Per chi non se ne ricordasse, per tutti gli alunni delle nostre scuole a cui si insegnano (quando si insegnano) mille inezie e mille sciocchezze di importazione anglosas-sone, ma non si insegna la nostra storia vera, Giuditta Levato era /è la contadina calabrese uccisa nel novembre del 1946 durante una pacifica occupazione di terre. La prima vittima di quella lotta al latifondo calabrese che si venne a produrre in seguito al tentativo degli agrari di ostacolare con ogni mezzo l'applicazione della Legge Gullo che nel 1944 aveva sancito l'assegnazione di porzioni di terre ai contadini che le lavoravano riuniti in cooperative. Una guerra durissima e senza esclusione di colpi , che ha distrutto l’idea stessa di cooperativa in Calabria per molti decenni e che invece ha fatto germogliare e moltiplicarsi come non mai la mala pianta delle guardianìe o, che dir si voglia, delle aggregazioni mafiose al servizio degli agrari. La guerra contro i contadini registrò in primis dal 1946 fino almeno al 1950, i fatti sanguinosi che ebbero come teatro il territorio di Petilia Policastro e di Melissa, ma anche tante pagine di martirio contadino di cui non furono esenti molti altri paesi della Calabria intera, compresi quelli della Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Drosi...ecc).
Fin qui la storia colpevolmente dimenticata persino da noi Calabresi, ma ad essa si è associata nel tempo un' altra incredibile storia al Palazzo della Regione a Reggio, dove l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale, bontà sua, intitolava a Giuditta Levato la sala conferenze, quale omaggio tardivo al sacrificio di tutte le donne calabresi prostrate dalla fatica, e vi poneva come emblema un grande quadro che, realizzato sull’unica foto esistente di Giuditta Levato, la ritrae con accanto i due figli spaventati e con gli occhi sbarrati dal flash del fotografo: indossa un cappotto ormai troppo stretto per fasciare il suo corpo disfatto da tre gravidanze, di cui una in corso, e sorride col viso dolce e altero, paziente e dignitoso, che è quello delle nostre donne di Calabria.
Un quadro ingenuo, ma bellissimo, che però alcuni anni fa era inspiegabilmente sparito per far posto a una rielaborazione pittorica di fantasia ( un volto tumefatto che verosimilmente vorrebbe rappresentare il volto di Giuditta ) , commissionata e realizzata non si sa da chi e per ben trentamila euro. Dobbiamo alla penna del giornalista Riccardo Tripepi l’allarme indignato lanciato all'epoca contro lo scempio perpetrato in modo anonimo dentro i muri del Palazzo, tanto che nel pomeriggio della stessa giornata in cui vide la luce l'articolo di Tripepi il quadro originario tornò al suo posto nella sala di Palazzo Campanella, mentre il nuovo non si seppe che fine avesse fatto insieme ai soldi stanziati per farlo fare....











