giovedì 11 giugno 2026

La ferita e il silenzio: IL VESCOVO CROCIFISSO E GLORIFICATO DAI CALABRESI (di Bruno Demasi )

    La tormentatissima  vicenda episcopale di Mons. Giuseppe Cognata si gioca tutta nella geografia ecclesiastica della Calabria meridionale degli anni Trenta del secolo scorso, un momento in cui due destini episcopali si sfiorano come in un disegno che solo il tempo avrebbe reso leggibile. Il 20 giugno 1932, Pio XI trasferisce improvvisamente mons. Giovanni Battista Peruzzo, piemontese, dalla diocesi di Oppido Mamertina alla più prestigiosa arcidiocesi di Agrigento. È una decisione rapida, che lascia la millenaria diocesi calabrese in una situazione di incertezza. Meno di un anno dopo, il 16 marzo 1933, un sacerdote agrigentino, Giuseppe Cognata, salesiano, viene nominato vescovo di Bova, una delle diocesi più povere e impervie della Calabria.

    È come se la storia avesse voluto tracciare un ponte simbolico tra Sicilia e Calabria: mentre un vescovo piemontese scende verso l’isola, un sacerdote siciliano sale verso l’Aspromonte: due movimenti opposti, due traiettorie incrociate: uno, mons. Peruzzo,  verso una cattedra più ampia, ma anche verso il supplizio, infatti  rischiò presto di restare ucciso in un attentato ( Vd. quanto scritto in questo blog aprendo questo link: IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina ), l’altro verso una terra ferita e difficile in cui avrebbe trovato la propria crocifissione; uno verso la visibilità, l’altro verso un destino incerto. Entrambi verso il martirio nel nome di quel Cristo che affiorava contrinuamente sulle loro bocche in qualsiasi circostanza della loro giornata.

  Quando Cognata arriva a Bova nel 1933, la diocesi è un mosaico di paesi arroccati sulle alture aspromontane, strade impervie, povertà diffusa. La Calabria ionica è ancora un mondo arcaico, segnato dall’emigrazione, dall’analfabetismo, da un clero spesso isolato. Il giovane vescovo — ha 48 anni — non si lascia intimidire. Cammina, letteralmente: a piedi, a dorso di mulo, sotto il sole e nella neve. Visita ogni paese, ogni famiglia, ogni canonica. Lo storico Giuseppe Falanga osserva che Cognata «si immerse nella realtà calabrese con una dedizione che stupì persino i suoi confratelli: non era un amministratore, era un pastore itinerante»¹.

    La sua pastorale è fatta di prossimità, ascolto, presenza. Non porta con sé un programma astratto e parolaio, come già allora cominciava ad andare di moda, ma solo un metodo strettamente evangelico: la vicinanza. È la lezione di Don Bosco, tradotta nella geografia aspra dell’Aspromonte. È in questo contesto che matura la sua intuizione più grande: fondare una congregazione femminile capace di vivere tra la gente, non chiusa nei conventi, ma immersa nella vita quotidiana dei paesi. Nascono così le Salesiane Oblate del Sacro Cuore, una comunità di donne consacrate che insegnano, curano, accompagnano, alfabetizzano. Una congregazione povera, popolare, radicata nel territorio.

    Falanga nota che «Cognata comprese prima di molti che la Calabria aveva bisogno di donne libere e forti, capaci di evangelizzare attraverso la prossimit໲. Le Oblate diventano il volto nuovo della Chiesa calabrese: discreto, tenace, popolare. Sono presenti nei paesi più remoti, nelle scuole improvvisate, negli oratori, nelle case delle famiglie più povere. La loro opera non è solo religiosa: è civile, educativa, sociale. È una forma di ricostruzione dal basso, in una terra che lo Stato aveva spesso dimenticato e che continuava a dimenticare.

    Ma proprio quando la sua opera sembra consolidarsi, l’ombra cade improvvisa. Nel 1940, Cognata viene accusato — senza prove solide, senza contraddittorio, senza un processo pubblico — di comportamenti impropri nella direzione spirituale di alcune religiose. La Congregazione del Sant’Uffizio lo condanna. Viene privato dell’episcopato, allontanato dalla diocesi, costretto al silenzio.

    La vicenda, riletta oggi negli studi storici, appare come un intreccio di fraintendimenti, gelosie locali, testimonianze contraddittorie e un clima ecclesiastico irrigidito dalla paura dello scandalo. Lo storico salesiano Morand Wirth definisce il caso Cognata «una delle più dolorose ferite inferte a un uomo giusto dalla stessa istituzione che egli serviva»³. La condanna è rapida, severa, senza possibilità di difesa. È una pagina sicuramente tra le più oscure della storia ecclesiastica del Novecento.
 
  Cognata non si difende. Non scrive memoriali. Non cerca appoggi. Accetta tutto, con una obbedienza che non è servilismo ma una forma radicale di amore alla Chiesa. Il teologo Enrico Zoffoli, che lo conobbe, scrive: «Cognata non fu un vinto: fu un uomo che trasformò l’ingiustizia in offerta»⁴. Il popolo di Bova, che lo aveva amato, rimane sgomento. Le sue suore — le Salesiane Oblate — non lo abbandonano mai. Per loro è il padre, il fondatore, l’uomo che aveva creduto nella dignità delle donne quando nessuno lo faceva.

    Per più di vent’anni, Cognata vive come un semplice sacerdote salesiano. Confessa, predica, accompagna anime. Non ha più una diocesi, ma ha ancora un popolo: le sue suore, che continuano a riconoscerlo come guida spirituale. Falanga nota che «il suo esilio non fu inattività: fu un ministero nascosto, ma fecondo»⁵, un tempo di purificazione, di silenzio, di fedeltà, un esilio interiore, ma anche un ministero nascosto. 

  Nel clima nuovo del Concilio Vaticano II, la Chiesa rilegge la sua vicenda. La condanna appare infondata, sproporzionata, ingiusta. Nel 1962 Giovanni XXIII lo riabilita e gli restituisce la dignità episcopale. Cognata non chiede nulla. Non rivendica. Non cerca risarcimenti. Torna a servire con la stessa mitezza di sempre. Muore nel 1972, circondato dalle sue suore. La sua fama di santità cresce lentamente, come accade alle figure che non hanno cercato la scena. Nel 2020 papa Francesco (!) riconosce ufficialmente la sua innocenza e la sua grandezza spirituale, definendolo «un pastore che ha portato la croce senza mai perdere la dolcezza»⁶. Nel medesimo anno si apre il suo processo di beatificazione.

    Oggi, la figura di Mons.  Giuseppe Cognata appare come una vera e propria parabola vivente: un uomo che ricostruì la Calabria attraverso l’educazione e la prossimità e che ricostruì se stesso attraverso il silenzio e la fedeltà a oltranza. Un vescovo che non ha lasciato cattedrali, ma ha lasciato coscienze. Un fondatore che non ha scritto trattati, ma ha scritto pagine evangeliche indelebili. Un innocente che non ha gridato, ma ha atteso. E la storia, alla fine, gli ha dato ragione.

Bruno Demasi 
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1.  G. Falanga, La santità nascosta. Il caso Cognata, Paoline, 2019, p. 47.
2. Ivi, p. 52.
3. M. Wirth, I Salesiani nel Novecento, LAS, 2008, p. 312.
4. E. Zoffoli, Figure di santità nel nostro tempo, Edizioni OCD, 1985, p. 201.
5. Falanga, La santità nascosta, cit., p. 103.
6. Papa Francesco, Messaggio alle Salesiane Oblate del Sacro Cuore, 10 febbraio 2020.