"È un silenzio di pietre
quello che porto nel cuore,
mentre fuori il mare di Palmi
continua a urlare senza risposta."
Ermelinda Oliva visse a Palmi una vita di profonda riservatezza e spiritualità. Sebbene la sua morte avvenga in età relativamente matura, la sua figura è spesso accostata ai "poeti del dolore" per la sua sensibilità inquieta e il rapporto quasi mistico con la natura e il paesaggio calabrese. La sua poesia è un dialogo continuo tra il visibile e l'eterno. Considerata una poetessa raffinata, sensibile, espressiva e genuina, esordì giovanissima nel campo letterario.Nel 1955 apparve il suo primo volume La notte che passa. Le sue prose e poesie, da allora, sono comparse in molte riviste, settimanali e periodici. Nel 1958 pubblicò alcune sue liriche anche su «La Fiera letteraria», liriche che, secondo il poeta torinese Carlo Betocchi che ne curò la presentazione, sono «tra le più belle che si possono leggere oggi in Italia».Quattro anni dopo apparve Il flauto minuscolo al quale fu assegnatoil Premio Amantea 1962. Iniziò, allora, un periodo intenso e produttivo. Negli anni Sessanta videro la luce altre sue opere ben accolte dal pubblico e dalla critica (La croce del Sud,1964; Il tempo della cicala, 1966; Lo zoccolo e il sasso, 1970).
Voi verrete con me, alberi
pietre e zolle che amo."
(La notte che passa, 1955, Palmi)
Ermelinda Oliva rappresenta la voce della sensibilità metafisica. La sua importanza risiede nella capacità di trasformare il paesaggio (quello di Palmi e della costa viola) in un luogo dello spirito. Una scrittura limpida, quasi classica, ma attraversata da una tensione continua verso l'invisibile. Il suo isolamento non era odio per il mondo, ma necessità di ascolto interiore. La morte per lei è una soglia, un passaggio verso un'armonia negata.Rappresenta la resistenza della parola lirica in un mondo che diventava sempre più materiale. È la testimonianza di una Calabria colta, profonda e silenziosa. E’ una delle voci più pure e, al contempo, più tragiche della lirica calabrese del Novecento. La critica più attenta scorge nella sua opera non un semplice esercizio letterario, ma una necessità ontologica: la poesia era l'unico diaframma tra sé e un mondo percepito come estraneo o eccessivamente doloroso. Il suo suicidio non è un elemento estraneo alla sua produzione, ma ne diventa l'estrema chiave di lettura: i suoi versi sono stazioni di una via crucis interiore, dove il paesaggio di Palmi — con le sue rupi e i suoi tramonti — si trasforma in uno specchio metafisico della sua solitudine. La sua scrittura è caratterizzata da una tensione verticale, un desiderio di ascesa costantemente negato dal peso della realtà.
La sua produzione, spesso raccolta postuma o custodita con devozione dai cultori locali, si articola in momenti di rara intensità:
- "Oltre il cancello": Rappresenta il tentativo di superare la siepe leopardiana della propria clausura interiore.
- "Sulle ali del tempo": Una meditazione sulla precarietà dell'esistenza e sulla fuga dei giorni verso l'oblio.
- "Voci e Silenzi": Forse il suo testamento spirituale più alto, dove il silenzio smette di essere assenza e diventa una presenza ingombrante.
Proprio dalla raccolta "Voci e Silenzi", emerge la sua capacità di animare l'inanimato per raccontare il proprio isolamento:
"E sento il vento che mi parla piano
di storie antiche e di terre lontane,
mentre il cuore, come un vecchio artigiano,
modella sogni con le sue stesse mani."
In questi versi, il "cuore-artigiano" tenta disperatamente di costruire una realtà alternativa attraverso il sogno, prima che il vento della realtà la spazzi via. La consapevolezza della fine e l'accettazione dellapropria fragilità si fanno cristalline in "Sulle ali del tempo", in cui si legge tutta la dignità di una lotta quotidiana contro la depressione e il senso di vuoto:
"Non è il tempo che fugge, siamo noi
che perdiamo i passi lungo il sentiero,
lasciando briciole di giorni eroi all'ombra stanca di un pensiero vero.
Oggi Palmi ricorda Ermelinda Oliva non solo come una concittadina illustre, ma come un simbolo della fragilità creatrice. La sua tomba e i luoghi che ha amato sono meta di un pellegrinaggio silenzioso per chi cerca nella poesia una risposta al dolore. La sua eredità culturale risiede proprio in questo: aver trasformato la propria sofferenza in una bellezza che continua a illuminare chi legge.
Bruno Demasi