblica o delle altre testate padronali tutte impegnate a combattere il nuovo male rappresentato dal nuovo governo cui già vengono imputati errori e disgrazie bibliche risalenti anche al periodo bellico.

    A Lucio Musolino che vi svolgeva coraggiosamente il suo reportage i Sanlucoti hanno rivelato un teorema semplicissimo, dal quale gli stuoli di sociologi, massmediologi e perfino teologi “impegnati” che fanno finta di occuparsi di queste cosette di provincia, dovrebbero imparare molto: PERCHE’ DOVREMMO ESPRIMERE UN’AMMINISTRAZIONE CIVICA SE DOPO TANTI “SCIOGLIMENTI” DEL COMUNE PER MAFIA NESSUNO E’ MAI ANDATO IN GALERA? SOLO PER TORNARE AD ESSERE “SCIOLTI” SENZA CAPIRE ESATTAMENTE PERCHE' E SENZA CHE NESSUNO PAGHI ?

    Un teorema semplicissimo che mette a nudo l’antinomia, durata almeno un quarantennio, di uno Stato, che come potere esecutivo, è costretto a sopprimere la democrazia quando si alzano gli effluvi non certo rari della ndrangheta nella gestione di un comune, ma non ha dalla propria parte leggi specifiche (potere legislativo) che disciplinino queste imbarazzanti situazioni né una Magistratura sempre efficace (potere giudiziario) in grado di supportare fino in fondo le azioni delle prefetture. 

    Tre poteri cardine delle istituzioni repubblicane fortemente scollati tra loro che – guarda caso – proprio a San Luca o a Platì fanno affiorare in maniera plateale la loro scarsa incisività malgrado le falcate da copertina della ministra di turno che si era intestardita a ripristinare sulle balze dell’Aspromonte la legalità pensando di riuscirci solo inaugurando uno stadio presto sepolto da rovi ed erbacce o organizzando una partita di calcio cui sono stati portati ad assistere come piccole comparse i poveri alunni di tante scuole di Calabria. Come se la scuola, per definizione, fosse palestra di legalità. Come se il gioco del calcio con le sue cattedrali fonti di corruzione dovunque, fosse per definizione palestra di agonismo civile e democratico. 
   
   Tre poteri che sull’Aspromonte giocano a rimpiattino senza esprimere ancora una sinergia di coerenza e di efficacia. E la disperazione di Alvaro, dei Sanlucoti è la disperazione di tutta la Calabria cui non potrà porre rimedio neanche la Madonna di Polsi se continuerà a mancare lo Stato!

domenica 10 giugno 2018

“AIUTO, COMPAGNI , MI SPARARU ! “


Nel XXXVIII anniversario dell’uccisione di Giuseppe Valarioti, il martire della legalità della Piana  di Gioia Tauro, conosciuto da molti Africani immigrati, quasi sconosciuto dalla maggior parte dei nostri giovani, colpevolmente dimenticato dalla politica locale e dalla scuola!
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di Bruno Demasi 

      Di lui, mio coetaneo e collega di università, i miei ultimi ricordi si fermano a una delle tante visite ai luoghi archeologici del rosarnese e del nicoterese, nella fattispecie a una grande favissa di età magnogreca rinvenuta da tempo sulle pendici di Nicotera, ma meglio indagata negli anni Settanta del secolo scorso in tutta la sua ricchezza di manufatti archeologici. Eravamo alcuni amici oppidesi guidati appunto da Peppe, da Natale Pagano e da Lellè Solano. Sono ricordi che si fermano anche al grande lavoro minuziosamente svolto da Peppe per la sua preziosa tesi di laurea sulla letteratura latina cristiana, di cui dava notizia spesso agli amici e ai colleghi con entusiasmo. Si fermano soprattutto su quello che era il suo slancio incontenibile per la politica e per la giustizia sociale, che precedeva quelli, pure molto intensi, per l’archeologia, per la letteratura, per la terra.
    Veniva dal mondo contadino, da cui aveva mutuato il profondo senso del rispetto per tutti, soprattutto per la povera gente, l’amore grande per la famiglia e per il lavoro dei campi, ma anche una forte passione per lo studio storico-archeologico di Medma, la città magnogreca, culla della sua natia Rosarno. Ma ciò che più lo impregnava andando avanti nella gioventù era l’approfondimento di vivissime problematiche ancora molto dolorose 30 anni fa, specialmente quelle collegate alle lotte dei contadini per l’occupazione delle terre.
     Era  incalzato da una forte tensione morale e ideale che quasi gli imponeva di offrire un concreto contributo per l’affermazione degli ideali di giustizia e di uguaglianza di cui era impregnato fino al midollo.In questa dimensione di pensiero e di vita non tarda a diventare segretario della sezione PCI di Rosarno e nel cuore di ogni sua battaglia politica e civile egli pone la lotta contro ogni forma di degenerazione e di sopraffazione mafiosa, radicata in modo quasi tumorale nel tessuto connettivo della società calabrese. C’era in lui tuttavia , come in tanti giovani di quella generazione, anche una forte esigenza di costruire una strategia credibile per il lavoro e lo sviluppo, capace di recuperare sul terreno della battaglia democratica e civile il mondo della devianza giovanile. Queste istanze proclamate e vissute in modo coerente e coraggioso Peppe Valarioti le porta avanti senza sosta e senza riserve mentali.
     

Viene assassinato in un agguato di tipico stampo mafioso, la sera dell’11 giugno 1980, mentre esce da un ristorante di campagna, dove si era recato a festeggiare con alcuni compagni di sezione la vittoria del partito alle elezioni regionali. Aveva appena 30 anni. Le indagini giudiziarie non riusciranno a far luce sull’episodio, il processo sarà solo indiziario e la sua morte resterà impunita.
     E’ ricordato oggi solo dal nome della piazza principale di Rosarno ribattezzata “Piazza Giuseppe Valarioti”, “caduto in difesa di nobili ideali di libertà e di giustizia” e da varie strade a lui intitolate in diverse città d’Italia (pochissime sulla Piana) nonché dal Premio “Giuseppe Valarioti”, istituito dall’Amministrazione Comunale di Rosarno nel 1990, nel decimo anniversario della tragica scomparsa.
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 (Appoggiata al muro , la mamma di Peppe Valarioti, che riceve l'omaggio  dei neri di Rosarno(!)
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    "Aiuto compagni mi spararu":

è l’ultima invocazione di Peppe nella notte fra l’11 e il 12 giugno 1980: una notta che ci ricorda Aldo Varano, presente a tutta la terribile vicenda conseguente alla vittoria del PCI alle elezioni comunali in una ricostruzione meticolosa e struggente:
“ …Le tensioni e l’attesa, il prorompere gioioso della vittoria vissuta come rivalsa e riscatto di tutto un popolo. Poi – quanto tempo in mezzo? - urli, lagrime, i singhiozzi e il pianto di Peppino Lavorato che non riusciva a spiegarmi (o ero io a non voler capire?). E l’odore di sangue e di morte che sembrò mangiarsi tutti gli altri dettagli. Stupore, lagrime, dolore. E fin da subito (chi me ne aveva parlato?) il pensiero insopportabile della madre contadina che, moderna Addolorata, aveva fatto un figlio importante (professore, amante dell’archeologia di Medma, le radici della sua Rosarno violenta e brutalizzata, la musica, le cose belle) per farselo inchiodare sulla Croce. Fu un delirio e una vertigine.
    Ero rimasto quasi solo in via Castello 4. Elaboravo i risultati elettorali delle Provinciali. Mi ero inventato un sistema grossolano che però funzionava. Lavoravamo i voti seggio su seggio, quindi, grosso modo, sugli stessi elettori. La tendenza saltava fuori subito in un quadro abbastanza veritiero: un antenato delle moderne proiezioni, rozzo e primitivo ma in grado di fregare gli altri sul tempo.Andava male. Il Pci in provincia di Reggio prendeva botte. Come accadeva quando c’era poco da scialare, se l’erano squagliata tutti, o quasi. Io non potevo.
     Del risultato di Rosarno mi ero occupato fin dall’inizio. Ci tenevo, non soltanto perché ero molto amico di Peppino Lavorato e conoscevo Valarioti. Sapevo dello scontro furioso con la ‘ndrangheta e le “famiglie” che non sopportavano l’attività della sezione che, guidata da Valarioti, aveva saldato gruppi di giovani alla tradizione dei braccianti, il cuore antico del Pci. Per non dire di quel contadino rifatto di Valarioti che invece di starsene al suo posto dal microfono in piazza aveva perfino invitato i giovani a lasciare le cosche per il Pci. Ingenuità e ideologia, certo. Ma sotto c’era uno scontro carico di conflitti e contraddizioni reali e un nucleo di straordinaria modernità e acutezza.

Il padre di Valarioti col prefetto dell'epoca
     Peppino continuava a chiamare. Voleva il risultato, cercava rassicurazioni. Ma io temporeggiavo. Chiamò Peppe. Era il segretario, formalmente perfino più autorevole di Lavorato amato (è il termine giusto) come leader e riferimento. “C’è tensione, Aldo. Dimmi qualcosa. Ci siamo esposti. Dammi qualche risultato”, implorò. Gli spiegai che elezioni andavano male. Ma che a Rosarno il voto era “anomalo” e sembrava buono. Non era impossibile vincere. Ma bisognava aspettare. “Se annunciamo la vittoria e non è vero, finiamo nella merda. Voi, prima di tutti. Peppe coi soli dati di Rosarno non posso far nulla. Senza gli altri non posso dirti se scatta il collegio. Arrivano con contagocce. Sto attento, sono qui che ci lavoro. Appena so ti chiamo”.Fu l’ultima volta che ci parlai. Più tardi avvertii la sua presenza e le sue domande mentre al telefono parlavo con Lavorato.

       
     Peppino richiamava. La tensioni cresceva. C’era un mare di gente attorno alla sezione: “I compagni voglio sazio. Hanno dato l’anima”. “Matematicamente - rischiai - la certezza ancora non c’è. Ma io sono sicuro che avete vinto il collegio”. Capivo attraverso la cornetta che si consultavano. Poi Peppino mi sparò: “Ma tu quanti dubbi hai da uno a dieci?” “Nessuno. Ma dovete decidere voi. Secondo il mio schema avete vinto, ma non è ancora matematico”. Allentai con una battuta scherzosa: “Peppino, il mio schema è meglio della matematica. Ufficialmente non posso dirtelo, ma ci puoi calare la pasta, avete vinto”. Sentii un urlo di vittoria, applausi, voci che si liberavano. Lavorato e Valarioti avevano annunciato la vittoria. Peppino mi ringraziava come fosse merito mio e avessi veramente fatto qualcosa oltre a registrare la loro vittoria. “Un abbraccio, chiudo. Non puoi capire cosa sta succedendo”, farfugliò.
Quanto tempo passò e cosa feci in tutto quel tempo? Le indagini sull’omicidio Valarioti parlano di un corteo guidato da Lavorato e Valarioti tra le strade di Rosarno e certificano che alla fine un gruppo andò in pizzeria. Due ore, tre? Ricordo solo il trillo del telefono. Anomalo perché tardissimo e da un pezzo ammutolito: i comunisti erano andati a dormire (o a consolarsi) invece di inviarmi gli ultimi rovinosi risultati.
    Peppino piangeva e urlava. “Mi è morto tra le braccia” “Dovevo morire io”. Urlavadisperato: “Io non lui. O tutti e due”. Singhiozzava sconnesso ormai abbandonato a un dolore senza limite e pudori. “Peppe, Peppe, tra le mie braccia sei morto”. Venni trafitto dall’immagine di Valarioti stroncato da un infarto. Poi pensai a un incidente. Lavorato non riusciva ad andare oltre: pochi secondi o un’ora. Ricordo un’eternità di tempo e il suo meccanico: “Avverti Botteghe Oscure, dillo al compagno Berlinguer”. Raccontava in modo confuso del corteo gioioso tra le strade e nel quartiere dei Pesce, la pizzeria, l’incedere lento e soddisfatto verso il parcheggio, i colpi di pistola e Valarioti che cade. Riusciva solo a ripetere: “Mi è morto tra le braccia, ho il suo sangue addosso, io dovevo morire”. Paralizzato non riuscivo più a parlare né a pensare.
   A Botteghe Oscure c’era solo il servizio di vigilanza. Avrebbero riferito. Iniziò il giro delle telefonate e molte macchine partirono per Rosarno. Una notte di tormenti e smarrimento in cui molti non avremmo chiuso occhio stroncati da rabbia, dal dolore, da un senso cupo di sconfitta, dal prezzo troppo alto pagato. Iniziò una processione di macchine per raggiungere l'epicentro della tragedia: Pangallo, Lillo Zappia, Alvaro, Fantò ripiombati tutti in via Castello mentre Ninì Sprizzi e Gargano, dai paesi vicini erano già arrivati.
   Roma non capì subito. Iniziavano a serpeggiare perplessità e sfiducia verso l’anomalia calabra. Berlinguer non sarebbe venuto al funerale e tutti pensarono che il Pci non voleva esporre il segretario prima che fossero chiari tutti gli aspetti della vicenda. Neanche la Iotti, presidente della Camera, sarebbe venuta. NOn si fidavano. La sacralità delle istituzioni vietava qualsiasi rischio. Venne Occhetto, appassionato e pieno di rabbia, ma niente di più.Poco tempo dopo, a Cetraro, dove c’era la cosca dei Muto, venne ucciso Giannino Lo Sardo, capogruppo comunista al Comune. Roma si svegliò. Berlinguer si fiondò in Calabria. Diventò chiaro l’assalto delle cosche a un’opposizione indebolita per spazzarla dalla scena calabrese. Piegare il Pci per spezzare tutti gli altri. Sono passati 34 anni, un periodo storico sufficiente per cambiare tutti i fenomeni storici e sociali. Ma in Calabria, a chiudere il conto alla ‘ndrangheta, lo Stato non c’è ancora riuscito" (Da Zoom Sud.it, 12 giugno 2014)

lunedì 4 giugno 2018

LA (S)FORTUNA DI SACKO

di Bruno Demasi
   C’è un detto nella Piana di Gioia Tauro che brutalmente riassume i significati popolari di " fortu na” e di “sfortuna” e che recita testualmente che nella vita “ci voli furtuna puru 'o pisciari”.

   Sacko Soumayla probabilmente questo detto non lo ha mai conosciuto, ma lo ha sperimentato sulla propria pelle nel momento in cui è stato raggiunto a bruciapelo dai colpi sparatigli alle spalle da un maledetto  in quella maledetta discarica in cui mille ragazzi africani prima di lui avevano rovistato incolumi per trovarvi il materiale con cui racimolare la propria baracca in quella che in origine era la tendopoli ed ora è l'infernale  baraccopoli "vecchia" di San Ferdinando, rimasta tale , anzi progressivamente peggiorata, lungo i governi dell’ultimo ventennio che hanno fatto  riempire la bocca e le tasche di molti addetti ufficiali e non  alla cosiddetta “accoglienza” delle innumerevoli élites di immigrati che valgono  circa 35 euro a cranio al giorno , ma non di questi disperati che, essendo ormai stanziali, non valgono nulla individualmente in termini monetari, ma servono forse a giustificare altre spese di cui non si conosce l'entità e neanche la destinazione...

   Sfortunato senz’altro! Anche se da queste parti i concetti di fortuna e di sfortuna, al di là dei proverbi e dei detti antichi, sono solo narcotici più blandi della valeriana  e nulla aggiungono o tolgono all’inferno in cui questa gente vive ormai da decenni abbandonata da tutti e soprattutto da quell’entità evanescente che, quando non si vuole colpevolizzare nessuno, chiamiamo “Stato”, mentre quando vogliamo additare qualcun altro, di cui non condividiamo l’estrazione o il partito o il salotto buono di provenienza, chiamiamo più pregnantemente “Governo”.

    Fortunato invece per un’altra dimensione Sacko, quella pubblicistica quella del tam tam mediale che può fare anche a meno della pietas, ma non della soddisfazione di aver sparato a zero contro qualcuno.

   Fortunato perché, se fosse stato ucciso fino a qualche settimana fa, probabilmente nessuno si sarebbe sognato di farlo balzare agli onori della cronaca. 



   Come non  è mai balzato agli onori della cronaca quel giovane che cinque mesi fa è stato investito a bella posta da qualcuno per ucciderlo e che solo la carità di Don Roberto e la sua testardaggine ha fatto si che venisse curato fino in fondo e restituito alla vita…

    Come non né balzata mai agli onori della cronaca la ragazza morta di dolori atroci nel lager di San Ferdinando perché nessuno si decideva a chiamare il 118, che quando arrivava la trovava morta e il cui cadavere è rimasto insepolto per giorni, forse settimane in attesa che qualcuno si decidesse a darle un loculo e una bara.

    Come non è mai balzato agli onori della cronaca il ragazzo africano morto di freddo in una gelida notte di un gennaio passato dentro la vecchia carcassa di un’automobile bruciata che lo ospitava ai margini della tendopoli.

    Come non è mai balzato agli onori della cronaca chi è morto bruciato in uno dei frequenti incendi della baraccopoli attribuiti all’ebbrezza degli Africani piuttosto che ad uno degli sport notturni preferiti da tanti giovinastri delle nostre parti che godono un sacco a lanciare palle di stracci infuocate sulle tende delle prostitute africane, che passano e restano e muoiono nella baraccopoli dopo aver sparso il germe dell’aids di cui nessuno più osa parlare. 

   Come non sono mai balzati agli onori della cronaca le tante, troppe centinaia di immigrati senza nome  e senza volto la cui carne per un motivo o per l’altro imputridisce silenziosamente nei cimiteri di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauro, Polistena, Reggio Calabria e di cui mai nessuno si è accorto o si è accorto con fastidio...

    Sacko oggi , nella sfortuna di morire innocente, ha avuto la fortuna di apparire agli occhi dei benpensanti italiani come la prima, vera, forse unica vittima di un nuovo clima di ferocia parolaia contro gli immigrati, lui che la ferocia della gente l’ha vissuta per tanti anni su questa terra e che ha cercato giustizia militando in un sindacato quando in Italia il sindacato ormai non esisteva più, soffocato, azzerato, maciullato dalla corsa alla difesa dei padroni che in Italia ha portato alla vergogna senza fine   dell’annullamento  dell’art.18 di quello Statuto dei Lavoratori che se non è più sangue e vita per un lavoratore italiano, non è neanche  sterco  per un immigrato.

giovedì 17 maggio 2018

LA RIVOLUZIONE DEL SUD SOTTO VUOTO SPINTO

 di Bruno Demasi
  L’espressione significativa “Rivoluzione del Sud” è stata più volte adoperata , dopo il risultato della consultazione del 4 marzo 2018, da quel Pino Aprile che notoriamente non è un intellettuale che si autoincensa, anche se spesso indulge in campagne letterarie antiunitarie che non sempre riscuotono il consenso complessivo dei Meridionali.
    In questo caso però la parola “Rivoluzione” è molto accattivante, direi condivisibile quanto meno da noi Calabresi abituati da mezzo secolo almeno a un’alternanza, o giù di lì, esclusiva tra i partiti storici della Destra, che ha governato la Regione per circa 12 anni, e la Sinistra che ha fatto la parte del leone nel governo della Regione per circa 35 anni complessivi.
     Il conto è matematico osservando la composizione delle varie giunte che si sono succedute nel tempo:

· 1970 – 1994: governi di centrosinistra organico e di sinistra
· 1995 – 1998: governi di centrodestra (Forza Italia, nata da poco, attecchisce subito da queste parti);
· 1999 – 2000: Ulivo;
· 2000 – 2005: centrodestra;
· 2005 – 2010: Unione (Sinistra);
· 2010 – 2014: centrodestra;
· 2014 – 2018: Sinistra.

   Un cinquantennio di governo  quasi indistinguibile nei passaggi dalla cd Destra alla cd Sinistra se si escludono le etichette. Un cinquantennio dominato da pessimo governo, politiche sanitarie e sociali che, se non fossero state e non fossero ridicole, sarebbero criminali, politiche del lavoro e di gestione dei fondi europei che lasciano sgomenti anche i bambini; politiche di sviluppo e di organizzazione del territorio che hanno avuto e hanno ancora molto da imparare da quelle praticate nel Burkina Faso. Un cinquantennio di tasse esose e di totale abbandono di questa terra da parte dei cosiddetti governi nazionali e dai media di regime preoccupati di studiarne di tanto in tanto le mostruosità di cui abbondano purtroppo la cronaca nera, ma anche quella politica…

   Si dirà però che il dato delle elezioni regionali non è né può essere omogeneo con quello delle elezioni nazionali, anche se di fatto nella stragrande maggioranza dei casi lo è stato, ma il risultato del 4 marzo in Calabria ha massacrato gli schieramenti politici (?) tradizionali, offrendo un risultato chiarissimo a favore del M5S e,  in minore misura, per la Lega, con grande stracciamento di vesti da parte dei suonatori di ocarine del PD e di FI, preoccupati di perdere chissà quale privilegio strappato al prossimo...
   Sarebbe  comunque sbrigativo e puerile catalogare sbrigativamente tale risultato come voto di protesta o punitivo per il nulla elevato a sistema che in termini di governo della Regione sono riusciti a mettere insieme Sinistra e Destra.

   Pino Aprile ritiene si sia invece trattato di un voto altamente propositivo e dunque rivoluzionario per almeno due ordini di motivi: intanto non è stato un risultato espresso a macchia di leopardo nelle varie regioni del Sud, ma diffuso in maniera omogenea e significativa; secondariamente esso si è espresso in netta antitesi e in controtendenza con i risultati presentati dalle regioni centrosettentrionali.
   Voto rivoluzionario anche per un altro ordine di motivi sui quali Aprile si sofferma solo di striscio, ma che varrebbe la pena analizzare sul serio. Mi spiego: in quasi 50 anni il voto calabrese è stato sempre caratterizzato – senza distinzione di colore – da un altissimo tasso di inquinamento mafioso, come più volte dichiarato persino dalle varie commissioni antimafia che gli stessi partiti di regime via via esprimevano, infiocchettavano e mandavano da queste parti a studiare la tarantella e i pellegrinaggi a Polsi.

  Che quasi la metà degli elettori calabresi il 4 marzo scorso si sia schierata dalla parte di M5S, uno schieramento politico completamente avulso ( almeno fino al momento) da contaminazioni ndranghetistiche è un dato fortemente rivoluzionario e sfido i politologi e i benpensanti, più o meno allineati ai salotti giornalistici e mediali di regime, a dimostrare il contrario.
   Una dimensione rivoluzionaria corroborata dal fatto che il dato calabrese é in ottima compagnia con quelli scaturiti dalle urne di almeno altre sette regioni meridionali, i cui figli, residenti o emigrati, probabilmente hanno a cuore la sorte della loro terra molto più di noi Calabresi con il vezzo del politically correct anche sul letto di morte.
   A cosa servirà, si chiede , Aprile, ci chiediamo tutti : probabilmente a poco. Il risultato grondante forse l’ultima speranza di riscatto del Sud è già stato messo in freezer dalle massaie che gestiscono la pasta lievitata dei palazzi romani e distribuiscono al 99% dei giornali e delle emittenti le veline per sputare addosso accuse gratuite ai cd populisti.
A meno che…..

martedì 15 maggio 2018

“L’Aspromonte sarà la nostra fabbrica”: “LA MALIGREDI” E GIOACCHINO CRIACO

                                           di Maria Zappia
     Un progetto, una speranza, una sfida di Gioacchino Criaco : ricostruire attraverso i brandelli ancora vivi del parlato e della storia minima dei nostri paesi una dimensione culturale perduta alla quale aggrapparsi per ritrovare se stessi. Non è la posizione dell’intellettuale di maniera (fortunatamente ormai inesistente da queste parti se si escludono alcune scimmiottature fumettistiche) e nemmeno quella dell’intellettuale gramsciano soffocata se non altro da un diluvio di parole in libertà  che affollano i social. E’pura ricerca  condotta con mestiere invidiabile, tale da consentire a questo grande autore di non essere mai ripetitivo anche all’interno della straordinaria fecondità delle sue ormai innumerevoli pagine, come osserva Maria Zappia, a sua volta sobria e riservata, attenta e capace di vero stupore per la grandezza sacrificata e mistificata della nostra terra in questa bella e ricca  pagina che è senz'altro molto di più di una recensione. (Bruno Demasi)
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   “Sulla bocca di Papula la parola si fa padrona e ti porta su e giù fra dimensioni diverse, e poi ti molla per farti padrone a tua volta e dirigere il gioco secondo la tua fantasia, e scoprire i pesi che ognuno si porta sulle spalle fino a capire dove sta il nemico, a volte dentro, poi fuori e infine accanto, che tutto in fondo è un’andata e un ritorno, e la parola incendia la paglia che tutti abbiamo dentro un fuoco che diventa solo nostro”.
   "È una gabbia che chiude altre gabbie, e la libertà è solo quell’attimo di distrazione in cui un guardiano si scorda la porta aperta e una prigione col cancello spalancato non è più prigione. Bisogna coglierlo, l’attimo di disattenzione, perché non dura in eterno. L’Aspromonte questo è, una gabbia, come tutto il resto del mondo. Solo che da qui, insieme agli abitanti, se n’è andato anche il custode, pensando che non ci sarebbe stato più nessuno da sorvegliare. Se ne deve approfittare fino a quando non torna indietro”. “Ma l’Aspromonte è fatica, è solitudine,” gli ribatteva Antonio. “No,” rideva u zzu, “è esercizio fisico e spirituale. Per capire questo monte, il desiderio di libertà bisogna averlo dentro.” E si vede che io ce l’avevo avuto sempre dentro il desiderio di libertà, perché ci stavo bene qui, e se ci avessi potuto portare tutta" 

   “ Ma con lui non era importante comprendere, bastava seguirlo; in fondo non m’interessava avere la coscienza, come diceva spesso Papula, avevo scoperto che l’azione era la cosa più eccitante che c’è, che mi faceva davvero battere a mille il cuore, mi scioglieva il cervello, più della dolcissima rossa che mi aveva iniziato all’amore a Messina, dalla signora Pisano. Sì, l’azione era il fatto più magnifico che c’è, più del toro di san Bastiano e di don Santoro Motta. “Noi ce l’abbiamo una fabbrica grande, più grande di molte che stanno al Nord o in Germania: l’Aspromonte,” proclamò, con la voce che rimbombava anche se non aveva il microfono. Facemmo la faccia della meraviglia, e avevamo ormai capito che a lui piaceva questa espressione perché le cose che ci diceva, anche se erano molto pratiche, lui le raccontava, non le spiegava, le trasformava in cuntu come le vecchie delle rughe, solo che le favole di gnura Cata a papa servivano a farci trascorrere le lunghe sere invernali, ci passavano ciò che era già successo. Le favole di Papula invece si immaginavano il futuro, costruivano per noi un mondo in cui portarci anche il nostro passato, solo quello che secondo lui era stato il migliore. L’Aspromonte per Papula era il passato migliore che avevamo avuto, perché nonostante i tiranni, i padroni che avevano cambiato di nome col trascorrere dei secoli, le malattie, le catastrofi, il sudore e la fame, era stato l’unico a proteggerci. Eravamo qui perché lui ci aveva covato come una chioccia – anzi lei, perché Papula sosteneva che era una femmina, una grande madre che aveva concepito il popolo dei monti, che lo aveva riscaldato con l’alito caldo del suo sposo, il Libeccio, il vento che aveva portato il respiro del deserto e la sua linfa, che aveva riempito di latte le verine della montagna per sfamarci. Africo che nonostante i tanti nemici era ancora qua a gridare la sua esistenza. E se l’Aspromonte ci aveva nutrito per tanti mila anni avrebbe potuto continuare a farlo per molti mila anni ancora. “L’Aspromonte sarà la nostra fabbrica.” Le parole di Papula andarono dappertutto nella piazza, la sua faccia si trasformò, la pelle del viso si raggrinzì, diventò bianca, e gli occhi accesero un mondo antico, mi mostrarono una montagna che non avevo mai conosciuto, che avevo visto poche volte, che quasi tutti in paese vedevano almeno una volta l’anno, per il pellegrinaggio che si faceva al paese abbandonato in maggio, in onore del santo che trasformava la pece in pane, la fatica in nutrimento. Leo."
   Feltrinelli ci dona “La Maligredi”, un romanzo corale, il quinto dello scrittore Gioacchino Criaco in cui i dati reali, tutti collegati allo sradicamento forzato e malriuscito degli abitanti di un paese del Sud Italia - Africo - , vengono sapientemente trasfigurati dall’autore e costituiscono l’occasione per portare alla luce situazioni e dinamiche sociali che sono state o volutamente rimosse dalla storiografia contemporanea, nazionale e locale, ovvero raccontate diversamente, non certo ascoltando la reale voce dei protagonisti. 

   Nel romanzo, in un microcosmo lontano dal progresso e dalle contestazioni del ’68, immerso in una realtà fatta di solidarietà e di intensi legami di vicinato, si forgia la personalità di Nicola mediante l’acquisizione di valori di elevatissimo contenuto etico nel senso dell’azione piuttosto che della cupa rassegnazione I personaggi sono tantissimi e tutti ricchi di sfumature così come il registro linguistico dell’opera che va dal dialetto, al linguaggio giovanilistico, alla parlata grecanica, con sfumature liriche soprattutto nelle descrizioni dell’ambiente naturale aspromontano, patria ideale, dello scrittore.
   La narrazione si dipana sia nella descrizione della storia individuale di Nicola e sia nel tracciato di fatti storici e vicissitudini di un’intera generazione di abitanti della Calabria, ai quali il boom economico degli anni ’60 giunse a brandelli e sotto forme sbagliate. Dalla fascinazione che le parole di un giovane anarchico soprannominato “Papula”, sovvertitore di folle di giovani e donne generano nell’adolescente protagonista; che assorbe nel medesimo tempo, i racconti delle donne nei vicoli, in quanto il televisore non è proprietà di tutti, si comprende la traccia ideale dell’opera e l’orientamento dello scrittore che in maniera riduttiva, viene spesso collocato in Italia, tra gli autori di noir.
   Ritroviamo il carabiniere in pensione che funge da immagine speculare, quasi una linea di congiunzione tra lo Stato con le sue esigenze di ordine e il disordine della vita dei giovani protagonisti che sopravvivono con le madri nelle rughe, le figure dei pacieri, quelle dei pastori, l’importantissima immagine di Lidia, vedova bianca a causa dell’emigrazione e madre del protagonista Nicola. Tanti personaggi realmente vissuti nella Africo di quegli anni e tuttavia rivisitati, nel carattere e nei gesti, dall’autore al suo quinto romanzo e dunque al raggiungimento di una piena maturità espressiva. 



   Non mancano, i “malandrini” i rappresentanti della malavita locale, i perniciosi alleati della piccola borghesia terriera, che di fatto, hanno strangolato l'economia dei luoghi ferendone, in maniera irreversibile, gli assetti sociali. Nella visione dello scrittore, tuttavia, sono proprio questi personaggi, in taluni passi descritti con toni caricaturali, ad essere sminuiti: eroi deteriori, che cedono il passo ai personaggi dotati di virtù e, sia pur nel contesto narrativo, sono permeati da un desiderio di elevazione morale per sè stessi e per l'intero paese.
    E’ evidente che, in questo romanzo, più che nei precedenti, emerge l'abilità letteraria di Criaco che servendosi di Nicola e trasfigurando i dati reali (rivolte delle raccoglitrici di gelsomini e ai movimenti anarchici dell’area jonica) manifesta il proprio pensiero in relazione alle dinamiche criminali esistenti nel Meridione, ai guasti determinati dall'emigrazione forzata, all'assenza di corrette politiche di sviluppo economico individuando, al contempo, la via per risolvere le fratture esistenti. Una via che consiste nel correggere il rapporto tra sviluppo urbanistico e ambiente, nell’attribuire la giusta collocazione agli apparati statali, nel superare tanti stereotipi legati al sottosviluppo del meridione, aventi oramai puro significato folklorico e nel riscoprire, reinterpretando correttamente le parole, concetti antichi radicati nella cultura magnogreca dalla quale l’autore, che proviene dai luoghi narrati nel romanzo, si sente erede. In una parola: emancipazione da modelli deteriori mediante il recupero di un’identità culturale importante e rivisitazione, in senso propositivo e giammai nostalgico, del rapporto tra intellettuale e terra di origine. 

martedì 1 maggio 2018

I MAGGIO CON IL 60% DEI GIOVANI CALABRESI DISOCCUPATI

     di Bruno Demasi

    Un I maggio sempre più angosciante per la Calabria e per i suoi giovani, il 60 % dei quali non ha una sia pur minima occupazione, mentre del restante 40% una gran parte risulta occupata in virtù del giochetto dei voucher e un’altra larga parte iscritta ai ruoli di collocamento della ndrangheta. Una situazione devastante mentre a livello nazionale si continua a giocare col fuoco dando credito e spazio ovunque a criminali esponenti di partiti che pur avendo perso vergognosamente le elezioni del 4 marzo scorso pretendono ugualmente di imporre ancora una volta i loro sgoverni di comodo per salvaguardare interessi enormi, conflitti di interessi vomitevoli sotto gli occhi di tutti.

    E’ la terra di Calabria la cartina di tornasole di questa abissale separazione tra la politica e il cittadino inerme, raggirato, spremuto, usato. E’ la Calabria, proprio la Calabria, il crogiolo dei problemi peggiori e sanguinosi che stanno soffocando nel sopruso e nell’intrallazzo generalizzato la dignità di un popolo di lavoratori che dalle pietre e dalle spine nei secoli ha saputo spremere sangue e alimento per i suoi figli.

     Dove sono gli intellettuali di Calabria quando si tratta di inorridire davanti a queste vergogne? In quali salotti letterari, in quali logge e in quali anfratti si mimetizzano dopo aver sparato le solite quattro stoccate contro l’Unità d’Italia che avrebbe decimato un Eden borbonico mai esistito? Forse che i settentrionali di oggi sono meno pericolosi nell’opera di colonizzazione coatta di questa terra? Forse che i leghisti, che continuano a disprezzarci e sfruttarci e che scioccamente siamo andati a votare, sono meno pericolosi delle truppe di disperati e di parassiti passati alla storia con le camicie rosse?

    La rinata propaganda editoriale contro i fatti del 1860 serve solo da narcotico per silenziare la disperazione di oggi della nostra gente depredata nei suoi diritti elementari, abbandonata a se stessa e alla sua atavica incapacità di alzare la testa, spremuta come un limone dalle fameliche società dei padroni che appaltano ovunque la riscossione delle tasse, più che mai ostaggio di una ndrangheta in cravatta e stilografica nel taschino.
    Un altro I maggio da dimenticare nella Calabria che continua a importare dal Nord anche l’aria che respira e a pagarla a peso d’oro.