sabato 5 settembre 2020

IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina

di Bruno Demasi
 
 Ritratto di Mons. Peruzzo (Sala capitolare Oppido)

"Non passa manco un minuto che una fucilata 'mprovisa, sparata da pochi metri di distanza, esplode con un gran botto fatto cchiù forte dalla quiete assoluta che c'è torno torno. Il vescovo sente il proiettile fischiare a pochi centimetri dalla sò testa e istintivamente si susi addritta di scatto, strammato, si talia torno torno, non capisce nenti di quello che sta capitando.- Si butti giù!- gli grida don Graceffa. Peruzzo accenna a farlo, ma gli appostati non gliene danno tempo. Sparano di nuovo e stavolta lo pigliano: il vescovo ha la 'mpressione di essere stato colpito quattro volte. In realtà i colpi che lo ferirono furono dù: uno gli perforò un polmone e l'altro gli fracassò l'avambraccio mancino.
    Torna il silenzio assoluto.Il vescovo ha settantasette anni ed è ferito a morte. Ma, figlio di viddrani, è omo fisicamente molto forte e robusto.Arrinesci a sollevarsi da terra e, appuiannosi al debole braccio di don Graceffa, accomenza a camminare …Fatti pochi passi, perde le forze, pensa che è vinuto il momento della morti…. vuole confessarsi nuovamente. I dù, per mantinirisi addritta, si appoiano a un àrbolo e don Graceffa lo confessa… continua a perdiri sangue come 'na funtana. Ripigliano la loro via crucis… Proprio davanti alla porta dell'eremo, cade affacciabocconi e non rinesce ad alzarsi. Don Graceffa, mischino, gli s'inginocchia allato. Gli manca la voce macari per chiamare aiuto da quelli che sono dintra all'eremo e non hanno 'ntiso nenti.
   " Mi  vada a prendere il Santissimo" dice Peruzzo col picca sciato che gli resta.
    Ma forse querlle parole non è arrinisciuto a pronunziarle, gli è parso di averle dette, ma le ha solamente pinsate.
     Don Graceffa infatti trase stremato nellì'eremo non per pigliare il Santissimo, ma per mandare in paìsi il cuoco-cammareri per circare soccorsi.
    Il vescovo , mezzo sbinuto, si mette a prigare per sè e per i suoi amati "figli di Agrigento"... (Andrea Camilleri - "Le pecore e il Pastore" , pagg.66-67 ).


Il monastero di Palma di Montechiaro

   Mons. Giovanni Battista Peruzzo, "figlio di viddrani" piemontesi, dopo essere stato vescovo di Oppido Mamertina dal 1928 al 1932 esercitò il suo mandato vescovile ad Agrigento, dal 1932 al 1963.
   Non fu un vescovo qualunque se già il non certo clericale Leonardo Sciascia ne aveva messo in luce la spiccata e personalità e il grande amore per la giustizia sociale nel suo libro " Dalle parti degli infedeli" pubblicato, sempre per l'editore Sellerio, nel 1979.Aveva precorso i tempi e della distribuzione della terra a chi la lavorava, indipendentemente da ogni ideologia, aveva presto fatto  uno dei motivi della sua azione pastorale sia nella Piana di Gioia Tauro oppressa non da una feudalità nobiliare, di cui essistevano solo brandelli, ma  da una classe agraria ottusa e ignorante, e pi in una  Sicilia affamatissima di terra  che presto sarebbe approdata all'eccidio di Portella delle Ginestre.
   Proprio della sua esperienza in Sicilia e dell'attentato messo in opera contro di lui prende le mossela storia magistralmente raccontata da Camilleri  che ci mostra Peruzzo ai ferri corti con i latifondisti siciliani in nome del diritto dei contadini ad una sopravvivenza dignitosa: certo, mons Peruzzo - duro anticomunista e reduce di una solida fiducia politica nella "rivoluzione fascista" - non credeva e non poteva credere alla redenzione marxista delle masse nè ad un umanesimo sociale a prescindere dalla novità del regno promesso da Gesù Cristo ma, da uomo pratico, spese le proprie robuste energie perchè, ad esempio, risorse idriche e luce elettrica potessero divenire patrimonio certo per tutti i lavoratori della terra.
    Impiantò, nella Sicilia dei privilegi incontestati, "cucine economiche" allo scopo di permettere ai poveri di mangiare un piatto di minestra al giorno gratis. La media dei pasti distribuiti, nel 1932, fu di seicento al giorno.
    Quando la Sicilia si trovò sotto i bombardamenti angloamericani Peruzzo non "sfollò" altrove ma rimase al suo posto e ordinò di mettere i locali del Seminario a disposizione della croce rossa svuotandoli dei seminaristi. Aveva applaudito i fascisti quando si erano detti contro il latifondo e, allo stesso modo, fu - unico vescovo in Sicilia e,diremmo in generale nel Sud - a fianco delle forze riformiste nella battaglia per la terra ai contadini, per "spezzettamento " dei possedimenti feudali: il latifondo era per lui una ” grave struttura di peccato e di ingiustizia ”.
    Era il luglio del 1945,quando al Santuario di Santa Rosalia,detto “La Quisquina” venne ferito a morte da una palla di fucile che gli trapassò il polmone. Secondo Camilleri,la mafia e i grandi proprietari non avevano gradito il "ficcanasare" di questo piemontese che, però, sopravvisse quasi "miracolosamente".A tale miracolosa guarigione si assocerebbe il “sacrificio” di dieci giovani suore benedettine del monastero di Palma di Montechiaro,che spontaneamente offrirono la loro vita in cambio di quella del loro vescovo.



  Sulla vicenda delle dieci suore però Enzo Di Natali, autore di un rigoroso  studio sul Vescovo Peruzzo, corregge il tiro, affermando:”…
Offrire la propria vita non equivale a ricorrere al suicidio, come parrebbe far pensare Andrea Camilleri. Le suore non cercarono un suicidio. Sarebbe stato un grave atto morale, contro la legge naturale e contro la legge di Dio. Le suore offrirono la propria vita, ma non significa che vi fu un suicidio collettivo. Le suore nel tempo morirono per cause naturali.”

    Il che forse chiuse una polemica che, all'epoca della pubblicazione del libro di Camilleri, durò addirittura qualche mese, persino sulle colonne dei maggiori quotidiani nazionali,  e nella quale era intervenuto persino qualche autorevole teologo di grande rilievo.

PERUZZO A OPPIDO MAMERTINA


     Gia vescovo ausiliare di Mantova dal 1924,dopo i gravi incidenti verificatisi nell'agosto 1926, al termine del pellegrinaggio nazionale della Gioventù Cattolica a Castiglione Stiviere alla celebrazione del II centenario della canonizzazione di san Luigi Gonzaga, quando moltissimi giovani vennero bastonati dai fascisti, molti vessilli cattolici strappati e parecchi sacerdoti malmenati, Peruzzo si schierò apertamente contro il Fascio e fu mandato vescovo a Oppido il 17 febbraio 1929 ,in una diocesi in cui il suo predecessore , Giuseppe Antonio Caruso,si era dimesso prima ancora di mettervi piede, ma lontana da clamori e intrighi politici. Almeno apparentemente! Solo dopo meno di quattro anni infatti fu “invitato” ad assumere la diocesi di Agrigento,ed egli obbedì, lasciando a malincuore Oppido nell’aprile 1932. Furono, a Oppido Mamertina, tre anni e mezzo di splendida e dirompente azione pastorale e di  intenso lavoro sociale, in un territorio povero e disagiato. Un lavoro che suscito gli entusiasmi di tutta la gioventù dell’epoca che stravedeva per lui senza distinzioni di casacca e di ceto, tant’è vero che quando, pochissimi anni prima di morire, nel 1958, venne da queste parti per una brevissima visita, tutta la diocesi versò vere lacrime di commozione e di rimpianto. Ed erano passati oltre trent’anni! Ricordo che mio padre mi portò bambino di sette anni in una cattedrale gremitissima e festante e, dopo essersi si avvicinato a lui per baciargli l'anello, mi sussurrò "Ricordati che oggi hai visto un vescovo eccezionale!"
     Nessuno aveva dimenticato il fervore della sua azione pastorale, la bontà e la grandezza del suo animo,le sue doti di predicatore, il suo continuo schierarsi dalla parte degli ultimi a costo di suscitare contrasti anche verso la sua persona. Il suo seminario era diventato un centro di aggregazione e di cultura aperto a tutti e la gente ancora oggi ne ricorda il tratto pacato e semplice,ma insieme la forza d’animo e la determinazione a scagliarsi contro ogni sopruso. Perchè fu “invitato” a lasciare Oppido? Non certo per un’effimera promozione a una diocesi più prestigiosa! Forse perchè anche a Oppido e nella provincia di RC era già subito diventato un vescovo scomodo:il vescovo dei contadini e della giustizia sociale!

(Dedico questa pagina alla memoria di mio padre,Giuseppe Demasi, uno dei giovani entusiasti di Mons.Peruzzo,del quale spesso egli mi ha tessuto le lodi.)

venerdì 14 agosto 2020

L'AMORE DELLA CALABRIA PER L’ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

di Bruno Demasi

      Sembra  quasi sentir risuonare ancora nelle nostre antiche chiese distrutte l'Inno Akathistos ( echeggiante nel video sotto riportato)   che salutava l'Assunzione di Maria Vergine al cielo. Frammenti di culto bizantino calabro sulla dormizione e l’Assunzione in cielo della Madonna è possibile trovare qui in Calabria  in tanti segni  silenziosi, ma eloquenti . Intanto nelle chiese, e in particolare nelle chiese cattedrali, dedicate all’Assunzione, come quella della vecchia e della nuova Oppido e poi in culti oggi quasi abbandonati, retaggi di una grande tradizione, nella quale era consapevolezza comune e ferma che nel giorno dell'Assunzione della Vergine anche l'Inferno si fermi attonito e molte anime vengano liberate dalla pena del Purgatorio.
           E’ possibile ammirare, ad esempio,la statua della Madonna morta nella Cattedrale di Squillace. E, da qualche tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola

   A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale… L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.
Aggiungi didascaliaLa statua venerata a Squillace
   Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. L’antico culto che si effettuava nella cattedrale di Oppidum, le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli, di cui restano tracce tutte da riscoprire.
   Al di là della secolare disputa incentrata sulle sottili differenze tra la dormizione o la morte fisica della Vergine Maria prima dell’Assunzione, vale la conclusione di uno dei più grandi mariologi, Renè Laurentin che afferma: « La morte di Maria è verosimile, senza dubbio, verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata. Ma si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resti un mistero, nascosto in Dio, e che bisogna che noi ci rassegniamo a ignorare quaggiù».
    E' magnifico rileggere le struggenti pagine relative alle visioni del 14 .08.1821 della monaca tedesca Anna Caterina Emmerick, la quale localizza (con il successivo conforto di molti archeologi e la visita di alcuni papi) l’ultima casa di Maria ad Efeso, in Turchia, dove la Madonna sarebbe stata fatta rifugiare dall’apostolo Giovanni dopo la Crocifissione e Resurrezione di Cristo. In questa casa, oggi meta di un enorme pellegrinaggio mariano, la Madonna avrebbe concluso, secondo la Emmerick, la propria missione terrena:
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Aggiungi didascaliaLa casa della Madonna a Efeso

   “Vidi l'ancella della Vergine affranta dal dolore; si aggirava per la casa in cui regnava la più profonda tristezza. La morte si accostava visibilmente alla Madonna; Ella riposava sul suo giaciglio nell'attesa trepidante di ricongiungersi col Figlio. Il velo che copriva la sua testa era rialzato sulla fronte, Ella l'abbassava sul viso quando parlava agli uomini; anche le sue mani erano scoperte quando era sola. Per tutto questo tempo continuò a nutrirsi solo con qualche cucchiaio di quel succo giallo. Giunta la sera, la Santa Vergine, conformemente alla volontà di Gesù, si dispose a congedarsi e a benedire gli Apostoli, i discepoli e le pie donne. La vidi seduta sul letto, bianchissima in volto. La sua stanza era aperta da tutti i lati. Maria Santissima pregò; poi benedì separatamente ogni Apostolo toccandogli la mano. Infine parlò a tutti insieme. Poi Ella diede a Giovanni le disposizioni da prendere per il suo corpo, incaricandolo di dividere le sue vesti tra l'ancella e una giovinetta che spesso le era vicina. Vidi Pietro che le si avvicinò con un rotolo di carta per scrivere. Poi la Santa Vergine indicò col dito un grosso armadio contenente le sue vesti; allora potei vederle ed esaminarle tutte. Compresi profondamente i significati spirituali racchiusi in esse. Essendosi gli uomini ritirati nella parte anteriore della casa, le donne vennero ad inginocchiarsi dinanzi al letto di Maria per essere benedette a loro volta.
     Vidi la Santa Vergine abbracciare una delle pie donne che si chinava su di lei. Pietro, con un magnifico paramento sacerdotale, celebrò la Santa Messa. Fu simile a quella che egli celebrò subito dopo l'Ascensione di Cristo nella chiesa della piscina di Betsaida. Pietro aveva appena iniziato la cerimonia che vidi giungere Filippo, arrivava dall'Egitto con un discepolo e si precipitò subito al capezzale della Madre di Dio per riceverne la benedizione. Intanto Pietro terminò la cerimonia, consacrando e ricevendo egli stesso il Corpo del Signore. L'aveva distribuito agli Apostoli, ai discepoli e a tutti i fedeli li presenti. Maria non poteva vedere l'altare, ma finché durò la cerimonia rimase assisa sul suo letto assorta in meditazione. Vidi che Pietro, dopo aver dato il Santissimo Sacramento a tutti gli Apostoli, si avviò dalla Vergine per darle per l'ultima volta il Pane Eucaristico e l'Estrema Unzione. Si svolse allora la cerimonia finale di commiato dalla Madonna: tutti gli Apostoli accompagnarono Pietro in processione solenne. Precedeva il corteo Taddeo con l'incensorio; seguiva Pietro con l'Eucaristia nel vaso a forma di croce; veniva poi Giovanni che aveva in mano un piatto sul quale c'era il Calice col prezioso Sangue e alcune scatole. il Calice era simile a quello della santa Cena. L'ancella di Maria Santissima aveva portato presso il letto della Madonna il tavolo, adibito ad altare, coperto dalle tovaglie cultuali sul quale erano lumi e candelabri accesi. La Vergine, senza proferire parola, continuava a guardare in alto rapita in estasi profonda. Era pallidissima ed immobile. Pietro La unse con gli oli santi, sul viso, sulle mani, sui piedi e sul costato, dove la sua veste aveva un'apertura, così non ebbe bisogno di venir scoperta; infine le diede la Santa Comunione. Frattanto gli Apostoli recitavano sottovoce le preghiere. In quel momento vidi un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo. Poi la Vergine cadde in un'estasi profonda. Solo alcune donne erano rimaste presso di Lei perché gli Apostoli erano tornati sull'altare.
    Più tardi questi ultimi, insieme ai discepoli, tornarono intorno al letto di Maria per pregare. Ebbi frattanto un'altra visione stupenda: il tetto della stanza della Madonna non esisteva più e dal Cielo aperto scesero numerose figure di Angeli. Tra questi si stagliò una Via luminosa che guidava fino alla Gerusalemme celeste. Allora vidi la Madonna stendere le braccia verso quella Via, subito due Cori di Angeli su nubi splendenti avvolsero la sua anima separandola dal Santo Corpo, il quale ricadde inanimato sul letto con le braccia incrociate sul petto. Seguii la sua Santissima Anima che, accompagnata da numerosi Cori angelici, salì nella Gerusalemme celeste e assurse al trono dell'adorabile Trinità. Qui le andarono incontro con grande venerazione tutte le anime dei Patriarchi dell'antichità. Vidi tra queste Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria e Giovanni Battista. Poi vidi pure Gesù che, accogliendoLa con il suo amore divino, le porse tra le mani uno scettro e le mostrò la terra sotto di Lei, come per conferirle un potere speciale. Così vidi entrare la Madonna nella Gloria celeste, mentre tutto ciò che era sulla terra intorno a Lei scomparve ai miei occhi. Forse Pietro, Giovanni e alcuni discepoli ebbero la stessa visione perché non potevano distogliere lo sguardo dal Cielo. La maggior parte di loro erano inginocchiati. Vidi una luce intensa inondare di splendore il Cielo e la terra come nel giorno dell'Ascensione di Cristo. Quello fu il momento in cui Maria Santissima, più bella che mai, assurse al Cielo seguita da molte anime liberate dal Purgatorio. Anche oggi, nell'anniversario della sua morte, ho visto numerose anime assurgere al Paradiso. Molte anime entrano in Cielo ogni anniversario della morte della Madonna. A questa grazia sarebbero ammesse anche quelle dei suoi devoti. Quando rivolsi lo sguardo sulla terra vidi il Corpo della Santa Vergine riposare al suo posto, illuminato di splendore, col volto fiorente soffuso di un tenue sorriso, le pupille chiuse e le braccia incrociate sul petto.   
                           
  Le esequie - Il sepolcro della Santa Vergine  
  Quando la Santa Vergine lasciò il Santo Corpo era l'ora stessa in cui era spirato il Salvatore. L'ora nona. La Madonna era rimasta coperta soltanto con una lunga camicia di lana...

   Le tagliarono le belle ciocche per tenerle come reliquie. Vidi due donne lavare le sante spoglie, credo che avessero nelle mani una spugna. Con rispettoso timore e venerazione il Corpo fu tutto lavato, ogni parte dopo essere stata lavata veniva subito ricoperta; il Santo Corpo rimase sempre coperto e le donne ebbero cura assoluta di non far mai apparire la più piccola nudità. Vidi il bacino dell'acqua vuotato in una fossa presso la casa e venir di nuovo riempito con acqua fresca. Alla fine le sacre Spoglie furono rivestite di una nuova veste e collocate su un tavolo. La Madonna fu interamente fasciata, tranne la testa, il petto, i piedi e le mani. Dopo la Messa solenne pronunciata da Pietro, e dopo che il Santissimo Sacramento fu distribuito a tutti, vidi Pietro e Giovanni, ancor vestiti con i paramenti solenni, entrare nella camera mortuaria. Giovanni portava un vaso d'unguento; Pietro, mentre recitava le preghiere d'uso, vi immerse il pollice della mano destra e unse la fronte, il centro del petto, le mani e i piedi di Maria Santissima. Sulla fronte e sul petto le fece il segno della croce. Questa però non era l'Estrema Unzione, che Maria aveva già ricevuto ancora in vita, ma credo che fosse una dimostrazione d'onore resa al Santo Corpo, simile a quella praticata anche in occasione della sepoltura del Redentore. Quando le donne ebbero finito l'imbalsamazione, Le incrociarono le braccia, avvolsero il cadavere stretto nelle fasce e poi Le stesero sul volto un gran sudano trasparente, il quale appariva bianco splendente tra le erbe aromatiche.
    Deposero allora il Santo Corpo nella bara, simile ad un letto di riposo. Era una tavola con un bordo poco elevato, e un coperchio rigonfio e molto leggero. Le misero sul petto una corona di fiori bianchi, rossi e celesti, simbolo della verginità. Tutti quindi si inginocchiarono, versando copiose ma silenziose lacrime. Poi toccandoLe le mani, come per rivolgerle l'ultimo saluto, coprirono con un velo il viso santo e chiusero il coperchio della bara. Sei Apostoli ne portarono il peso sulle spalle mentre gli altri Apostoli, i discepoli, le pie donne e tutti gli altri aprivano e chiudevano il corteo funebre. Vidi Giacomo il Minore, Bartolomeo e Andrea, Taddeo, Mattia e un altro che non ricordo, portare la bara. La sera era già calata e il corteo si illuminava alla luce di quattro torce. Il cammino era diretto verso la Via Dolorosa. La bara fu posta nella tomba da quattro uomini. Poi, tutti, ad uno ad uno vollero entrare, piangere, accomiatarsi ancora una volta e lasciare fiori ed aromi alla Madre di Dio. Molti rimasero inginocchiati nella più profonda tristezza. Quando il tributo di lacrime e di preghiere fu lasciato in misura abbondante, era già notte inoltrata e gli Apostoli chiusero l'entrata del Sepolcro. Tutto era finito. L'ingresso fu occultato con una grande siepe intrecciata da diversi verdeggianti arbusti, parte fioriti e parte carichi di bacche. Fecero infine passare ai piedi della siepe l'acqua di una vicina sorgente. Così in breve non si poté più scorgere traccia dell'ingresso. Separatamente presero tutti la via del ritorno, tranne alcuni che rimasero vicino al Sepolcro per la preghiera notturna. Scendendo dalla Via Dolorosa molti si fermavano a pregare lungo il cammino.

 Assunzione della Madonna al Cielo    
Mentre alcuni Apostoli e numerose sante donne erano assorti in preghiera e intonavano cantici sacri nel giardino dinanzi alla grotta celata, vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione. Vidi pure che alcuni, mentre facevano ritorno alle proprie case pregando, nel passare dinanzi alle stazioni della Via Crucis, si erano fermati improvvisamente per contemplare stupiti la scia di luce sulla rupe del Sepolcro. Con questo prodigio il Santo Corpo della Madre di Dio fu Assunto al Cielo.
   Allora gli Apostoli si ritirarono. Essi meditarono e riposarono in rudimentali capanne da loro stessi costruite fuori della casa della Santa Vergine. Alcune donne invece, rimaste ad aiutare l'ancella in casa, si erano coricate nello spazio dietro al focolare, dove l'ancella di Maria Santissima aveva sgombrato ogni cosa. L'oratorio appariva sgombro ed era come una piccola cappella, nella quale gli Apostoli pregarono e celebrarono la Santa Messa il giorno dopo. Al mattino, mentre gli Apostoli pregavano in casa, vidi giungere Tommaso con due discepoli: Gionata e un altro molto semplice, che veniva dal paese dove aveva regnato il più lontano dei Re Magi. Tommaso, appena appresa la notizia della morte di Maria Santissima, pianse come un fanciullo e s'inginocchiò con Gionata davanti al giaciglio della Vergine. Le donne frattanto si erano ritirate e l'altro discepolo, seguendo le istruzioni di Tommaso, attendeva fuori della casa. Vidi i nuovi arrivati pregare per molto tempo nella stessa posizione.
    Gli Apostoli, appena terminate le loro preghiere, li rialzarono, li abbracciarono e diedero loro il benvenuto offrendo pane, miele e qualche altro rinfresco nel vestibolo della casa. Poi, tutti insieme, si raccolsero ancora in preghiera. Tommaso e Gionata espressero quindi il desiderio di visitare il Sepolcro della Santa Vergine; allora gli Apostoli, e tutti gli altri, accesi i lumi che erano preparati sulle aste, si recarono al Sepolcro percorrendo la Via Crucis. Non parlarono molto ma meditarono profondamente alle singole stazioni i patimenti del Signore e il dolore della sua Santa Madre. Arrivati alla caverna del Sepolcro s'inginocchiarono tutti, poi Tommaso e Gionata si diressero frettolosamente all'entrata della grotta, Giovanni li seguì. Due discepoli scostarono i rami degli arbusti che la nascondevano; i due Apostoli entrarono con Giovanni e s'inginocchiarono con rispettoso timore dinanzi al letto sepolcrale della Vergine. Allora Giovanni si avvicinò alla bara e, dopo aver slegato le strisce, aprì il coperchio.
    Si avvicinarono con le fiaccole e, con profonda commozione, osservarono che le lenzuola funerarie erano vuote, sebbene conservassero la figura del prezioso Santo Corpo. Giovanni gridò forte agli altri: "Venite e guardate il miracolo! Il Santo Corpo non c'è più"..

Il 22 agosto dello stesso anno Anna Caterina Emmerick così concludeva le visioni sulla vita della Madre di Dio:
   "Solo Giovanni si trova nella casa della Madonna, tutti gli altri se ne sono già andati. Egli, secondo la volontà della Santa Vergine, divise le sue vesti fra l'ancella e l'altra donna. Fra quelle preziose vesti ve n'erano ancora alcune donate dai Santi Magi. Ne vidi due bianchissime come la neve, mantelli assai lunghi, alcuni veli, come pure delle coperte e dei tappeti; anche quella veste a strisce che Maria indossò a Cana e durante la Via Crucis di Gerusalemme. Posseggo una breve lista di tutti i vestiti della Madonna. 
   Alcune di queste magnifiche reliquie si conservano ancora nella Chiesa, come per esempio quella bella veste nuziale color celeste, trapuntata in oro e coperta di rose, con la quale si fece un paramento per la chiesa di Bethesda in Gerusalemme. Maria Santissima ha indossato quella veste soltanto il giorno delle nozze. A Roma vengono custoditi alcuni indumenti della Madonna come sacratissime reliquie". Tutta questa storia, le vicende ed i viaggi si compirono nel segreto di una vita silenziosa, forgiata nell'amore e nel dolore, che non conosceva l'inquietudine e l'agitazione dei nostri giorni."

giovedì 6 agosto 2020

GELOSIE ALLA MAMERTINA

di Bruno Antonio Demasi

    L’oppidese don Sasà Lacquaniti, figlio unico viziatissimo e viziosissimo di ricchi possidenti, prima di sposarsi era mingherlino e ossuto come una spagnatura di vigna, ma appena convolato a nozze cominciò a ingrassare in modo rapido e spaventoso, fino ad assumere dalla vita in su la conformazione in un grosso uovo ornato di baffi all’umbertina e di basette con riporti che gli sporgevano spavaldamente dalle guance spiovendo sul collo taurino, mentre le gambe ormai apparivano quasi rachitiche, arcuate e gradualmente sempre più corte. E man mano che ingrassava aumentava con pari velocità la sua gelosia morbosissima nei confronti della moglie, che, molto prosperosa all’epoca del matrimonio, era poi scolata come una candela di giorno in giorno riducendosi presto a una coraisima.
    Durante il fidanzamento Donna Pavolina, come tutti la chiamavano quando giungeva a Oppido sul suo lussuoso calesse, si beava a pavoneggiarsi prima per la strada e poi sui balconi sotto lo sguardo vigile del promesso sposo, ma già dal primo giorno dopo la celebrazione delle nozze, avvenute nella grande casa padronale che sbirciava la piazza, alla donna fu fatto espresso divieto dal coniuge di affacciarsi per qualsiasi ragione ai balconi, a meno che non vi si fosse affacciato anche lui che, se capitava, puntava gli occhi aguzzi su chi passava di sotto e faceva di tutto, saltellando rapidamente di qua e di là, a coprire con la propria mole il corpo di uccellino della donna . Ben presto donna Pavolina preferì non affacciarsi più per evitare quella sarabanda di movimenti e di giravolte del marito che le facevano venire il vomito. Ormai trascorreva quasi tutto il suo tempo in cucina, oppressa dal fatto che non arrivavano figli, a preparare da mangiare al ventre insaziabile del marito, che solo a tavola abbozzava un sorrisetto di soddisfazione. Il resto del tempo la povera donna lo trascorreva dedicandosi ai lavori di cucito e ricamo o alle preghiere. Sicchè le varie volte in cui don Sasà, per metterla alla prova, faceva finta di montare in sella alla mula e dichiarava di andare in uno o nell’altro podere, per poi invece fare un rapidissimo dietrofront alla Gebbia, rientrare di nascosto in paese , attraversare furtivamente e rapidamente la piazza per appostarsi a controllare da lontano i balconi della sua casa , mai ebbe modo di cogliere di sorpresa la povera donna affacciata.

   Don Sasà si rodeva anche per la presenza continua in casa, sia pure sotto il suo sguardo vigile, ora di qualche fattore ora di qualche guardiano o colono che venivano a rapporto o per portare o ritirare qualcosa e più spesso per rappresentare problemi a tutte le ore del giorno e spesso anche di sera tardi.  E ogniqualvolta ciò succedeva , specialmente quando la moglie incauta e ingenua si faceva vedere, egli sentiva le budella stringersi e non vedeva l’ora che le incombenze o i colloqui si concludessero, diventando scorbutico e offensivo se si protraevano oltre lo stretto necessario. Non era cosa!
    Iniziò quindi a licenziare accampando le scuse più strampalate tutto il personale maschile di cui si era avvalso fino a quel momento. Incominciò dal fattore del fondo del Mulino Sdarrupato e di altri fonduscoli viciniori che accusò apertamente di latrocinio ai danni di diversi carichi di olive di cui si sarebbe appropriato nel viaggio dalle campagne ai frantoi. Per sostituirlo chiamò Michina, la donna tuttofare di casa, che sarebbe stato più opportuno chiamare Micona per la sua corporatura massiccia e i suoi modi sbrigativi, e le chiese a bruciapelo se la sentisse di fare le veci del fattore. La donna inizialmente non credette alle proprie orecchie, poi per poco non si mise a ballare la tarantella per la gioia limitandosi ad annuire violentemente col capo. E da quel momento il paese la ribattezzò “ La Fattora”.
   Poi fu la volta del guardiano delle tre vigne e del palmento di San Vastiano, che aveva fama di essere un donnaiolo e che venne violentemente accusato da don Sasà di avere svenduto di nascosto diversi barili di vino buono sostituendolo con vinello e acqua. Chiese a Francisca Giacca, gran lavoratrice di bucato e stireria a palazzo, vedova e madre di quattro figli maschi se se la sentiva di andare ad abitare nel grande alloggio che c’era dietro il palmento per le varie operazioni connesse alla vinificazione e alla guardianìa delle tre vigne. Anche Francisca rimase contentissima e dopo aver riunito tutte le masserizie in grandi trusce di canapa issate da lei e dai quattro figli sulle teste, la famiglia partì a piedi per la nuova destinazione, in fila indiana come le papere.

   Chiamò poi il colono dell’uliveto di Sant’ Onofrio, Michele Tàbbiti , e quello dello Scialè, Giovanni Spulica, e senza mezzi termini manifestò a entrambi il suo disappunto per il modo in cui mandavano avanti quelle proprietà intimando loro di andarsene con le buone se non volevano essere deferiti alla Legge per furto continuato di galline, conigli, porcellini d’India, capre e appropriazione indebita di olio, vino e altri prodotti agricoli. I due furono sostituiti rispettivamente dalle tre sorelle Gialardo, che non si facevano posare mosca sul naso, maneggiavano destramente asce e coltelli e andavano benissimo per S.Onofrio, e dalla vedova Piscioneri , una donna remissiva e silenziosa, ma sicura del fatto suo, che con l’aiuto dei figli avrebbe benissimo portato avanti la proprietà dello Scialè.
   Stessa sorte toccò dopo qualche settimana al conduttore dei due grandissimi uliveti di Cannamaria , Pasqualazzo Sartaiani, che aveva fama di persona di rispetto , ma che si vide denunziato ai carabinieri per furto continuato notturno di olio dalle grandi zirre tarantine interrate in un grande deposito in campagna dove nottetempo si appostarono due militi che lo colsero sul fatto. Venne sostituito dalla vedova Fetuso che aveva una mandria di figlie grandi, tutte di pochissime parole e in grado di organizzare in un baleno un plotone di esecuzione con gli schioppi di cui giravano armate notte e giorno anche quando andavano a fare i loro bisogni.
   Per quanto riguardava i braccianti invece Don Sasà diede ordine tassativo sacramentando che da quel momento in poi non si permettessero di bussare al portone del palazzo per nessuna ragione: le loro visite di lavoro o per i pagamenti, se strettamente necessarie, sarebbero state effettuate nei locali delle stalle e dei magazzini che provvide a separare dal palazzo vero e proprio e, a tale scopo, si fece allestire in un angolo delle stalle, con entrata dal vicolo, una specie di ufficio su un soppalco in legno invaso dall’odore nauseabondo di asini, mula, caprette, galline e conigli di ogni taglia che vi convivevano.
   Restava da decidere cosa fare dell’anziano uomo tuttofare di casa, Micuzzo, sordo, muto e analfabeta, che però era intelligentissimo, conosceva tutti i segreti di casa Lacquaniti e non li avrebbe mai rivelati a nessuno per tutto l’oro del mondo. Don Sasà provava affetto per quell’uomo silenzioso e bonario che lo aveva visto nascere e crescere e tuttavia si era imposto per principio di allontanare anche lui da casa, ma non sapeva né dove né come sistemarlo. Si arrovellò per settimane. Infine decise di mandarlo come amministratore del mulino a fuoco che tra le altre proprietà gli aveva portato in dote la moglie e che macinava per conto terzi a Pedavoli. Il vecchio a malincuore obbedì.
    Dopo la colossale operazione di bonifica maschile che aveva esperito, Don Sasà, soddisfatto del suo operato, si recò in chiesa cattedrale e disse all’arciprete Pricopo che in segno di ringraziamento voleva offrire alla Madonna Nunziata un dono prezioso, un brillocco di grande valore appartenuto alla sua povera mamma. E si mise la coscienza a posto.
   La quiete durò solo fino alla domenica successiva quando, come di consueto, marito e moglie, debitamente coperta e velata su ogni centimetro quadrato scoperto dai vastiti, si recarono insieme a messa in cattedrale attraversando rapidissimamente la piazza. Don Sasà a un certo punto, mentre era seduto in chiesa, si sentì pungere da mille pulci messe insieme: Donna Pavolina era andata a confessarsi da almeno mezz’ora, ma anziché sbrigarsi , come al solito, tardava alquanto perché dall’altro lato del confessionale c’era quella fimmanazza vedova dell’avvocato Sciarra che ogni giorno andava a fare la scimmia con qualche prete, ma questo don Sasà non lo sapeva, perciò si alzò di colpo , si spostò come un fulmine nella navata laterale e si avvicinò a pochi centimetri dalla grata del confessionale sentendo il prete che con un bisbiglio stava per impartire l’assoluzione alla moglie:
- Dominus vobiscum…
- E con l’animazza tua e sua – rispose sbattendo lo sportellino sul muso al prete e afferrando bruscamente la moglie da un braccio per trascinarla a casa attraverso la piazza gremita di gente. E da quel momento le tolse anche lo spasso della confessione, anche se, una volta sfumata la tensione, ogni domenica continuarono regolarmente a recarsi a messa. Ma in capo a qualche mese la povera donna timidamente espresse al marito il bisogno di confessarsi. L’uomo in un primo momento sgranò gli occhi infuriato e cominciò a domandarle urlando quali cazzi di peccati commettesse se non usciva mai di casa, ma subito dopo cominciò a pensare come risolvere il problema.
   Non c’erano altre soluzioni: bisognava assolutamente che un prete di santi costumi e non molto giovane si incaricasse di venire a palazzo a confessare donna Pavolina , ovviamente sotto la costante vigilanza del coniuge. Mandò subito imbasciate in tal senso tramite l’ anziana governante Angialuzza a uno a uno a tutti i preti del pase, ma non ci fu nemmeno uno che accettò se si esclude il vecchio don Filomeno Falamà, che non aveva capito nulla perché era sordo come una campana e confessarsi da lui, gridando e scandendo le parole, era come mettersi a urlare i propri peccati dal balcone o nel mezzo di pubblica piazza, per cui tutti lo evitavano accuratamente quando si sedeva dentro il confessionale in cattedrale e vi dormiva per ore indisturbato.
   Don Sasà si recò con molto veleno in cuore in vescovado e appena il presule lo ricevette si sfogò raccontando come stavano le cose scagliandosi contro i preti che avevano rifiutato di confessare la moglie, a lui che era notoriamente uno dei più munifici benefattori del seminario. Appena tornato a casa, pensò come ripiego al prete di Tresilico, ma si convinse subito che questi era assolutamente da escludere perché non si sarebbe mai e poi mai abbassato a recarsi a palazzo Lacquaniti per amministrare il sacramento della confessione. Restava soltanto l’Arcibate di Zurgonadio che forse avrebbe acconsentito, se non altro perché spesso aveva avuto bisogno degli operai di don Sasà per scugnare nuovi pezzi di vigna o del prestito temporaneo di qualche mula per il trasporto del mosto o delle olive. Inoltre il vescovo avrebbe sicuramente perorato la causa del nobiluomo presso il parroco del sobborgo.
   L’Arcibate quando gli arrivò l’imbasciata dal Palazzo ebbe immediatamente l’impeto di rifiutare, poi cercò di calmarsi e di prendere tempo, ma alla seconda imbasciata intimativa dell’uomo , accompagnata stavolta da un bigliettino vergato di mano del vescovo che lo invitava a fare quell’opera di carità, dovette rassegnarsi e nel pomeriggio stesso partì per recarsi al palazzo di donna Pavolina. Fece la strada volutamente a piedi sia per fumare sia per riflettere e calmarsi e quando bussò al portone di palazzo Lacquaniti aveva il cuore in tumulto. Si affacciarono contemporaneamente la serva che aprì il portone guardandolo come uno spettacolo senza dire una sillaba e don Sasà che dall’alto di uno dei balconi urlava alla donna di far entrare subito il sacerdote e di accompagnarlo di sopra facendo in modo di essere visto e sentito da tutti i soliti perditempo che stazionavano sempre nella piazza e nelle sue adiacenze.
    L’Arcibate fu accompagnato dentro il grande salone bislungo alle cui pareti pendevano ritratti bui e polverosi di antenati dal colorito terreo e dagli occhi a pallina di gazzosa , tutti contornati, a seconda del sesso, da baffi e barbe o capigliature nerissime tendenti al viola. Fu accolto da don Sasà che con ampio sorriso lo ringraziò di avere accettato, abbandonandosi subito a tremende filippiche contro i preti oppidesi che avevano invece rifiutato. Lo fece accomodare su un’ampia poltrona in fondo al salone, indi afferrò un paravento orientaleggiante istoriato di putti e fannacche di fiori e frutta e glielo spiegò davanti al naso. Poi fece entrare la moglie e la fece sedere su uno sgabello dietro il paravento. Indi si allontanò e si posizionò all’altro capo del salone su una poltrona dalla quale aveva modo di vedere benissimo confessanda e confessore senza udirne le parole e afferrò dal tavolino tondo vicino alla poltrona, sulla quale campeggiava anche uno schioppo , casualmente capitato lì, un libro di preghiere che aprì facendo finta di leggere.
   Trascorsi sei minuti di assoluto, apparente silenzio, don Sasà decise che la confessione era finita, chiuse rumorosamente il libro che aveva in mano, lo appoggiò sbattendolo sul tavolino da cui l’aveva preso, si alzò e comincio a tossire rumorosamente. L’Arcibate capì l’antifona e procedette a una rapidissima assoluzione della peccatrice , mentre l’uomo faceva segno alla moglie di rientrare nelle proprie stanze e ringraziando e profondendosi in inchini, offriva un rosolio dolcissimo al sacerdote . Questi dopo aver bevuto d’un fiato storceva la bocca di disgusto e ridacchiando soppesava lo schioppo controllandone la mira e riponendolo sulla poltrona con smorfia di altrettanto disgusto. Don Sasà però bruscamente lo  accompagnò di persona al portone sul quale rimase poi a lungo con un dito indagatore dentro il naso in modo che tutti vedessero che il prete usciva da una casa in cui era presente e vigile il padrone oltre che la padrona…
   Con le stesse identiche modalità avvennero ogni mese le successive confessioni, rosolio a parte che, per suggerimento dell’Arcibate, fu prudentemente sostituito da un buon bicchiere di vino di San Vastiano. A Natale e a Pasqua vi furono due confessioni straordinarie somministrate anche al marito subito dopo l’assoluzione di donna Pavolina e il di lei felpato ritiro nelle proprie stanze.

   Una sera di maggio la povera signora dopo cena si disse mancante di respiro e dopo tanti anni chiese di potersi affacciare al balcone grande del salone, ovviamente al braccio del marito, ma appena giunta, vuoi perché non stava bene vuoi perché stordita dalle luci e dai rumori della strada che non vedeva e ascoltava da anni , svenne e per poco non andò a sbattere con la testa sulla massiccia ringhiera. Don Sasà spaventato e urlando per richiamare la servitù riuscì a trasportarla dentro e adagiarla su un sofà facendole aria col ventaglio trovato accanto al caminetto e spruzzandole acqua sul viso dal bacile che una cammarera aveva portato correndo. Donna Pavolina, paurosamente pallida aprì gli occhi, ma fece segno che ancora non riusciva a parlare mentre manifestava dei potenti ed orribili conati di vomito.
   Don Sasà pensò di correre lui stesso a chiamare il medico che seguiva ormai da qualche  tempo donna Pavolina, il dottore Lapa come tutti lo chiamavano, ma, appena giunto al portone, si ricordò che costui era assente dal suo paese, tornò indietro e intimò urlando alla povera Angialuzza di correre lei a casa del medico Grillo e di dirgli di venire subito senza perdere nemmeno un minuto. La povera donna anziana fece del suo meglio incitata e minacciata dal nobiluomo affacciato al balcone che sbraitava e urlava come un pazzo facendo accorrere dalla vicina piazza molti curiosi.
   Passarono meno di cinque minuti e si vide arrivare ansante il medico Grillo con i pantaloni cascanti  del pigiama, la giacca da camera semiaperta , grosse ciabatte ai piedi e la sigaretta in bocca sacramentando per essere stato bruscamente distolto dal sonno che, dopo una giornata di duro lavoro, stava gustando sulla sdraio al fresco del balcone. Lo seguiva la fantesca zoppicante e lamentosa, che gli apriva subito il portone e lo faceva immediatamente salire da donna Pavolina.
   Al medico, formato egregiamente alla scuola empirica napoletana, bastarono appena un esame esterno e pochi palpamenti del corpo della donna, condannati da occhiate feroci e bestemmie orribili a mezza voce di Don Sasà, per sentenziare senza tema di smentita che la donna era incinta di almeno due mesi. Indì scrisse velocissimamente una ricetta, consigliò di affidare donna Pavolina al suo medico, mandò a fanculo tutti e fece dietro front per andarsene, ma a metà delle lunghe scale si accorse di aver perso una delle due ciabatte e si mise a sacramentare tornando indietro. Don Sasà lo fissò con sguardo interrogativo e disappunto , mentre il medico ripercorreva tutto il salone cercando di recuperare la ciabatta, che sembrava volatilizzata. Il padrone di casa facendo scudo alla moglie ancora discinta sul sofà, urlava alla cammarera di collaborare alla ricerca del medico che , palesemente disgustato dalla scena, lasciò perdere e si incamminò di nuovo verso l’uscita zoppicando. E a nulla valse l’offerta della povera Angialuzza di dargli le proprie tappine. Uscì dal portone e si avviò verso casa sacramentando ad altissima voce e fumando come un turco sotto gli sguardi interrogativi e curiosi dei soliti perditempo sempre presenti in piazza., uno dei quali ebbe l’ardire di urlargli:
- Dottore , chi vi ha rubato la tappina?
- Quella tappinara di tua moglie che ne fa la collezione – rispose prontamente il medico tirando dritto per la sua strada.
   L’ebbrezza di Don Sasà all’annuncio che sarebbe finalmente divenuto padre durò tutta la serata e fino al primo sonno piombigno nel quale sprofondò dopo essersi scolato per festeggiare un intero litro di vino. Alle tre gli sembrò infatti che battaglioni interi di cimici e pulci si fossero organizzati per aggredire le sue carni e infilargli in testa mille domande, mille sospetti che lo inducevano a porsi altrettanti gravosi interrogativi:
- Come cazzo ha potuto restare incinta - ripeteva a se stesso guardando la donna che beata e discinta gli dormiva al fianco – se per sette anni interi l’ho addubbata ogni sera in abbondanza, anche quando aveva il marchese, e non è successo mai niente? Che cazzo è ? Un miracolo?
E, più guardava la donna, più era assalito da dubbi che gli facevano torcere le budella…
- Vuoi vedere che la buttana ha trovato il modo di fare entrare qualcuno in mia assenza? E chi cazzo può essere questo grandissimo figlio di rotta che si è permesso di farmela sotto il naso?
Si alzò furioso e salì nel cammarino dove dormiva l’anziana Angialuzza che svegliò di soprassalto afferrandola per il collo e facendola urlare alla vista di una montagna umana coperta da una lunga veste da notte biancastra. Le pose subito mille domande e pretese immediate risposte minacciando di strangolarla:
- Ma che dite , don Sasà? – fece la povera donna piagnucolando – Donna Pavolina una santa è. Sono anni che non vede un uomo all’infuori di voi, del prete che viene a confessarla e ogni tanto del dottore Lapa, ma quello, da quando ha in cura la padrona, è venuto si e no tre volte in questi ultimi mesi e solo quando voi eravate presente, lo sapete!

   Tornò silenziosamente a letto cercando di prendere sonno, ma dopo qualche minuto il cervello cominciò a macinare di nuovo messo in moto da fiumi di bile: gli tornavano in mente le parole lamentose di Angialuzza e a un tratto un lampo esplose come una schioppettata nella sua testa arruffata, “….all’infuori di voi e dell'arciprete che viene a confessarla…”
- Minchia, stavo dimenticandomi di quel filibustiere del confessore – cominciò a rimuginare battendosi più volte il minuscolo cranio con spaventosa lucidità- – Come ho fatto, cazzone che non sono altro, a trascurare quel grandissimo cippo del prete? Due sono le cose: se il figlio non è mio vuol dire che si è ammogliato la taralla il prete e, se lui non c’entra, sicuramente la bujana al suo  confessore non ha nascosto niente e perciò lui solo può sapere per filo e per segno  quale grandissimo cornuto si è permesso di zappuliare il mio orto…
   Ormai completamente sveglio, guardò quasi con odio donna Pavolina che dormiva beatamente al suo fianco, poi balzò dal letto sacramentando e, senza nemmeno lavarsi il viso, fece di corsa il giro della strada, entrò incazzatissimo nella stalla dando calci a tutti gli animali che si frapponevano al suo passaggio e sellò la prima mula che gli venne a tiro, infilò uno schioppo carico in una delle due cofane che meccanicamente aveva attaccato ai fianchi della bestia e partì subito verso Zurgonadio, ripassandosi mentalmente più e più volte quanto aveva da dire a quel cornuto del prete. Poi qualcosa come un lampo gli macinò nel cervello:
- E se sarà necessario affrontarlo con lo schioppo, chi mi garantisce se non lo prenderò alla prima botta, che il bastaso non mi colpisca lui finchè perdo tempo a ricaricare? Meglio prendere il duebotte.
   Tornò indietro come un fulmine, legò la mula al portone del palazzo, entrò di volata, caricò la doppietta che teneva appoggiata sul tavolino del salone, posò lo schioppo al suo posto e con quattro salti fu di nuovo in strada. Albeggiva.
   Bussò più volte risolutamente alla porta dell’ Arcibate, mentre la mula, scossa dal rumore e dall’alzataccia, pensava bene di deporre proprio sul gradino di entrata una scarica di feci mattutine.
- Che c’è? Chi sta morendo? - domandò l’Arcibate affacciandosi alla finestrella del piano superiore e guardando con orrore quel ben di Dio puzzolente che copriva la soglia della sua povera abitazione –
- Non sta morendo nessuno, almeno per il momento e  non dite puttanate di prima mattina. Ho urgenza di parlarvi – Rispose Don Sasà gelido e risoluto – vedete di sbrigarvi subito!
    Il prete fece del suo meglio a sbrigarsi, ma non rinunciò a riempire un grande secchio d’acqua che, appena aperta la porticina, lanciò con forza sugli escrementi della mula afferrando una vecchia scopa e cercando di pulire completamente il gradino, poi senza dire una sillaba, slegò la bestia e andò a legarla su una boccola nel muro di fronte al di là della strada, mentre don Sasà , spiazzato dalla scena che non immaginava, si accorgeva con orrore di aver dimenticato non solo quello che si era preparato a dire, ma soprattutto lo strumento musicale che aveva nascosto nella cofana. Entrarono:
- Parlate – disse l’Arcibate-.
- Dopo tante confessioni che voi avete fatto a mia mogliere e a me , ora è il mio turno di confessare voi, si o no?!
    Il sacerdote guardò sgomento l’uomo : più volte aveva avuto l’impressione che fosse lento di caffettiera , quindi era bene assecondarlo e farlo sedere con le buone, ma quello continuava cambiando subito tono e volume:
- Si, si, due sono le cose: o vi siete ammogliato voi personalmente il biscotto con mia moglie oppure, se non siete stato voi, sicuramente avete saputo in confessione chi è stato!
- Spiegatevi meglio …
- Non c’è minchia da spiegare – urlò l’uomo paonazzo e sudatizzo - donna Pavolina è incinta di due mesi!
   L’Arcibate si fece di mille colori, cercando di capire se l’uomo facesse sul serio e soprattutto se fosse armato…Prese tempo, ma quel breve silenzio fu interpretato quasi come un’ammissione di colpa da parte del prete e  don Sasà che si mise a fare voci, minacciando la qualunque con frasi sconnesse e orribili.
- Ma si può sapere cosa volete da me? – gli chiese l’Arcibate a bruciapelo afferrando il bavero umidizzo della camicia semiaperta di don Sasà –
- Dovete confessarvi! Dovete confessarvi subito davanti a me e davanti a Dio!
- State scherzando? Un prete che si confessa da un uomo geloso? Che cazzo avete in testa ? Siete ubriaco alle sette albe?
- O vi confessate subito o vi sparo!
    Il sacerdote prese tempo e si fece seguire in chiesa, si inginocchiò davanti all’altare della Madonna del Rosario e con la mano invitò a inginocchiarsi accanto a lui don Sasà che, sbuffando come un mantice, piegò le ginocchia.
- Prima pregate e giurate di dire la verità – intimò don Sasà –
    L’Arcibate recitò tra i denti la prima formula latina che gli venne in mente, poi chiamò a testimoni la Madonna del Rosario e San Leone Magno e, tenendo in mano un piccolo Crocifisso , giurò che lui non solo non aveva mai toccato con un dito donna Pavolina, ma che se l’avesse incontrata per strada, non l’avrebbe neanche riconosciuta perché tutte le volte che l’aveva confessata lei era rimasta sempre nascosta dietro il paravento sotto lo sguardo del marito…
- Allora sicuramente vi ha detto in confessione se qualcuno oltre me l’ha scugnata. Me lo dovete dire subito altrimenti saranno guai, è inutile che cercate di annacare il pecoro...
- Prima di tutto la confessione è segreta…
    Don Sasà non gli lasciò completare la frase, si alzò come un fulmine, passò imbufalito  nel basso, aprì la porta e corse verso la mula, afferrò il duebotte e si girò per entrare di nuovo, ma l’Arcibate aveva fatto in tempo a sbarrare la pesante porta quando arrivarono le due sventagliate di piombo, ma prima che l’uomo finisse di ricaricare con mani tremanti il fucile, aprì di nuovo, gli fu addosso, gli tolse l’arma e la gettò pesantemente dentro la cofana. Poi lo trascinò di forza dentro e lo fece sedere su una vecchia cascia.
- Non mi avete lasciato finire…la confessione è segreta e se donna Pavolina mi avesse rivelato qualcosa non ve lo direi manco con la pistola puntata. Però non mi ha mai detto niente. E’una santa donna e sono convinto che mai e poi mai si farebbe toccare da un altro uomo. Come cazzo vi possono venire certe idee, don Sasà. O la smettete o vi abbuffo io a timpuluna. E senza uso di armi, mi bastano le mani. Volete vederè?
- Se siete convinto che è una santa – riprese sbuffando don Sasà sotto il cui peso la cascia scricchiolava paurosamente - mi dovete dare la controprova.! Voi da una parte  e lei e lei dall'altra ! Andiamo subito a casa mia e la fate giurare col Crocefisso in mano domandandole apertamente se è stata con qualche altro uomo oltre me!
    L’Arcibate era sconcertato, ma pensò che forse quello potesse essere l’unico modo per far tornare in sé quell’energumeno. Lo fece salire sulla sua Millecento e partirono verso Oppido. Quando Angialuzza venne ad aprire restò a bocca aperta e pensando che la padrona stesse male, si mise a fare voci, ma l’Arcibate la calmò mentre don Sasà le intimava di svegliare subito Donna Pavolina, di aiutarla a vestirsi e  a recarsi subito nel salone.
    Quando la donna con sguardo interrogativo e smarrito entrò, il marito la fece inginocchiare come di consueto per la confessione, senza porre tra lei e il sacerdote il solito paravento, le pose in mano un crocifisso e si ritirò come aveva sempre fatto all’altro capo del salone, ma stavolta afferrò lo schioppo carico e rimase in piedi puntando l'arma contro la moglie e il confessore.
   I due se la sbrigarono in pochi minuti, trascorsi i quali la donna si ritirò con le minuscole spalle da uccellino scosse dai forti e irrefrenabili singhiozzi.
- Era come vi dicevo io, don Quaquaraquà, avete visto, testa di scecco che non siete altro? – gli sussurrò sprezzante l’Arcibate avvicinandosi - donna Pavolina è sincera e cristallina come l’acqua della montagna e non ha nessun peccato né verso di voi né verso il mondo intero. E ora torno subito a casa altrimenti vomito qui…Venite a ritirarvi la mula e non fatevi vedere mai più davanti ai miei occhi se non volete un lisciabusso di botte come mai avete avuto!
   Mezz’ora dopo don Sasà risaliva a piedi la strada da Tresilico a Oppido trascinando incazzatissimo la mula che si era categoricamente rifiutata di portarlo in sella, la cosa lorda... All’altezza della casa del podestà gli parve di vedere arrivare il suo calessino e sgranò gli occhi. Era proprio il suo calesse attaccato alla migliore cavalcatura: sul sedile c’erano donna Pavolina che teneva le redini e accanto a lei Angialuzza; sul cassoncino due enormi lenzuolate piene di roba legate ai quattro angoli.
- Dove cazzo state andando? – urlò l’uomo mentre bloccava la cavalcatura balzando a mani alzate davanti ad essa –
  La moglie rimase impettita come  una statua di cera guardando fissa nel vuoto senza dire una sillaba. Rispose  per lei Angialuzza :
- Donna Pavolina se ne sta tornando per sempre a Pedavoli, e io con lei. Non vi vuole più vedere, se ne fotte di voi e ha detto di non venire a cercarla se no vi spara.
   Don Sasà urlando e bestemmiando cercò subito di far fare dietro front al cavallo, ma donna Pavolina con sguardo glaciale alzò lo schioppo, che Angialuzza, sorreggendo discretamente la canna, aiutò a puntare tra le gambette dell’uomo, e sparò…
    E da quel momento Don Sasà Laquaniti per l’intero paese diventò Don Sasà lo Scugghiato.