venerdì 23 gennaio 2026

L’ASPROMONTE DOPO IL MITO: la continuità tra Alvaro e Criaco ( di Bruno Demasi )

    La letteratura calabrese non è mai stata una narrazione di superficie; è, piuttosto, uno scavo archeologico dell’anima, una tradizione che si nutre di contrasti violenti: la luce abbacinante delle coste e l’ombra fitta dei boschi, il silenzio della rassegnazione e il grido della rivolta. In questo vasto panorama, la scrittura agisce quasi come uno spartiacque tra l’isolamento e la proiezione universale.

    Se pensiamo ai giganti che hanno solcato questo territorio, il pensiero corre immediatamente a figure come Saverio Strati, che ha saputo dar voce al travaglio del dopoguerra e alle speranze deluse degli emigranti, o a Leonida Rèpaci, che con la saga dei Rupe ha cercato di racchiudere l'epica di un intero popolo. Eppure, nonostante la ricchezza di queste voci, esiste un nucleo magnetico che esercita una forza gravitazionale irresistibile: l’Aspromonte È qui, tra le rughe di quesata montagna, che la letteratura calabrese si è fatta destino, incarnandosi in una linea ideale che congiunge la riflessione novecentesca di Corrado Alvaro alla narrativa contemporanea di Gioacchino Criaco. Non si tratta di un semplice passaggio di testimone, ma di una profonda affinità di sguardo su un mondo che non accetta mezze misure. In questa dimensione, la scrittura si spoglia del folklore per farsi mito. 

  Ma perché, in questo contesto, Gioacchino Criaco si distingue come l'unico vero continuatore di Corrado Alvaro? La risposta risiede nella capacità di entrambi di trasformare l'identità locale in una categoria dell'esistenza umana universale.Il primo elemento di continuità è la percezione della montagna non come paesaggio, ma come destino primordiale. In Gente in Aspromonte, Alvaro fissa l'immagine di un mondo immobile, quasi pietrificato nel rito: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte... È una vita di stenti, di fatiche, di rassegnazione». In queste pagine, la montagna è un altare su cui si consuma un sacrificio millenario e silenzioso. Gioacchino Criaco riprende quel paesaggio e ne muta la polarità. In Anime nere, l'Aspromonte smette di essere il luogo della pazienza per diventare quello della reazione: «L'Aspromonte è un'isola che fluttua sopra un mare di ulivi... È una terra che ti mangia dentro, che ti costringe a essere lupo se non vuoi finire pecora».Criaco non tradisce Alvaro; ne racconta l'evoluzione quasi darwiniana. Se Alvaro è il cronista dell'agonia della civiltà contadina, Criaco è il biografo della sua mutazione: laddove il pastore alvariano abbassa il capo per dignità, il giovane di Criaco lo rialza per sfida, trasformando la sofferenza in una ribellione difensiva che non rinnega la montagna, ma la vendica. 

    Il cuore della tesi risiede nel concetto di riscatto, un tema che attraversa tutta la letteratura calabrese ma che nell’universo aspromontano trova la sua espressione più cruda. Il pastore Argirò, l'eroe tragico di Alvaro, nutre un'ambizione che è già un presagio di modernità: «Voleva che il figlio studiasse, che diventasse un uomo, che non fosse più un servo di nessuno». Quella speranza di emancipazione, nell'universo di Criaco, si frantuma contro il muro di un progresso tradito e di uno Stato percepito come straniero. I protagonisti di Criaco sono i nipoti di quel figlio di Argirò. Essi condividono la stessa sete di sovranità, ma hanno smesso di credere nella via indicata dai padri:«Volevamo tutto e subito. Non volevamo fare la fine dei nostri padri, che si erano consumati le ossa per terre che non erano loro». Criaco è il continuatore di Alvaro perché chiude il cerchio narrativo: racconta cosa accade quando la promessa di riscatto sociale fallisce. La sua non è apologia, ma l'analisi di una tragedia greca dove il "sangue" rimane l'unica moneta per sfuggire alla condizione di servo. 
 
    Infine, il legame più solido, quello stilistico e filosofico. Alvaro, nei suoi taccuini di Quasi una vita, scrive:«Il calabrese ha un senso della parola che è misura e decoro... Una parola detta è una pietra posta». Criaco raccoglie questa sfida, specialmente nelle opere più recenti come Il custode delle parole, dove la ricerca linguistica si fa recupero di un mondo sommerso:«Le parole sono semi. Se le lasci morire, muore la terra. Io cerco le parole antiche, quelle che sanno di resina e di fumo». 
    Entrambi rifiutano la "meridionalizzazione" della lingua, preferendo una prosa che restituisca sacralità al racconto. Capiscono che la Calabria non ha bisogno di essere descritta, ma di essere interpretata attraverso i suoi archetipi. Se Corrado Alvaro osserva che «la Calabria sembrava uscita da una leggenda e finita in una cronaca», Gioacchino Criaco compie il percorso inverso: prende la cronaca più cruda e la riporta nel regno della leggenda letteraria. Criaco è l'erede di Alvaro perché ha avuto il coraggio di narrare il "dopo": il momento in cui la civiltà pastorale si scontra con la modernità globale e, pur di non morire, si trasforma in qualcosa di oscuro e potente.

Bruno Demasi

Le tappe bibliografiche per un confronto:
  • C. Alvaro, Gente in Aspromonte (1930). Il punto di partenza del canone aspromontano.
  • S. Strati, Il selvaggio di Santa Venere (1977). Per comprendere il contesto sociale della Calabria di mezzo.
  • G. Criaco, Anime nere (2008). Il manifesto del noir mediterraneo che aggiorna il mito.
  • G. Criaco, Il custode delle parole (2022). Per l'ultimo approdo linguistico e spirituale tra memoria e ritorno.