lunedì 29 giugno 2026

EMILIO ARGIROFFI: la cura del corpo e dell’anima ( di Mara Vittoria Colosimi )


      La figura di Emilio Argiroffi  da tempo è  quasi del tutto assente dal discorso pubblico, specialmente nella sua amata Taurianova e in quella Calabria alla quale ha dato un enorme contributo di valori. Un oblio ingiustificato, soprattutto se si considera la densità morale, civile e culturale della sua biografia. Questo articolo di Mara Vittoria Colosimi, pubblicato in forma di saggio narrativo, ha il merito di restituire Argiroffi alla sua complessità, componendo un ritratto che non indulge alla celebrazione, ma ricostruisce con acume critico la trama profonda di una vita spesa tra cura, parola e politica. Colosimi evita ogni definizione univoca: Argiroffi emerge come medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco in tempi difficili, intellettuale mediterraneo capace di tenere insieme scienza e mito. La forza del saggio sta proprio nella capacità di mostrare come queste identità non siano compartimenti stagni, ma parti di un’unica vocazione: la cura come forma di responsabilità totale. Il documento lo dice con chiarezza: «La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità». La parte dedicata alla poesia è forse la più originale. Colosimi accosta Argiroffi a Pasolini, Sinisgalli e Scotellaro, ma non per costruire accostamenti forzati, per mostra invecere come la sua lirica sia una forma di diagnosi dell’anima collettiva. La poesia diventa un modo di nominare la durezza del reale senza cedere alla disperazione. «La sua parola non consola: orienta» . (Bruno Demasi)

__________
 
   Per qualificare la figura di Emilio Argiroffi non basterebbe una sola definizione; occorrerebbe una sintesi quasi ossimorica: medico dei poveri, poeta visionario, parlamentare comunista atipico, sindaco amato e discusso, intellettuale mediterraneo capace di far convivere la scienza con la contemplazione del mito. Nato a Mandanici nel 1922, Argiroffi giunge a Taurianova nel 1949, in un secondo dopoguerra ancora segnato dalle ferite profonde della miseria e dell'isolamento. La Piana di quegli anni era un territorio sospeso tra latifondo e modernizzazione incompiuta: mortalità infantile elevata, servizi sanitari quasi inesistenti, emigrazione come destino più che scelta¹. Non poteva sapere, allora, che quella terra sarebbe divenuta la sua patria d’elezione, il teatro di una vita spesa tra la corsia e l’aula parlamentare, tra la pagina scritta e la piazza.

     La sua pratica medica era, in verità, una forma di antropologia applicata. Entrare nelle case dei braccianti, dei bambini malnutriti, degli anziani abbandonati a se stessi, significava per Argiroffi misurarsi con la “carne” della Calabria. La sua medicina superava la dimensione tecnica per farsi ascolto, presenza, prossimità. Le testimonianze dell’epoca lo ricordano come un uomo che curava senza chiedere nulla in cambio, un professionista che sedeva accanto al letto del malato, capace di chiamare per nome ogni componente della famiglia e di far proprie le loro ferite. Si racconta ancora di una notte d’inverno in cui, chiamato per un bambino febbricitante in una casa senza luce, rimase fino all’alba accanto al piccolo, scaldandogli le mani e rassicurando la madre terrorizzata: un gesto minimo, ma rivelatore della sua idea di cura come responsabilità totale. In una società che viveva ancora la soggezione dell'emigrazione e della fame, Argiroffi divenne un pilastro, un riferimento morale che andava oltre la semplice cura del corpo, agendo quasi come un mediatore culturale tra il mondo contadino e le prime istanze di modernità². 
 
   È da questo radicamento quotidiano che nasce la sua politica, intesa non come carriera, ma come estensione del suo impegno umanitario verso le classi subalterne. Quando nel 1968 le genti della Piana ne chiesero la candidatura al Senato, non si trattò di una scelta ideologica convenzionale. Le cronache narrano di donne che recitavano il rosario per la sua elezione: un gesto che rivela la natura profonda del legame che Argiroffi aveva costruito. Era la fiducia concreta, quella che si concede a chi ha già dimostrato di voler guarire le vite altrui. Nei suoi anni in Parlamento, per tre legislature, si occupò di ciò che meglio conosceva: igiene, sanità, tutela dell'ambiente e Commissione antimafia. Intervenne più volte sui temi dell’inquinamento industriale nella Piana, sulla necessità di una medicina territoriale capillare, sulla prevenzione come strumento di giustizia sociale³. Non fu mai un tribuno in cerca di consenso effimero, ma portò nelle istituzioni la concretezza del vissuto, trattando la politica come una forma di medicina preventiva: modificare le condizioni sociali per abbattere la malattia e la marginalità.

     Argiroffi ha rappresentato una figura rara nel panorama politico del Novecento: un intellettuale che ha saputo resistere alla tentazione di rifugiarsi nell'astrazione ideologica. La sua era una “politica del fare”, ma quella vera, dove ogni provvedimento amministrativo era filtrato da una sensibilità quasi clinica verso le sofferenze del territorio. Anche durante il suo mandato come sindaco di Taurianova (1993–1997), in una stagione di cupa tensione sociale e criminale, egli mantenne inalterato quel rigore etico, agendo come un argine morale in un periodo in cui le istituzioni locali rischiavano la paralisi o l'inquinamento. Scelse di mantenere la porta del municipio sempre aperta, anche nei giorni più difficili, convinto che la trasparenza fosse la prima forma di difesa civile. Un suo provvedimento simbolico – la riapertura di alcuni servizi essenziali sospesi per paura o inerzia – fu percepito come un atto di resistenza istituzionale.

   Ma sarebbe riduttivo leggere Argiroffi solo attraverso il prisma dell'impegno pubblico. La sua voce più profonda, quella che ancora oggi risuona, è la voce del poeta. La sua lirica non è mai stata una fuga dal reale, bensì una sua trasfigurazione. In questo senso, Argiroffi si inserisce nel solco tracciato da Pier Paolo Pasolini⁴: come per Pasolini, anche per il medico di Mandanici la cultura contadina rappresentava una resistenza sacrale contro la degradazione della modernità. Al contempo, il suo legame con la terra lo avvicina a Leonardo Sinisgalli⁵, il “poeta‑ingegnere” che seppe fondere la razionalità scientifica con l'intuizione mitica del paesaggio meridiano. In questa sintesi tra “scienza” e “mito”, Argiroffi trova la cifra stilistica della sua intera esistenza: l'idea che non possa esserci guarigione del corpo senza un riscatto culturale e morale dello spirito. La sua raccolta Le azzurre sorgenti dell’Acheronte è forse l’esempio più compiuto di questa fusione: un libro in cui la medicina diventa metafora e la poesia si fa diagnosi dell’anima collettiva.

     Argiroffi dialoga idealmente con Rocco Scotellaro⁶, il sindaco poeta di Tricarico. Entrambi hanno saputo costruire una poesia corale, in cui l’io lirico si dissolve in un “noi” collettivo, dando voce a chi rischiava di restare muto. Come scriveva lo stesso Scotellaro, la storia non è una sovrastruttura astratta, ma un cammino che si compie nei corpi e nei giorni: «Siamo noi a camminare nella storia, non la storia in noi». Questa consapevolezza rende la poesia di Argiroffi un oracolo civile, capace di nominare la durezza del reale senza rinunciare alla purezza del canto. La sua parola non consola, ma orienta.

   La sua eredità è custodita anche nella donazione alla Casa della Cultura “Leonida Repaci” di Palmi: oltre duemila volumi, tra cui testi preziosi del Cinquecento e Seicento, insieme a opere d'arte. Questa biblioteca non è solo un lascito, ma una chiave di lettura: rivela un intellettuale vorace, un collezionista che ha saputo tenere insieme cultura alta e popolare, confermando, come teorizzato da Italo Calvino⁷, che i libri sono il “sistema nervoso” di una vita vissuta con rigore critico. Il fondo, ancora in parte da catalogare, testimonia la vastità dei suoi interessi e la necessità di un lavoro critico futuro, ma rammarica pensare che  "Taurianova capitale del Libro" non abbia pensato a una riedizione , se non di tutte le sue opere, almeno di una, una soltanto che  ricordasse alle giovani generazioni questa grande figura di medico e di poeta.

     Ancora oggi, la sua vita ci pone una domanda radicale: come tenere insieme cura, parola e politica? La risposta di Argiroffi è nel suo esempio: non separare mai la parola dalla carne del mondo, non smettere di ascoltare e non rinunciare mai a trasformare la propria competenza in un atto di servizio verso la comunità. La sua lezione, in fondo, è semplice e severa: la cura non è un gesto tecnico, ma un modo di abitare e migliorare il mondo.

Mara Vittoria Colosimi

_____________ 
¹ Sulla condizione sanitaria e sociale della Piana nel dopoguerra: G. P. Pizzuti, Sanità e società nel Mezzogiorno rurale, Laterza, Bari, 1962. 
² Sulla figura del medico‑mediatore nelle aree rurali meridionali: E. Cingolani, Antropologia della cura, Il Mulino, Bologna, 1998. 
³ Per un quadro storico sulla medicina territoriale in Italia: M. De Bernardi, La salute pubblica nel Novecento italiano, Carocci, Roma, 2003. 
⁴ P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975. 
⁵ L. Sinisgalli, Furor Mathematicus, L'Astrolabio, Roma, 1944. 
⁶ R. Scotellaro, È fatto giorno, Laterza, Bari, 1954, p. 82. 
⁷ I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 1991.