venerdì 28 novembre 2025

QUEL LEGAME PERDUTO TRA I CERTOSINI DI SERRA E CASTELLACE DI OPPIDO (di Bruno Demasi )

 
    Fonti classiche e testi storiografici moderni ("Chronicon Serrae San Bruno" ,"Storia della Certosa di Serra San Bruno" di Giuseppe Giordano: "I Cistercensi e la Certosa" di Giovanni Morelli) confermano che, dopo la morte di san Bruno (1193), la comunità di Serra si divise: una parte abbandonò la regola certosina per passare ai cistercensi di Fossanova e condurre vita più cenobitica, mentre l’altra si ritirò «alle falde dell’Aspromonte, nella zona di Castellace (oggi frazione di Oppido Mamertina)”. Ma cos’era successo esattamente?

    E’ documentato che alla fine del XII secolo la Certosa di Serra attraversò una fase di tensione interna. Da un lato permaneva la rigida impostazione eremitica di san Bruno; dall’altro cresceva l’attrazione per modelli più comunitari che stava conquistando parte del monachesimo europeo, soprattutto grazie all’impatto dei cistercensi. Le fonti (specie quelle storiografiche moderne sopra citate, che riepilogano materiale manoscritto perduto durante i terremoti calabresi) parlano di un gruppo di monaci disaffiliati, probabilmente non numeroso, che abbandonò la Certosa tra il 1180 e il 1200. Cercavano una forma di vita meno eremitica, più cenobitica, pur mantenendo una dimensione ascetica rigorosa. 

     Viene spontaneo a tal punto domandarsi quale via abbia seguito verso Sud il gruppo dei monaci dissidenti. E’ plausibile che nel percorso di trasferimento da Serra San Bruno, seguendo gli antichi tratturi di cresta che collegavano le Serre all’Aspromonte, il piccolo gruppo abbia percorso un itinerario naturale: Brognaturo → Mongiana/Bivongi → Cittanova arcaica → alture di Castellace.  Rimarrebbe tuttavia un nodo da sciogliere: si trattava del Castellace attuale frazione di Oppido Mamertina o del Castellace frazione, o meglio contrada rurale di Gerace? In effetti la scelta  dei monaci provenienti dalla  Certosa di Serra San Bruno di stabilirsi a Castellace di Oppido Mamertina piuttosto che a Castellace di Gerace potrebbe sembrare a prima vista meno ovvia, visto che Gerace era una località geopgraficamente non troppo distante da Serra San Bruno, se non ci fossero state alcune motivazioni fondamentali che non possiamo trascurare e che potrebbero spiegare ampiamente la loro  scelta:

  • Geografia e Percorsi: la Certosa di Serra San Bruno si trova più a nord rispetto a Gerace, in una zona montuosa e isolata, che era tipica per le comunità monastiche che cercavano luoghi lontani da centri abitati per vivere in clausura. Oppidum, e di conseguenza Castellace ( all’epoca indicato come “Boutzanon” nella toponomastica bizantina), si trova più a ovest rispetto a Gerace, ma ancora abbastanza isolato e vicino alle montagne ed offriva le caratteristiche di tranquillità che i monaci cercavano;

  •  Ragioni di opportunità politica e religiosa: Andrè Guillou, uno dei più grandi studiosi dell’età bizantina in Calabria, nel suo studio sulla diocesi di Oppidum , che documenta come indiscutibilmente esistente nell’XI secolo, “La theotokos de Hagia Hagathé” si sofferma ( pp. 24-25) con dovizia di particolari ad illustrare il territorio dell’attuale Castellace, frazione di Oppido Mamertina. Il nome bizantino dell’insediamento civile ivi esistente , come si diceva, era “Boutzanon”, un “chorion” ben abitato posto al centro di un importantissimo “droungos” difeso da un “pyrgos”( torre elevata di difesa). Si trattava di una circoscrizione rurale e fiscale di particolare importanza, formata da un centro abitato circondato da un’ampia fascia di colture , di terreni privati e di chiese rurali. In definitiva un borgo particolarmente importante e ricco, degno avamposto dell’autorità vescovile che aveva sede a Oppidum (Hagia Agathé, dal nome della sua theotokos) e giurisdizione religiosa e amministrativa sull’intera “tourma” delle Saline, corrispondente lato modo con tutto il territorio disegnato dall’amplissimo bacino del Metauro-Marro (Petrace). Che i monaci fuorusciti da Serra abbiano scelto proprio tale territorio ben difeso e nello stesso tempo particolarmente liberale e munifico nei confronti delle comunità monastiche è più che plausibile;
  •  Tradizione e Storia: Sebbene Gerace fosse un centro importante nel Medioevo, con il suo castello e la sua cattedrale, potrebbe essere che gli stessi monaci, o comunque la Certosa di Serra San Bruno, avessero scelto di espandersi in territori che ancora non erano troppo saturi di insediamenti religiosi. Inoltre, Serra San Bruno aveva una tradizione di insediamenti monastici isolati, come quello che si sviluppò a Boutzanon, l’attuale Castellace che potrebbe essere stato scelto proprio per il suo decentramento, che rappresentava l'ideale monastico della vicinanza, ma anche della separazione dal mondo esterno, senza la pressione di dover interagire con la vita di una città come Gerace.

    In definitiva, anche se Gerace sarebbe stata per i monaci in fuga una scelta "naturale" sotto alcuni aspetti, Boutzanon, cioè l’attuale Castellace di Oppido Mamertina offriva probabilmente un insieme di condizioni che favorivano prima di tutto la sicurezza, ma anche la tranquillità e l'isolamento monastico, caratteristiche molto importanti per la loro vita religiosa, senza contare che la vita cenobitico–ascetica a Castellace (Boutzanon) sicuramente avrebbe adottato una forma ibrida caratterizzata da preghiera comune (cenobitica); forte austerità personale (eremitica); lavoro agricolo e boschivo;integrazione minima con i villaggi dell’entroterra di Oppidum. Questa forma ricorda molto numerosissimi altri piccoli insediamenti monastici nel territorio di Oppidum anche non ufficialmente riconosciuti da grandi ordini.

    Probabilmente il nucleo monastico, econdo alcune ipotesi, si sarebbe estinto tra XIII e XIV secolo, forse assorbito nella rete dei piccoli cenobi locali oppure scomparso dopo terremoti e carestie. 
 
  Quali potrebbero essere le tracce concrete circa l’insediamento cenobitico proveniente da Serra sulle alture dell’odierna Castellace di Oppido Mamertina? La storiografia locale fornisce forti indizi topografici e tradizioni orali su antichi insediamenti religiosi nella zona di Boutzanon , spesso situati in posizioni elevate e appartate — tipiche di gruppi monastici provenienti da contesti eremitico-cenobitici. Non esistono però documenti diretti (carte, bolle) che menzionino esplicitamente gli ex certosini in questo territorio nel XII secolo: gli storici lavorano per concordanze tra: dinamiche interne alla Certosa, abbandono di monaci in quegli anni, presenza di strutture religiose arcaiche a Boutzanon. Peraltro, Poiché non esiste — al momento — una descrizione documentata di un “cenobio certosino a Castellace” (o almeno non pubblicamente accertata), è possibile solo un’ipotesi ragionata, basata su: caratteristiche del territorio, logica di insediamento monastico in ambiente montano / collinare, analogie con piccoli centri religiosi e “fortificati” montani calabresi.

    Gli unici riscontri di un certo rilievo sono costituiti dunque dai toponimi che ancora oggi caratterizzano il territorio dell’antica Boutzanon, come emergonmo dagli studi archeologici e storici sul luogo: alcuni potrebbero essere coincidenti con aree di antico insediamento, sebbene con datazioni molto precedenti rispetto al XII secolo. Possono tuttavia offrire utili tracce di continuità o riuso:

· TORRE CILLEA: indica un’altura nei pressi di Castellace e dà il nome alla contrada nella quale è documentato un sito archeologico dell’età classico-ellenistica che presenta resti murari di insediamento italico ellenizzato. Il sito e il nome indicano che l’altura era già stata abitata ed era ed è significativa come “luogo d’altura isolato” poten zialmente adatto ( in epoche successive) a rifugi monastici o comunità eremitico-cenobitiche; 

· TORRE INFERRATA( o “Torre ferrata”, “Testaferrata”):luogo citato come parte del territorio dell’attuale Castellace, con ritrovamento dell’iscrizione votiva ad Eracle Reggino. Le aree «Torre …» segnalano alture fortificate o comunque punti strategici; un antico uso religioso o funerario aggiunge un valore simbolico / sacro al territorio — che un gruppo monastico avrebbe potuto rieleggere a propria sede;

· CASTELLACE (moderna frazione oppidese): Località attuale; altitudine circa 214 m s.l.m.; popolazione modestissima; posizione montano-collinare verso l’interno aspromontano. Pur con caratteristiche attuali, rappresenta un centro di via d’accesso tra costa e monti — plausibile come “porta di montagna” per monaci in fuga o in cerca di isolamento;

· CONTRADE MINORI( alture circostanti che , a parte l’attuale Lubrichi – “Roubiklon” bizantino -, non sempre toponimicamente risultano chiare: Il territorio di Oppido / Castellace appare punteggiato da località con toponimi dispersivi legati ad alture, torri, campagne, grotte. Queste micro-toponomastische possono nascondere tracce — mura, anfratti, grotte — che in epoche medioevali tardive erano ideali per insediamenti monastici “silenziosi”.

    Osservazioni sul toponimo “Torre”: la ricorrenza di denominazioni come “Torre Cillea”, “Torre Inferrata / Ferrata / Testaferrata” conferma che in epoca bizantina tali alture ospitavano un sistema difensivo particolarmente importante (“pyrgos”) oltre che abitativo e cultuale. In molti casi, questi nomi sono sopravvissuti come tronconi toponomastici, anche se l’edificio o gli edifici originari da cui mutuavano il nome non esistono più.

Buno Demasi

sabato 22 novembre 2025

LA MISTICA CALABRESE DELLA PORTA ACCANTO: GIUSEPPINA BONAVITA ( di Bruno Demasi )


    C’è una linea netta e decisa che collega Buonvicino, l’antica Βομβακίω bizantina in provincia di Cosenza, a Terranova Sappo Minulio, l’altrettanto antica città della Piana di Gioia Tauro, ed è la parabola mistica ed esistenziale di Giuseppina Bonavita, scomparsa il 29 settembre del 2018, ma già acclamata da varie parti come la mistica calabrese contemporanea  della semplicità e della quotidianità. Una linea che attraversa simbolicamente tutta la Regione ed impregna di sé ancora una volta le menti di coloro che credono fermamente nella peculiarità di una terra teatro di mille soprusi e di mille povertà, ma al contempo fecondata da esempi di santità davvero imprevedibili..

    Padre Rocco Spagnolo, attuale superiore generale dei Missionari dell’Evangelizzazione, che proprio a Terranova ha trasferito ormai da tempo la casa generalizia di questa benemerita congregazione fondata da un altro calabrese, padre Vincenzo Idà, di cui è in corso il processo di beatificazione, è stato per oltre trent’anni infatti  il direttore spirituale di questa donna la cui parabola umana e spirituale è ancora in gran parte da conoscere. A lei, alla sua singolare vicenda egli dedica oggi un secondo prezioso studio “Giuseppina – Con la croce piantata nel cuore, uscito in libreria in queste settimane per i tipi delle Edizioni Leggimi.Ed è uno studio tanto più apprezzabile quanto più  si presenta agli occhi del lettore attento sintetico e illuminante non solo per portare alla luce nuove tessere dell’esistenza singolare di Giuseppina, ma anche per manifestare  attraverso questa narrazione  gli aneliti  e i limiti, spesso pesanti  e fuorvianti, della religiosità calabrese. 

  Sotto questo aspetto il nuovo e avvincente libro che narra la storia spirituale fuori dal comune  di una donna, che è stata anche moglie e madre ed educatrice, diventa narrazione tra le righe del cammino durissimo che ancora occorre fare da queste parti per guadagnare elementi di sinodalità vera e non solo di facciata e per sfuggire alla  ricorrente tentazione del formalismo che soffoca ogni anelito di rievangelizzazione. “ Giuseppina c’è riuscita – afferma Padre Rocco Spagnolo – restando in comunione con Dio e con il prossimo.Mai doppia. Gesù non ammette l’ipocrisia!…una tentazione dell’uomo religioso; quando è portato ad assolvere pratiche esteriori come novene, tridui,persino la partecipazione all’eucarestia senza un rapporto di amore con il Sigtnore, è solo religiosità vuota. Che serve assolvere a tutte le pratiche di pietà, se poi si trascura la compassione per il prossimo, vicino e lontano? Va rievangelizzata la religiosità popolare, il culto esterno affinchè diventi fede in Gesù morto e risorto…”

   Emerge da questo racconto la figura di una mistica sui generis, che senza clamori, nella sofferenza familiare e personale, nella dedizione quotidiana a Dio, incarna un tipo di spiritualità privo di ridondanze e di croste, realmente aperto al dialogo con i poveri, i sofferenti, i consacrati, i sacerdoti, con tutti! E questo secondo ritratto tracciato da Padre Rocco Spagnolo riesce a individuare bene il punto d’incontro tra fede, sofferenza e quotidianità, dando nuova vita e nuova voce a una figura ancora da scoprire pienamente e che affonda le proprie radici nella tradizione religiosa popolare del Sud , ma lo fa con sguardo moderno, rispettoso e mai sensazionalistico. Da Buonvicino, dove aveva la propria casa e il proprio lavoro, a Terranova , dove aveva "adottato" per la sua prteghiera incessante i Missionari dell'evangelizzazione, Giuseppina Bonavita ha dato vita  nel silenzio ad armonie spirituali e umane fuori dal comune che ancora risuonano in quanti la conobbero ed ebbero la fortuna di fruire delle sue parole e del suo esempio.

   Il vigore di questa nuova  indagine sulla figura di Giuseppina Bonavita risiede infatti nella capacità di mostrarla al lettore non come un’icona irraggiungibile, ma come una donna concreta, figlia di questo tempo di mille contraddizioni e di mille evasioni, ma capace di trasformare il dolore in un cammino interiore profondo. E la  Calabria non è semplice sfondo, ma parte integrante dell’ esperienza mistica narrata, con i suoi paesaggi aspri, la cultura del sacrificio e della sobrietà antica e quel forte senso di spiritualità che da sempre attraversa questa terra di frontiera.

    Ogni pagina esplora le visioni, le prove interiori, i momenti di abbandono e di estasi con un equilibrio notevole: la dimensione mistica non è mai spettacolarizzata, ma resa evidente attraverso la sensibilità psicologica della protagonista e la sua capacità di leggere, nella sofferenza, un dialogo intimo con il divino. Il simbolo della “croce piantata nel cuore” diventa così la metafora di un’esistenza molto segnata, ma mai spezzata, in cui il sacrificio non annulla la persona, bensì la rivela. 
 
  Lo stile è sempre meditativo, talvolta contemplativo, e alterna pagine di intensa introspezione a momenti di vita quotidiana che riportano Giuseppina nella sua dimensione umana. L’autore riesce a mantenere un tono rispettoso e partecipe, evitando eccessi agiografici e lasciando che siano la voce e soprattutto gli esempi e i silenzi della protagonista a parlare al cuore del lettore.

    Ancora un libro eccezionale di Padre Rocco Spagnolo che con la sobria vis narrativa di sempre offre al pubblico un’esperienza spirituale intensa che nessuno si aspettava. Una lettura decisamente consigliata  a tutti, specialmente   a chi è affascinato dalle figure mistiche, dalle storie spirituali radicate nel territorio e da quei personaggi capaci di rendere visibile l’Invisibile attraverso la propria esistenza quotidiana.

Bruno Demasi.

martedì 18 novembre 2025

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: AUBIN LOUIS MILLIN DE GRANDMAISON (1812) ( di Rocco Liberti )

   Un’altra ricca pagina di Rocco Liberti sui viaggiatori stranieri che nell’Ottocento dedicarono la loro attenzione all’attuale Calabria sulla cui situazione geografica, sociale ed economica annotarono  punti di vista preziosi anche oggi. Il viaggio in Calabria compiuto da Aubin Louis Millin de Grandmaison nel 1812 – raccontato nel suo  "Voyage dans les départemens du midi de la France… "– è una testimonianza  eccezionale non solo per la descrizione del paesaggio e dei monumenti, ma anche per lo sguardo illuminista con cui l’erudito francese osserva una regione allora poco conosciuta in Europa. Come è possibile evincere dalle acutissime indicazioni di Rocco Liberti, Millin unisce curiosità antiquaria, sensibilità estetica e attenzione etnografica: descrive rovine greche e romane, tradizioni popolari, usi locali, ma anche le difficoltà materiali del viaggio, rivelando una Calabria al tempo stesso affascinante e “selvaggia”. Il suo racconto contribuisce a costruire un’immagine della regione come luogo ricchissimo di suggestioni  geografiche, di eredità culturali e di storia antica sebbene   marginale rispetto ai circuiti culturali del suo tempo.( Bruno Demasi )
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     Proprio sul finire del decennio francese un’artista d’oltralpe, naturalista, bibliotecario, archeologo e storico dell’arte, nato nel 1759 a Parigi e poi morto nel 1818, si avventurava in Calabria seguendo la scia dei tanti viatori del grand tour pervenuti prima di lui. Al tempo della rivoluzione, nel 1793, è stato imprigionato, ma in seguito rilasciato. In carica quale direttore di varie istituzioni, in parte da lui stesso fondate, ha pubblicato alcune opere. Tra 1811 e 1812 ha girato variamente, in compagnia del pittore Franz Louis Catel (Berlino 1778-Roma 1856), in Italia e all’ultimo perfino in Calabria, dove ha raccolto testimonianze del passato ricavando interessantissimi disegni. Ha tutto riportato nel lavoro “Extrait de quelques lettres Adressées à la Classe de la Littérature ancienne de l’Institut impérial Pendant son Voyage d’Italie” (Paris e l’Imprimerie de J. B. Sajou, 1814). Il suo viaggio è una sequenza puntigliosa dei luoghi attraversati e delle testimonianze via via acquisite.

    Partito da Napoli il 6 maggio del 1812, in Calabria è arrivato da Lagonegro e il primo abitato è stato Castrovillari, sottointendenza della Calabria Citra, dove non ha rilevato alcunché di speciale, soltanto la fornitura di buoni muli. In luogo di andare a Cosenza, ha preferito spostarsi a Cassano e Lungro, quest’ultimo villaggio albanese dai costumi particolari, per vedere la miniera di sale. Ripreso il cammino, sulle strade s’incontravano solo alcune case bruciate e l’erba per bestie e uomini. I viandanti coi quali si accompagnava fortunatamente potevano godere delle provviste che i «buoni Albanesi» di Lungro avevano loro fornito. A Cosenza, capitale della Calabria Citra, dove sono rimasti tre giorni, hanno notato la presenza di buoni stabilimenti e di ogni specie di mestieri. Sita in un luogo confacente, la città aveva però all’estremità una «valle assassina», nella quale erano stati uccisi molti soldati e ufficiali francesi. Vi hanno cercato il luogo della sepoltura di Alarico, ma non sono approdati a nulla, in quanto il corso dei fiumi Crati e Sibari era stato deviato.

    Da Cosenza  il ritorno ancora sulla costa tirrenica lasciata a Castelli (?) e attraverso boschi e montagne arrivo a Paola. Questa città si è offerta in una bella posizione, col suo monastero di San Francesco e la relativa statua sulla cima di una roccia, che tutte le navi passando salutavano e, infine, con i suoi edifici, rivelatisi degni di ogni attenzione. Ne aveva già disegnati come pure ad Amantea e a San Lucido[1].

   La costa da Amantea a Nicastro induceva a un rapimento da non sapersi esprimere, purtroppo bisognava sottoporsi a un tragitto di ben 56 miglia senza imbattersi in altro che in una taverna, dove si poteva incocciare solo del vino cattivo e un tozzo di pane. N’erano causa l’incendio e il devastamento, cui erano stati sottoposti i villini che si trovavano nella zona. Scrive Millin a proposito: «non si vedono che testimonianze del furore degli uomini e delle prove di uno spirito sfrenato di distruzione»[2]

     Inoltro verso l’interno superando un bosco di mirti, ginestre e alberi dai fiori odorosi, i cui colori erano mirabilmente mescolati e arrivo di notte a Nicastro spossati e affamati. Nel sentiero che ve li aveva portati, il mulo di Millin aveva messo le gambe nella briglia di quello di Catel ed era diventato talmente furioso che il primo, che temeva di essere ucciso, è rimasto tutto ammaccato. A Nicastro, dove è stata rilevata appena un’iscrizione antica di scarsa importanza, si evidenziavano ferite vecchie e recenti, quelle del terremoto del 1783 che l’aveva parzialmente abbattuta e le altre causate da un torrente che in meno di un’ora ne aveva distrutto un altro tratto. Al posto delle case si notavano le rocce che vi erano precipitate sopra. Nuova tappa Monteleone, interamente annullata dal sisma e dove si avvertivano due magnifici palazzi atterrati. Le case ancora in piedi erano soltanto baracche di legno. A Monteleone la sosta di tre giorni ha fruttato la copiatura di alcuni monumenti e belle iscrizioni sconosciute, ma anche la possibilità di escursioni al Pizzo e alle rive del Golfo di Santa Eufemia, dove ci si è avvertiti di altre scritte latine inedite.

   Di nuovo sulla costa a Tropea e, quindi a Mileto, dove le tracce dello spaventoso sisma del 1783 erano evidenti. Millin è riuscito ad avere disegni sull’antica sistemazione e anche del sarcofago di Ruggero. Addirittura, facendo scavare poco discosto da quest’ultimo, ha ritrovato quello della moglie Adelasia. Peccato che nella distruzione del monastero erano scomparsi i preziosi archivi. Si è proseguito verso Tropea, dai cui pressi era dato mirare le isole Lipari e Nicotera, ma anche porzione delle coste sicule. Tropea, conservava alcune testimonianze medioevali e con Parelia (Parghelia) e Nicotera erano tutte città situate in siti deliziosi che richiamavano l’interesse anche per via del loro nome di origine greca.

    Nuova deviazione verso l’interno e presto a Seminara per accertarsi di quello che aveva causato il sisma, poi in serata a Palmi e l’indomani a Bagnara e a Scilla, tutti luoghi di poca attrattiva per quanto riguardava l’archeologia e la storia medievale. Millin ha fatto più volte il giro della rocca di Scilla e ha capito dalla natura delle cose perché gli antichi avessero un tempo creato il mito. Vi scorgevano attorno cani urlanti come nelle nuvole si vedono talvolta dei giganti. A Scilla si è fermato per un’intera giornata e ha potuto seguire la pesca al pescespada che si faceva ancora come ai tempi di Strabone. Però nessuna espressione greca da rilevare, in quanto ne aveva la lista e in essa non ne risultava alcuna.

   È stato indi a Reggio, dove ha dimorato ben 11 giorni e, tra i guasti del terremoto, ha rinvenuto parecchi piccoli resti monumentali e financo il nome in greco della città impresso su un laterizio. È passato al Camp de Piale (Campo di Piale) e a San Giovane (Villa San Giovanni) da dove si sentirebbe cantare il gallo siciliano, evidentemente quello sistemato sul campanile della cattedrale di Messina. Il viaggiatore, se non ha sparato a zero, ha visto pur anche la sfilata degli inglesi e ascoltato la musica suonata dalla fanfara e anche le donne messinesi che si recavano a Messa.

   Voleva procedere verso Bova, però trattandosi di una strada non facile e trovandovi scarsa attrattiva, ha deciso di ritornarsene a Palmi, non più a cavallo, ma via mare per passare tra Scilla e Cariddi e ammirarne le coste. Erano queste così vicine che le palle di cannone sparate dall’una arrivavano sull’altra. Quando si faceva fuoco da Pentimele si vedeva alzarsi in aria la sabbia che stava davanti alle case del faro. Lo stretto perciò si rivelava poco sicuro per le piccole barche, ch’erano costrette a rasentare la costa. Nonostante i manifesti pericoli e le ammonizione avute, Millin ha fatto di testa sua, ma, una volta a Palmi, il comandante gli ha detto che non avrebbe compiuto lo stesso percorso perché la sua era stata un’imprudenza bella e buona.

 
  Da Palmi si è avviato a Gerace, ma prima ha dormito a Casal nuovo (l’odierna Cittanova). Scavalcato il passo dei mercanti, ecco Gerace, sulla punta di una roccia, dove ha notato monumenti interessanti. Indi discesa sul piano ove era l’originaria Locri e nel quale era possibile ancora intravedere l’antica cinta delle mura e il tracciato in pietre quadrate. Sul posto ha operato fruttuosi scavi e copiato un bell’elmo di bronzo con una scritta greca in caratteri arcaici e un frammento di vaso, ma anche monumenti di epoca medioevale. Proseguendo, avendo a destra il mare e a sinistra in alto su rilievi inaccessibili le città e davanti soltanto argilla sabbiosa solcata a ogni momento da torrenti di acqua malsana e fangosa, si poteva arrivare a Taranto senza incontrare città alcuna. Rientro a Gerace dopo un cammino disagevole per un suolo bruciato dal sole e con caldo da forno, ma con la sorpresa di rinvenire palazzi di buon aspetto, i cui padroni avevano però scarsi rapporti con quelli delle città vicine.

    Riguardo a Gerace Millin lancia una stoccata contro Swinburne affermando di essere certo che con tali difficoltà quegli in quella città non ci sia mai stato e che nella sua fatica ha detto cose comuni che sapevano tutti. Dopo Gerace si è diretto a Roccella e sul luogo dove sarebbe esistita l’antica Caulonia, quindi a Isca e Stilo. Qui è stato interessato dalla «chiesa greca assai singolare», indubbiamente la Cattolica e dalla colonna con iscrizione greca. È stato appresso a S. Caterina Stallati (S. Caterina dello Ionio?) e poi è risalito verso Squillace, dove si è avveduto di alcuni stimolanti monumenti, tra i quali una chiesa forse abbattuta dai primi cristiani. Interessante la riflessione in merito alla costa: «il cammino di questa costa è così difficile, che bisogna farlo a piedi; i muli rischiano a ogni istante di precipitare, e i miei mulattieri espressero delle grida di rabbia per essersi impegnati: per buona sorte la scorta da cui ero accompagnato ha loro imposto il silenzio. Occorre sempre avere una scorta nelle Calabrie, se non è contro i briganti, serve almeno per essere padrone dei mulattieri, e forzare i contadini a servire da guide. Non c’è alcuna considerazione per i viaggiatori che non hanno un fucile in bandoliera, o che non sono accompagnati da uomini che ce l’hanno»[3].

    A Catanzaro nessun peculiare segno di attrazione, ma pausa forzata per la quinquina (chinino) somministrata al disegnatore e al domestico che avevano la febbre. Si è tergiversato su Crotone, ma alla fine, per la ripugnanza di Catel ad andarvi, si è puntato su Taverna, però prima passaggio da Tiriolo, dove oltre alle antichità c’era da ammirare l’affascinante costume delle donne e a Genigliano (Gimigliano). Si trattava di città ch’erano state preda delle fiamme accese da bande di ribelli. A Taverna hanno attratto i visitatori soltanto i dipinti del celebre Mattia Preti, di cui hanno preso naturalmente le copie. L’erranza è seguitata per la Sila e San Giovane di Fiori (San Giovanni in Fiore), che ha offerto ben poco, quindi per Rossano ed escursione di rito all’antico monastero che va sotto il nome di Madonna del Patire, vetusta costruzione depredata e saccheggiata dalla malvagità degli uomini. Lapalissiano che abbia acquisito i disegni della chiesa, del pavimento in mosaico di tipo arabeggiante e di un grande vaso greco in marmo con iscrizione, ma pure di tant’altro.

A Corigliano il richiamo maggiore è stato per il grande acquedotto e per il sito dove era l’antica Sibari, al suo tempo solo una pianura di cardi alti e spessi. Si voleva proseguire lungo la costa fino a Taranto, ma l’arcivescovo di quella città lo ha sconsigliato, per cui si è affittata una vettura che da Cassano ha materializzato il trasferimento a Castrovillari. La strada fino a Padula non ha mostrato alcuna cosa capace di attirare l’attenzione e l’arrivo a Napoli è avvenuto il 18 luglio[4]
Rocco Liberti 
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[1] MILLIN…, Extrait …passim. 
[2] Ivi, p. 24, trad. dal francese. 
[3] Ivi, pp. 31-32. 
[4] Ved. AA. VV., Aubin Louis Millin (1759-1818) Entre France et Italie/tra Italia e Francia, Campisan editore, Roma 2011.

lunedì 10 novembre 2025

“In verità vi dico…", L’UMANESIMO LIRICO DI GIOSOFATTE FRISINA (di Bruno Demasi)


  Non capitano quasi mai tutti insieme , e neanche con  tanto  lampante evidenza, i tre caratteri costitutivi che hanno impregnato in maniera assoluta la produzione lirica e la vita di un poeta calabrese che varrebbe davvero la pena conoscere meglio, Giosofatte Frisina (1921 – 2021): la riservatezza totale che diventa umiltà; la ricerca costante e sofferta di senso per la vita; il lirismo del pensiero tanto più eloquente quanto più privo di smancerie emotive. Una poesia probabilmente unica nel suo genere distante mille anni luce dai labili parametri odierni di valutazione estetica e dalle ridondanze pubblicistiche  fini a se stesse che rischiano di far emergere solo il vacuo a scapito di tanta letteratura vera e sofferta che rimane sommersa.

    Oggi una parte piccola, ma assai significativa, della produzione di Giosofatte Frisina approda alle stampe con un prezioso volume curato meritoriamente dalla DBE-Barbaro Editore dal titolo “Nel tempo sospeso”, che costituisce di per sé un superamento della classica concezione delle cd sillogi poetiche che imperversano in tutte e per tutte le occasioni. E’ un diario lirico di un anno di guerra, il 1941, particolarmente sofferto in prima persona dall’Autore e ben delineato nei suoi caratteri fenomenologici da una riflessione storica introduttiva di Antonino Romeo. Un diario che si dipana giorno per giorno, attraverso gli scarni ma profondissimi appunti dell’Autore ai quali fanno da contrappunto a distanza di tantissimi anni le commosse e lucide osservazioni della figlia diletta del Poeta, coautrice del volume, che quasi completa a quattro mani e poi con una lirica del padre ogni momento fissato sulla carta e nel ricordo:

Salerno, 18 ottobre 1941 …prova dello sfilamento del reparto…in occasione del giuramento…

…mi chiedo cosa fossero le prove dello sfilamento…Ma mi viene da pensare a un significato più profondo …di cui parli in una tua poesia (Giusy Frisina ):

Il giuramento e il vento

Giura l’identità
 giura l’onore, 
giura l’amore: 
son tanti i giuramenti 
spazzati via come fuscelli 
dai venti della vita. 
Ma in fondo all’anima
 c’è uno spazio arcano, 
ove un giuramento convola 
e nol raggiunge il vento.


 

   Di quanto sia varia e multiforme la poesia di Giosofatte Frisina, che ha sempre come comune denominatore il parametro inconfondibile del verso asciutto e nervoso che scava nella storia individuale dell’esistenza, fanno testo le antologie poetiche che già prima di questa nuova pubblicazione avevano visto la luce dando un segno di questa fertilissima e insospettata presenza lirica nel panorama letterario calabrese (e non solo) del Novecento: La punta dell’iceberg (2004); Il filo magico della ricerca (2004); Verità riflesse(2005); L’eterno vivere nel relativo assoluto (2006); L’importanza dell’uomo nel rapporto con Dio(2016); Nel segno della vita (2020). Sette tappe significative di una vocazione poetica tutt’altro che dilettantesca, tutt’altro che di maniera. A me ognuna di queste liriche offre netta l’impressione di un brandello di vita e di pensiero fissato sulla carta quasi a voler rubare all’eternità che ci trascende uno sprazzo di luce nel buio fitto del mistero che ci travalica, ma non ci opprime e che ci conduce, come osserva varie volte l’Autore, a quel Dio affannosamente cercato:

Cos’è Dio dov’è Dio?

Dio, 
senza volto, senza figura: 
segreta essenza 
dell’immenso creato, 
nel pullular delle specie, 
nella stupenda alchimia, 
ove il fuoco, il mare, 
il vento, la pioggia 
rimodellano i sassi, 
nel baglior delle stelle, 
traspare 
nella coscienza dell’uomo, 
che curioso cerca 
in cotanto mistero.

                                                         
    (Da “Il filo magico della ricerca”)
    

   E , se è vero che la forma da sola non è poesia, è pur vero che una poesia in apparenza concettuale e “ di contenuto” non basterebbe a esprimere la vitalità dirompente del verso di questo Autore finora quasi sconosciuto e negletto che varrebbe davvero la pena conoscere meglio e far conoscere.  Lo stile lirico di Giosofatte Frisina viene infatti da lontano, percorre una sterminata messe di poeti antichi e moderni da lui avidamente assorbiti e dai quali ha tratto il gusto non solo per la profondità delle illuminazioini poetiche, ma anche per l’economia rigorosa di un verso, di una sintassi, di una forma che, pur prediligendo il verso libero, sfiorano la perfezione metrica e formale con una ricchezza lessicale  oggi quasi smarrita che appare classicamente pulita e coerente in tutte le occasioni come davvero pochi sono in grado di padroneggiare:
                                   
                                                                             Il ponte

Quanto è pauroso l’impeto del fiume 
che tracotante invade la campagna; 
scende potente e infuriato Nume 
                dalla montagna.

Tal della vita è il corso inusitato, 
o mia diletta, e sotto il nostro ponte 
pur passerà quel fiume irato 
                  che vien dal monte.

Così ci troveremo faccia a faccia 
noi con la fede nell’amore nostro
lui con la bieca livida minaccia, 
         il vile mostro.

Quale il periglio?...Il sole par non osi…
poi squarcia la fitta nuvolaglia…
par d’oro il ponte nell’apoteosi
         della battaglia.

                                                                             
  ( Da “Il sogno della vita” )
     
     E’ comunque nell’indagine del rapporto tra umano e divino che l’Autore, le cui riflessioni tradotte in poesia non sono mai di maniera, mai convenzionali, raggiunge il massimo del lirismo critico, creando quasi un nuovo strumento di speculazione teologica.
    Non voglio essere blasfemo, e men che mai lo avrebbe voluto lui, ma non si può trascurare il copernicano capovolgimento dell’indagine sulla scienza di Dio che opera Giosofatte Frisina ritornando in modo dirompente e libero alla posizione di Agostino di Ippona: Diò è perché c’è l’uomo, un’umanità sofferente che lo cerca e lo testimonia senza stancarsi e che reca impresse nella propria anima e nella propria carne le stigmate del sacro. Una poesia cristocentrica , come cristocentrico è il cuore dell’uomo, persino di quell’uomo che combatte a oltranza Dio, ma, senza saperlo, in quel preciso momento ne rende testimonianza a tutti:

                                       
   “In verità vi dico”

Cristo 
l’uomo o Dio
 e l’uno e l’altro.

Tanto non conta
quanto la sua parola
che generò il sociale

Con commento infinito
agli apostoli in poi:

viatico certo 
per l’umanità.

                                              
           (Da “L’importanza dell’uomo nel rapporto con Dio”) 

Bruno Demasi

lunedì 20 ottobre 2025

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: ASTOLPHE DE COUSTINE (1812) ( di Rocco Liberti)

    Continua su queste pagine l’excursus inedito e avvincente di Rocco Liberti sui viaggiatori stranieri che nell’Ottocento predilessero l’attuale Calabria quale scenario variegato e imprevedibile per le loro annotazioni e le loro osservazioni. Stavolta non si tratta di un militare di carriera di stanza in questo territorio, ma di un viaggiatore propriamente detto, che pur proveniente dalla Francia, non ha nulla da invidiare ai dandys inglesi che nello stesso periodo si dedicavano ai loro gran tours aventi come meta peculiare il sud della Penisola. A De Coustine si devono comunque notizie di prima mano non solo sulle caratteristiche del paesaggio calabrese, in particolare Palmi e quella che oggi viene definita “Costa Viola”, ma anche sulla società del tempo e sul singolare ruolo femminile all’interno di tale contesto. Una pagina che vale la pena di leggere con attenzione per scoprirvi inedite visioni della nostra realtà meridionale che vengono opportunamente messe in risalto dall'abituale acume di Rocco Liberti e che, pur risalenti a due secoli fa, mantengono tratti imprevedibili di modernità.( Bruno Demasi)

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   In sequenza ai tanti militari di carriera pervenuti in Calabria nel decennio precedente, ecco finalmente un autentico turista con la brama d’intraprendere, come altri prima di lui, un’escursione in una zona, nella quale i miti greci e quelli romantici del brigantaggio facevano sempre grande presa. Il marchese Adolphe De Custine, un francese che acquisterà notevole fama per i suoi vagabondaggi per l’Europa, è arrivato in Calabria a Castrovillari il 23 maggio del 1812 e nella regione si è trattenuto insino al 5 luglio.

    Nato in Lorena nel 1790, è deceduto a Parigi nel 1857. Amante del girovagare, finiti sotto la ghigliottina il nonno e il padre, con la madre e i di lei amanti si è mosso per l’Europa. Omosessuale, ha coltivato amicizie sia maschili che femminili e talvolta ha meditato il suicidio. Ha lasciato pubblicazioni di viaggi - è noto il “Viaggio in Russia” - romanzi e poesie e anche lui non è uscito dagli schemi scontati dell’epoca in merito al giudizio sulla Calabria. In un iniziale lavoro ha infatti: «La Calabria assomiglia a tutto fuorché all’Italia», mentre in un secondo: «La Calabria è un vero mosaico, un abito d’Arlecchino, dove ogni piccola comunità ha mantenuto il suo colore locale, il suo carattere primitivo senza essere confusa con i suoi vicini».

    Il 25 maggio 1812 De Custine è stato a Lungro e per questo paese e relativo territorio non ha mancato di porre l’attenzione, com’era naturale, alle miniere di sale e agli Albanesi. Il 27 si è spostato a Cosenza e da qui, via Paola, ha percorso la costa fino a Palmi. In tale cittadina è giunto alle 9 di sera del 9 giugno provenendo dalla plaga tropeana e la sua visione e quella degli immediati dintorni lo hanno letteralmente mandato in estasi.

     Di seguito quanto ha sentito di esprimere in un’occasione, ma di occasioni se ne sono verificate più di una: «giardini profumati e la graziosa cittadina di Palmi, ai piedi di un’enorme roccia, quasi interamente nascosta sotto un bosco di castagni, completavano il quadro più dolce, più ricco, più pomposo che abbia mai catturato l’immaginazione di un pittore! I colori di un clima caldo gettato su questa scena, nel momento in cui la giornata stava per finire, mi hanno reso l’effetto di una visione. Ero di marmo, insensibile, lo stupore, l’ammirazione mi avevano sopraffatto! Non proverò più ciò che ho sentito questa sera: la sorpresa è stata parecchia; ed ora in poi è impossibile, finché vivrò, ricorderò con riconoscenza, con affetto le meraviglie della prima notte che ho visto nell’arrivare a Palmi … Ciò che ho provato è stato più che la vita. La mia anima era pervenuta alla mèta senza essere passata per la morte!». In altra addirittura dirà che
«Napoli e le sue meraviglie sono tristi rispetto a Palmi! Non c’è punto afflizione, mania, malinconia, malattia dell’anima che possa resistere alla vista di questo Eliseo, di questo paradiso terrestre». Non solo, ma, mettendo in paragone Scilla e Palmi, eleverà di molto la bellezza di quest’ultima: la posizione di Scilla è «meno ridente e meno bella di quella di Palmi. Palmi mi ha riempito di ogni cosa e d’ora in poi penserò a questo luogo come si rimpiange qualcuno»
. Alquanto lusinghiera questa dichiarazione finale[I1.

    Oltrepassate Bagnara e Scilla, De Custine si è poi trasferito a Reggio, dove è rimasto dal 14 al 23 giugno. Il 23 sarà ancora a Palmi via mare e salirà a piedi l’erta che dall’insenatura marina conduce ad essa. Ripreso il cammino il giorno seguente, pur costretto a spostarsi di qua e di là per trovare la strada, si è portato a Casalnuovo. Così riferisce in proposito: «alla fine di sei ore di marcia attraverso foreste d’ulivi e villaggi pittoreschi, arrivammo a Casal-Nuovo, piccola città situata ai piedi del monte Moleti, vicino all’Aspromonte». Eccolo di poi a Gerace, definita «mucchio di macerie». In essa si è dato al passeggio in compagnia del vicario del vescovo e di tre o quattro sacerdoti, che afferma: «mi sembravano i preti dei Racconti di La Fontaine o di Boccaccio». 

  Da Gerace discesa sul litorale ionico e arrivo a Rucello (Roccella) e Stilo, sulla quale così si sofferma: è «arroccato all’altezza del nido dell’aquila, senza sentieri, senza commercio, quasi senza terra, dimenticato dalla civiltà moderna, sul versante meridionale dell’Aspromonte». Via per Catanzaro, Rogliano, Cosenza e Tarsia. Per l’antica capitale dei Bruzi siffattamente tiene ad esprimersi: «ho provato un timore del quale mi ricorderò a lungo». Dopo Catanzaro, il 5 luglio si è fatto sotto a Castrovillari, dove ha dovuto trattenervisi in attesa di una carrozza che potesse trasferirlo a Napoli[2]

   Nell’opera di De Custine riescono numerosi i particolari degni di nota in riferimento allo spostamento da un centro all’altro e alla loro descrizione, ma essa risulta ricca non soltanto di specifiche notazioni sull’aspetto fisico di paesi e contrade, anche di considerazioni sulla società. Non potendoci attardare su ogni aspetto, ci limitiamo a officiarne almeno due, il clima e la donna. Scrive sul primo: «una delle peculiarità della Calabria è la diversità dei suoi climi: vi arrampicate per cento piedi, superate una catena di colline, fate una lega, girate un promontorio, avete cambiato latitudine. Gli stranieri non possono credere a così tanta variabilità di temperatura nello stesso territorio. Sono abituato a viaggiare senza prendere alcuna precauzione; ma in Calabria mi sono pentito spesso di non avere un cappotto, poiché il passaggio dal freddo al caldo, dall’estate all’inverno è improvviso e frequente. D’estate c’è più bisogno di coprirsi al sud che al nord». E sull’altro: «le donne quasi non si vedono, rimangono rinchiuse tutto il giorno, e non escono che di notte. Tuttavia, abbiamo cenato una volta con la bella figlia del nostro ospite, che è uno dei personaggi più ricchi della città. Sua nuora è una giovane donna, molto candida e molto carina, la cui sensibilità non mi è sembrata esagerata. Essa non ha tratti così delicati come molti altri italiani. Ha schiacciato il suo cane in una porta, e mentre il corpo sanguinante del povero animale veniva portato via, la signora, che stava conversando, ha girato soltanto la testa per chiedere cosa stesse succedendo. Potrei sbagliarmi, ma preferirei meglio essere suo figlio o suo marito piuttosto che il suo cane»[3].

     De Custine ha inserito le sue impressioni calabresi in “Lettres ecrites à diverses époques pendant des courses en Suisse, en Calabre, en Angleterre et en Ecosse”, edita a Parigi nel 1830 dalle Edizioni Vézard e uscita in contemporanea a Louvain chez F. Michel, Imprimeur-libraire de l’Universitè. La parte riguardante la Calabria tradotta in lingua italiana è apparsa inizialmente nel 1979 a Palermo presso Flaccovio a cura di Anna Maria Rubino Campini. La stessa però aveva già nel 1968 prodotto uno studio sul viaggiatore d’oltralpe e sui suoi viaggi. Si tratta di “Alla ricerca di Astolphe De Custine-Sei studi con documenti inediti” (Roma 1968, Edizioni di Storia e Letteratura, “Quaderni di cultura francese a cura della Fondazione Primoli”). Nel 1983 le Lettere sono state pubblicate a Diamante, quindi nel 2008 c’è stata l’edizione Rubbettino con la traduzione di Carlo Carlino. Quest’ultima è abbastanza accettabile, ma sovente il traduttore abbandona la costruzione letterale incappando a volte in evidenti errori. 
Rocco Liberti
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[1] Astolphe De Custine, Lettres ecrites à diverses époques pendant des courses en Suisse, en Calabre, en Angleterre et en Ecosse, Paris, Ed. Vézard 1830, tome I, pp. 306, 326, 381-382, 383, 398, trad. dal francese; Id., Lettere dalla Calabria, trad. di Carlo Carlino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, passim. Un’interessante saggio sulla figura di De Custine e le sue peregrinazioni è stato dato alle stampe da Anna Maria Rubino. È “Alla ricerca di Astolphe De Custine-Sei studi con documenti inediti”, Roma 1968, Edizioni di Storia e Letteratura, “Quaderni di cultura francese a cura della Fondazione Primoli”. 
[2] De Custine, Lettres ecrites…, tome II, pp. 22, 25, 38, trad. Dal francese. 
[3] De Custine, Lettres ecrites…, tome I, pp. 408, 417.

sabato 11 ottobre 2025

DALLA DRAMMATICA FINE DI OPPIDO VECCHIO ALL’INCREDIBILE NASCITA DELLA NUOVA CITTA’ ( di Rocco Liberti e Bruno Demasi)


    In occasione delle giornate FAI d’autunno 2025 che vedono una nuova attenzioone verso quell’unicum urbanistico, architettonico e culturale costituito dal nuovo abitato di Oppido Mamertina viene qui pubblicato un breve studio a quattro mani ( già fornito al Comune  oppidese quale contributo di idee per il progetto “New Town”), che documenta il grande travaglio attraverso cui dopo il tremendo sisma del 5 febbraio 1783, in pieno inverno, con urgenza di impegno e senza molti mezzi si diede vita a un’impresa a dir poco eroica, quella di costruire ex novo a non poca distanza della città letteralmente distrutta dal terremoto un nuovo insediamento urbano che rispettasse tutti i canoni non solo della sicurezza e della salubrità, ma anche quelli della bellezza e dell'unicità nel ricordo dell' antichissima  tradizione storica, religiosa e culturale di Oppidum..
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      Dalla “Pianta Generale dei laghi” prodotti nel territorio oppidese, allegata all”Istoria dei tremuoti avvenuti nella Provincia di Calabria Ulteriore e nella città di Messina dell’anno 1783…” di Giovanni Vivenzio, si evince con chiarezza che il sito della vecchia Oppido, distrutta completamente dal sisma dello stesso anno, e quello della nuova, pur distando tra loro pochi chilometri in linea d’aria, appaiono di fatto molto più lontani perché divisi da ben due vallate solcate da altrettanti torrenti, dissestate e rese paludose dal sommovimento tellurico, dalle neoformazioni di laghi e stagni di ogni genere , addirittura quasi impraticabili e impercorribili per i crolli che cancellarono persino ogni via di collegamento.

    Come accennano le cronistorie oppidesi di Candido Zerbi (Della città, chiesa e diocesi di Oppido) e Vincenzo Frascà (Oppido Mamertina: Riassunto cronistorico) e soprattutto come documenta Rocco Liberti a più riprese ( cfr., tra l’altro. “Quaderni Mamertini” nn. 51,78 e 83) con ampie e approfondite ricerche di prima mano da lui condotte sulla nascita e lo sviluppo del nuovo abitato, fu questo il motivo sostanziale per cui molti tra i superstiti della città distrutta si ribellarono al trasferimento coatto in un una nuova città. Infatti, all’indomani del disastro, il generale Francesco Pignatelli, inviato dai sovrani borbonici a governare la ricostruzione, il suo braccio destro Micheroux, ma soprattutto i due ingegneri Winspeare e La Vega, al suo seguito, aderendo anche al suggerimento del nobiluomo oppidese, Marcello Grillo, seguito a ruota da tanti altri notabili del luogo, optarono per la radicale costruzione della città in una nuovo sito distante da quello distrutto, ma molto più ampio, salùbre e favorevole ad uno sviluppo urbano modernamente concepito. Scriveva in proposito il Pignatelli: “ Il colle su cui poggiava la città si fonde in varij siti, cadendone de’ pezzi nelle sottoposte Valli e rimanendone in alcuni luoghi la base obliqua al di dentro e la cima posta in fuori…”, facendo chiaramente intendere che ricostruire la città nel luogo in cui era stata distrutta sarebbe stata impresa assurda oltre che impossibile anche se, per i superstiti, la scelta di fondare un nuovo paese in contrada La Tuba appariva inaccettabile in quanto tale sito veniva considerato a una distanza notevole ingigantita non solo dai motivi che ne rendevano molto difficoltoso il raggiungimento, ma anche dalla preoccupazione di dover lasciare i poderi coltivati in prossimità del paese distrutto per spostarsi a vivere in un nuovo insediamento a molti ancora pressochè sconosciuto.

    Di questo grande travaglio nel passaggio dalla vecchia alla nuova città furono dunque testimoni diretti lo stesso Pignatelli, il Micheroux, ma anche gli stessi Winspeare e La Vega, che avevano eletto a base principale per i loro spostamenti continui sul territorio della Piana di Palmi devastato dal terremoto proprio la contrada La Tuba di Oppido, da dove partivano molte delle loro corrispondenze epistolari connesse alla progettazione e alla riedificazione di tanti abitati circonvicini. In proposito essi scrivevano: “…il luogo della Tuba è fornito della condizione principalmente necessaria alla sede di una popolazione, quali sono l’aria, l’acqua ed i boschi; avremmo soltando desiderato che minore fosse stata la di lui distanza dall’antica Città; ed in terreno inculto o di seminati, e non già d’oliveti; ma per quanto siasi da noi riconosciuto l’adiacente territorio, non aviamo ritrovato luogo, che o non conservasse recenti segni del crollamento sofferto o non fosse privo di alcune delle espressate necessarie condizioni. Quindi abbiamo creduto dovere divenire alla scelta suddetta…”

     Tra le incombenze della ricostruzione di molti abitati della Piana colpiti dal terremoto, l’edificazione di sana pianta della nuova Oppido , per la sua peculiarità, appariva subito come un’impresa colossale e richiedeva il massimo sforzo, ma al contempo esaltava la professionalità dei due ingegneri per vari ordini di motivi che potrebbero essere così sintetizzati:

· la decisione irrinunciabile di costruire ex novo una gloriosa città da sempre posta sul crinale angusto di una collina , ora scarnificata dai crolli enormi prodotti dal terremoto, poneva la necessità di operare scelte tecniche e logistiche ponderate e illuminate alla luce di tutte le conquiste tecniche, ma anche anche socio-filosofiche del secolo;

· la nuova città , ancora tutta da immaginare, avrebbe potuto e dovuto incarnare e sperimentare ex novo i nuovi canoni edificativi e di convivenza che si erano fatti strada durante il Settecento non solo nel Regno di Napoli, ma nell’intera Europa;

· il nome stesso della città distrrutta e da ricostruire, Oppidum, rimandava non solo logisticamente e storicamente a un contesto urbano specifico, ma evocava un passato remoto di matrice latina di cui tenere conto persino nella nuova progettazione;

· la caratteristica peculiare di città episcopale che per secoli ( almeno dal periodo bizantino, già a cavallo tra il X e l’XI secolo ) era stata incarnata dalla città distrutta, imponeva un ampio lavoro di ripensamento e di costruzione di nuove strutture ecclesiali degne di tale importante e venusta storia.

   Erano delle vere e proprie sfide terribili che lo stesso Pignatelli, ma soprattutto Winspeare e La Vega, supportati dai notabili oppidesi più illuminati, decisero di accettare, mettendosi subito al lavoro e realizzando una pianta della nuova città che è una sintesi formidabile tra la tradizione latina antica, quella dei castra, ovverossia accampamenti militari, che dovunque nella Penisola e nell’intera Europa hanno poi dato vita ad insediamenti urbani di grande spessore e le nuove conquiste razionalistiche dell’Illuminismo che le dinastie borboniche applicavano ormai da anni almeno all’architettura. Di tali conquiste erano sono e sono emblemi per la nuova città di Oppido l’ampiezza delle strade intersecantisi sempre ad angolo retto e le geometrie non casuali e neanche improvvisate.Ma è la tradizione del castrum latino la base fondamentale sulla quale Winspeare e La Vega verosimilmente fondarono il disegno della nuova città che in origine comprendeva solo una porzione dell’attuale abitato, e precisamente quella che lato modo si estendeva intorno all’attuale piazza principale, ai margini della quale sorsero presto gli edifici amministrativi, civili e religiosi più importanti.

   Di tanto lavoro purtroppo , al di là della realizzazione progettuale, rimane ben poco, infatti contrariamente a tante realtà urbane della nuova Oppido non si conservano i piani approntati dal Winspeare e dal La Vega, tantomeno mappe che riguardino le singole cosatruzioni. Avanza soltanto una pianta del 1798 approntata dall’architetto Giuseppe Vinci e messa in luce da Ilario Principe. Riguarda essa la cattedrale,il seminario, il palazzo vescovile e altre fabbriche di pertinenza con ampi cortili. Ma si tratta di un disegno chiaramente mai mandato ad effetto. 

    Per avere un’idea dello schema progettuale della nuova città come venne di fatto realizzato da Winspeare e La Vega possiamo solo osservare attentamente l’attuale conformazione urbanistica della parte più a monte (S-E) della città, vale a dire l’attuale Piazza Umberto I, una delle più grandi e regolari del territorio calabrese con tutte le sue immediate pertinenze che la circondano, gli isolati più prossimi che si articolano nelle varie direzioni e le strade che da essa si dipanano: 

   Come si può evincere agevolmente dall’immagine, che ritrae la ricostruzione plastica di un castrum romano, cui è esattamente sovrapponibile la parte centrale del progetto di costruzione voluto da Winspeare e La Vega per la rinascita di Oppido, la città che ne è derivata, anche in seguito agli aggiustamenti apportati dopo i gli eventi sismici del 1894 e del 1908, si sviluppa intorno a due assi fondamentali: il Decumano ( la strada principale che si diparte dalla piazza maggiore e che oggi ha il nome di Corso Vittorio Emanuele II) e il Cardo, trasversale al Decumano (oggi Via Candido Zerbi) delimitante la piazza “laica” della città (Umberto I) dalla grande area contigua che si apre davanti alla cattedrale. Da questi due assi viari principali prendono origine le varie insulae (isolati di pianta quadrata o rettangolare) tracciati geometricamente e in modo molto pulito.

    Esisterebbe una sola perplessità nel sovrapporre la pianta della nuova Oppido al castrum romano: la via decumana (Corso Vittorio Emanuele II) non trae origine dal centro della piazza (oggi Umberto I), ma ne lambisce soltanto il lato sinistro per chi guarda le montagne che all’orizzonte fanno da corona alla grandissima area sulla quale la medesima piazza si adagia. Il motivo è evidente: la progettazione iniziale della piazza prevedeva uno spazio doppio rispetto all’attuale, enorme, probabilmente esagerato per l’entità dell’abitato che si stava andando a realizzare: fu quasi spontaneo dunque occupare la metà N-E dell’agorà con due maestosi isolati, e precisamente:, a monte, quello costituito dal Palazzo Grillo e, sul fianco vero e proprio della piazza, quello che aveva inizio dal palazzo di Candido Zerbi ( oggi proprietà Caratozzolo, Zuccalà, Manfredi) e si estendeva a valle fino all’angolo in cui era ubicata la Farmacia Simone (Oggi Lupis). In tal modo la piazza originaria fu praticamente dimezzata, sebbene la stessa, malgrado la drastica riduzione, rimanga la più estesa e suggestiva tra tutte le piazze dei centri della Piana, e non solo.

    Occorre aggiungere che il grande decumano, costituito dal Corso Vittorio Emanuele II, prolungato nel tempo con l’aggiunta della parziale denominazione di “Corso Luigi Razza”, andò presto a congiungere l’abitato rinato di Oppido con quello del preesistrente paese viciniore di Tresilico, tanto che i due comuni nel 1927 vennero unificati con l’unica denominazione di “Oppido Mamertina”.

    I lavori di costruzione della nuova città, seguiti direttamente dai progettisti, ma anche dai cittadini oppidesi don Girolamo Grillo e don Francesco Migliorini, che avevano ricevuto il mandato di deputati della riedificazione, furono rapidi: già il primo nucleo della città sorse nel 1785 . anche se solo dal 1795 hanno inizio le sepolture nella prima cattedrale ( l’attuale “ chiesa dell’Abbazia”, ricostruita in tempi più recenti al posto della stessa, denominata non a caso dagli Oppidesi “Chiesa Vecchia”). E’ invece del 1836 l’apertura al culto della prima sontuosa cattedrale di fronte alla grandissima piazza rettangolare ancora oggi intitolata a Umberto I, poi gravemente lesionata dal terremoto del 1908 e riedificata esattamente nel medesimo luogo della precedente ( ne fanno fede, tra l’altro i quattro enormi pilastroni che sorreggono il transetto) negli anni Trenta del Novecento, così come appare oggi nella sua rara imponenza prospettica ed architettonica.

     Nel 1799, ad appena 16 anni dalla distruzione della vecchia Oppido, la nuova città è già ampiamente delineata nelle sue linee costruttive essenziali, tant’è vero che il vescovo Tommasini, primo presule della rinata città episcopale, “ interviene a favore delle classi meno abbienti di Oppido contattando il marchese Spinelli, visitatore delle zone terremotate ed autore di un piano di risanamento, facendogli presente che la gente povera ormai non ha più bisogno di case, in quanto per suo diretto interessamento è stata competentemente alloggiata…’“ . Così scrive il Liberti, che aggiunge poi una sintesi eloquente dell’andamento dei lavori di costruzione della nuova città e dello sviluppo urbanistico iniziale di essa: “ Da principio l’area occupata è soltanto la parte alta, quella che cioè comprende la zona sacra, la grande piazza e gli isolati in parallelo. Tutt’al più può raggiungere le isole racchiuse tra le vie Marconi-Napoli e Coppola, come peraltro si avverte in alcuni schizzi allestiti intorno al 1840 e conservati nell’archivio di stato di Reggio Calabria…Rinata come Oppido in contrada Tuba, la città dell’altopiano delle Melle, nel 1864, dietro un provvedimento dello Stato scaturito dalle lotte risorgimentali, al fine di evitarsi le omonimie, assume per volere dei suoi amministratori il nome di Oppido Mamertina, che accomuna così il ricordo delle peregrinazioni della sua popolazione fin dalla più remota antichità”.

    La città che era stata dei Bruzi, degli Elleni e dei Romani nei suoi siti primigeni, poi dei bizantini e dei Normanni, con apporti non trascurabili di civiltà araba ed ebraica, nel suo sito collinare distrutto dal terremoto del 1783, la città di vescovi e feudatari, di eroi, di briganti e di santi, risorgeva in un sito lontano da quello avìto, ma aperto alle promesse di una nuova vita civile, artistica e culturale.

    Una città antica che continua a rivivere in quella nuova, e non soltanto nel nome e in una conformazione urbanistica , che costituisce un unicum nel suo genere e che rimanda a fasti antichi e a memorie lontane, ma anche in molti dettagli architettonici, come il bellissimo portale in pietra verde di Delianuova che, secondo la memoria collettiva locale proviene direttamente dalla vecchia Oppido e adorna superbamente sul lato sudorientale della piazzetta “Regina Margherita” il palazzo legnamato e antisismico che fu di don Marcello Grillo e pare abbia ospitato per almeno un decennio anche il primo presule della rinata città e diocesi, quasi a rinverdire e mantenere salde le promesse di conservazione e di sviluppo di una cittadinanza tenace e pronta ad accettare qualsiasi sfida del tempo.

    Alcune di queste promesse oggi possono interessare il visitatore attento che si rechi a Oppido Mamertina. Innanzitutto i suoi edifici sacri ricchissimi di arte e di storia , a partire dalla grandissima cattedrale con il palazzo vescovile e i suoi annessi, il seminario, il magnifico museo diocesano di arte sacra e, non ultime, le altre 6 chiese presenti nella città. Poi le sue strutture civili e i palazzi di rappresentanza, tra cui il Palazzo Grillo, succube di un anatema vescovile perché allargato a dismisura dai suoi originari proprietari fin quasi alla parete del dirimpettaio episcopio, oggi sede di raccolte museali e di attività culturali di vario genere e di vario spessore. Quindi le istituzioni scolastiche , infantili, primarie e secondarie di I e II grado , che annoverano, tra l’altro, un Istituto tecnico industriale, un liceo scientifico e un liceo classico interno al seminario vescovile. Infine l’ospedale civile, uno dei più antichi della provincia reggina, oggi trasformato in “Ospedale di Comunità”, grandi e variegati impianti sportivi che, insieme alle tante strutture di partecipazione sociale e culturale e di solidarietà, rendono sempre più attrattiva questa città all’interno di un comprensorio pedeaspromontano proiettato a trovare la propria strada per una necessaria rivalutazione non solo storica e culturale, ma anche economica, imprenditoriale e di inclusione sociale..
                            
                                                                                       Rocco Liberti e Bruno Demasi



giovedì 18 settembre 2025

RICORDA, RACCONTA, CAMMINA: lavorando con Don Pino Puglisi ( di Agostina Aiello)

    In questi giorni settembrini il trentaduesimo doloroso anniversario della morte di Don Pino Puglisi, cui la Chiesa, beatificandolo nel 2013, ha riconosciuto il martirio che lo rende patrimonio universale , oltre che di venerazione,  di esempio  per i sacerdoti, ma anche per tutti i laici. Più che mai per noi di Calabria. Il suo vivissimo ricordo non tramonta, anzi si rafforza di anno in anno. A riproporcelo su questo blog una commovente pagina di Agostina Aiello, l'assistente sociale e missionaria che per oltre un ventennio, dal 1971 al 1993, visse con Don Pino Puglisi un rapporto di collaborazione sociale ed ecclesiale davvero unico. Dai tempi di Godrano agli anni del “Centro diocesano vocazioni” fino alle alle drammatiche vicende vissute insieme nel quartiere Brancaccio di Palermo. Dopo l’assassinio di don Pino, Agostina, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ringrazierò sempre per quanto ha fatto e per le  parole che condivido in questo blog, ha coordinato il lavoro di ricerca e documentazione attraverso cui nacque l’ Archivio Don Giuseppe Puglisi di via Matteo Bonello a Palermo che oggi è punto di riferimento per gli studiosi, ma soprattutto per quanti vogliono ricordare e rivivere insieme la memoria palpitante e non stucchevole  di questo beato. (Bruno Demasi)
 
                                                                     ______________

 
     Offro di buon grado la mia testimonianza sulla lunga esperienza di servizio vissuto e condiviso con il Beato don Giuseppe Puglisi. Confesso che ho provato difficoltà nel "fare memoria" di una vasta quantità di eventi e di esperienze, ma, soprattutto, non mi è stato facile "selezionare" e scegliere.Alla luce dell'insegnamento pedagogico di P.Puglisi, che spesso parlando ai giovani si serviva di "icone", mi ha aiutato ad introdurmi al tema " Ricorda, racconta, cammina" un'icona di resurrezione: quella dei discepoli di Emmaus ( Lc 24, 13-35). I due discepoli, sfiduciati, perplessi, scandalizzati, fuggono amareggiati e delusi dalla comunità, dove avevano incontrato il Signore, incapaci di vedere "la spiga" nel "seme che marcisce", la"vita" in un "sepolcro vuoto". 

    Se io dovessi dipingere con un'immagine il cammino di P. Puglisi mi piacerebbe farlo come "il compagno di viaggio" che seguendo il Divin Pellegrino si è fatto con Lui e per Lui compagno di strada di tanti giovani e adulti, discepoli o non del Signore che, delusi, amareggiati, in ricerca camminavano, fuggivano, senza spesso sapere "verso dove". Si è fatto compagno anche di chi voleva seguire più da vicino il Signore e aveva bisogno di discernere, con più luce, la propria risposta: seminaristi, chiamati alla vita di speciale consacrazione, fidanzati che volevano consapevolmente fondare la loro famiglia nel Signore. Egli si è fatto prossimo, compagno di cammino per ciascuno/a, con discrezione e rispetto, con pazienza e umiltà, interrogando, chiedendo, aprendo gli occhi della mente e del cuore alla luce della Parola, spezzando con amore il Pane della Comunione e della Riconciliazione, offrendo motivazioni forti all'impegno di solidarietà responsabile verso tutti, ma in particolare verso i più poveri, i più svantaggiati, verso le vittime del sopruso, della violenza, dell'ingiustizia.Egli, alla luce del "Sole" della Pasqua è stato per tutti testimone di resurrezione e di speranza.

   Mi chiamo Agostina. Dal 1961 sono membro della Società di Vita Apostolica di Servizio Sociale Missionario, fondata dal Card. E. Ruffini a Palermo nel secondo dopo-guerra.Egli ci diceva: "Nessuna sofferenza umana è estranea al Servizio Sociale Missionario. Ognuna di essa presenta un aspetto particolare di Gesù nella Sua Passione".Vedeva quindi la nostra missione nella Chiesa diretta a testimoniare l'Amore di Dio per l'uomo attraverso un servizio di liberazione evangelica e di promozione della giustizia nella carità, specialmente nei confronti dei poveri, dei sofferenti, dei lavoratori i cui diritti erano conculcati.Vi ho detto questo perché alla luce di questo carisma, è nata e poi si è sviluppata in larga parte la mia esperienza di lavoro apostolico con P.Puglisi. Esperienza preziosa, vero dono di Dio, che ogni giorno vado rileggendo e meditando.
 
   Per circa 23 anni il Signore mi ha concesso la grazia di condividere la mia vocazione, la mia missione con P.Puglisi imparando da lui a rispondere al progetto di Dio con dedizione, gioiosamente, umilmente.
Quante volte gli ho sentito ripetere agli Animatori vocazionali l'espressione di Paolo VI: "I giovani, in particolare, hanno bisogno di testimoni più che di maestri!" E lui lo era. Tutta la sua vita è stata una testimonianza della fiducia di Dio nell'uomo e impegno di rivelazione della "verità nella carità"! Io l'ho conosciuto nel Luglio del 1971, quando era Parroco a Godrano, era venuto in qualità di Assistente Spirituale in una Colonia Arcivescovile dove io svolgevo il compito di Vice-direttrice. C'è stata subito tra noi una profonda sintonia: durante tutto il mese abbiamo collaborato per incontri di preghiera con il personale e con i bambini della Colonia. Nel mese successivo, egli ha invitato me e una mia Consorella a partecipare alla Settimana sul tema della "PACE" organizzata a Godrano con il Movimento "Presenza del Vangelo", guidato dalla Prof.ssa Lia Cerrito, sua collega nello stesso Istituto scolastico. Con il Movimento "Presenza del Vangelo" P.Puglisi ha collaborato attivamente, attingendo e spezzando assieme, in vari cenacoli, il pane della Parola.

   Da queste esperienze è nata, tra me e P.Puglisi, una collaborazione sempre più intensa, finalizzata all'obiettivo comune di promozione umana animata dalla Parola di Dio. Per P. Puglisi il Vangelo era il criterio fondamentale di riferimento nella sua azione pastorale e l'uomo, nella sua concreta realtà, era"via della Chiesa". La mia collaborazione con P. Puglisi divenne più continuativa negli anni 70, quando, mentre lui continuava il suo lavoro di parroco a Godrano, io svolgevo la mia attività di A.S.M. nel Centro Sociale della zona "Decollati-Scaricatore" (uno dei quartieri più emarginati di Palermo). Ben volentieri offrivo a P. Puglisi il mio modesto apporto per l'individuazione di sbocchi alle difficili situazioni da lui presentatemi, come anche con piacere partecipavo agli incontri periodici sulla Parola di Dio e alle settimane annuali del Vangelo che si organizzavano e svolgevano, con il Movimento "Presenza del Vangelo", presso le famiglie di Godrano.

    Preziosa è stata per me la collaborazione richiestami per un'iniziativa a favore delle coppie e delle famiglie che P.Puglisi aveva accompagnato nel loro cammino formativo al matrimonio. Fin da allora molteplici erano i campi delle attività di P.Puglisi né si poteva cogliere qualche sua predilezione per l'uno o per l'altro, tanto era sempre aperto e disponibile a quanto la Provvidenza gli proponeva.  Ed io cosa chiedevo a P.Puglisi? Di aiutarmi nell'opera di formazione dei giovani volontari che con me affrontavano le molteplici problematiche della zona dove lavoravo. La sua vocazione di "educatore" , attento alle nuove generazioni, lo ha reso sempre un punto di riferimento per tanti giovani provenienti da ambienti ed esperienze anche molto diverse. Ho ancora, più intensamente coadiuvato P.Puglisi quando (1979) egli ha assunto la responsabilità del Centro Vocazionale diocesano e regionale. Io, che già da alcuni anni ero membro delle due Segreterie, con lo stimolo e l'esempio di P.Puglisi ho avuto la grazia di partecipare al suo intenso lavoro di formazione dei giovani. Ho, per vari anni, cooperato con P. Puglisi alla preparazione e realizzazione dei campi estivi vocazionali e della scuola di preghiera per i giovani della diocesi di Palermo; alla organizzazione della mostra vocazionale, "strumento- come lui diceva- tanto efficace di annuncio della Parola".

    In tali occasioni ho potuto cogliere non solo lo stile del "pedagogo competente", del "pastore vigile", ma soprattutto del sacerdote del Signore: uomo di Dio e, per questo, uomo per tutti.  Nell'itinerario formativo e di crescita spirituale P. Puglisi invitava a riflettere i ragazzi sul senso della propria vita, cercando di distinguerlo dalle false immagini che continuamente la società ed i mezzi di informazione ci propongono. Proponeva, quindi, la figura di Cristo di cui amava tanto parlare. Di Cristo sottolineava la grande umanità, i suoi sentimenti umani, l'interesse nei confronti di ogni uomo ed in particolare per i più deboli, i bambini, i peccatori, e poi parlava di Gesù uomo libero e liberante al tempo stesso. Ricordava in particolare lo sguardo di Gesù, uno sguardo che raggiunge l'uomo nel profondo, lo conosce, lo interpella e lo promuove, avvolgendolo nella tenerezza e nell'amore di Dio. Parlava spesso ai ragazzi della tenerezza di Dio, per esempio in occasione della liturgia penitenziale, ricordava che Dio è un Padre misericordioso che comprende tutte le debolezze e gli errori del figlio, lo vuole liberare dai mali e dai pericoli. P. Puglisi insegnava a pregare: "E la preghiera - diceva - che dà senso alla vita dell'uomo perché rende viva l'amicizia con Dio e ci rende simili a Lui". Il modello a cui faceva riferimento era Cristo, che P. Puglisi definiva "Preghiera vivente", perché durante tutta la sua vita fu in continuo dialogo con il Padre e tutto ciò che compiva era sempre preparato e concluso dalla preghiera.

    Un'altra importante attività sacerdotale è stata quella che egli ha svolto per diversi anni presso la Casa "Madonna dell'Accoglienza, sorta nel 1973 in seno alle attività promozionali dell'O.P.C.E.R. e seguita con affettuosa attenzione dal Card.Pappalardo. Questa Casa ospita, in un clima di "rispetto e di accoglienza fraterna" giovani gestanti o già madri con i loro figlioletti (persone provate da pesanti e a volte tragiche situazioni personali e familiari) per aiutare a recuperare fiducia e possibilità per una nuova vita. Proprio in questa Casa, e sino il giorno precedente la sua uccisione, P.Puglisi ha svolto, con particolare, amoroso impegno, la sua missione d'illuminazione e di sostegno spirituale, fatto soprattutto di 'ascolto' e di 'comprensione misericordiosa', riuscendo ad ottenere frutti insperati in creature apparentemente distrutte.(Commoventi sono le testimonianze delle Ospiti della Casa). La conferma del significato attribuito dallo stesso P.Puglisi a questa sua missione sacerdotale l'ho avuta direttamente da lui, quando chiamato a reggere la Parrocchia di Brancaccio si disponeva a limitare necessariamente le sue molteplici occupazioni: "Lascerò tutti gli impegni, mi disse, ma quello no". Attraverso questa ed altre esperienze di educatore di coscienze giovanili, in P.Puglisi si andava facendo sempre più profonda la convinzione che la lotta ad ogni forma di devianza e ai tanti dolorosi fenomeni sociali ad essi connessi, richiede da parte della Chiesa non solo indispensabili riflessioni teologiche e morali ma anche modalità di presenza che incarnino il messaggio evangelico in servizi di promozione umana e sociale.

   Eccomi, adesso, al suo impegno di pastore nella Parrocchia di Brancaccio: duee anni circa di intenso apostolato, affrontato nell'ottica della "beatitudine dei poveri in spirito" che confidando totalmente in Dio-Padre pongono, senza riserve, la vita a servizio della missione ricevuta. A Brancaccio, questo presbitero, dall'aspetto così "disarmato", ma con lo sguardo penetrante dell'apostolo, proteso alla liberazione della sua gente, avverte subito la necessità e l'urgenza di adoperarsi con tutte le forze per 'coniugare' l'azione di evangelizzazione con una vasta opera di promozione a favore dei giovani e delle fasce più deboli ed emarginate. " Come cristiani e come cittadini - ebbe a dire, in occasione di un incontro pastorale- continueremo a chiedere alle Autorità quanto è dovuto a questo quartiere, ma, nell'attesa, è inutile limitarsi a lamenti; è necessario rimboccarsi le maniche per dare vita ad iniziative di promozione umana che accendano qualche luce in mezzo a tante tenebre". In breve tempo, pertanto, nasceva il Centro di Accoglienza "Padre Nostro", gestito dalle Suore Sorelle dei Poveri di S.Caterina da Siena. Già nel titolo il Centro dichiara la sua finalità: educare al riconoscimento della dignità dell'uomo che, elevato per grazia alla condizione di "figlio di Dio" è chiamato alla libertà da ogni forma di schiavitù morale e di violenza sociale. Per questo Centro P.Puglisi chiese la mia collaborazione, avvalendosi così dell'apporto di Assistenti Sociali e di Allieve della allora Scuola Universitaria di Servizio Sociale "S. Silvia" per la rilevazione dei problemi del quartiere e per la programmazione dei Servizi Sociali diretti ad avviare, anche con l'aiuto dei Volontari, processi di socializzazione primaria. Cominciavano così a Brancaccio i primi passi di un processo di consapevolezza etica e civile alla luce del messaggio evangelico.
 
     E' stato proprio questo processo (che, pur nella modestia dei mezzi, si rivelava capace di incidere in profondità per la potenza del messaggio), a suscitare la brutale reazione delle forze mafiose del quartiere. Il 28 luglio 1993 il Giornale di Sicilia riportava la notizia dei primi attentati contro la Parrocchia, diretti al intimidire non solo il Parroco, ma quanti pensavano di collaborare con lui. Sappiamo quale fu la reazione di P.Puglisi: nessuna protesta vendicativa ma, secondo il suo stile evangelico, un invito dall'ambone della Parrocchia a riappropriarsi della propria umanità: alla ragionevolezza, alla collaborazione, alla conversione".

    Il 15 Settembre è eseguito il verdetto di morte. Ma il sangue dei martiri è fermento di vita.

   Alla luce del chicco di grano che da frutto solo se muore, la morte del "testimone" ha aperto "un cammino di speranza". Da questo seme sono nati tanti germogli di vita nuova. Dal suo "dare la vita, sulla scia del Buon Pastore, perché altri abbiano vita" sono sorte moltissime iniziative, culturali, formative, sociali volti ad affermare i valori della legalità, l'educazione al sociale e alla vita democratica, il rispetto del lavoro onesto e il giusto guadagno nel rispetto della dignità di ogni uomo.

     Questo mi pare rispondente alla prospettiva pedagogica di P. Puglisi che spesso ripeteva:
" la nostra azione non può trasformare l'ambiente. E' solo un segno. Noi vogliamo rimboccarci le maniche per dimostrare che si può fare qualcosa. Se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto".Nell'archivio diocesano relativo a P. Puglisi numerosi raccoglitori documentano tale vitale fioritura.Si tratta di:
- testi, tesi di laurea; convegni; dibattiti; musical; opere teatrali; film; trasmissioni televisive e documentari;
- scuole; case famiglie; oratori; centri d'accoglienza; campi sportivi, piazze, vie che portano il suo nome e, non solo, in Sicilia;
- monumenti e visite nei luoghi ove ha vissuto, ha operato, è stato ucciso; ecc.

    Sono segni di una vita che non è stata spezzata senza dare il suo frutto; di una testimonianza che irradia di luce il cammino di tanti all'interno e all'esterno della Comunità ecclesiale. Questa, a mio parere, è luce di speranza e indicazione di un cammino nella verità dell'Amore per le nostre Chiese.

     Termino, offrendo la mia voce alla parola che P. Puglisi pronunciò in un suo intervento al Convegno di "Presenza del Vangelo" nell'Agosto del 1991 il cui tema era: "Testimoni della Speranza". In quella occasione egli così diceva:" Noi cristiani siamo testimoni della speranza e il testimone per eccellenza è Gesù.  L'Apocalisse afferma che Gesù è il testimone fedele, l'Amen e Amen significa appunto sì, Amen è colui che aderisce, che dice che è così. E Gesù ci ha mostrato il Padre. Lui stesso, infatti, dice: " Chi vede me vede il Padre" e i discepoli di Gesù sono testimoni perché annunciano anche loro quello che hanno visto e udito. Certo questa testimonianza - continua P. Puglisi - è una testimonianza che dà gioia perché mette in comunione, ma che va anche incontro a difficoltà tanto che può diventare martirio; quindi, dalla testimonianza al martirio il passo è breve. Per il discepolo è proprio quello il segno più vero che la sua testimonianza è una testimonianza valida. Il discepolo è testimone, soprattutto della Resurrezione di Cristo risorto e presente, Cristo che ormai non muore ed è all'interno della comunità cristiana, e attraverso la comunità cristiana, attraverso il suo Corpo è presente nella storia dell'umanità. Il testimone sa che il suo annuncio risponde alle attese più intime e vere dell'umanità intera e dell'uomo singolo. L'uomo comune sperimenta che il vivere è sperare, il presente è mediazione tra il già e il non ancora, tra il passato e il futuro e chiaramente ognuno di noi costruisce il proprio futuro sulla base del proprio passato".

     P. Puglisi è stato un discepolo che ha visto e udito, ha incontrato e seguito il Maestro morto e risorto e per questo con la sua vita ha saputo essere testimone del Risorto, testimone e membro della Chiesa fondata da Gesù. Di questo sono testimone.
Grazie.

Agostina Aiello