venerdì 17 aprile 2015

La penna del Greco: I FUNGHI LATITANTI (Racconto)

di Nino Greco
   Un altro bel  racconto rigorosamente tratto da un episodio della  realtà romanzesca  ricorrente nei  piccoli paesi in tempi non molto lontani, immortalato dalla penna di Nino Greco in concomitanza con la presentazione del suo romanzo , LA TANA DEL FAJETTO, che avverrà  sabato, 18 aprile, alle ore 10,30 nella sala episcopale a Oppido Mamertina e alle ore 17,30 nel Book Store Mondadori a Gioia Tauro (Parco commerciale Annunziata).
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   Quelle piogge, dopo le calde giornate settembrine, spalancavano le porte alle fantasticherie e alle ricerche:il tempo dei funghi giungeva così, all’improvviso. Chi ne aveva da dire, narrava delle prime raccolte: jancheji, caddarari, gajineja e cucuriti. Spesso era una gara a chi la scaricava più grossa, una spasmodica voglia comune di catapultarsi in coste e anfratti e dirupi di quelle montagne. Tantoché il paese sembrava vivesse sulle quintalate di funghi, tesori degli eldoradi aspromontani.
   L’ incanto stava anche nell’udire i nomi che indicavano lacchi, valloni e piani :l’acqua d’a fami, l’acqua d’abìtu, l’acqua d’u fagu, l’acqua d’a prena. Poi ancora Mastrugianni, ‘u vaccarizziu, ‘a mamertina, ‘a cerasara, stranguluscia, petra cappa, petra cuccuma. Sentieri remoti, ma nelle descrizioni dei fungiari parevano semplici contrade, ‘llocate di leggendarie raccolte, percorsi impegnativi che dicevano dell’audacia e della conoscenza dei luoghi dei tanti che osavano come cercatori.
  Cosicché s’incignava settembre e si andava avanti fino alle prime nevi, fino a quando la montagna non diveniva ostile. Tutti, o quasi, alla ricerca del fungo, spesso solo per il piacere di poter dire ho trovato “ una chilata”, oppure “trovai dduj mmorza”, e non restare indietro al cospetto dei tanti che a loro volta dicevano di pesate da meraviglia. Qualcuno buscava la giornata. Altri ammaccavano solo il tempo.
    Tra i tanti sfaccendati risultavano anche: Don Ninì, Rroccuzzu e Don Cecè.
    I tre amici tutti i santi giorni, dopo pranzo si ritrovavano in piazzetta e, utilizzando le proprie auto - a mano girando- s’inerpicavano fin lassù. Preferivano di pomeriggio, con calma. Le levatacce per il posto le lasciavano agli altri.Secondo le dottrine dei fungiari non era conveniente infatti andar a cercare funghi di pomeriggio, conveniva andare di mattina presto per accaparrarsi il posto migliore, ma loro – Don Ninì e gli altri – di questa teoria se ne fottevano. Andavano in montagna a panza china, spesso solo per fare vesperi con pane, pecorino e un buon litro “d’u patri d’a fezza”. Parcheggiavano al solito posto e cominciavano a setacciare luoghi meno impervi e agevolmente praticabili, poiché ormai, per tutti e tre, il primo pelo era già andato.
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    Fu un giorno, un po’ più tardi del solito, che Don Ninì arrivo in piazzetta e non vedendo né gli amici né le auto, bussò alla porta di Totò, uno dei tanti fratelli di Cecè.
-Totò, hai visto e dui sciancati !- chiese, inquieto, Don Ninì.
- Un quarto d’ora fa sono partiti per la montagna, ma tu non sei andato oggi? chiese Totò.
- Mi dovevano aspettare!- imprecò.
- Ho fatto tardi, ma loro potevano anche passare da casa per dirmelo! – stizzito.
- Chi prescia  'i mammina ‘ndavivanu’? - disse incazzato, immaginando che avrebbe dovuto trascorrere un pomeriggio in solitudine, senza merenda e senza la cugghjunella che cadenzava la loro frequentazione.
     Don Ninì, da qualche anno in pensione, era un carrettaru di prim’ordine; per l’attività di famiglia aveva dato incarico ai figli e lui si destreggiava tra circolo operaio, funghi e piazzetta.
    Rroccuzzu, pensionato, aveva per anni assistito, tra i meandri dell’analfabetismo, braccianti e operai con domande per la disoccupazione e avvii di pratiche per il pensionamento. Col suo lavoro, discreto e garbato, aveva, di fatto, aiutato quella comunità composta per lo più da povera gente. Ora si godeva quei pomeriggi con gli altri due compari di ventura.
    Don Cecè, il più grande di otto fratelli, galantuomo di razza e persona onestissima, era stato meccanico e aveva avviato a Oppido la prima attività di noleggio auto con conducente. Amava però molto contare fatti e nelle sue narrazioni ritornava prepotente un periodo della sua vita in cui diceva, di essere stato carabiniere. Non si era mai appreso in che modo, ma si suppone avesse assolto il servizio militare come carabiniere volontario.
   Quel periodo gli aveva segnato la vita e col suo fare offriva aneddoti e fatti realmente capitati - lui diceva , ma i dubbi la facevano da padrone - in cui appariva sempre sulla ribalta della scena come unico e indomabile protagonista. Un genio del racconto e quando si esaltava in modo particolare, difronte a spettatori attenti, non lesinava fantasie per caricare, oltre ogni gloria, le sue gesta e, come si dice, se si era al chiuso bisognava aprire le finestre per fare uscire le balle.

    Don Ninì non si rassegnò, mise in moto la sua macchina e si avviò. Sapeva come e dove raggiungerli, loro erano stanziali. Dopo la passeggiata tra i faggi era sufficiente avere a disposizione un parapetto di cemento per poggiare sopra le vettovaglie per lo spuntino. Voleva raggiungerli, anche quel giorno, per pasteggiare con loro:che se ne importava dei funghi, a lui bastava il resto. Non aveva digerito, però, di essere stato lasciato a Oppido, sta cosa lo ‘mpuzzunava un po’ e mentre si avvicinava ai “primi chiani”, pensò che quel giorno doveva essere diverso dagli altri e che doveva far pagare pegno per la mancanza di riguardo che avevano avuto nel non aspettarlo.
    Arrivato poco prima dello spiazzo, dove abitualmente lasciavano l’auto, accostò la sua in maniera che non si notasse tanto, scese e s’incamminò nel fitto sottobosco cercando di non essere veduto. Non si sbagliò. Li avvistò intenti, a poca distanza l’uno dall’altro, a rovistare senza frenesia tra fogliame, arbusti e felci.
- Alto là chi va là !- Urlo Don Ninì, nascosto dietro al fusto di un faggio, storpiando la voce.
    Loro si fermarono di botto, incrociarono gli sguardi meravigliati e buttarono l’occhio intorno, cercando di capire da dove potesse arrivare quell’intimazione.
-Non vi muovete siete circondati!- riprese Don Ninì- Buttate panieri e coltelli!- urlò ancora.
    Sempre più sorpresi,i due eseguirono, gettarono per terra i panieri e i coltelli, e mentre lo facevano, scrutarono nella direzione da dove proveniva la voce.
- Non vi muovete e non vi girate! Siete sotto tiro! Un vostro gesto può costarvi caro!- perentorio nei toni e col piglio  da comandante.
-Tenete le mani in alto!- continuò – Chi siete! Come vi chiamate! Da dove venite!
- Gioffrida Vincenzo, Oppido Mamertina, meccanico, autonoleggiatore in pensione ed ex carabiniere, sono molto amico del generale D’Ippolito - pronunciò con apprensione, cercando di essere convincente e esibendo una credenziale, secondo lui forte, e sempre con le mani in alto.
- Che sta dicendo!? Il generale è morto venti anni fa! A chi vuole imbrogliare!?- Don Ninì, minaccioso, non sapendo nemmeno chi fosse il generale D’Ippolito.
-Non sapevo fosse morto, scusatemi; con lui ci siamo conosciuti quando feci il giuramento da carabiniere- esclamò Don Cecè , timoroso.
- E lei chi è ?
- Camilleri Rocco, pensionato e responsabile della camera del lavoro di Oppido - rispose Rroccuzzu, non celando una forte emozione mista a paura, volendo, anch’egli, essere persuasivo.
Erano ormai fermi da alcuni minuti con le mani in alto tra i faggi e sotto il tiro di una voce, mentre intorno regnava il silenzio.
- E’ in corso un’operazione, molto pericolosa e non vogliamo testimoni, non vi dovete muovere né abbassare le mani, siete sotto tiro, anche se non ci vedete! Quando finirà tutto, potrete riprendere il vostro da fare!
- Agli ordini !- rispose Don Cecè, rispolverando l’intonazione da carabiniere.
- Fra mezz’ora tutto sarà finito, poi potrete lasciare questo posto! Non fatelo prima o rischiate di beccarvi qualche pallottola!-.
    Mentre pronunciava queste parole, si udì il motore di un elicottero. Fu casuale, ma a Don Cecè e a Rroccuzzu apparve come la controprova di ciò che stava avvenendo intorno e sopra di loro.
    Don Ninì, col volto soddisfatto e un sorriso da canaglia, come solo lui sapeva essere, scivolò in silenzio tra i faggi. Giunse dove era parcheggiata la sua auto, l’aprì mise in moto e partì per Oppido.
    I due rimasero lì, fermi e muti. Tutt’intorno taceva né rumori né intimazioni.
   L’elicottero si era fatto sentire ancora, ma poi era sparito, il manto del crepuscolo si stava già abbassando e la nigghjiata stava per cacciare gli ultimi residui di luce.
   Ai due compari sovvenne quanto era accaduto un anno prima a due loro compaesani, che, sorpresi dalla nebbia, calata repentinamente, persero i riferimenti per recuperare la via del ritorno e si trovarono a vagare per tutta la notte. Rischiarono di precipitare dal vallone a strapiombo che si affaccia su Platì, ma la saggezza di aggrapparsi alla coda di una vacca e poi di seguirla fu provvidenziale, sapevano bene che l’animale avrebbe evitato dirupi e timpe. Furono trovati all’indomani dai carabinieri in forte stato di confusionale.
    Don Cecè abbassò lentamente un braccio, poi l’altro, nulla si udì. Si guardò intorno. Rroccuzzu lo seguì. Nonostante la voglia di fuggire dalla foschia, i loro movimenti furono lenti come a scandagliare se fosse possibile muoversi. Furono attenti e apprensivi; la voce li aveva abbandonati da almeno mezz’ ora e Don Ninì, ormai, era giunto a Oppido.
    Ripresero i panieri e i coltelli, affrettarono i passi, non aprirono nemmeno la truscia col formaggio e il pane, entrarono in macchina e si avviarono.
    Solo Cecè aprì bocca durante il viaggio. Si lanciò a narrare, come suo uso, sulle tecniche e le tattiche riguardanti le operazioni come quella vista - immaginata- poco prima. Raccontò, con i modi e i toni a lui più adatti, di alcune azioni dove -a suo dire- si distinse per valore e coraggio.
    Furono a Oppido. La sera ormai aveva steso tutte le sue ombre più scure. Giunti davanti casa di Cecè, Rroccuzzu accosto, lo fece scendere, e si avvio verso la sua.
  Don Ninì, però, era in agguato, nascosto dietro l’angolo del Bar Centrale. Dopo aver visto scendere Don Cecè dalla macchina e infilarsi dentro la sartoria, sveltamente si avviò con l’intento di raggiungerlo.
- Cecè! Oggi avete fatto le lepri! Mi avete lasciato qua! Che modi sono questi! Che begli amici ho! esordì col tono incazzato Don Ninì, irrompendo dentro la sartoria.
- Questa me la pagherete!
- Ninì ! assami stari! No sai chi ndi capitau ! aspetta ca ora …. ti cuntu!- Disse Don Cecè, con la mimica di chi aveva da scaricare notizie importanti.
- Meno male che non sei venuto! E che spaghetto ci siamo presi !- disse.
- Senti: nu battaglioni di carchi 500 carabinieri ! i menzi eranu a cavallo ! Camionetti fino all’acqua d’abitu! Cani lupi! Tuttu u battaglioni di cacciatori!– si fermò scuotendo la testa per dire meraviglia, riprese.
- Siamo stati circondati! Ci hanno perquisito e mentre uno stava per fare lo sbruffone, l’ho bloccato presentandomi come carabiniere e collega, lui si è messo sull’attenti perché conosceva anche lui il Generale D’Ippolito! Figurati che ancora loro sono là. Mi ha confidato il capitano che stavano conducendo un’operazione complicata. Cinque elicotteri atterravano e si alzavano d’i Chiani ‘i Juncu portandu rinforzi! Tutta la montagna ora è bloccata, cercano trenta latitanti, solo noi siamo riusciti a passare il posto di blocco, grazie al fatto che sono un ex carabiniere, ed eccomi qua! - fece uno sbuffo e si fermò…- vidi ca fu megghju ca non venisti!
    Don Cecè si mostrò per come gli piaceva essere: se solo Don Ninì, nascosto dietro al faggio, avesse sparato un colpo con una scacciacani, la battaglia di Montecassino sarebbe stata poca cosa difronte alla sua smisurata e innocente fantasia.

giovedì 16 aprile 2015

I CANCELLI SALDATI DI FOCA’ (Contro l'arrivo dei neri)

di Bruno Demasi
   Focà è una frazione rurale di Caulonia, dove non appaiono le Madonne, ma si saldano i cancelli delle scuole per impedire il ricovero dei poveri Cristi. Eppure Focà, come la bella Caulonia, come tutta la Locride resta nel cuore di chi la conosce per la cordiale generosità della sua gente, che nella cadenza melodiosa del suo dialetto echeggia antiche e profonde commistioni tra il sangue bruzio e quello greco ed arabo.
    E nelle stesse ore in cui il Parlamento italico, quale unica puzzolente soluzione al problema dei migranti in arrivo sulle nostre coste, si apprestava ad istituire la “Giornata dei caduti di immigrazione”, vale a dire a chiudere nel congelatore di una stucchevole e costosa manifestazione il dramma di migliaia di persone abbandonate a se stesse e in fuga dalla loro terra devastata dall’uso di armi terribili in gran parte prodotte in Italia, i genitori degli studenti della scuola elementare della frazione Focà di Caulonia per impedire che la scuola stessa venisse utilizzata per accogliere i migranti appena sbarcati hanno saldato uno dei cancelli d’ingresso. Per effetto della protesta 180 migranti sono stati trasferiti da Caulonia a Roccella Jonica dove il Comune ha messo a disposizione una struttura. E ci sarà chi si sporcherà la bocca indignato contro il comportamento di questi genitori, ma non verso l’insipienza ladra di chi scaraventa sulle scuole e solo sulle scuole le emergenze di turno.
    Focà come Corigliano, come Rosarno, come i mille ghetti voluti dai nostri politici per nascondere sotto il tappeto la sporcizia, la fame, la disperazione di questa gente che , se riesce ad arrivare viva sulle nostre spiagge, va incontro subito a una scelta, come avveniva nell’anticamera di Auschwitz: i vecchi, i bambini e i malati da una parte, coloro che sono in grado di lavorare in nero per quattro soldi dall’altra! E non bastano i don Roberto Meduri, qualche altro sacerdote di buopna e silenziosa volontà come lui e qualche volontario senza etichette per sfamare questa gente.
    I milioni di euro sbandierati per lenire il problema continuano a finire in grandissima parte nelle tasche dei trafficanti nostrani di accoglienza e di carità, che non hanno nulla da invidiare agli scafisti trafficanti di morte che vengono dall’Africa, la mecca di sempre per i fabbricanti di armi e munizioni che ingrassa la Padania per la quale Salvini ha la faccia tosta di venire a chiederci i voti.
    Non condanno i genitori dei bambini delle tante Focà disseminate in Calabria , dove si fa baratto
degli edifici scolastici per ricoverare provvisoriamente questa  gente, per poi spedirla alla chetichella e a pedate nell’inferno e dopo aver rubato ai piccoli giornate intere  di scuola e di quella   improbabile istruzione che tenta di sopravvivere alla “Buona scuola” renziana. Condanno tutti coloro i quali a livello locale, comunale, provinciale, regionale, pur sapendo di tenere il sacco ai ladri, continuano a tacere e non si battono per allestire senza sprechi ricoveri dignitosi e sicuri per gli immigrati, ricoveri senza cancelli saldati, magari nei mille edifici scolastici e pubblici ormai deserti!
    Sentiremo ancora parlare di questa gente che arriva nella Calabria della povertà e della generosità nascoste e stamperemo nella nostra mente per l’ennesima volta i visi afflitti e gli occhi sbarrati impossessati dal terrore di tanti nuovi poveri, quando ascolteremo dalle nostre poltrone le notizie falsamente pietistiche dei telegiornali nella ricorrenza della “Giornata del migrante caduto”.
      E ci indigneremo per una decina di secondi anche noi.

martedì 14 aprile 2015

NON TUTTI I GIORNI SI PUO' ANDARE A MENDICINO

di Maria Lombardo
 Una storia che sembra ambientata nell'Africa tribale delle grandi esplorazioni, ma che ha come sfondo la provincia calabrese  di appena un secolo fa
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Panorama di Mendicino
  Siamo a Mendicino in provincia di Cosenza, a quel tempo Calabria Citeriore, quando  nel 1888 giunge per una questione di studio l'antropologa torinese Caterina Pigorini Beri poiché sapeva che il centro era indicato come paese famoso “pei fichi, pei briganti e per le streghe”.
    Caterina arriva in carrozza scende nella piazza del paese e si fa indicare la casa di Minicheddra, la magara del paese: giungeva qui infatti per studiare queste donne e per chiarire al suo mondo come le vedeva. La letterattura del tempo le dipingeva come donne libere, capaci di girovagare di notte, di far paura anche ai principi e ai re. In realtà le streghe erano il frutto di ignoranza, paura e superstizione. Come diceva Voltaire: "Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle".
   La Beri osserva molto il paese e la gente e  nota che su botteghe e case campeggiano ferri di cavallo, forbici arrugginite e maschere antropomorfe. Ovviamente queste erano usanze calabresi  molto diffuse: bastava solo che lo capisse  la giovane torinese.
    Giunta dalla magara, si presenta a lei una donna anziana magra e vestita miseramente, ma molto altera e con una enorme autostima. Alla notizia che la studiosa fosse in paese la gente accorse a gustarsi il duello tra scienza e tradizioni popolari. 
    Appena Minichedda  la vede in una sala gremita di gente, dice sbadigliando: “E’ adocchiata”, cioè è oggetto di malocchio, con uno sguardo di complicità verso la folla. Il fatto di sbadigliare era il sintomo del malocchio su Caterina. L' anziana esclama per tranquillizzare la studiosa:” ora ti sdocchio”, e comincia con uno strano rituale con dei borbottii e delle formule, per liberare la Beri.
   La giovane assiste al rito rapita, convinta che avrebbe ricavato un buon trattato di studio. Il rito ha successo, e la nostra Caterina forse suggestionata, si sente meglio e, affascinata maggiormente dall'anziana donna, inizia a proporre alla gente domande per poterla conoscere meglio.

    Le raccontano che conosce i segreti delle erbe medicinali, e prepara pozioni e filtri. Ha una soluzione per tutti i problemi. Le indicano anche che conosce i segreti dell'erba di San Giovanni che si credeva avesse il potere di allontanare i demoni, ma anche di evocarli. Motivo per il quale nei villaggi rurali le donne pratiche di magia venivano trattate con timore e con rispetto, chiamate con l'appellativo di zia o comare. Però come tutte le magare aveva il potere di ammaliare le persone con formule e filtri, eccitare l’odio o l'amore, produrre malattie, gettare il malocchio su uomini e animali. La sua vicinanza alle forze della notte, al potere misterioso della luna, le rendeva capaci di trasformare gli uomini in lupi e questi disgraziati passavano le notti di luna piena urlando e camminando carponi per le strade intorno ai villaggi. Del resto alcune famiglie di Mendicino erano famose in tutta la provincia perché conoscevano i segreti delle erbe ad uso terapeutico.
   Caterina  dona dei soldi a Minicheddra, quasi a volerla  ringraziare per il gesto subito ( o per paura) e, dopo aver assistito ad una spettacolare tarantella, dal titolo “Quannu nascisti tu Rosa bastanti” ,cantata e danzata da affascinanti donne mendicinesi, se ne va a malincuore dal piccolo paese cosentino, concludendo il suo racconto con la frase:
“Non tutti i giorni si può andare a Mendicino”.

domenica 12 aprile 2015

Barlaam in bicicletta: QUEL PRETE CHE INSEGNAVA LA MISERICORDIA

di Natalino Russo Seminara
    Una riflessione festiva  in occasione della Domenica della Misericordia , che, come ha voluto Giovanni Paolo II, è il degno coronamento della Pasqua, e quest’anno anche  il preludio di un giubileo dedicato alla Misericordia, quel sentimento che forse sta sparendo definitivamente dal cuore dell'uomo.
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    Stavolta la mia bicicletta percorre i ricordi e i prati della Lombardia più che le strade e le campagne seminarote spazzate dal vento di aprile, dove il mio cuore fa più di una visita ogni giorno.
    Un pomeriggio di tantissimi anni fa, quando lavoravo alla Banca Popolare di Milano, in un momento di sconforto e in preda a un'arrabbiatura ( un collega aveva ottenuto una promozione che pensavo di meritare più di lui e alla quale tenevo molto: mi aveva , infatti, soffiato il posto di vice direttore d'agenzia a Cislago, la seconda Seminara, e io avevo mandato a quel paese lui e il pezzo grosso che aveva preso tale ingiusta decisione) entrai in una chiesa, vuota, dove più che pregare mi misi a rimuginare.
    Dopo un po' di tempo, si avvicinò un prete, sulla sessantina, dal volto rotondo e rubicondo, uno di quei preti che non vanno sempre di fretta e che sanno guardare la gente negli occhi :"Vuoi confessarti ?" mi chiese. "No padre, grazie, ci vorrebbero ore , se non giorni, per dirle solo la metà dei miei peccati, e tra un po', se non sbaglio dovrà celebrare la Messa serale". "E, allora, parliamo un po' , amichevolmente, ti vedo rabbuiato, se vuoi sfogarti fai pure".
    Gli raccontai il motivo del mio viso tetro e poi, quasi a bruciapelo ( eravamo nel periodo pasquale, come adesso) gli chiesi :"Ma, perché Gesù ha bisogno di risorgere ogni anno, non è bastata quella prima volta, forse ci crede tanto idioti da non avere capito il suo messaggio, il valore del suo sacrificio ?". "Bella domanda, replicò, ma non è che Lui ci ritiene idioti, siamo noi a esserlo. Lui risorge ogni anno perché noi ogni giorno lo frustiamo, lo torturiamo, lo crocifiggiamo, lo rinneghiamo, lo tradiamo con la nostra cattiveria, con le nostre cattive azioni, con l'avidità, l'invidia, la superbia, l'egoismo, la maldicenza e , soprattutto, col mettere il dio, minuscolo, denaro davanti al Dio Padre Suo e Nostro. Il giorno in cui tutti gli uomini e donne saranno esseri umani di buona volontà lui non avrà più bisogno di risorgere, semplicemente perché noi avremo smesso di farlo morire".
    Parlammo ancora a lungo con quel bravissimo prete, anche nei giorni seguenti, quando tornai a trovarlo e a confessarmi. Mi ha insegnato e fatto capire molte cose. Tra l'altro, era ironico e pungente. Ricordo quella volta che gli dissi :"Io sono sposato". "Anche io", rispose e, di fronte al mio sguardo perplesso, aggiunse , con Gesù". Amava Nostro Signore di un amore che nessun essere umano ha mai provato per altro essere
umano. Mi insegnò anche a pregare , diceva che bisogna sempre farlo, ma che più della lunghezza delle preghiere era l'intensità con cui si recitavano a essere importante e ben gradita al destinatario delle preghiere stesse. Soprattutto - diceva – bisogna pregare esercitando la Misericordia per tutti, anche per se stessi.
    Lui, ne era l'esempio vivente, poiché durante la Messa e specialmente durante l'Eucarestia, al momento FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME, si trasfigurava, sembrava davvero che attorno al suo capo spuntasse una luce e un'aureola. Pensate, è stata una delle persone che più ho ammirato e stimato, ma non ho mai saputo nemmeno come si chiamava. Per me, comunque, era "L'Amico di Gesù" e sicuramente ora sarà al suo fianco in Paradiso.
    La sera di quel nostro primo incontro, telefonai al collega usurpatore e al direttore "ingiusto" e chiesi scusa per averli offesi e durante il pranzo di quella stessa Pasqua, raccontai l'episodio ai miei familiari e non scorderò mai la risposta di quella saggia donna che era mia mamma :"Meglio così, conoscendo il tuo buon cuore e la voglia che hai di aiutare tutti e l'incapacità di dire "no", a Cislago ti saresti trovato bene, proprio nel tuo brodo, tra tanti paesani, e tanto bene avresti sicuramente fatto. Ma, forse, pur essendo tu onesto, per troppa disponibilità avresti rischiato di oltrepassare il confine tra lecito e illecito facendo qualche favore non proprio ‘legale’ . Forse, è meglio così, le occasioni di fare un po' di carriera, non ti mancheranno". Aveva proprio ragione, ma io proprio, come mi avevano insegnato lei e mio padre e suggerito la mia coscienza, ho sempre respinto le proposte indecenti che tendevano a farmi passare, dietro lauto, ma maledetto, compenso, alla sponda, oggi affollatissima, dei ladri, dei corrotti e dei corruttori..

     CHE NE DIRESTE SE DESSIMO RETTA A QUEL PRETE, COMPORTANDOCI IN MODO TALE CHE GESU' NON ABBIA ALCUN BISOGNO DI RISORGERE, PROPRIO PERCHE', SEMPLICEMENTE , NOI AVREMO SMESSO DI FARLO MORIRE?