Rocco Liberti ha l’abitudine, ormai riconoscibile come un vero carattere stilistico, di trasformare ogni viaggiatore ottocentesco in un personaggio vivo. La sua scrittura non si limita a registrare itinerari o citare fonti, ma ricostruisce situazioni di viaggio e illumina figure che la storiografia maggiore ha lasciato ai margini. In queste pagine dedicate al nobiluomo moldavo, militare cosmopolita e autore di un Manuel du voyageur en Sicile oggi quasi introvabile, Liberti mostra ancora una volta il suo talento nel far emergere attraverso un uso sapiente delle fonti e una prosa misurata la densità culturale dei viaggiatori che attraversarono la Calabria nel XIX secolo. Il lettore ritrova così l’acutezza con cui l’autore sa intrecciare biografia, storia militare, editoria ottocentesca e geografia del Mediterraneo, fino a condurre lo sguardo di Karaczay verso lo Stretto e la costa reggina, trasformando un semplice passaggio in una scena memorabile.È un piccolo saggio che conferma la qualità della rubrica che riesce quasi a far parlare gli osservatori stranieri come testimoni privilegiati di una Calabria che, pur profondamente mutata, continua a riconoscersi anche nelle immagini, realistiche o meno, che essi ci hanno lasciato. (Bruno Demasi)
Karaczay ha scritto alcune opere come “Loindres et ses environs” (Vienna 1835) e “L'insegnamento reciproco secondo il metodo di Bell-Lancaster. Per una più stretta connotazione e attenzione, presentato con particolare rispetto per le province della monarchia austriaca” (in lingua tedesca) (Kaschau oggi Kosice in Slovacchia 1819)[2], ma soprattutto per quanto c’interessa: “Manuel du voyageurs en Sicile” edito variamente a Parigi nel 1826, 1839, 1840, 1845. Un estratto di quest’ultima opera è stato inserito nello stesso anno 1826 in “Itinéraire instructif de Rome a Naples et à ses environs tiré de celui de feu M. Vasi et de la Sicile revus et corrigés d’apres l’état actuel des monumens” (Roma 1826). Quest’ultimo, invero nella prima parte è un lavoro del defunto Mariano Vasi, editore e calcografo (1744-1822), alle cui correzioni e aggiornamenti ha cooperato Antonio Nibby, storico, archeologo e topografo romano (1797-1839)[3].
Non sappiamo in che epoca il conte moldavo abbia compiuto il suo giretto in Sicilia, ma è logico presumere che esso si sia verificato qualche annetto prima che fosse pubblicata l’opera che ne tratta. Comunque sia, egli, che fa precedere la narrazione da un’ampia trattazione sulla storia, geografia, demografia, usi e tradizioni dell’isola con discreta coloritura, compare inizialmente a Palermo, da dove parte per un’ampia perlustrazione. Si susseguono perciò dopo l’antica capitale e dintorni i centri abitati di Morreale, Segesta, Calatafimi, Trapani, Marsala, Mazzara, Selinunte, Sciacca, Girgenti, Palma, Alicata, Caltagirone, Floridia, Siracusa, Augusta, Catania, Acireale, Taormina e, infine, Messina. Pervenuto alfine alla città del Faro non può non estasiarsi alla vista di quello Stretto che nei secoli ha incantato tanti altri prima di lui e in particolare dello scenario offerto dalla Calabria, terra di miti. Ecco l’immagine che ci propone:
«Si vede a nord-est la città di Scylla, sovrastata da un’enorme roccia; a sud-est quella di Reggio, costruita su un terreno più aperto, nello spazio che le separa, una infinità di villaggi addossati a una catena montuosa, e in primo piano del quadro, una moltitudine di scialuppe, di battelli di pescatori, di navi di ogni specie, voganti verso tutti i punti della riviera». Riferendosi poi alla stessa Messina, ha: «dal lato del mare, due guardiani vigili, Charybde e Scylla, la proteggono ancora più sicuramente, l’uno situato a 12 miglia a nord-est del porto, sulla costa della Calabria; l’altro su quella della Sicilia, all’estremità di una lingue di terra detta San Ranieri, che forma l’entrata del porto, sempre temuti dai naviganti, essi vegliano sulla sicurezza di Messina, meglio di tutti i cannoni di cui i suoi bastioni sono forniti»[4].
Karaczay non si è fatto mancare l’occasione per discettare anche della pesca e di quella del pescespada in particolare nonché del fenomeno della Fata Morgana: «Le acque del faro sono molto pescose: mille pescatori ne solcano la superficie; il pesce spada (xiphias gladius de Linné) non si trova che in questi paraggi, dove è arpionato. La pesca di questo cetaceo, si fa con una destrezza meravigliosa./ È dal Forte Gonzaga che si fa osservare ordinariamente agli stranieri questo fenomeno conosciuto con il nome di Fata Morgana, che si ottiene per effetto dei vapori che i tempi caldi elevano al disopra della superficie del mare: questo miraggio riflette allora gli oggetti terrestri e li avvolge talvolta in modo fantastico e bizzarro»[5].
[1] Dati estratti da Wikisource, Karaczay, Fedor Graf e tradotti dal tedesco. Così era indicato sull‘Almanacco Imperiale Reale per le Provincie del Regno Lombardo-Veneto Soggette al Governo di Milano per l'anno 1825 (Milano Dall’Imp. R. Stamperia): «Il sig. Conte Fedor Karaczay di Valleszaka-Moldavaj, Cavaliere degli Ordini II. russi di S. Anna di seconda classe e di S. Valdimiro di quarta classe, del R. Ordine del Merito militare di Prussia, dell'Ordine granducale badese del Leone e dell' Ordine costantiniano di S. Giorgio di Parma, I. R. Ciambellano attuale e Maggiore del reggimento d’ulani Imperatore Francesco n. 4».
[2] Der Wechselseitige unterricht nach der Bell-Lancaster methode. Zur nahern kenntnitz und beherzigung, mit besonderer ructzsicht fur die provinzen der Osterreichischen monarchie dargestellt.
[3] L’Itinéraire instructif era un lavoro tipografico a carattere informativo, quindi una specie di guida per i viaggiatori. Mariano Vasi aveva curato le edizioni 1818 e 1819, le precedenti erano state appannaggio del di lui padre Giuseppe Vasi (1710-1782), incisore e architetto oriundo di Corleone, che ha Roma ha operato ed è deceduto.
[4] Karaczay, Manuel du voyageur…, pp. 182-184, trad. dal francese.
[5] Ivi, pp. 190-191, idem.