Nella cultura italiana del secondo Novecento, la figura di Rosario Villari si staglia con una nettezza singolare, non soltanto per la qualità delle sue ricerche, ma per la capacità di elevare la storiografia a esercizio di libertà. Nato a Bagnara Calabra nel luglio 1925 e scomparso nel 2017, Villari appartiene a quella generazione di intellettuali meridionali che hanno fatto della storia un modo di interrogare il presente, di misurare le contraddizioni del Paese e di educare alla complessità dei tempi. La sua formazione, maturata tra Firenze e Messina sotto la guida di Galvano Della Volpe e Ruggero Moscati, attinge a due maestri profondamente diversi, accomunati però dall’idea che la disciplina storica non sia un mero repertorio di fatti, bensì un campo di tensioni in cui confluiscono strutture economiche, lotte sociali e movimenti ideali. La tesi del 1947 sul problema della libertà in Croce, Sartre e Gramsci rappresenta, in tal senso, un vero manifesto: Villari non sarà mai uno storico neutrale, ma un interprete che vede nella ricerca una forma di responsabilità civile.
Non è un caso che, negli anni immediatamente successivi, egli abbia partecipato attivamente alle occupazioni contadine nella Locride. Quelle giornate, vissute tra il 1949 e il 1950 tra Caulonia, Bivongi, Pazzano e Stilo, non costituiscono un episodio marginale, bensì la radice stessa della sua prospettiva. Villari non ha mai guardato al Mezzogiorno dall’alto, come a un oggetto esotico o patologico, ma lo ha indagato dall’interno, forte della memoria delle lotte e delle ingiustizie. Quando, nel 1961, pubblica Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, l’opera segna una rottura decisiva: la storia agraria meridionale cessa di essere un capitolo periferico per divenire la chiave di volta della modernità italiana. «La storia dei contadini è storia della societ໹: in questa frase breve ma rivoluzionaria si condensa l’idea di una storia intesa come analisi dei rapporti di potere, capace di restituire voce ai ceti subalterni e di sfidare le narrazioni consolatorie e mistificatorie..
Tale approccio trova compimento nella ricerca sulla rivoluzione napoletana del 1647-48. La rivolta antispagnola a Napoli (1967) ha trasformato la storiografia nazionale: Villari ricostruisce le origini dell'insurrezione come un processo di lungo periodo, alimentato da crisi fiscale, indebitamento del Regno e tensioni tra ceti civili e potere vicereale. Il moto non è descritto come un mero tumulto, ma come un progetto politico: «La rivolta non fu un tumulto: fu un’idea di libert໲. Nel suo studio maturo Un sogno di libertà (2012), l'autore amplia ulteriormente l'orizzonte, inquadrando la rivoluzione napoletana nel più vasto contesto della crisi europea del Seicento. «Il Mezzogiorno non è un’eccezione: è una parte d’Europa»³: questa affermazione riassume l’intera sua opera, ribadendo come il Sud sia un luogo in cui le contraddizioni della modernità si manifestano con particolare intensità. Villari non è soltanto lo studioso della rivolta di Masaniello, ma un profondo analista della politica barocca, della fedeltà, della dissimulazione e della propaganda. In Elogio della dissimulazione (1987) e Per il re o per la patria (1994), egli dimostra come la politica del Seicento non sia teatro ornamentale, bensì costruzione di consenso e campo di conflitto. «Lo storico non deve consolarsi né consolare»⁴: questo ammonimento riflette il suo atteggiamento mai accomodante, che ha suscitato l'ammirazione dei contemporanei. Giuseppe Galasso lo definisce «uno dei maggiori storici italiani del secondo Novecento, capace di coniugare rigore filologico e impegno civile»⁵, mentre Alberto Tenenti riconosce ne La rivolta antispagnola «un libro che ha cambiato la nostra percezione del Seicento italiano»⁶. Analogamente, Franco Venturi sottolinea come Villari «abbia restituito ai ceti popolari del Mezzogiorno una voce nella storia moderna»⁷, e Adriano Prosperi, nel necrologio del 2017, ricorda come egli «abbia insegnato a generazioni di storici che il Mezzogiorno è una chiave per capire l’Italia»⁸. Sono giudizi che celebrano un metodo unico, quello di un interprete capace di leggere le fonti come tracce di scontri dialettici e di intendere il proprio lavoro come un costante esercizio di verità.
La storia come educazione civile: Villari maestro dei giovani del Sud
Se la ricerca accademica costituisce il cuore dell'opera di Villari, la manualistica scolastica ne rappresenta l’anima civile. Egli non ha mai considerato i manuali un’attività minore, quanto piuttosto parte integrante della responsabilità dello storico. «Scrivere per la scuola significa educare alla complessità»⁹, affermava in un intervento alla Giunta Centrale per gli Studi Storici. Grazie ai testi pubblicati da Laterza tra gli anni Sessanta e gli anni Duemila, migliaia di studenti hanno appreso una storia non di date, ma di processi; non di élites, ma di conflitti; una storia profondamente europea. Tre sono le innovazioni decisive introdotte da Villari:
La storia come educazione civile: Villari maestro dei giovani del Sud
Se la ricerca accademica costituisce il cuore dell'opera di Villari, la manualistica scolastica ne rappresenta l’anima civile. Egli non ha mai considerato i manuali un’attività minore, quanto piuttosto parte integrante della responsabilità dello storico. «Scrivere per la scuola significa educare alla complessità»⁹, affermava in un intervento alla Giunta Centrale per gli Studi Storici. Grazie ai testi pubblicati da Laterza tra gli anni Sessanta e gli anni Duemila, migliaia di studenti hanno appreso una storia non di date, ma di processi; non di élites, ma di conflitti; una storia profondamente europea. Tre sono le innovazioni decisive introdotte da Villari:
- La storia come problema: ogni capitolo è introdotto da un interrogativo interpretativo, anziché da una mera sequenza cronologica;
- La pluralità delle scale: la prospettiva locale è costantemente integrata in quella nazionale ed europea, rifiutando l’isolamento del Mezzogiorno;
- La didattica delle fonti: il testo si arricchisce di documenti, mappe, grafici e brani storiografici.
Bruno Demasi
__________
1. R. Villari, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Einaudi, Torino 1961, p. 12.
2. R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585‑1647), Laterza, Bari 1967, p. 5.
3. R. Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero, Mondadori, Milano 2012, p. 27.
4. R. Villari, Elogio della dissimulazione, Laterza, Bari 1987, p. 9.
5. G. Galasso, Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Laterza, Bari 2005, p. 311.
6. A. Tenenti, recensione a La rivolta antispagnola, in Rivista Storica Italiana, 1968, p. 145.
7. F. Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino 1972, vol. I, p. 33.
8. A. Prosperi, necrologio per R. Villari, La Repubblica, 19 ottobre 2017.
9. R. Villari, intervento alla Giunta Centrale per gli Studi Storici, 1996.
2. R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585‑1647), Laterza, Bari 1967, p. 5.
3. R. Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero, Mondadori, Milano 2012, p. 27.
4. R. Villari, Elogio della dissimulazione, Laterza, Bari 1987, p. 9.
5. G. Galasso, Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Laterza, Bari 2005, p. 311.
6. A. Tenenti, recensione a La rivolta antispagnola, in Rivista Storica Italiana, 1968, p. 145.
7. F. Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino 1972, vol. I, p. 33.
8. A. Prosperi, necrologio per R. Villari, La Repubblica, 19 ottobre 2017.
9. R. Villari, intervento alla Giunta Centrale per gli Studi Storici, 1996.