sabato 5 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “ LA SERRA DI MESSIGNADI” (Racconto di Maria Rosa Surace)

      La “ Serra” di Messignadi, un pianoro coltivato affacciato sulla fiumara, attraverso il filtro del ricordo di Maria Rosa Surace si trasforma in un autentico paesaggio dell’anima. Il semplice percorso dal paese alla campagna diventa un viaggio dentro un mondo fatto di sentieri sassosi, siepi, querce, olivi, more selvatiche, non soltanto uno spazio fisico, ma il luogo privilegiato dell’infanzia: un regno di libertà, di giochi e di scoperte, custodito dalla presenza vigile e affettuosa della nonna.
     La scrittura di Maria Rosa Surace si distingue per la limpidezza del dettato e per la capacità di trasformare il ricordo personale in una memoria condivisibile. L’autrice procede attraverso una narrazione ampia, ricca di particolari concreti, nella quale ogni elemento, l'armacera, la mastra, le bumbule, il focolare, il pollaio, i peperoncini ornamentali, i pulcini che rompono il guscio, concorre a ricostruire con precisione un ambiente e un’epoca. 
     Il significato più profondo del racconto emerge nelle righe finali, quando la coltivazione degli ortaggi, la cura dei fiori, la nascita dei pulcini, i giochi lungo la fiumara vengono ricondotti a un insegnamento essenziale: «l’amore per la vita». È questa la lezione che la Serra di Messignadi continua a trasmettere anche oltre il tempo narrato: la vita cresce attraverso la cura, la pazienza e lo stupore delle piccole cose destinate a durare per sempre nella memoria.(Bruno Demasi)

_____

Non potrò mai dimenticare la felicità mia e di Lella, mia sorella, quando la nonna ci diceva che il giorno dopo ci avrebbe portato alla Serra. Si partiva la mattina presto; certo per noi dormiglione era un sacrificio alzarsi di buonora, ma sapevamo che avremmo trascorso una bellissima giornata e questo dissipava qualsiasi timore di eventuali disagi.

La Serra distava dal paese pochi chilometri; vi si arrivava tramite una stradina stretta e disseminata di sassi di varie dimensioni che noi accuratamente schivavamo. Camminavamo senza accusare fatica; la brezza mattutina corroborava le nostre forze e ci rendeva agevole il percorso. La stradina era affiancata da alte siepi alle spalle delle quali si ergevano a tratti grandi olivi a tratti maestose querce che in alcuni punti univano i loro rami dalle opposte sponde formando sopra le nostre teste ricami di foglie attraverso i quali filtravano i raggi del sole nascente che illuminavano i nostri passi e carezzavano dolcemente i nostri visi.

La nonna camminava senza parlare e noi bambine non osavamo interrompere il suo silenzio che sembrava portarla in altri mondi; anche noi d’altronde ci sentivamo proiettate in un’altra dimensione dove regnava solo leggerezza e tenerezza. Ci intenerivano il cuore i giochi di luce tra le foglie e i canti melodiosi degli uccellini che svolazzavano di qua e di là con una felicità che trasmettevano anche a noi (la tenerezza di quei momenti mi sarebbe rimasta per sempre nel cuore per trasformarsi, purtroppo, nel tempo, in rimpianto).

Ogni tanto ci fermavamo qualche minuto per raccogliere le more che abbondavano nelle siepi, ne gustavamo una parte e il resto lo riponevamo in piccoli cestini di vimini per poi consegnarlo alla nonna che ne avrebbe ricavato delle ottime marmellate. In alcuni tratti di strada incontravamo qualche piccolo gruppo di nostri paesani; ci salutavamo a vicenda con cortesia poi ognuno procedeva per proprio conto. Quando finalmente giungevamo alla Serra il sole era già alto e illuminava i campi con abbagliante splendore.

La Serra era una località agricola distesa su un ampio pianoro prospiciente una fiumara che scorreva a valle, ora impetuosamente ora placidamente a seconda delle stagioni; si estendeva per molti ettari sul pianoro di sinistra e guardava il pianoro, detto Bosco, che si elevava a destra del corso d’acqua. Molte delle terre della Serra erano di proprietà dei nonni; queste digradavano a terrazze - sostenute da muri a secco, la cosiddetta “armacera” - verso la fiumara e si sviluppavano in tre settori: uliveto nella parte alta, frutteto in quella mediana, orto in quella bassa a livello delle acque. L’orto veniva innaffiato tramite un canale detto “mastra” che aveva origine da sorgenti d’acqua provenienti dalla montagna aspromontana e, prima di giungere da noi, irrigava campi di altri proprietari che spesso litigavano fra di loro per la gestione di frequente egoistica da parte di alcuni a danno di altri.

Appena arrivate, la nonna ci cambiava i vestiti e li riponeva nell’armadietto di quella che lei chiamava “casetta”. In realtà la “casetta” era un grande monolocale, in parte adibito a cucina e in parte a soggiorno. Nella zona cucina troneggiava un grande focolare che ospitava sul tripode una grande pentola di terracotta costantemente gorgogliante; attorno al focolare lunghe panche semiaffumicate e, appesi alle pareti, numerosi tegami e alcune leccarde; al centro della camera un lungo tavolo in legno alle spalle del quale vi era una grande dispensa piena di conserve di ogni genere, in particolare marmellate che la nonna preparava con i frutti del suo frutteto di un sapore squisito, di una dolcezza poi persa nel tempo come quella della fanciullezza.

Nella zona soggiorno vi erano due piccoli divani, un armadietto e uno stipetto-libreria dove il nonno custodiva i suoi calendari e i suoi libri di astrologia, cannocchiali, almanacchi e lunari vari tra cui l’immancabile Barbanera. A qualche metro dalla “casetta” vi erano dei piccoli locali adibiti a vari usi: forno a legna, conigliera, pollaio, cantina, deposito per le giare dell’olio, custodia di tutto ciò che occorreva per la lavorazione della terra e altro ancora.

La terra veniva coltivata dai coloni con cui il nonno, dal carattere fermo ed intransigente, litigava spesso. Egli passava il tempo a disciplinare le attività agricole, dava anche una mano nei lavori dei campi - curava soprattutto il frutteto e l’orto - ma ciò che lo si vedeva fare più frequentemente era scrutare gli astri. L’astrologia era infatti la sua passione; leggeva molti libri su questo argomento e all’inizio di ogni anno compilava un suo personale calendario su cui annotava mese per mese tutto quello che c’era da sapere su alba, tramonto, fasi lunari ecc…; inoltre per ogni stagione consigliava cosa bisognava fare per coltivare al meglio il terreno per ricavare buoni frutti e ortaggi vari.

La nonna chiedeva sempre il suo consiglio prima di portare fuori i cestini di vimini dove erano ben disposti i fichi o i pomodori da essiccare, o prima di stendere i panni e altre cose simili. Le previsioni del nonno puntualmente si avveravano e la nonna era molto orgogliosa di questo marito “scienziato”; nutriva per lui una vera e propria venerazione, lo amava di un amore totale con una dedizione e sottomissione assoluta dettata dall’amore e non, come spesso accadeva a quei tempi, dal timore; d’altronde il nonno l’aveva sposata che era poco più di una bambina, era quasi naturale che lui per lei fosse tutto il suo mondo. Anche il nonno le voleva un gran bene, non lo proclamava - come era costume degli uomini di una volta che non si abbandonavano certo a quelle che consideravano inutili smancerie - ma lo dimostrava in vario modo anche nelle piccole cose, nei piccoli gesti quotidiani; aveva infatti attenzioni per lei che erano eloquenti più di qualsiasi parola. 

E così i primi frutti che maturava il fico o il nocepesco erano per lei; lui li allineava con cura su grandi foglie e glieli porgeva come fossero preziosi gioielli; quando andava in Grecia - così chiamava scherzosamente la Locride - tornava sempre con un regalo per lei; la sua nipote preferita era mia sorella solo perché portava il nome di sua moglie. D'altronde non si poteva non amare la nonna: era una donna dolce e bellissima; di media altezza, aveva un fisico dalle forme armoniose, capelli neri lunghi che, intrecciati, facevano da cornice a un volto dai lineamenti delicati e dalla carnagione molto chiara, quasi lattea, su cui brillavano grandi ed espressivi occhi neri. Noi le volevamo molto bene; anche lei ci amava molto e ci colmava di attenzioni e tenerezze. Ci sorvegliava sempre nei nostri giochi e quando volevamo scendere alla fiumara veniva sempre con noi. Tra tutti i giochi, infatti, quelli che facevamo sulla riva della fiumara erano i nostri preferiti: molestavamo i girini che guizzavano nelle anse; scalavamo i grandi e bianchissimi sassi, che abbondavano dappertutto, per troneggiare in cima; facevamo a gara a chi raccoglieva i sassolini colorati più belli, e altre cose di questo genere.

Quando eravamo stanche, ci riposavamo all’ombra dei grandi ontani dalle foglie argentate che nelle giornate calde offrivano una gradevolissima frescura. Ogni tanto si univa a noi una bambina, un’esile biondina, irrequieta e capricciosa, un vero spiritello birichino. Quelle tranquille giornate furono movimentate una volta da un episodio che mi rimase impresso a lungo nella memoria.

Un giorno, riuscendo in modo del tutto inusuale ad eludere la vigilanza della nonna, fummo tentate dalla proposta della nostra amichetta di provare l’emozione di una avventura secondo lei molto divertente: raggiungere la riva opposta della fiumara attraverso un guado che lei conosceva e qualche volta, a suo dire, anche sperimentato. Io, forse perché avevo qualche anno in più e quindi capivo meglio i rischi dell’impresa o forse perché non ero portata al brivido dell’avventura (tendenza perpetuata poi nel tempo a venire), mi opposi all’idea. Dissi che era pericoloso, che si poteva scivolare sui sassi melmosi del guado ed essere travolti dalla corrente, e in ogni caso la nonna si sarebbe adirata se l’avesse saputo. Non mi ascoltarono.

Giunti a poca distanza sul punto giusto, sollevata la gonna, cominciarono ad attraversare le acque. Io rimasi a riva a guardarle. Erano già a metà guado quando improvvisamente arrivò la nonna. Impossibile descrivere la sua disperazione quando si rese conto di quello che stava succedendo: cominciò ad agitarsi, a dimenarsi, a urlare intimando loro di fermarsi; poi spedita si lanciò in acqua e percorse il guado fino a raggiungerle.

Appena di nuovo a riva, la nonna, rossa in viso per l’agitazione, sfogò la sua ira per l’ardita disobbedienza con gesti opposti e contraddittori: alzava una mano come per colpire mia sorella (senza spingersi nemmeno a sfiorarla) e nello stesso tempo con l’altra mano l’attirava a sé come per rassicurarsi che era ormai nelle sue braccia e nulla di male le poteva più accadere; il suo viso, paonazzo, era attraversato da sentimenti contrastanti: ira per la disobbedienza subita e gioia per il salvataggio riuscito.

Il rimorso per aver provocato quel dolore alla nonna fu tale che per l’avvenire qualsiasi idea di avventura spericolata non fu mai più presa in considerazione. I giorni trascorrevano tranquilli: passavamo il tempo a scorazzare di qua e di là, cantavamo e suonavamo con lo zufolo che ci costruiva il nonno con piccoli segmenti delle canne che crescevano numerose in prossimità della fiumara, inseguivamo le farfalle con la stessa ingenuità con cui da grandi avremmo inseguito i nostri sogni.

Spesso la nonna ci impegnava in occupazioni a cui ci applicavamo con cura per dimostrarle che si poteva fidare di noi, come andare con piccole anfore di terracotta (le bumbule) ad attingere l’acqua che scorreva da una fenditura nell’ “armacera”; liberare i fagioli secchi dai baccelli; innaffiare i grandi vasi di fiori che c’erano davanti alla casetta. Di questi vasi, due erano i prediletti della nonna, contenevano piantine di peperoncino ornamentale; i peperoncini avevano forma varia, rotonda, ovale, appuntita, ed erano multicolori; la cromìa era di grande effetto.

La nonna curava queste piantine con amore, le innaffiava regolarmente, le poneva al riparo quando soffiava il vento, le liberava dalle foglie secche, le accarezzava con tenerezza. Lei amava la vita e tutto ciò che mirava a perpetuarla. Ricordo che una volta riservò per noi un rettangolo di terra dietro la “casetta”, ci diede una manciata di fagioli e ci disse di collocarli in piccole buche che dovevamo scavare in quello spazio: ne sarebbero nate delle piantine di fagiolini. Ci sembrava incredibile che noi così piccole potessimo essere artefici di un simile prodigio ma, sebbene incredule, curammo il “nostro orto” così come la nonna ci suggeriva di fare innaffiando, pulendo il terreno da sassi e foglie e così via. Il giorno in cui mia sorella e io vedemmo tante piccole verdi piante spuntare dalla terra provammo una gioia indescrivibile. Le piantine crebbero e maturarono i fagiolini che raccogliemmo e che la nonna cucinò in un’atmosfera di festa.

Ogni tanto la nonna ci dava il permesso di entrare nel grande pollaio, quando in un angolo di esso una grande coloratissima chioccia giaceva, con la dignità di una regina in trono, per covare le uova. Entravamo in quel luogo come si accede in un sacrario in silenzio e in punta di piedi, così raccomandava la nonna; davamo quindi una fugace occhiata per verificare se le uova cominciavano a schiudersi. Dopo vari tentativi, arrivava il giorno in cui finalmente vedevamo compiersi il miracolo: piccolissimi pulcini facevano capolino dal guscio delle uova fino a liberarsi del tutto di esso e tentare goffamente i primi passi. Queste creaturine che sbocciavano alla vita intenerivano la nonna fino alla commozione; lei ci permetteva di carezzarle per qualche istante trasmettendoci la convinzione di averci concesso un grande privilegio.

Tutte le volte che ripenso a questi piccoli episodi che caratterizzavano le nostre giornate in campagna provo una grande nostalgia per quei giorni spensierati, il cuore mi si colma di gratitudine per la nonna a cui non finisco mai di dire grazie per averci regalato quei momenti felici che per sempre avremmo custodito nel cuore come un prezioso tesoro, e soprattutto grazie per averci insegnato la cosa più importante al mondo: l’amore per la vita.

Maria Rosa Surace

giovedì 3 settembre 2026

ALDO COLOPRISCO: la scomparsa di un maestro del teatro. Dall’Aspromonte alla scena nazionale ( di Bruno Demasi)

 
       Gli avevo dedicato su questo blog una pagina nel maggio scorso(La puoi aprire cliccando qui:ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi ) quando le sue condizioni di salute, già minate, stavano soffocando la sua voce teatrale, pedagogica e artistica che per tanti anni era risuonata nelle scuole e nei teatri calabresi e romani. Oggi la scomparsa di Aldo Coloprisco (1942–2026) chiude una stagione culturale che ha attraversato più di cinquant’anni di teatro popolare, di pedagogia, di scrittura narrativa e tutela dei dialetti. La sua figura complessa, generosa, poliedrica appartiene a quella ristretta cerchia di autori che hanno saputo trasformare la marginalità geografica dello’Aspromonte in centralità culturale e il dialetto in strumento critico. La Calabria e Roma sono state le sue coordinate.  
   Nato a San Procopio(RC) nel 1942, Coloprisco cresce in un contesto in cui la lingua popolare non è un residuo folklorico, ma un codice identitario. Negli anni Ottanta approda alla Scuola Media di Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove avvia un laboratorio teatrale che diventerà un caso pedagogico. Qui il teatro non è un’attività accessoria: è un metodo educativo, un dispositivo di comunità. I primi testi , ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu, ’U camposantaru , nascono come atti collettivi, scritti in un dialetto vivo, musicale, performativo.Questa fase calabrese è decisiva: Coloprisco comprende che il teatro popolare può essere archivio antropologico, luogo di memoria e strumento di riscatto. La sua scrittura orale si colloca nella linea di quella tradizione che vede nella cultura un «argine contro la crisi della presenza»¹. Il dialetto, per lui, è una lente pulita: non un vezzo identitario, ma un modo di stare al mondo. 

     Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena.  La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia. 
       Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese: 
  • U poeta Omeru diventa Omero, dove Achille dialoga con i ragazzi della periferia romana.
  • ’U camposantaru diventa Er Camposantaro, mantenendo intatto il suo impianto grottesco.
  • ’U presepiu diventa Er Presepio, trasferendo la Sacra Famiglia in una parrocchia romana.
     La sua opera più nota, ’A ’ndrangheta s’a caca, rappresentata anche al Teatro delle Muse e all’Anfitrione, è una delle più efficaci commedie civili degli ultimi decenni. Il testo affronta il racket e la ribellione al pizzo attraverso il grottesco, senza moralismi né prediche. Coloprisco mostra, e nel mostrare smaschera. Ridicolizzare il potere criminale significa privarlo della sua aura, restituirlo alla sua nudità. È la lezione di Bachtin: «il riso abbatte le gerarchie»².La sua comicità è feroce ma mai cinica; popolare ma mai populista; grottesca ma sempre etica. In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea del teatro civile italiano, accanto a figure come Raffaele Viviani, Dario Fo, Enzo Moscato, pur mantenendo una voce assolutamente personale. 

  Accanto al teatro, Coloprisco ha coltivato una produzione narrativa meno nota al grande pubblico ma di grande interesse. Racconti, romanzi brevi, bozzetti satirici: una scrittura che oscilla tra memoria e ironia, tra Calabria e Roma, tra italiano e vernacolo. La parola, per lui, è sempre strumento di verità. La memoria, come ricorda De Martino, è «un atto di presenza»³: e Coloprisco la esercita con rigore.

     A Roma ha animato una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti, coinvolgendo scuole, compagnie e gruppi amatoriali. Il suo obiettivo era chiaro: restituire dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Il dialetto, per lui, non è un residuo folklorico: è una lente critica, una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.

      In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea degli studiosi che hanno riconosciuto nel vernacolo una struttura antropologica complessa, capace di alternare toni grotteschi, comici e drammatici⁴. 

     Coloprisco è stato un artigiano della scena: uno che costruiva spettacoli come si costruisce un mobile, con cura, pazienza, responsabilità. Il suo teatro ha unito comico e drammatico, sacro e profano, dialetto e italiano, radici popolari e critica sociale. Non ha mai trasformato la Calabria in cartolina nostalgica: l’ha trattata come materia viva.La sua idea di palcoscenico era chiara: non un altare, ma una piazza. E la piazza, come ricorda Le Goff, è «il luogo della verità collettiva»⁵.

     La sua morte lascia un vuoto nella comunità teatrale, nella scuola, nella cultura dei dialetti, nella memoria civile del Sud. Ma lascia anche un archivio vivo: testi, allievi, spettacoli, gesti, parole. E soprattutto un’idea: che il teatro possa essere un atto di riscatto.

Bruno Demasi

__________
1. E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.

mercoledì 2 settembre 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: PIERRE CESAR BRIAND (1827) (di Rocco Liberti)

      Con la consueta passione per le vicende meno note e per le testimonianze capaci di restituire alla storia il respiro della vita vissuta, Rocco Liberti ci conduce questa volta sulle rotte di un singolare viaggio in Calabria compiuto nel 1827 dal francese Pierre Cesar Briand. Il racconto si snoda lungo le coste e i centri calabresi, da Metaponto e Sibari a Rossano, Crotone, Catanzaro, Reggio, Cosenza e Paola, intrecciando ruderi e coltivazioni, paludi e montagne, commerci, industrie e devozioni religiose. Ma il valore dell’articolo non risiede soltanto nella riscoperta di una fonte rara, sta anche nella capacità di Liberti di riportarla alla luce con chiarezza, restituendole movimento e colore, fino a farci percepire il viaggio quasi come se si svolgesse davanti ai nostri occhi. Particolarmente significativa è la testimonianza del fenomeno della fata Morgana osservato nello Stretto: una visione effimera e prodigiosa che, nella narrazione, trasforma il paesaggio reggino in un teatro sospeso tra realtà e miraggio. (Bruno Demasi) 

__________


     Di questo personaggio (1763-1839), che nel primo trentennio dell’800 ha dato alle stampe una serie di resoconti in merito a viaggi compiuti nelle più disparate località, sappiamo poco o niente, soltanto ch’era un cartografo. Infatti, è facile incappare nelle sue cartine. Le opere, di cui sopra, con titolo “Les jeunes voyageurs en Europe ou descriptions raisonnée des divers pays compris dans cette partie du monde” sono varie e propongono relazioni di autori non meglio noti. Il tomo secondo (A Paris chez Thiériot, Libraire, 1827) si occupa di Sardegna, Emilia, Toscana, Campania, Lazio, Veneto, Puglia, Calabria, Sicilia, Malta e Corsica e contiene lettere scritte da certi Théodore e Laura, che da ciò che emerge potrebbero essere fratelli. La lettera con il pezzo sulla Calabria è a firma di Théodore.

     Scrive il non altrimenti conosciuto Théodore che è arrivato in Calabria partendo da Taranto con un bastimento guidato da marinai e ha avuto subito l’opportunità di vedere i posti più apprezzabili della costa. Inizialmente si è fatta avanti Metaponto, città una volta superba e fiorente, ma che ormai faceva sfoggio unicamente di ruderi, in buona sostanza alcuni pezzi di colonne di ordine dorico. Più in là si configuravano i resti di Eraclea, ricordata per la prima battaglia combattutasi tra i Romani e Pirro. Di essa restavano del pari poche macerie. In successione da Carigliano (Corigliano) ci si avvedeva delle vestigia dell’antica Sibari, tra i fiumi Sibari e Crati. Discosto da Sibari si evidenziava il Bruzio, una regione i cui residenti si ritenevano in fama di furbi e praticavano costumi grossolani, come peraltro anche i Calabresi del tempo. Si giudicava invero il regno di Napoli un territorio inaffidabile, in quanto in ogni provincia vi pullulavano i banditi, che rappresentavano un serio pericolo per i viatori.

      La Calabria era comunque una plaga dove si poteva condurre un’esistenza agevole perché godeva di produzioni della terra abbondanti e diversificate. Se ne aveva prova seguendo il litorale fino a Reggio. Lasciato il sito già di Sibari, il turista di turno si è trovato a Rosano (Rossano), piccola e bella città in riva al mare, nelle cui adiacenze si raccoglieva la radice di liquirizia, un prodotto parecchio stimato e che alimentava un fruttuoso commercio. Avanzando, si assisteva a un notevole contrasto. Pur avvedendosi di un terreno fertile con montagne coperte di boschi che elargivano in grande quantità resina e pece, cave ricche di marmo e alabastro e miniere doviziose di metalli, esistevano all’opposto svariate paludi e stagni salmastri collegati al mare che rendevano l’atmosfera malsana soprattutto nell’estate. Accertatisi che le pianure risultavano quasi inabitabili, le popolazioni, a fine di ovviare allo squallore, si sono sentite spinte a costruire i paesi su rocce o alture, siti nei quali l’ambiente si qualificava sicuramente più puro. 
 
   Théodore e compagni, non ne conosciamo il numero, intanto sono giunti a Crotone, che hanno giudicato la più orribile città d’Italia proprio per la pessima aria che si respirava e che dava incentivo a uno spopolamento quotidiano. Dopo aver doppiato il capo Cortone (?, probabile errore di stampa) e altri due vicini, sono arrivati a Catanzaro e per poterla visitare sono stati costretti a mettere piede sul lido. Ne hanno elogiato appena le vicinanze, che sono loro apparse piuttosto ridenti e cosparse di piccoli borghi. Da Catanzaro il passo o forse il remo è stato diretto a Reggio, che si è configurata minuta, disordinata e con le case prive di una qualche forma. La colpa era da addebitarsi certamente al disastroso sisma del 1783 che l’aveva abbastanza danneggiata e, di conseguenza, aveva fatto perire la maggior parte dei suoi abitatori. Ma, in verità, i suoi dintorni consentivano un delizioso soggiorno. A tal punto si riporta il racconto di una persona che apparteneva alla società di Théodore, che nel passato aveva assistito al famoso fenomeno della fata morgana. Data la precisa descrizione di esso, stimiamo utile riproporlo così come esposto nel libro:

      «Mi ero alzato, ci ha detto, di buon mattino, per andare a respirare il piacevole profumo della campagna coperta di alberi, piante e fiori. Tutto a un tratto ho visto correre da ogni parte verso il mare schiere di uomini e donne, che gridavano alla fata Morgana. Ho seguito, e arrivato al bordo del mare, ho visto, come in un miraggio, sulla superficie dell’acqua, che era tranquilla e unita, case, chiese, conventi, uomini, donne, cavalieri, giardini, case di piacere, campi coltivati, buoi che lavoravano, asini carichi di frutti, e altre diverse figure. A misura che il sole si avvicinava all’orizzonte, queste figure sembravano distaccarsi dal mare e levarsi in aria. Infine il sole si mostrò, e tutte queste figure che un momento prima facevano di già più che un caos nell’aria, disparvero di colpo»[1].

      Da Reggio gli escursionisti sono pervenuti a Cozenza (Cosenza). Nel frangente l’attenzione è stata polarizzata sulla sequenza di paesini e villaggi che pareva si toccassero tanto da formare una sola città dalla prodigiosa estensione, sulla circostante campagna alquanto ben coltivata e assai ricca di grano, frutti, olio e vino nonché sui gelsi che davano nutrimento ai bachi da seta, un’industria che permetteva agli abitanti di vivere con una certa agiatezza. Solo un cenno per la città, che appariva sita su sette colline e bagnata da due fiumi che la separavano dai suoi sobborghi. Da Cosenza a Paule (Paola) il cammino si è rivelato breve e in quel luogo i viaggiatori sono rimasti molti giorni. Tale si qualificava una delle più belle città della Calabria ed era nota per la nascita di San Francesco e il concorso di gente che vi attirava il suo culto. Nei suoi paraggi poi si riscontravano olivi di grossezza straordinaria. Da Paola il gruppo di Théodore si è spostato in un porto vicino, nel quale si è imbarcato su un bastimento che lo ha condotto a Messina, in un viaggio ch’è risultato tranquillo.

Rocco Liberti

___________
[1] Briand, Les jeunes voyageurs…, tome II, pp. 229-230, trad. dal francese.

lunedì 31 agosto 2026

TRA LA CALABRIA E TANGERI: LA PATRIA INQUIETA DI EMANUELA ANECHOUM (di Bruno Demasi)

   Confesso che quando il postino mi ha consegnato il plico speditomi da una mia ex allieva di Reggio Calabria, sono rimasto emozionato davanti al libro che ne è balzato fuori e che ho letto nel giro di poche ore. Quasi impossibilitato a fermarmi.

    Una storia minimale dei nostri giorni che non ha nulla di eccezionale e che tuttavia ti prende perché scava nel cuore della condizione umana dei figli dei matrimoni misti che arricchiscono con grande fatica questa terra di confine che si chiama Calabria e che nella gran parte dei casi si intestardisce ancora a rifiutare l’immigrato dopo essere stata per secoli terra eletta d’immigrazione e d'emigrazione.

   Quando il padre muore, la ragazza protagonista è a Londra. Non è davvero felice, ma ha imparato a sembrarlo. Hagià  una vita costruita lontano dal paese calabrese dell’infanzia e un’indipendenza conquistata attraverso anni di distanza, adattamento e ostinata rimozione. La notizia della morte interrompe quella costruzione con la violenza delle cose che non possono più essere rimandate. Deve tornare. Deve lasciare Londra, riprendere la strada verso il Sud e raggiungere il luogo dal quale era fuggita. Ma il viaggio non è soltanto quello di una figlia che rientra a casa per il funerale del padre: è il ritorno verso una lingua che credeva di avere dimenticato, quella della famiglia, della provincia, del mare calabrese e di un’origine che non ha mai smesso di interrogarla.

     È da questa frattura che prende avvio Tangerinn, il romanzo d’esordio di Emanuela Anechoum, pubblicato da Edizioni E/O . Il libro, di 256 pagine, è già stato tradotto e acquistato in diversi Paesi; la critica lo ha letto come romanzo di formazione, storia di migrazione e racconto della ricerca di un’appartenenza. Ma Tangerinn è soprattutto la vicenda di una figlia che, dopo la morte del padre, deve accettare di non averlo mai conosciuto davvero.

Una scrittrice fra due Sud

   Anechoum è nata a Reggio Calabria, da madre italiana e padre marocchino. Ha vissuto e lavorato a Londra nel mondo dell’editoria, prima di tornare in Italia. Ha scritto per Vice, Doppiozero e Marvin Rivista: una traiettoria che contiene già, in forma biografica, la geografia del romanzo, sospesa fra il Sud italiano, il Maghreb e l’Europa. La definizione di scrittrice “calabro-marocchina” è pertinente, purché non venga intesa come una semplice etichetta identitaria. In Tangerinn la doppia origine non è un elemento biografico né un certificato di autenticità, ma una condizione conflittuale, una materia da elaborare.

     La Calabria di Anechoum non è una terra chiusa e immobile, separata dal resto del mondo. È una costa attraversata da partenze, lingue, migrazioni e ritorni. Anche il Marocco non viene rappresentato come un’origine intatta, pronta a offrire all’Autrice, che è poi il personaggio fondamentale di questo libro, la risposta che cerca. Fra questi due Sud si apre uno spazio intermedio, abitato da chi non può più appartenere completamente a un solo luogo.In un’intervista, la scrittrice ha precisato che il romanzo non è autobiografico, pur riconoscendo nella protagonista Mina qualcosa di sé e nel personaggio di Omar qualche tratto della figura paterna. Tangerinn non racconta dunque la vita di Anechoum, ma trasforma una possibile esperienza personale in un conflitto narrativo più ampio.

Il bar degli sradicati

     Il titolo del libro prende il nome dal bar che Omar, padre di Mina, ha aperto sulla costa calabrese. Tangerinn richiama Tangeri e porta già nel nome l’idea del passaggio, della mescolanza, di un luogo che non coincide del tutto con il territorio in cui sorge.Il bar è frequentato da immigrati, viaggiatori, solitari e persone ai margini delle appartenenze convenzionali. Omar vi ha costruito una piccola comunità, una patria provvisoria per chi non possiede una patria semplice. È un luogo di transito e di sosta, dove nessuno è costretto a spiegare interamente da dove viene. Dopo la morte del padre, Mina osserva quel locale come si osserva un archivio. Ogni oggetto, ogni volto e ogni racconto sembra contenere una parte della vita di Omar che lei non ha mai saputo vedere. Da figura familiare e insieme estranea, il padre comincia così a trasformarsi in una storia.

   Il rapporto fra Mina e Omar costituisce il centro emotivo del libro. Omar è un padre affettuoso ma opaco, un uomo che ha attraversato il Mediterraneo e cercato di ricominciare in Calabria senza mai raccontarsi fino in fondo.Mina sente di essere stata esclusa dalla sua storia. Sa che il padre è arrivato dal Marocco, che ha fondato il Tangerinn e costruito una famiglia italiana, ma non conosce la trama segreta delle sue decisioni: le rinunce, le paure, i compromessi. L’eredità che Omar le ha lasciato non è fatta di certezze, ma di lacune. Anechoum racconta questa distanza senza ricorrere alla retorica del padre esemplare o del migrante eroico. Omar non è un simbolo edificante, ma un uomo contraddittorio, capace di generosità e di silenzi, di apertura e di sottrazione. La figlia deve accettare che comprendere una persona non significhi possederne la verità.La recensione di Limina ha definito Mina una figura restituita quasi come un “quadro cubista”: non attraverso un ritratto unitario, ma mediante prospettive diverse, relazioni spezzate e punti di vista parziali. L’immagine è felice, perché Tangerinn racconta meno la biografia di Omar che la progressiva ricostruzione di Mina attraverso ciò che gli altri ricordano di lui.

Una Calabria inattesa

  Il merito più evidente di Anechoum è di aver sottratto la Calabria a due rappresentazioni ricorrenti: da una parte il Sud mitizzato delle radici, dall’altra un territorio definito quasi esclusivamente dalla violenza criminale. Nel romanzo la Calabria è una terra concreta, familiare e talvolta soffocante, ma anche capace di accogliere il mondo. Il bar di Omar diventa una soglia mediterranea nella quale la provincia non è l’opposto della modernità, bensì uno dei luoghi in cui essa si manifesta: attraverso le migrazioni, le famiglie miste, i figli che partono e i padri che arrivano.

    Tangerinn non è un romanzo privo di difetti. In alcuni passaggi la riflessione sull’identità, sul razzismo e sull’emancipazione tende a essere esplicitata più del necessario; alcuni personaggi secondari sembrano talvolta incaricati di rappresentare un’idea prima ancora di vivere pienamente sulla pagina. TuttaviaAnechoum possiede già una voce riconoscibile e un tema autentico: l’impossibilità di separare completamente il luogo da cui si fugge da quello verso cui si è partiti.  Il Tangerinn è allora più di un bar e più di un titolo. È una forma di patria provvisoria: il luogo in cui gli sradicati possono fermarsi senza rinunciare alla propria inquietudine. In questa patria sospesa, fra la Calabria e Tangeri, Emanuela Anechoum ha trovato il modo di raccontare non una doppia identità, ma la fatica, e forse anche la libertà, di averne più d’una.

Bruno Demasi

sabato 29 agosto 2026

Laboratorio di scrittura " IL QUADERNO NERO DEL FATTORE DELLE TERRE ROSSE" ( Racconto inedito di Nino Greco)

       Un racconto corposo che affonda le radici in uno dei momenti più cruciali e contraddittori della storia italiana: l’arrivo del suffragio universale maschile e la prima volta in cui i contadini del Sud, analfabeti e braccianti, si trovano davanti a una scheda elettorale. Nino Greco costruisce una narrazione di rara potenza, in cui la storia grande, quella delle riforme e dei diritti proclamati, si intreccia con la storia piccola, quella di due uomini, Rocco e Cosimo, legati da un’amicizia antica e divisi da una scelta che non ammette vie di mezzo. In poche pagine, Greco riesce a restituire l’atmosfera chiusa e oppressiva della baronia calabrese, il peso delle concessioni annuali, la paura della fame, la dignità ferita di chi lavora una terra che non sarà mai sua. 
     La qualità narrativa di Greco emerge ancora una volta nella capacità di tenere insieme realismo e simbolo: il quaderno nero del fattore, le terre rosse come ruggine, la “caloma” del cane legato alla catena diventano immagini che trascendono il singolo episodio e parlano di una condizione più ampia, quella di un intero Mezzogiorno sospeso tra la promessa di un diritto e la realtà di una trappola.I dialoghi sono asciutti, essenziali, ma carichi di tensione morale. Le parole di Rocco: “un diritto dato a chi ha ancora fame non è un diritto. È una trappola vestita da regalo” risuonano come un monito che attraversa il tempo e arriva fino a oggi. 
     Greco non cerca facili eroismi: mostra invece la complessità di una scelta in cui non esiste una via per la salvezza, ma solo due modi diversi di perdere. E proprio in questa onestà narrativa ormai rara e priva di artifici, nella capacità di non semplificare il dramma umano e sociale, sta la forza del racconto.Una lettura che lascia il segno, per chi ama la narrativa storica radicata nei territori, per chi cerca voci capaci di raccontare il Sud senza retorica e crede che la letteratura possa ancora interrogare la coscienza, anche a distanza di più di un secolo.(Bruno Demasi)


_______


Il sole calava alle spalle di Gerace, colorando la terra di rosso come ruggine invecchiata dal tempo. Rocco Macrì e Cosimo Tripodi tornavano dal fondo del barone Carafa con le zappe in spalla, i piedi impastati di polvere e i passi appesantiti dopo una dura giornata di lavoro.

Stava per iniziare l’autunno, il primo in cui anche loro, braccianti oltre i trent’anni e analfabeti, avrebbero potuto mettere una scheda in un’urna. Un nuovo mondo si apriva agli occhi di coloro che fino ad allora avevano subito le scelte di politici eletti per censo.

Un lungo confronto politico aveva impegnato il governo e il Parlamento. Nonostante le titubanze dei liberali e dei conservatori, i quali temevano che l’ampliamento del numero degli elettori potesse condurre a un nuovo ordine politico e al sovvertimento di quella che era considerata una condizione di stabilità, si giunse infine all’approvazione della riforma elettorale.

Rocco camminava a testa alta, come se quella scheda l’avesse già in tasca, e la immaginava come un grimaldello potente per cominciare a scardinare lo scrigno dove erano custoditi i diritti. Per tanti lunghi anni nessuno si era preoccupato di tutta quella gente che fino a quel momento era rimasta assoggettata ai voleri dei padroni, sia per le concessioni delle terre sia, molto spesso, per la gestione dei diritti stessi.

Negli ultimi tempi era stato il più attivo tra i mezzadri, uno dei pochi a cercare il confronto col fattore delle tenute del barone Carafa. Non erano mancati gli screzi neppure col barone stesso, ma alla fine le necessità e i bisogni prevalevano su qualsiasi forma di diritto rivendicato.

— Cosimo, ma tu la sai la novità? Quest’anno votiamo pure noi! — disse Rocco con tono solenne.
— Non solo i “galantomini” — chiosò con uno sprazzo di rivalsa.

Cosimo si girò di scatto e guardò indietro, verso il casale del barone, come se temesse che qualcuno potesse ascoltare ciò che per lui era considerata una bestemmia.

— Rocco, abbassa la voce. Perché lo gridi anche qua per lo stradone? Qualcuno potrebbe sentirti!
— E che devo fare, tenermi in tasca le parole e i pensieri?
— Per anni abbiamo chinato la schiena sulla terra d’altri. Ora, almeno per una volta, dobbiamo alzarci e con la schiena dritta indicare il nome di chi vogliamo noi.

Cosimo si fermò. Aveva il volto di chi porta un peso che non si vede e una traccia di terrore negli occhi.

— Tu hai sette figli come me? Tu hai la concessione delle terre a “mmitati” che ti permette di sfamare la famiglia? — si fermò un attimo e riprese — Se il barone sa, e lui sa sempre tutto perché ha orecchie ovunque, che tu hai votato contro i “galantomini” che lui ha sempre appoggiato, il prossimo anno a chi darà le terre da coltivare? A te, che hai cominciato a fare la “testa calda” e a dire che “ogni testa forma codice”, o a mio cognato, che ha tenuto la bocca chiusa, sempre ossequiente e con barritta in mano?

Rocco sputò con sdegno per terra, non per disprezzo verso l’amico, ma verso quella verità che bruciava più del solleone.

— Cosimo, questo è il punto. Ciò mi fa pensare che ci hanno dato la libertà, ma con una mano ci allisciano e con l’altra ci pugnalano. Che senso ha un voto libero se poi devo temere la fame di mio figlio per averlo usato? Non è voto per tutti, questo. È una menzogna, e non c’è peggiore menzogna di quella venduta come verità. — Rocco si fermò un attimo per incrociare lo sguardo di Cosimo e continuò:
— Loro sanno che andremo a votare e pensano che voteremo come ci dirà il fattore, o il prete, o come ci indicherà colui che ci concede le terre; perché, per loro, la nostra libertà è come quella di un cane legato alla catena: hai solo spazio e la “caloma” a misura per poter solo mangiare. Tutto ciò non sta nella legge che dicono di aver approntato per noi, ce la fanno intravedere attraverso quel tozzo di pane che portiamo a casa per i figli. — Chiosò con un gesto di stizza e a denti stretti.
— E allora perché ti fai il sangue acqua, se già lo sai come andrà a finire? — riprese Cosimo.
— Perché un giorno qualcuno dovrà pur alzare la testa per primo, Cosimo. Se aspettiamo tutti che sia un altro a rischiare la terra, la fame, la concessione, non cambierà mai niente, né quest’anno, né tra cent’anni. Io non dico che tu debba farlo. Dico solo che qualcuno, prima o poi, lo farà — finì Rocco.

Cosimo abbassò lo sguardo sui ciottoli dello stradone che conosceva come gli angoli della sua angusta casa.

— Non ho paura del barone, Rocco. Ho paura per i miei figli. È diverso.
— Lo so — disse Rocco, piano. — Ed è proprio questo il “tragiro” più grande che ci hanno fatto: ci hanno concesso un diritto sapendo benissimo che avremmo dovuto avere tanto coraggio per usarlo. Perché il coraggio, quando hai fame, ha un prezzo più alto della libertà stessa.

Passarono i giorni, e con essi passò anche la finta quiete che segue sempre le grandi promesse. Il fattore del barone, tale Don Ciccio Panuccio, cominciò a girare per le case dei coloni, come se fosse la novena di Natale, con un quaderno dalla copertina nera sotto il braccio e un sorriso stampato sul volto, falso come una notte senza luna.

Non intimoriva, non aveva bisogno di farlo sfacciatamente. Bastava una sua breve sosta sull’uscio, che chiedesse come stavano i figli, che ricordasse, come per caso, quanto fosse generoso il barone a rinnovare le concessioni ogni anno, “a chi se lo merita, si intende”.

Un ghigno beffardo e da iena animava un volto dagli zigomi come due pomodori costoluti, sopracciglia folte e disordinate che andavano quasi a legarsi alle basette che arrivavano a metà guancia, appendici di una cornice di capelli che disegnavano una chirica che pareva non il segno di una vocazione mancata, ma la traccia lasciata da chi si è tolto il berretto soltanto per servigi resi e per contare i danari altrui.

Cosimo lo vide passare tre volte davanti casa sua in una settimana. La terza volta, il fattore non disse nulla. Si tolse solo il berretto, guardò la porta chiusa, e se ne andò fischiettando.
Fu quel silenzio, più di ogni parola, a togliere il sonno a Cosimo per due notti intere.

Rocco, invece, il quaderno nero non lo temeva, o fingeva di non temerlo, che forse, in un uomo povero, è la stessa cosa vissuta diversamente.
Lui andava nella piazza di sera, dopo il lavoro, e parlava. Non strillava proclami: raccontava. Diceva di Salvemini, di cui aveva sentito parlare da un maestro di scuola venuto da Reggio, un uomo che diceva che i contadini del Sud non erano bestie da voto ma cristiani con lo stesso diritto degli operai di Milano. Raccontava, e gli altri braccianti ascoltavano in cerchio, in silenzio, con la stessa espressione con cui si ascolta un prete che promette il paradiso, sperando che sia vero, temendo che sia una bugia come tante.

— Tu li vuoi tutti morti di fame come te — gli disse una sera Cosimo, con una rabbia che non gli era abituale.
— Perché parli così, in piazza, davanti a tutti? Lo sai che il fattore con le orecchie arriva dappertutto. Domani andranno a dire al barone che Rocco Macrì fa comizi, e dopodomani non trovi più un palmo di terra da lavorare in tutta la baronia. E allora? Chi ti dà da mangiare, Salvemini?

Rocco lo guardò a lungo, senza rabbia, con una tristezza che pesava più della collera.

— Cosimo, tu credi che io non abbia paura? Ho paura ogni notte. Ho paura quando sento bussare, ho paura quando il fattore mi guarda con quel sorriso da cane che aspetta l’osso. Ma la paura mia non è come la tua. Tu hai paura di perdere quello che hai, poco, pochissimo, ma tuo. Io ho paura di morire vecchio avendo avuto un diritto in mano e non averlo mai usato. Sono due paure diverse, Cosimo, e non so quale delle due, alla fine, ci uccida più lentamente.

Il giorno del voto arrivò con un cielo bianco, senza vento; non sembrava nemmeno autunno inoltrato, come se anche il tempo si fosse fermato a scrutare gli eventi.

Fuori dal seggio, allestito nella scuola del paese, c’erano più carabinieri che elettori, e più galantomini a controllare che persone a votare. Il barone Carafa non venne di persona, non c’era bisogno della sua presenza. Mandò Don Ciccio Panuccio, con il quaderno ben visibile sotto il braccio, appoggiato a un muretto proprio davanti all’ingresso, a “salutare” ogni contadino che entrava.

Cosimo arrivò con il berretto in mano, gli occhi bassi. Salutò il fattore con un cenno del capo; un cenno che era già, di per sé, un voto dato prima ancora di entrare nella cabina. Scrutò tutte le schede esposte su un tavolo, scelse quella col simbolo che aveva deciso di votare e, nella finta segretezza della cabina, la infilò nella busta preposta e la fece cadere dentro l’urna. Diede il voto non perché avesse scelto quel candidato, ma perché non aveva mai avuto, in realtà, la possibilità di scegliere altro: la volontà del barone era arrivata chiara ed esplicita.

Rocco arrivò un’ora dopo, e non salutò nessuno. Passò davanti a Don Ciccio senza abbassare gli occhi, ed entrò nella cabina con il cuore che gli batteva come non gli batteva nemmeno quando la zappa colpiva una pietra nascosta sotto la terra dura. Prese la scheda che riportava il simbolo di un candidato che aveva ascoltato, una sola volta, e che aveva parlato di riforma agraria, di terre da dividere, di un Sud che non fosse più il cortile di nessuno. Lo fece sapendo, con la stessa certezza con cui sapeva che il destino gli sarebbe arrivato “comu a morti supa o giuvani”, che quel voto lo avrebbe pagato caro.

Non tornò a lavorare quella settimana. Il fattore gli disse, con voce cortese e occhi di ghiaccio, che la concessione del fondo, quell’anno, era stata “riconsiderata”. Non spiegò altro. Non serviva.

Cosimo lo trovò seduto sulla soglia di casa, la sera dopo, con le mani intrecciate tra le ginocchia e lo sguardo fisso su un punto della terra che non esisteva.

— Allora? — chiese Cosimo, e nella sua voce c’era qualcosa che non era più solo paura, era vergogna, forse, o il principio di una vergogna che ancora non sapeva nominare.
— Allora niente — disse Rocco. — Ho votato. E ho perso la terra; ho perso porco e corda.
— Te l’avevo detto — riprese Cosimo.
— Sì. Me l’avevi detto, ma io sono testone e le cose le voglio vedere fino in fondo. Qualcuno deve pur cominciare, forse non servirà a nessuno o forse un giorno tanti altri cercheranno di sollevare il capo come ho provato a fare io.

Non c’era traccia di pentimento nelle parole di Rocco, solo amarezza. Il rammarico di essersi sentito solo nel momento in cui c’era da interrogare la propria coscienza e muovere un po’ di coraggio che portasse a immaginare, a tutti quei contadini e mezzadri, che un mondo diverso, fuori dagli schemi dettati dai baronati, potesse prendere piede.

Rimasero in silenzio a lungo, i due uomini, mentre il buio scendeva sulla baronia come un manto che scendeva ogni sera, uguale a sé stesso da sempre.

— E ne è valsa la pena? — chiese infine Cosimo, piano, quasi temendo la risposta.

Rocco alzò lo sguardo, non verso l’amico, ma verso le luci lontane del casale del barone, ancora accese, ancora padrone della notte come lo erano state di ogni notte prima di quella.

— Non lo so ancora, Cosimo. Forse lo saprà mio figlio, tra vent’anni, se avrà il coraggio di fare quello che ho fatto io oggi, o se avrà, semplicemente, meno paura di come l’ho avuta io.
Io so solo una cosa: che un diritto dato a chi ha ancora fame non è un diritto. È una trappola vestita da regalo. E io, oggi, ci sono caduto dentro con gli occhi aperti. Non so se questo sia coraggio o soltanto la stupidità di un contadino.

Cosimo non rispose. Guardò le sue mani, quelle che avevano preso la scheda dove c’era il nome indicato dal barone senza che il cuore suo l’avesse mai davvero scelto, e per la prima volta in vita sua non seppe dire se fosse lui, il saggio, o Rocco, il pazzo, l’uomo che quella sera aveva davvero perso tutto, o forse, soltanto, aveva finalmente vinto qualcosa che nessun fondo di terra avrebbe mai potuto restituirgli.

Passò l’inverno, il più duro che Gerace ricordasse da anni. Senza le terre del barone, Rocco arrangiò lavori a giornata qua e là, qualche “armacera” da tirare su nelle costere di Mammola, una vigna da potare a Grotteria; ma erano briciole di pane, e le briciole non bastano a sfamare cinque bocche quando il gelo secca gli orti e i pochi risparmi finiscono prima che tu te ne accorga.

Sua moglie Filomena non lo biasimò mai apertamente. Aveva un modo peggiore di farlo: il silenzio a tavola, gli occhi che contavano i pezzi di pane prima di dividerli, il modo in cui guardava i figli come si guarda qualcosa che si sta per perdere.

Fu lei, in marzo, a dirgli la parola che lui non aveva il coraggio di pronunciare per primo.

— Ci sono le carte per l’America, Rocco. Le ha prese pure il figlio du Pugliesi. Partono da Napoli ad aprile.

Rocco non rispose subito. Guardò le mani che avevano preso quella scheda, le stesse mani che ora non avevano più nemmeno un pezzo di terra altrui da zappare, anche perché il vento che portava la diffidenza riempì quella vallata e andò anche oltre.

— Io ho votato per restare, Filomena. Ho votato perché un giorno questa terra fosse anche nostra, non solo del barone. E ora questa stessa terra mi manda via.
— La terra non manda via nessuno — disse lei, senza asprezza, solo con la stanchezza di chi ha smesso da tempo di cercare colpe.
— Ti manda via chi la terra la possiede. È diverso, e tu lo sai meglio di me: tu per loro hai solo le braccia e a chi possiede la terra interessano solo quelle.

Rocco partì qualche mese dopo, con la promessa e la speranza di mandare a chiamare la famiglia appena messo insieme qualche dollaro. Cosimo lo accompagnò fino al bivio per Gioiosa, da dove partiva il carretto per la stazione. Non si dissero molto. Non c’era, ormai, molto da dirsi oltre ciò che si erano detti nelle ultime settimane.

— Mi dispiace, Rocco — disse infine Cosimo, e per la prima volta nella loro amicizia la sua voce non aveva il tono di chi si giustifica, ma quello di chi, semplicemente, non sa più cosa sia giusto.
— Non dispiacerti — rispose Rocco, stringendogli la mano callosa come la propria.
— Tu la terra ce l’hai ancora. Tienitela stretta. E se un giorno tuo figlio avrà la mia stessa scheda in mano, digli tu quello che io non ho potuto insegnare al mio: che il diritto senza pane è una parola bella che se la porta via la prima “china du Trubulu”. Ma digli anche che qualcuno, una volta, quel diritto lo ha usato lo stesso. Per lui, se non per me.

Il carretto si mosse tra il pietriccio e la polvere dello stradone. Cosimo rimase a guardarlo finché non fu che un punto, poi niente, inghiottito dalla curva verso la stazione e verso un mare che lui e Rocco avevano visto sempre da lontano.

Cosimo pensò, tornando verso casa quel giorno, che la prudenza lo avesse almeno salvato dalla sorte dell’amico.
Si sbagliava, e lo scoprì presto.

Il barone Carafa, infatti, non dimenticava mai, nemmeno la fedeltà. Specialmente non quella. Perché un padrone che ha visto un contadino tentennare, anche solo per un istante, anche solo abbassando lo sguardo davanti al fattore invece di sorridere pronto, non si fida più fino in fondo. Cosimo aveva votato come doveva, sì, ma tutti in paese sapevano che era stato amico di Rocco Macrì, che le sere d’estate lo avevano visto ascoltare, in piazza, i discorsi sul suffragio e sulla riforma agraria.

Non aveva parlato, non si era mai espresso. Non aveva firmato niente. Ma aveva ascoltato, ed era bastato.

L’estate seguente, quando si trattò di rinnovare le concessioni, Don Ciccio il fattore si presentò a casa sua con il solito quaderno nero e un’aria diversa dal solito, più fredda, più distaccata.

— Quest’anno il barone ha deciso di affidare le terre del fondo più grande a un’altra famiglia, ai Lombardo. Niente di personale, nulla contro di te, capisci. Sono cose che càpitano, normale gestione delle terre, anche perché le richieste sono tante.

Cosimo restò impietrito sull’uscio, la stessa soglia dove un anno prima aveva ascoltato Rocco raccontare del suo voto perduto.

— Ma io ho votato come volevate voi! Ho fatto tutto come si doveva! — sbuffò Cosimo con una punta di rabbia.

Don Ciccio si strinse nelle spalle, già pronto per andarsene.

— Il voto giusto non basta più, se le compagnie sono sbagliate. Il barone si fida di chi non ha dubbi. E tu, Cosimo, i dubbi te li sei fatti leggere in faccia per un anno intero, anche senza aprir bocca.

Cosimo rimase solo sulla soglia, con la stessa terra rossa di sempre davanti agli occhi, terra che non sarebbe mai stata sua, né per il coraggio di chi l’aveva sfidata, né per la prudenza di chi aveva creduto di poterla conservare piegando la testa.

Capì, in quel momento, con una chiarezza che bruciava più della vergogna, che nel sistema di quella baronia non esisteva davvero una via per la salvezza: c’era solo la scelta tra due modi diversi di perdere. Perdere gridando, come Rocco con il volto rivolto verso il mare e l’America; o perdere in silenzio, come lui, con il volto rivolto verso una terra che lo aveva sempre guardato come un passante, mai come un figlio.

Quell’inverno anche la famiglia di Cosimo fece le valigie di cartone legate con lo spago. Non per l’America, non ne avevano i mezzi. Andarono a Reggio, a cercare lavoro nei cantieri del porto, tra le migliaia di braccia contadine che il Sud, ogni anno, espelleva come un corpo che rigetta la propria stessa carne.

E la terra del barone Carafa, quell’anno come tutti gli anni prima e tutti gli anni dopo, fu zappata da altre mani ancora, povere, sole come le precedenti, costrette anch’esse a scegliere, un giorno, davanti a una scheda che prometteva libertà, la stessa paura di sempre.

Nino Greco

giovedì 27 agosto 2026

Il Verismo calabrese oltre le mistificazioni: VINCENZO PADULA E NICOLA MISASI ( di Bruno Demasi )


     Il Verismo calabrese rappresenta una declinazione autonoma del regionalismo letterario italiano di fine Ottocento e possiede una fisionomia precisa: al centro di esso, che lo si voglia o no, si collocano la denuncia sociale e una passionalità arcaica che non sono semplice sfondo, ma protagonisti. E ciò con buonas pace di quanti continuano a pensare che il Verismo fu fenomeno squisitamente ed esclusivamente siciliano copiando  stucchevolmente quanto scritto nei manuali ripetitivi di storia della letteratura.

     Prima che il Verismo si codificasse come teoria, Vincenzo Padula ne gettò le fondamenta. Sacerdote patriota e osservatore acuto, egli abbandonò l’idillio romantico per descrivere la miseria delle classi subalterne con linguaggio asciutto e documentaristico. Attraverso il giornale Il Bruzio (1864–1865), Padula condusse una vera autopsia della società calabrese: denunciò analfabetismo, latifondo e sfruttamento, mirando a un “realismo morale” che facesse dell’intellettuale un testimone civile. Con Lo stato delle persone in Calabria e altre inchieste, la sua prosa assunse una fisionomia di “verismo ante litteram”. 

     A distanza di alcuni decenni, Nicola Misasi raccolse l’eredità paduliana e la trasformò in narrativa. In opere come In Magna Sila (1883) e Racconti calabresi (1881), la Calabria emerge come spazio simbolico di passioni estreme e di giustizia privata. La natura e il brigantaggio diventano specchi dell’anima regionale: se per Padula raccontare significava “guarire” la Calabria attraverso la conoscenza, per Misasi significava “rivelarla” al mondo, esibendone fierezza e dolore. Tra i precursori del Verismo calabrese vanno ricordati anche Domenico Mauro, più vicino al Romanticismo, e il poeta dialettale Michele Pane, che contribuirono alla scoperta del reale locale, trasformando il folklore in dignità letteraria.

Vincenzo Padula: il realismo della coscienza sociale 
 

   Vincenzo Padula (Acri, 1819 – 1893) è una delle figure più poliedriche dell’Ottocento calabrese. Sacerdote, patriota e studioso, unisce fede cristiana, impegno civile e analisi sociale, osservando la miseria del popolo con sguardo più sociologico che sentimentale. La sua formazione romantica non gli impedisce di precorrere il Verismo: in Persone in Calabria realizza un capolavoro di giornalismo d’inchiesta ante litteram, descrivendo la povertà come conseguenza di cause economiche e politiche, non come fatalità. Nel suo bilinguismo costituito da italiano e dialetto acrese il dialetto non è colore folclorico, ma strumento di verità.

     Padula denuncia il fallimento del Risorgimento nel Mezzogiorno, dove ai Borboni subentrò una borghesia altrettanto oppressiva. Nel Bruzio definisce il brigantaggio come una necessità sociale, non come vizio morale¹. Le sue inchieste inaugurano in Calabria il giornalismo d’indagine e pongono le basi del realismo sociale: scuole assenti, carceri disumane, campagne affamate. Il suo intento non è estetico ma etico: la Calabria, scrive, ha bisogno di pane e giustizia, non di retorica².

   La poetica paduliana è un “realismo della coscienza”: la parola diviene strumento d’indagine, la natura elemento di lotta, non di consolazione. In Stato delle persone in Calabria (1864) l’autore rifiuta lo spettacolo pastorale e rappresenta la miseria come costruzione politica. Nella tragedia Antonello capobrigante calabrese (1850), Padula consacra la figura del brigante a simbolo della disperazione sociale. Nella prefazione dichiara di aver voluto comporre non una tragedia, ma un quadro di costumi³; nel primo atto definisce il povero come vittima che, se reagisce, viene chiamata brigante⁴; nel secondo atto la rassegnazione religiosa si rovescia in ribellione morale⁵.Padula innesta espressioni dialettali in un linguaggio “che morde”, dando corpo e voce reale al popolo. La sua religione, radicale ed evangelica, unisce pietà cristiana e ribellione morale. Critici come Benedetto Croce e Pasquino Crupi lo hanno definito un precursore del Verismo per la sua poetica della testimonianza, in cui l’estetica è subordinata all’etica.
. . . 
 
   Il passaggio da Padula a Misasi segna l’evoluzione naturale del Verismo calabrese. Padula è l’analista; Misasi il narratore. Il primo compie la diagnosi della realtà, il secondo la trasfigura in mito. I punti di continuità sono molteplici: il passaggio dall’ideale al reale attraverso l’inchiesta sociale; la denuncia delle disuguaglianze e del latifondo; l’approccio documentario e l’osservazione “scientifica” del mondo contadino; la lingua radicata nel parlato popolare e la fedeltà alla realtà quotidiana. Misasi riprende questi temi e li rielabora in forma letteraria, collocando al centro i monti silani, il brigantaggio e la purezza di un mondo arcaico.

Nicola Misasi: il Verismo tardo‑romantico 

 
   Nicola Misasi (Cosenza, 1850 – 1923) è il massimo esponente del Verismo calabrese maturo. Educato in un clima patriottico, insegnò lettere e collaborò con testate come La Tribuna e L’Illustrazione Italiana. La sua produzione spazia dal romanzo alla saggistica, ma il vertice espressivo è raggiunto nei racconti brevi: Racconti calabresi (1881), In Magna Sila (1883), Marito e sacerdote (1891) e Cronache del brigantaggio (1893).

     Il suo Verismo non è imitazione di Verga, ma fusione di osservazione sociale e lirismo passionale. Ne sono tratti distintivi: il realismo psicologico e passionale; la partecipazione emotiva del narratore; la passione come motore narrativo; il paesaggio come stato d’animo – la Sila come madre e custode di un’umanità primitiva; l’antitesi città‑natura, dove la montagna è purezza e la città corruzione; il brigantaggio come ribellione eroica all’ingiustizia; la denuncia sociale filtrata da una visione epica e drammatica.

     Con i Racconti calabresi, considerati il manifesto del Verismo calabrese, Misasi offre un ritratto mitico e realistico della terra d’origine⁶. La Sila diventa simbolo di un’umanità arcaica⁷. Il brigante, da semplice delinquente, assume valore epico⁸.La donna misasiana incarna la tensione tra destino e onore. Due archetipi dominano: la femminilità passionale, forza distruttrice o salvifica; e la madre‑sacerdotessa, custode del dolore e dell’onore familiare. La donna calabrese non parla d’amore con le parole, ma con gli occhi e con il silenzio⁹; talvolta essa appare come incarnazione della terra stessa¹⁰. La “donna in nero” diventa emblema tragico della condizione femminile: orgogliosa, silenziosa, partecipe del codice d’onore maschile ma anche sua vittima 
. . .

     Padula e Misasi, pur divisi da una generazione, condividono la missione di dare voce alla Calabria ignorata dal Paese: il primo è il fondamento scientifico e morale del Verismo calabrese; il secondo ne è lo sbocco artistico e popolare. Senza l’inchiesta paduliana, la narrativa misasiana avrebbe perso la sua base di verità; senza la forza poetica di Misasi, la denuncia di Padula non avrebbe raggiunto quella forma mitica e universale che ancora oggi dà identità alla letteratura calabrese.Il Verismo calabro nasce dunque dall’incontro tra l’indagine morale di Padula e il lirismo tragico di Misasi: una letteratura che guarda alla Calabria come microcosmo universale delle ingiustizie e delle passioni umane, dove il “vero” non è solo descrizione, ma atto di giustizia.

Bruno Demasi 
__________
1. Il Bruzio, n. 45, 1864, p. 3.
2.Il Bruzio, 1865, p. 1.
3.V. Padula, Antonello capobrigante calabrese, in Opere scelte, a cura di P. Crupi, Rubbettino, 1996, p. 112.
4.Ivi, p. 121.
5.Ivi, p. 134.
6.N. Misasi, Racconti calabresi, Rubbettino, 2003, p. 47.
7.N. Misasi, In Magna Sila, Rubbettino, 2004, p. 18.
8.N. Misasi, Cronache del brigantaggio, Rubbettino, 2005, p. 63.
9.Racconti calabresi, cit., p. 52.
10. In Magna Sila, cit., p. 27.

martedì 25 agosto 2026

Tra Palmi e lo scoglio: LA POESIA SEGRETA DI MARIA DE MARIA (di Bruno Demasi)


    Maria De Maria entra nella letteratura calabrese quasi di soppiatto, sommessamente, anzi in silenzio. La sua opera nasce in una casa appartata di Palmi, davanti al mare, in una vita che non sembra avere nulla di “letterario”. Eppure, dalla sua solitudine è scaturita una delle voci più originali della poesia dialettale del Novecento calabrese.

     Nata a Palmi il 9 febbraio 1918 e morta nella stessa città l’11 ottobre 1971, Maria cresce in una famiglia di buone condizioni economiche, ma segnata da due lutti che la segnano: la madre, Carmela Cavallaro, muore quando lei è ancora bambina; il padre, Antonio, uomo colto e severo, dedica al figlio maschio il privilegio degli studi e tiene invece le tre figlie , Teresa, Maria e Pina , strette in casa, geloso della loro sensibilità incline alla poesia e alla pittura. Così Maria, come le sorelle, frequenta solo le scuole elementari e si forma come autodidatta, leggendo, osservando, ascoltando il proprio dolore.

     Da questa doppia sottrazione, la madre perduta, la parola negata – nasce una voce solitaria, nella quale il dialetto non è un vezzo identitario, ma la lingua della madre perduta, la lingua che resta quando tutto il resto si ritira. Antonio Piromalli ha scritto che «la poesia di Maria De Maria è un lungo monologo con l’assenza»(1) . È una definizione che coglie il nucleo emotivo della sua opera: la poesia come ricostruzione di una presenza che non c’è più.

   Quando nel 1958 appare Scogghiu sulu, il dialetto calabrese non è considerato una lingua adatta alla modernità lirica. È percepito come un codice “basso”, folclorico, confinato alla rappresentazione del mondo contadino. Maria De Maria compie un gesto radicale: trasforma il dialetto in una lingua metafisica. Il verso è breve, nervoso, scattante; la sintassi è essenziale; le immagini sono taglienti come scogli. Il critico Giuseppe Trisolini, che fu tra i primi a riconoscerne la grandezza, osserva che la poetessa «ridona grazia a un dialetto in sé rozzo, portandolo a una tensione lirica inattesa» (2). Il dialetto, qui, non descrive il mondo contadino: lo trascende. Diventa una lingua dell’assoluto, una forma di ricerca spirituale.

     Il titolo Scogghiu sulu è già una dichiarazione poetica. Lo scoglio non è un elemento paesaggistico: è un personaggio, un alter ego, una condizione esistenziale. La solitudine non è isolamento: è forma. È il luogo in cui la voce si concentra, si affina, si fa precisa. Leonida Repaci, che la premiò nel 1957 al concorso “Villa San Giovanni”, parlò di «una poesia che non cerca consolazioni, ma un punto fermo» (3). Quel punto fermo è il mare di Palmi, interlocutore, padre, dio minore.

Chi nci vozi

Chi nci vozi m’arridi ‘u me’ ortu?
Mi nesci ‘na spera di suli…
Chi chiantu, pe’ tutta ‘a matina!
non c’era ‘na rrama,
non c’era ‘nu hiuri,
‘na fogghia,
senza lagrimi… quali duluri
faciva suffriri ‘i me’ hiuri?
Ora ‘u sacciu: volivanu ‘ suli.


     La modernità di questa poesia è sorprendente. Non c’è nulla di arcaico, nulla di tradizionale, nulla di “paesano”. La sua voce ha la stessa tensione verticale di certa lirica europea del primo Novecento. Trisolini nota che «la sua poesia dialettale non è locale: è universale» (4). Il dialetto, dunque, non è un codice identitario: è una lingua che permette di dire ciò che la lingua “alta” non riesce a dire senza maschere.

     Dietro questa scrittura c’è una vita intera passata a Palmi, in una casa con un giardino dove Maria trascorre molto tempo: l’orto, i fiori, il sole diventano figure di un dialogo continuo con la madre assente e con Dio. La sua formazione passa anche attraverso la lettura di Rainer Maria Rilke, autore preferito, che la aiuta a comprendere la fragilità umana e a vedere la natura come manifestazione della grandezza divina. Ne nasce una poesia in cui dominano la natura, una fede profonda e una pietà costante per i vecchi e i fanciulli poveri, senza mai scivolare nel sentimentalismo.

     Sicuramente la grandezza di Maria De Maria è tutta nella sua dimensione umana e linguistica: una donna che non ha studi, non ha reti culturali, non ha visibilità, e che tuttavia costruisce una delle voci più originali della poesia calabrese. La marginalità diventa energia creativa. La sua opera dimostra che la poesia nasce dove non la si aspetta: non nei salotti, non nelle accademie, ma in una casa silenziosa, davanti al mare, in una vita che sembra non avere nulla di “letterario”.

     Oltre a Scogghiu sulu (1958), Maria De Maria pubblicò Piccole parole nere (1968) e, postuma, Bagliori d’Eterno (1982), confermandosi una delle voci più alte della poesia in vernacolo calabrese del Novecento.

Bruno Demasi
__________
1. A. Piromalli, Letteratura calabrese, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1978, p. 412.
2. G. Trisolini, Poeti dialettali calabresi, Milano, Ceschina, 1962, pp. 119, 125.
3. L. Repaci, intervento al Premio “Villa San Giovanni”, Verbale della Giuria, 1957, p. 4.
4. G. Trisolini, op. cit., p. 125.