lunedì 1 giugno 2026

ADELE CAMBRÌA: la Calabria come modello di vita (di Mara Vittoria Colosimi)

    Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi ricostruisce con rigore e finezza la traiettoria di Adele Cambrìa, dalla natìa Reggio Calabria, dove è sempre tornata con un legame sempre più passionale, che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino a Roma, mostrando come la sua calabresità non fosse mai nostalgia, bensì un modo di guardare la realtà senza piegarsi. L’Autrice esplora la vita della giornalista – dagli anni della formazione meridionale al femminismo militante, dal teatro al cinema, dalle dimissioni come atti politici alla scrittura come corpo a corpo con la verità – con uno sguardo limpido, documentato, capace di coglierne la coerenza più segreta. Il pregio maggiore di questa pagina, fra i tanti, è la sua precisione saggistica: ogni citazione illumina un tratto del carattere, ogni passaggio restituisce la forza di una donna che ha scelto di “andare a vedere”, come scriveva lei stessa. Ne emerge un ritratto che non indulge al mito, ma restituisce la complessità di una voce refrattaria all’addomesticamento, fedele solo alla verità e alla libertà del pensiero. È un contributo prezioso, che riporta Adele Cambrìa nel suo luogo naturale: la Calabria che non arretra, che pensa, che resiste.( Bruno Demasi)

___________

    Indiscutibilmente per Adele Cambrìa la Calabria è quasi un criterio del mondo. Non una terra da ricordare con nostalgia, ma una dimensione etica, un modo di stare nella realtà. Cambrìa non ha mai smesso di portare con sé la sua Reggio Calabria, la sua formazione meridionale, la sua lingua « che non si piega»¹.Nata nel 1931, cresciuta tra il Liceo “Tommaso Campanella” e una famiglia che lei stessa definiva «borbonica, siculo‑napoletana, piena di contraddizioni»², Cambrìa approda a Roma nel 1956 con un’idea semplice e radicale: fare la giornalista. Non per ambizione, ma per necessità: «Vado a vedere»³, dirà più tardi, riassumendo in tre parole la sua etica professionale.

    Gli anni universitari a Messina, sotto la guida di Salvatore Pugliatti, sono decisivi. In Nove dimissioni e mezzo ricorda:«Mi ero laureata in Legge a 22 anni, 110 e lode… Pugliatti mi parlava dei lirici greci tradotti da Quasimodo, ma anche di Majakovskij»⁴.È un passaggio rivelatore: la classicità mediterranea e la modernità rivoluzionaria convivono in lei senza attrito. La Calabria, per Cambrìa, non è periferia: è origine del pensiero, luogo dove la cultura non è ornamento ma necessità.A Roma entra nel mondo del giornalismo attraverso Il Giorno e Il Mondo, poi Paese Sera, La Stampa, Il Messaggero, L’Espresso, L’Europeo, L’Unità. È una voce fuori dal coro, refrattaria a ogni forma di addomesticamento. Le sue dimissioni – nove e mezzo, come recita il titolo del suo libro – sono atti politici, non capricci.

  Scrive:«Quando una persona si avvia sulla strada del potere, io mi cancello»⁵.È una dichiarazione di poetica e di militanza: la scrittura come luogo di libertà, non di complicità.Il suo gesto più noto – la firma come direttrice responsabile di Lotta Continua nel 1972 – la porta a processo. Ne uscirà assolta, ma segnata da un’esperienza che conferma la sua idea di giornalismo come corpo a corpo con la verità.

    Negli anni Duemila torna a scrivere anche per Il Domani della Calabria. Non è un ritorno sentimentale: è un atto politico. La sua Calabria non è mai oleografica. È una terra ferita, ma capace di generare pensiero critico, donne forti, resistenze civili. In In viaggio con la zia. Con due bambine alla scoperta del mito in Magna Grecia (2012), la Calabria diventa un laboratorio di identità femminile e mediterranea: «Le donne della Magna Grecia non sono ombre del passato: sono le nostre antenate politiche»⁶.Qui la calabresità non è folklore: è fondamento.

    Cambrìa è tra le fondatrici del Teatro La Maddalena con Dacia Maraini, direttrice della rivista Effe, militante dei movimenti delle donne fin dagli anni Settanta. Il suo femminismo non è astratto: è radicato nella concretezza del corpo, della storia, della terra.In L’Italia segreta delle donne (1984) annota:«Le donne non chiedono spazio: lo aprono»⁷.È una frase che sembra scritta per lei stessa: una donna che ha aperto spazi dove non ce n’erano.

    Amica di Pasolini, appare in Accattone, Comizi d’amore e Teorema. Il suo volto – minuto, intenso, mai decorativo – porta sullo schermo la stessa forza della sua scrittura: una presenza che non addolcisce e non compiace.Pasolini la voleva perché «vera», perché capace di portare nel film una densità umana che non si poteva recitare.La prosa di Cambrìa è mobile, ironica, tagliente. In Nudo di donna con rovine (1984) scrive:«La verità non è mai comoda. Ma è l’unica che ci riguarda»⁸.È una frase che potrebbe essere il suo testamento intellettuale.

     Adele Cambrìa appartiene a quella Calabria che non arretra, che non teme la complessità. La sua vita è stata un attraversamento: del giornalismo, del femminismo, del teatro, del cinema, della politica. Ma soprattutto è stata un attraversamento della verità, cercata sempre con lo stesso gesto: andare a vedere. E forse è questo il lascito più profondo della sua calabresità: una voce che non si lascia addomesticare.

        Mara Vittoria Colosimi 
_______________
1. Adele Cambrìa, Nove dimissioni e mezzo, Donzelli, 2010, p. 14.
2. Ivi, p. 22.
3. Ivi, p. 9.
4. Ivi, p. 37.
5. Ivi, p. 112.
6. Adele Cambrìa, In viaggio con la zia, Rubbettino, 2012, p. 54.
7. Adele Cambrìa, L’Italia segreta delle donne, Mondadori, 1984, p. 21.
8. Adele Cambrìa, Nudo di donna con rovine, Feltrinelli, 1984, p. 63.