lunedì 12 gennaio 2026

“LA TANA DEL FAJETTO” di Nino Greco: le buone ragioni di un ritorno (di Gianni Buda)

     Vede oggi una nuova luce, grazie anche alla dinamica e intelligente linea editoriale della DBE- Barbaro Editore, il fotunato e avvincente romanzo “La tana del fajetto” di Nino Greco dopo una prima pubblicazione, avvenuta un decennio fa, che propose in modo dirompente l’Autore al grande pubblico. La nuova edizione, che vanta in copertina un’eloquente sintesi artistica elaborata dall’arte non comune di Rocco Epifanio, è stata curata attentamente da Gianni Buda, che di seguito la presenta attraverso una pregevole e densa analisi critico-letteraria e antropologica da cui emerge il valore dell'opera non solo come narrazione finzionale, ma come vero e proprio "archivio della memoria" della Calabria rurale. L'Autore inserisce Greco nel solco del meridionalismo novecentesco, accostandolo a figure del calibro di Corrado Alvaro e Saverio Strati e sottolinea la sua peculiarità nel rappresentare un Sud "interno e montano" non statico, ma dinamico , attraversato da profonde tensioni sociali e politiche. Evidenzia acutamente come il romanzo si muova agilmente su una doppia dimensione: il piano antropologico locale e quello della Storia nazionale e dedica un’attenzione forte alla lingua, definendo il dialetto di Greco “conservativo, tecnico e organico”, non semplice ornamento, ma strumento strutturale unico, capace di descrivere fedelmente il rapporto simbiotico tra i personaggi e il loro aspro territorio. Molto significativa la conclusione che considera l'opera come un incontro assai efficace tra microstoria e macrostoria , fondato sulla capacità spiccata di Nino Greco di documentare un "universo linguistico giunto oggi alla soglia della scomparsa" (Bruno Demasi). 
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    La tana del fajetto di Nino Greco si colloca all’interno della tradizione letteraria meridionale del Novecento, con particolare riferimento a quella linea narrativa che ha saputo rappresentare il mondo rurale calabrese nel suo intreccio di arcaicità, trasformazioni sociali e tensioni storico-politiche. Come in Corrado Alvaro — si pensi a Gente in Aspromonte e Quasi una vita — o in Saverio Strati, Nino Greco rielabora l’immagine di un Sud interno e montano non come periferia statica, ma come microcosmo complesso e dinamico, attraversato da conflitti di potere, forme di solidarietà comunitaria, stratificazioni sociali e linguaggi identitari.

   Il romanzo si articola su due piani narrativi principali. Il primo è il paesaggio antropologico della valle del torrente Boscaino, nel territorio di Oppido Mamertina, durante gli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale. Greco ricostruisce con precisione la struttura economica e sociale di questo spazio rurale: gli orti nei lacchi della fiumara, le “ante” stagionali di lavoratori impiegati nelle tenute residue del feudo dei Ruffo di Calabria, la presenza di gabellanti, guardiani, coloni e braccianti. L’autore restituisce con rigore etnografico un’economia contadina fondata sulla coltivazione dell’ulivo e degli orti, regolata da consuetudini secolari e da una fitta rete di rapporti comunitari, cooperativi ma talvolta conflittuali, come mostra l’episodio del ferimento del guardiano Martino, che apre uno squarcio significativo sulle tensioni territoriali e sui conflitti di competenza nell’amministrazione delle terre e dell’acqua.

   Il secondo piano è quello della storia nazionale: la caduta del fascismo, la guerra d’Africa, la disgregazione dell’esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Il romanzo attraversa questi eventi facendoli filtrare attraverso l’esperienza individuale del protagonista, Angelo, e del suo amico Ntoni, entrambi giovani contadini chiamati al servizio militare. In questo senso, l’opera si iscrive nel solco di quella narrativa del Novecento che ha indagato il rapporto tra la “grande storia” e le biografie subalterne, mettendo in luce le fratture psicologiche e identitarie generate dal passaggio forzato da una realtà locale a un orizzonte geopolitico completamente opposto. L’episodio dell’aggressione al sergente veneto — che, oltre a rappresentare un conflitto personale, introduce il tema delle tensioni tra Nord e Sud all’interno dell’esercito — e la conseguente detenzione a Gaeta, costituiscono due snodi fondamentali nella costruzione del personaggio e nel suo rapporto con il potere e l’autorità.

    Il personaggio di Angelo, che costituisce il centro gravitazionale del romanzo, è costruito come figura di transizione. Ribelle in età infantile e adolescenziale, insofferente alle istituzioni (la scuola, l’autorità paterna, l’ordine dell’“anta”), attratto tanto dal mondo contadino quanto da quel sistema di relazioni verticali che coinvolge gabellanti, guardiani e proprietari terrieri, Angelo incarna il passaggio da un ordine comunitario tradizionale a forme incipienti di potere non istituzionale, opaco e sotterraneo. La sua progressiva fascinazione verso la violenza e il prestigio che questa sembra conferirgli è rappresentata emblematicamente dalla Luger che scopre e nasconde con l’amico Ntoni nei pressi della tana del fajetto. La pistola, arma proveniente da un conflitto precedente, funge da oggetto simbolico e da vettore di identità: un’eredità indebita, un feticcio del potere, un antecedente del destino che attende il protagonista. 
 

   Particolare rilievo assume la dimensione simbolica della “tana del fajetto”. Inserita in un immaginario popolare pre-moderno, essa rappresenta uno spazio liminale, sospeso tra realtà fisica e credenza collettiva, in cui si concentrano paure, racconti orali e residui di una mitologia locale. La sua funzione narrativa è duplice: da un lato introduce nel romanzo un livello di profondità antropologica; dall’altro fornisce al lettore un luogo iniziatico attraverso cui leggere le scelte del protagonista. Il riferimento a questo luogo è costante nel romanzo; esso appare sempre nei momenti più significativi del racconto caratterizzando ellitticamente la storia narrata, con il suo finale aperto, come a voler indicare una ripetitività di azioni e situazioni che richiamano, anche se non esplicitamente, la lotta per l’esistenza, sintetizzata nella significativa espressione dialettale “ ‘a mal’erba no’ morì mai” che, non a caso, viene messa in bocca dall’Autore ai due amici, Angelo e Ntoni, in uno degli snodi finali del racconto.

   L’esperienza della guerra non riporta Angelo alla condizione originaria: invece di una reintegrazione nell’ordine contadino, il suo gesto conclusivo suggerisce l’ingresso in un percorso diverso, forse segnato da forme di potere alternative, forse da una marginalità destinata a nuove configurazioni.

   Nel romanzo La tana del fajetto la dimensione dialettale riveste un ruolo centrale non solo sotto il profilo stilistico, ma soprattutto sotto quello filologico e antropologico. Il codice linguistico utilizzato da Nino Greco appartiene all’area dei dialetti calabresi meridionali interni, quelli della fascia pre-aspromontana, caratterizzati da una forte conservatività e da un repertorio lessicale oggi in gran parte scomparso. Si tratta di una varietà che conserva tracce profonde del substrato greco e di una latinità arcaica, tipiche delle zone interne dell’Aspromonte e dei territori che storicamente gravitavano intorno ai feudi dei Ruffo di Calabria. 
 
  Il dialetto che attraversa il romanzo non è mai un semplice “colore locale”. L’Autore lo intreccia alla narrazione come strumento indispensabile per restituire la struttura antropologica della comunità rurale di Boscaino. Le parole dialettali, spesso appartenenti al lessico contadino più specialistico — quello delle tecniche di raccolta dell’ulivo, degli strumenti agricoli, dei toponimi minori, dei ruoli lavorativi all’interno delle “ante” stagionali — permettono al lettore di cogliere la concretezza di un mondo ormai estinto. La lingua qui racconta ciò che la storia sociale tende a cancellare: pratiche agricole non più in uso, oggetti e utensili non tramandati, micro-ruoli comunitari che solo la memoria orale ha conservato fino alla metà del Novecento.

    Da un punto di vista filologico, la prosa di Nino Greco si colloca in continuità con le forme di bilinguismo integrato che caratterizzano alcuni tra i maggiori autori calabresi del Novecento — soprattutto i già citati Corrado Alvaro e Saverio Strati — ma se ne distingue per l’attenzione minuziosa al dialetto rurale “profondo”, meno ibridato rispetto a quello urbano. L’inserimento delle forme dialettali non avviene attraverso segnalazioni metalinguistiche o glossari espliciti: il lettore è accompagnato verso la comprensione attraverso il contesto narrativo, con una naturalezza che restituisce il ritmo dell’oralità originaria.

    Molti dei termini utilizzati nel romanzo appartengono a campi semantici ben definiti. Vi è innanzitutto il vocabolario legato al lavoro agricolo: un insieme ricchissimo di lemmi che descrivono gesti, strumenti e tecniche che non trovano equivalenti precisi nell’italiano standard (marruggiu, rampaturi, tagghju, bumbula). Vi è poi il lessico della fiumara, un mondo geologico e simbolico specifico del Sud calabrese, nel quale si concentrano micro-toponimi, denominazioni di anfratti e canaletti e parole che descrivono i diversi stati dell’acqua e del terreno (stroffi, Gambareja, ‘a petra d’u jimbusu). Altre espressioni appartengono alla sfera familiare e comunitaria, con un’attenzione particolare per i modi di dire che veicolano giudizi morali o caratteriali (ceravejinu, cosulordu, all’omu ‘a parola e ‘o voi i corna’): il dialetto diventa così indice di appartenenza, strumento per definire ruoli e rapporti, segnale delle gerarchie implicite che regolano la vita quotidiana.

    Un elemento di grande interesse è il rapporto fra dialetto e spazio. In La tana del fajetto, la lingua si modella sul territorio: non è possibile separare la parlata di Angelo, di Ntoni o di compare Peppe dal paesaggio della fiumara, dagli uliveti secolari, dalle baracche dell’arieja, dai costoni di tufo in cui si annida la tana. È un dialetto “di luogo”, non esportabile, strettamente dipendente dalla cultura materiale che lo ha generato. Persino la figura mitica del fajetto conserva, nel nome e nella descrizione, un residuo di tradizione orale e di immaginario linguistico pre-moderno che affonda le radici nelle paure collettive di una comunità agricola pre-industriale.

    Dal punto di vista storico-linguistico, il romanzo offre dunque un contributo prezioso. Esso documenta l’ultima fase viva di un dialetto che, nel secondo dopoguerra, ha progressivamente perso terreno sotto la pressione dell’italiano scolastico e della mobilità sociale. La scelta di Nino Greco di registrare questa lingua non è nostalgica, ma funzionale: il dialetto diventa archivio di pratiche, credenze e relazioni che non sopravviverebbero senza un supporto narrativo. In questo senso, La tana del fajetto non è solo un romanzo fondato su una forte identità territoriale, ma anche un testo che offre ai linguisti, agli antropologi e agli studiosi della cultura meridionale uno straordinario documento di un universo linguistico giunto oggi alla soglia della scomparsa.

    La tana del fajetto
si distingue dunque come un romanzo che unisce rigore storico, attenzione etnografica, profondità psicologica e ricchezza linguistica. È un’opera che dialoga con la tradizione letteraria calabrese ma al tempo stesso la rinnova, offrendo al lettore contemporaneo un ritratto vivido di un mondo scomparso e di un’Italia che attraversa uno dei passaggi più drammatici della sua storia. In questo intreccio di microstoria e macrostoria, di lingua e identità, di comunità e individuo, risiede la forza più autentica del romanzo di Nino Greco.

Gianni Buda