giovedì 6 gennaio 2022

LA LEGGENDA DELLA RELAZIONE INCESTUOSA TRA NDRANGHETA E BRIGANTAGGIO

di Bruno Demasi

   Quando, come in questi mesi, il multiforme conglomerato sedicente "di destra" scende a patti, per studiate convenienze politiche  con  le non meglio chiarite "istanze di sinistra" , a loro volta preoccupate più dei risultati elettorali passati , presenti e futuri, che non delle sorti del popolo lavoratore, due suno le forze che ne traggono beneficio assoluto: la politica dei palazzi, non espressa neanche un po' dagli elettori, e il malaffare elevato a sisterma
 
   Della prima inutile parlare perchè è sotto i riflettori e  sotto gli occhi di tutti. 
   Del secondo invece oggi stupisce (specialmente in Calabria) l'esultanza  per le leggi che in questi ultimi mesi sono state introdotte (o abolite) in materia di Giustizia. Un'esultanza tanto palese e arrogante, tanto legittimata dai media anche in chiave storica,  da riproporre  la domanda di sempre: perché è nata la leggenda dell’ambigua relazione tra 'ndrangheta e brigantaggio calabro?
    Se ci dessimo la risposta più semplice potremmo forse affermare che tornava e torna ancora comodo agli “uomini d'onore”, alla perenne ricerca del consenso, ingentilire le loro origini e presentarsi come gli eredi dei briganti che nell'immaginario popolare continuano ancora oggi a godere di una rappresentazione ben diversa da quella che si trova nelle carte dei processi o nelle informative di polizia dell'epoca: eroi perseguitati che sanno vendicare le ingiustizie e si danno alla macchia per vivere una vita libera e senza padroni. 

    Comunque sia, è un dato di fatto che già al tramonto del primo decennio dopo la famigerata proclamazione dell'Unità il brigantaggio calabro era pressoché scomparso, mentre la 'ndrangheta spiccava il salto nel nuovo stato dove sarebbe cresciuta con la complicità delle classi dominanti per giungere sino a noi più che mai vitale e oggi persino con nuove parentele e comparaggi di rango. Tanto che se i briganti sono ormai relegati nella retorica dei libri di storia e nei musei, gli 'ndranghetisti hanno invece  invaso l'Italia e il mondo. 

    Ciò non toglie affatto che brigantaggio, quello vero, sia stato un fatto di popolo che interessò buona parte della Calabria, almeno dalla provincia di Cosenza alle attuali province di Catanzaro e di Crotone.
    La provincia di Reggio Calabria, come al solito, aveva infatti ben altri problemi per ribellarsi, con o senza briganti. E il prefetto reggino Cornero scriveva di camorristi che tra il giugno e il luglio 1861 «infestavano in deplorevole modo» la città, da Gallico, comune di 5.000 abitanti  e uno «sparuto numero» di camorristi spadroneggiava al punto che i cittadini si sentivano «minacciati nella vita» e costretti a non parlare e a non fare denunce alle autorità.
    Emergeva cioè, a differenza di altre zone calabre dove vigeva il brigantaggio vero e proprio, soltanto una presenza criminale che operava nell’omertà diffusa e che pochi valutarono nella sua reale virulenza, convinti che fosse trascurabile espressione degli strati sociali più poveri e miserabili. Non si calcolava neanche per scherzo il mutamento che sarebbe potuto intervenire nel giovane diventato picciotto quando, bardato dei segni esteriori del suo rango — “camuffo annodato al collo, cappellaccio conico” —, assumeva “un'aria spavalda e provocante” armato di coltello a serramanico, come lo descriveva il medico Melari di Reggio, che per ragioni professionali era costretto a frequentare tutti gli ambienti, anche i più malfamati,della città.

    Significativo anche che già nel 1869 le elezioni amministrative di Reggio Calabria furono annullate non certo per l’esistenza di briganti, ma per veri e propri brogli elettorali ordinati da chi se ne intendeva e  dovuti esattamente a interferenze mafiose e  che furono abbondantemente utilizzati da chi di dovere nella competizione politica. Fu senz’altro il primo comune sciolto per mafia!Un seme che avrebbe dato nel tempo copiosi frutti…!
    Ma sull’intero Aspromonte la 'ndrangheta si espandeva utilizzando l'immagine di uno Stato che appariva ed era lontano, proponendosi come un'associazione capace di governare territori e di selezionare le classi dirigenti , condizionandole o addirittura eliminando ,anche fisicamente, chi non s'adeguava.
    Inutile riaffermare qui che le zone di brigantaggio e quelle di ndrangheta non coincidono, anzi sono fisicamente distanti: nella Sila e, in genere, nei latifondi calabri c'erano  briganti e contadini che occupavano le terre, ma non 'ndranghetisti, mentre sull’Aspromonte picciotti e  non briganti, tranne la meteora romantica di Giuseppe Musolino che giganteggiò a fine secolo.
    Da Roma, dove ormai viveva, Corrado Alvaro nel 1925 scriveva che «i forestieri, quando si ricordano della Calabria, parlano sopratutto dei briganti. Ma, per la verità, pochi sanno che cosa sia stato veramente il brigantaggio e come sia nato». Oggi un forestiero che si dovesse ricordare della Calabria parlerebbe della strage di Duisburg dove furono uccisi sei Santolucoti o della riunione di 'ndrangheta svoltasi nel settembre 2009 nel santuario di Polsi e farebbe di tutte le erbe un fascio sentendo parlare di brigantaggio calabro.
    Che la 'ndrangheta possa essere una filiazione o un’innaturale partner del brigantaggio sono convinti in molti e forse si pensa ancora che i picciotti di giornata ne siano gli eredi naturali, ma se ci proiettiamo nella situazione esistente in Calabria in quell ’alba del 19 agosto 1860 quando Garibaldi sbarca a Melito Porto Salvo, osserviamo che i Piemontesi non hanno neanche bisogno di combattere, perché l'esercito borbonico si è quasi liquefatto già all’annuncio dell’arrivo dei Mille, o di quanto ne restava, che  essi riuscirono ad attraversare la regione facendo una vera e propria passeggiata durante la quale depauperarono per sempre il locale patrimonio di ricotte, vino e galline con o senza tuppo. 
 
    Solo quando arrivarono alle porte di Rogliano,  Garibaldi , il 31 di agosto, emanava un laconico e ruffiano decreto: «Gli abitanti poveri di Cosenza e Casali esercitino gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila. E ciò provvisoriamente sino a definitiva disposizione».
    I contadini calabresi lo avevano infatti accolto sventolando le bandiere tricolori sicuri del cambiamento delle loro condizioni di vita e lui , con quel  decreto sembrava dar loro ragione. Ma si trattava solo di un contentino al dissenso contadino che non metteva minimamente in discussione la proprietà delle terre, sebbene "il comandante" fosse arrivato nelle Calabrie ricco di buona fama per quello che aveva fatto in Sicilia dove con decreto del 2 giugno 1860 aveva stabilito che i combattenti per la libertà avrebbero ricevuto in compenso ampie quote di terreni demaniali. Era il motivo per cui a Savelli, prima ancora dell'arrivo di Garibaldi, il 16 agosto, i contadini avevano letteralmente invaso le terre comunali al suono delle campane che dava all’occupazione quasi una connotazione sacra.
    La delusione immancabile arrivò appena dopo cinque giorni dall’emissione dell’editto di Rogliano, quando Donato Morelli, posto da Garibaldi a governatore della Calabria Citra, emanò un decreto interpretativo del primo che di fatto ne azzerò l'efficacia. Il fatto era chiarissimo in quanto il Morelli apparteneva a una famiglia accusata di essersi appropriata di grandi estensioni di terreno in Sila, come pare avessero anche fatto altre nobili famiglie del luogo , alcune delle quali si erano schierate contro i Borbone perché ne temevano la politica silana ed avevano dato vita in provincia di Cosenza a un comitato liberale che era a tutti gli effetti un «comitato di usurpatori», com'ebbe a scrivere il poco ricordato e acutissimo storico palmese Antonino Basile, che ho avuto la fortuna di conoscere come mio preside negli anni di scuola superiore.
    Lo stesso Vincenzo Padula, il sacerdote di Acri che fu tra i primi a dibattere apertamente i temi di quella che sarebbe stata chiamata da lì a poco "questione meridionale", aveva bollato gli usurpatori dei terreni della Sila come “ ladri in giamberga”. 

    E’ vero anche che proprietari terrieri avevano paura dei «comunisti », vale a dire di quei contadini analfabeti e ridotti in miseria che, pur non avendo letto una riga del Manifesto di Marx ed Engels, avevano occupato le terre già dodici anni prima dell’arrivo di Garibaldi, rivendicandone il possesso e mettendo a coltura quelle abbandonate.
    Ma questa verità non fece mai comodo alla storiografia ufficiale e quando Diomede Pantaleoni, inviato in Calabria, nel 1861 riferì al ministro dell'Interno Minghetti che sulla Sila esisteva «uno stato sociale che colpendo di povertà soverchia una classe, la spinge al delitto e al brigantaggio: un saggio governo debbe operare una riforma sociale ad evitare una rivoluzione sociale», nessuno se ne curò: i Piemontesi erano troppo occupati non a costruire l’Italia, ma ad ingrandire il loro regno e preferirono bollare come briganti i contadini e passarli per le armi.
    Qualcuno pensa che ciò sia stato un tragico errore perché le ragioni del brigante diventarono le ragioni del popolo che aiutò i briganti in tanti modi. Sicuramente è stato l’inizio di un tragico equivoco nel quale sguazziamo ancora oggi quando continuiamo a confondere e a insegnare ai nostri figli (ammesso che nella scuola del Sud si insegnino ancora queste cose), con l’aiuto dei libri di storia, che brigantaggio e ndrangheta sono sostanzialmente una sola carne, anzi sono il Sud, sono la Calabria.


giovedì 23 dicembre 2021

Storia dello strano Natale 2021 nel gelo della Calabria e del mondo (di Bruno Demasi)


La non festa nel gelo senza fine della tendopoli di San Ferdinando, della frontiera  Bielorussia/Polonia e di troppe case di Calabria.


    Non c’è poi tanta differenza tra la non  vita in tendopoli a San Ferdinando e la non vita  nella frontiera tra Bielorussia e Polonia, dove in questi giorni una donna ( ma è solo il simbolo di molte altre) ha vissuto il travaglio e partorito in silenzio e di nascosto in un sacco a pelo, ai bordi di un bosco e in un territorio pullulante di militari assistita dal marito e dal figlioletto di quattro anni, nascosta tra gli alberi con il terrore di essere scoperta.
   Nei giorni che precedono il Santo Natale 2021 succede anche questo ai margini della strana storia di questo tempo in cui i politici della civilissima Unione Europea hanno completamente dimenticato quella strana razza umana, etichettata dovunque, anche dalle nostre parti, come “migranti”, “neri”, “stranieri”, usurpatori  di lavori da reietti, da sfruttati, da “vinti” che non cerca e non vuole nessuno.

    Succede ancora a San Ferdinando nella “nuova” tendopoli che tre anni fa tra il plauso di troppi benpensanti ha preso il posto di quella distrutta dalla sera alla mattina dalle ruspe inviate dal prefetto di Reggio Calabria, lasciando nel pieno dell’inverno più di 700 disperati senza un riparo, sia pure lercio e costruito con lembi di plastica, e costringendoli a riparare nell campagne circostanti.Succede ancora in  quella  nuova tendopoli che nel giro di due-tre anni è diventata peggiore della prima: un nuovissimo inferno di malattie e di fame e di freddo e di paura. Lo stersso inferno, in sostanza, di malattie, fame, freddo e paura che intere colonne di esuli, di profughi stanno vivendo in queste ore alle porte sbarrate della Polonia,
     Raccontano che proprio in questa terra, posta ancora una volta come all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso al confine tra un girone e l’altro dell’inferno, appena il bambino ha visto la luce, il cordone ombelicale è stato legato con un filo di lana sottratto a un maglione sdrucito e poi reciso con i denti. Se la madre e il neonato ce l’hanno fatta è solo grazie all’intervento di alcuni attivisti medici che perlustrano i boschi a ridosso della frontiera per assistere i migranti in difficoltà, perchè in questa foresta, dove migliaia di esuli si nascondono in condizioni disastrose, nessuno ha il diritto di entrare anche se di notte le temperature scendono a 6 gradi sotto zero e peggiorano ogni giorno che passa. Mancano dati certi, ma si sa che molte persone sono morte per ipotermia e ci si domanda quanti uomini, donne e bambini sono stati sterminati in questo modo perché è chiaro che il divieto di soccorrerli la causa diretta della loro morte. 

   Il bambino nato nella foresta è stato uno dei pochissimi fortunati: i soccorritori lo hanno portato in ospedale con la sua famiglia, ma molti, troppi continuano a morire di freddo e di Covid in silenzio.
   E cosa stanno facendo i politici europei per fermare questo massacro silenzioso? Cosa stanno facendo i politici italiani, a parte qualche leziosa e vacua “Legge sul caporalato”, per ridare dignità umana alle migliaia di disperati che attraversano la piana di Gioia Tauro, agli invisibili alloggiati nelle campagne dove vengono sfruttati e spesso anche lasciati moribondi ai margini delle strade sterrate investiti accidentalmente nel buio di gelide mattinate invernali mentre si recano a raccogliere clandestinamente gli agrumi?
    E’ il paradosso di questa sublime festa che è il Natale, il paradosso nuovo e antico di un altro anno terribile che si sta chiudendo mentre si è troppo occupati a inorridire di questi drammi senza fine per pensare alle tragedie silenziose in cui vivono da queste parti migliaia di famiglie calabresi con quasi nulla, prive anche del conforto della carità perchè marchiati a fuoco dagli spiccioli del cosiddetto “Reddito di cittadinanza” diventato nella grande maggioranza dei casi per inisipienza dei nostri legislatori solo un di più per chi ha le tasche piene e solo per pochi un reale mezzo di sostentamento. 

    Anche molti Calabresi sono  stranieri in patria e  in orripilantte aumento quotidiano e  non hanno niente di diverso dagli stranieri in tutte le patrie del mondo costretti a vivere nei nuovi ghetti o tentando di attraversare i confini innevati di certe nazioni della civilissima Unione Europea per il cui parlamento di tanto in tanto ci chiamano a votare.
   Sono stranieri soprattutto per i “patrioti” italici che bivaccano in certe aule parlamentari.
   Stranieri forse  anche per noi stessi che, malgrado tutto, continuiamo ad augurare Buon Natale, ma stavolta forse avremo almeno il  pudore di augurare molto improbabili “Buone feste”

mercoledì 8 dicembre 2021

LE IMMACOLATE NERE

di Bruno Demasi
   Probabilmente non sarò tacciato di blasfemìa per il titolo di questo piccolo post dedicato alle martiri dei nostri tempi malati, nere di pelle o di freddo o di fame solo da coloro che non hanno il tempo di crogiolarsi in devozionismi ed eventi  fini a se stessi tanto dimenticare la scontata semplicità della Fede che si fa carne solo nel quotidiano delle nostre    misere  contraddizioni nascoste .
    Cosa accomuna l’umiltà della fanciulla di Nazareth, e il suo si a una nuova storia, con la paura di Avin Irfan Zahir, la trentanovenne curda morta due giorni fa al confine della Bielorussia o  con l’umiltà di Confort , dal cuore di madre, e i loro  innumerevoli si alle mille piaghe che  vita  ha loro inferto da quando sono partite dalla loro terra  con la speranza nel cuore, fino all’ultimo giorno  della loro anonima vita nel tragitto infame verso la libertà o nel  ghetto - immondezzaio di San Ferdinando , ancora oggi pomposamente chiamato “tendopoli” ? 

    Forse morire un po’ alla volta, com'è accaduto a  Avin Irfan per l'ignavia dei politici europei, con un bimbo in grembo e altri cinque a cui non è stato permesso di avvicinarsi neanche per l’ultima carezza. Morire dopo avercela fatta. Settimane nella foresta, in Bielorussia. E poi finalmente il bosco polacco. Nascosti per giorni, in territorio dell’Unione Europea, per timore di venire rimandati indietro. Un’agonia di settimane, con un bimbo in grembo da sei mesi, il marito e gli altri cinque figli a non sapere come prendersi cura di lei. Forse sarebbe più giusto dire che così è stata fatta morire. Perché nello scontro tra Ue e Bielorussia, disputato con l’arma dei più vulnerabili da spingere avanti e da rispedire indietro, a rimetterci sono sempre i più fragili.Il decesso è stato registrato venerdì scorso in un ospedale polacco. Vengono tutti dalla provincia curdo irachena di Duhok. Come gli altri anche loro erano riusciti a prendere un volo per Minsk, con la promessa di un futuro in Europa. Lontano dalle repressioni, dalle minacce, lontani da qualsiasi cosa potesse sparare in direzione del loro villaggio. Poi, come gli altri, anche Avin Irfan Zahir è rimasta per giorni nella foresta, tentando invano di raggiungere la Polonia.
   E cosa accomuna la fanciulla di Nazareth a Confort, la cui foto pensosa apre questa  mia misera pagina, che ha vissuto a ritroso lo stesso martirio  qualche anno fa nella tendopoli di San Fedinando?Forse la corsa tardiva in ambulanza all’ospedale di Polistena per morire ignorata da tutti o il povero loculo permeato d’acqua che la pietà di don Roberto Meduri  è riuscito allora a farsi dare dal comune di Rosarno dopo aver elemosinato a lungo di municipio in municipio persino una bara in cui seppellirla? 

    Cosa accomuna l’umiltà di Confort dal cuore angosciato scappata dalla follia del Boko Arham  per andare a finire rinchiusa nella sua tana di stracci dentro una tenda asfissiante d’estate e gelida in questi giorni di inverno a quella Maria di Nazareth scappata dalla follia di Erode e nascosta per anni nelle periferie d’Egitto? Forse una vita silenziosa di stenti trascinata per anni insieme a un marito e a un Figlio ricercati e sfruttati da tutti?
    E che cosa accomuna al mesto sorriso di Maria il sorriso mesto di Confort dal cuore puro quando scopre che i soldi che uno a uno aveva raccolto in silenzio per tornare nell’inferno dell’Africa le sono stati rubati nell’Inferno della Calabria ? Forse la rabbia di non poter urlare al mondo e ai suoi potenti in cravatta “ DEVO vivere anch’io! DEVO, non VOGLIO, perchè la vita che mi è stata data non è mia, è anche VOSTRA, anche se VOI  la disprezzate , la ignorate, la prendete a pretesto per i vostri buonismi e le vostre elemosine di spiccioli che servono a mettervi il cuore in pace!"
 
    E che cosa accomuna i mercanti del tempio, che Maria guarda con orrore mentre il Figlio li fustiga, con i mercanti di morte che Confort e Avin Irfan  dal cuore buono ha incontrato nella sua traversata a piedi di mezza Africa e poi sul mare e poi in Calabria e poi nella tendopoli dove ha trovato la morte ignorata da tutti?

    E che cosa accomuna la sordità delle nostre istituzioni europee, ma anche  , locali, regionali e nazionali davanti alla vergogna di San Ferdinando e Rosarno elevata a sistema, nella quale non si è mai capito che fine facciano le sovvenzioni pagate dallo Stato per questa gente divorata dall’indifferenza , con la sordità volgare dei ras africani dai ventri avidi da cui questa gente scappa a fiumi per cadere nella brace dei ventri senza fondo che continuano a prosperare ovunque nell'ombra o sulle ribalte ?