lunedì 14 agosto 2023

RICORDANDO MASSIMILIANO MARIA KOLBE, VIAGGIO NELLA CITTADELLA DELL'IMMACOLATA A CERAMIDA (di Bruno Demasi)

   Anche quest'anno la memoria di San Massimiliano Maria Kolbe cade in un tempo denso di orrori, certamente non meno drammatici dello sterminio nazista del secolo scorso, in cui fu tolta la vita a questo martire, se si pensa alle molte centinaia di bambini ucraini vittime di questa guerra voluta da chissà chi, alle decine di migliaia di profughi e di perseguitati siriani, curdi, iraniani, africani, alle masse enormi di gente in fuga dai gioghi di dittature e di azioni belliche che tutti conoscono e che nessuno sta fermando. 
   Non è forse il caso dunque di congelare anche anche questa occasione con tavole rotonde, passerelle, concorsi a premi, ma è sempre il caso di ribellarsi, pregare, ricordare la vera eredità del secolo scorso insegnandola e testimoniandola sul serio ai nostri figli.

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   La storia di Massimiliano Maria Kolbe che ha offerto la propria vita nel campo di Auschwitz al posto di un padre di famiglia destinato all’eliminazione è assimilabile a quella di altri milioni di martiri della deportazione nazista, ma in particolare a quella di Edith Stein, l’altra grandissima santa, come lui canonizzata dalla Chiesa, anch’ella poco studiata e mai celebrata come meriterebbe per comprendere la storia e la non storia della nostra civiltà.
    San Massimiliano Maria Kolbe è tuttavia un unicum per noi Calabresi, specialmente, per noi abitanti di quella provincia reggina, che da qualche anno è riuscita a cogliere prodigiosamente la sua eredità umana, spirituale e missionaria, la sua appartenenza totale all’Immacolata, per far fiorire un luogo della Memoria e della Speranza che almeno una volta nella vita tutti dovrebbero vedere e respirare immersi nella testimonianza e nella bellezza. Ma, andiamo con ordine: chi è stato per noi Massimiliano Kolbe e perché questo ponte stranissimo e sublime tra la Polonia, il campo di Auschwitz proprio con la provincia di Reggio Calabria?
   Massimiliano Maria Kolbe nasce l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola (Polonia) e ancora fanciullo sente un trasporto fortissimo verso l’Immacolata Vergine Maria che, secondo quanto più volte egli poi raccontò, gli aveva offerto fin da bambino in una visione e in alternativa tra loro due corone: una rossa, simbolo del martirio, ed una bianca, simbolo della consacrazione religiosa. Il piccolo le prenderà entrambe. A 13 anni entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali in Leopoli e dopo i primi studi viene trasferito a Roma per perfezionarsi in quelli filosofici e teologici. 

    Per reagire agli attacchi di sette politicizzate e ostili alla Chiesa, ispirandosi ai più puri ideali mariani del francescanesimo, nel 1917 fonda a Roma la “Milizia dell’Immacolata”. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 in Roma e tornato in patria nel 1919, comincia l’apostolato mariano della Milizia, con la fondazione di circoli e, in seguito, di una rivista mensile: “Il Cavaliere dell’Immacolata” (1922). Nel 1927 fonda una singolare “città”. La chiama “Niepokalanòw”, ossia “Città dell’Immacolata”, che raccoglie circa ottocento frati e la costituisce centro di vita religiosa consacrata a Maria e ad ogni forma di apostolato: dalla stampa alla radio, al cinema.
   Nel 1930 parte missionario per l’Estremo Oriente dove nei pressi di Nagasaki fonda una seconda “città” con le stesse finalità della prima, ma presto , per ragioni di salute, è costretto a rientrare in Polonia, dove, dopo tre anni di intenso lavoro , la seconda guerra mondiale lo sorprende a capo del più imponente complesso editoriale cattolico della Polonia. Arrestato dalla Gestapo nel settembre 1939, comincia la sua via crucis dei campi di concentramento. Rimesso in libertà l’8 dicembre 1939 torna a Niepokalanòw bombardata e distrutta. Si mette nuovamente all’opera e, mai trascurando l’apostolato della stampa, trasforma il complesso degli edifici in ospedale ed asilo per migliaia di profughi, specialmente ebrei.Il 17 febbraio 1941 viene nuovamente arrestato e in maggio è definitivamente trasferito nel campo di Auschwitz. 

  

   Qui, con la semplicità con la quale aveva sempre operato, offre spontaneamente la vita per un compagno di prigionia condannato a morte, fino a quel giorno a lui sconosciuto. Rinchiuso con altri nove nel bunker per morirvi di fame, dopo circa due settimane, durante le quali conforta la lenta agonia dei compagni, sereno e fidente in Dio, affronta la morte provocatagli con un’iniezione di acidi e spira col nome di Maria sulle labbra il 14 agosto1941. Il corpo viene cremato; la memoria della sua santità e della morte eroica si diffonde nel mondo circondata di ammirazione e venerazione.Dopo trent’anni dalla morte, il 17 ottobre 1971, è beatificato dal Papa Paolo VI. Giovanni Paolo II lo proclama Santo il 10 ottobre 1982. 
 
    Cosa ha lasciato San Massimiliano Maria Kolbe al mondo e alla storia appare dunque chiaro, ma pochi hanno il coraggio di proclamarlo e di continuarlo. Noi siamo fortunati in provincia di Reggio Calabria perché il suo spirito, la sua eredità rivivono sul serio in una istituzione molto giovane e molto viva: LA CITTADELLA dei “Piccoli fratelli e sorelle dell’Immacolata” di Ceramida di Bagnara, una fraternità ricchissima di vocazioni giovanili e di carismi, nata dall’istpirazione di un sacerdote di Villa San Giovanni, don Santo Donato, incardinato nell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova e a lungo Penitenziere della cattedrale di Reggio Calabria. Ordinato sacerdote il 6 giugno del 1982 e quasi subito nominato parroco a Bagnara Calabra, egli ha coltivato da sempre una forte ispirazione: creare una comunità di fratelli e sorelle desiderosi di “ consacrare la vita a Dio per mezzo dell’Immacolata, vivendo in un clima di preghiera e di amicizia fraterna, disponibili a coniugare la vita contemplativa e la vita attiva. Uno stile di vita permeato da una grande devozione alla Vergine Maria che, sin da bambino, don Santo ha sempre sentito come connaturale alla propria vocazione”.

   I primi passi di tale progetto sono segnati dall'incontro fa don Santo Donato e Antonio Carfì (oggi padre Antonio), un giovane originario della Sicilia, all’epoca in Calabria per lavoro, che già da qualche tempo avvertiva il desiderio di donare la propria vita al Signore. Presto anche lui decide di lasciare il lavoro e iniziare lo studio della teologia. Sono anni intensi di preghiera e di ricerca dei segni della volonmtà di Dio, durante i quali il progetto condiviso si consolida sempre più. Risale a quest’epoca la ricerca di un luogo modesto e silenzioso che aiutasse la contemplazione e la vita fraterna, indivioduato a Pellegrina (Bagnara Calabra), in una casa non abitata da tempo posta sul fianco della collina a picco sul mare delllo Stretto, immersa in un un castagneto. È il luogo ideale. Con aiuti insperati Donato e Antonio e alcuni seguaci che già sentono una nebulosa condivisione del progetto il 6 luglio del 1991 questa casa diventa “proprietà dell’Immacolata”, culla della nascente Fraternità. E subito si propone come casa di spiritualità per parrocchie e per i gruppi spontanei organizzati dalla Penitenzieria del duomo di RC.
    Occorrerà attendere la soglia del Terzo millennio, dopo non poche traversìe, per riprendere il progetto della crazione di una Fraternità che vede la luce proprio durante l’Anno Giubilare del 2000. Sembra incredibile, ma in pochi mesi si realizza il sogno di questi due poveri sacerdoti innamorati dell’Immacolata e del sogno di Massimiliano Kolbe. Nel giro di poche settimane ai due sacerdoti si aggregano cinque fratelli e cinque sorelle, dieci giovani che frequentavano saltuariamente la casa di spiritualità e che restano folgorati dal progetto di vita evangelica in comune. Ad appena un anno di distanza (agosto 2001) il primo nucleo della Fraternità riceve dall’Arcivescovo di Reggio (all’epoca mons. Mondello) l’approvazione di uno Statuto essenziale con la formula usuale dell’ experimentum per un triennio ed esattamente un anno dopo, nel giorno consacrato a San Massimiliano Kolbe (14 agoswto 2002), lo stesso arcivescovo riceve nelle proprie mani la professione dei primi voti privati semplici. I fratelli e le sorelle vestono l’abito religioso azzurro con il rosario e la Medaglia Miracolosa, raffigurante l’Immacolata apparsa a Santa Caterina Labouré nel 1830.Nel 2008 l’Arcivescovo riconosce la Fraternità come “Associazione pubblica di fedeli”.

La Cittadella dell’Immacolata

   Intanto la Fraternità cresce a vista d’occhio: sono numerosissime le vocazioni di tanti giovani che arricchiscono la piccola casa di Pellegrina, che ormai non riesce più a contenerli tutti. Si fa strada il progetto di una nuova sede più ampia e capace di accogliere non solo la Fraternità, ma anche le opere di evangelizzazione che essa sdta già dispensando a piene mani. Mancano però i mezzi, manca tutto eccetto lo zelo e l’entusiasmo. E appena due anni dopo il riconoscimento vescovile, nel 2010,giunge inattesa la possibilità di fruire di un un grande terreno, in località Ceramida di Bagnara Calabra, degradante verso l’affaccio sul mare con un piccolo rustico seminascosto dagli ulivi nel quale spesso d’estate pare venissero a trascorrere segretamente il loro periodo di riposo anche Sandra Mondaini e Raimondo Vianello ospiti dei proprietari residenti fuori dalla Calabria. Un segno enorme della Provvidenza, un terreno su cui costruire una Cittadella dell’Immacolata, secondo lo spirito di San Massimiliano Maria Kolbe. Dopo alacri lavori di bonifica e di ristrutturazione, portati avanti in poco meno di un mese, la Cittadella viene inaugurata il 5 luglio 2010, con una Messa solenne alla quale partecipano migliaia di persone e con l’intronizzazione di un’imponente statua dell’Immacolata.

   Il 13 giugno 2015 Mons. Giuseppe Fiorini Morosini dichiara la Fraternità “Associazione pubblica di fedeli in itinere”, con due rami: uno maschile e uno femminile e nel gennaio 2016, dopo quasi 20 anni di cammino silenzioso, di gioie e di prove durissime, la Chiesa dà il suo sigillo definitivo su quest’opera di Dio. Con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Reggio Calabria, alla presenza di tutto il clero e di tantissimi amici e benefattori, il vescovo erige la Fraternità ad “Istituto religioso di diritto diocesano”: 11 fratelli e 9 sorelle professano i voti solenni.

   Oggi la Cittadella dell’Immacolata, all’ingresso della quale troneggia la statuia di San Massimiliano Kolbe, raccolta intorno alla cappella nella quale si custodisce l’Eucarestia, cuore pulsante di tutto, accanto all’unica reliquia esistente di San Massimiliano Kolbe, è una realtà viva e palpitante, e non solo per la provincia di Reggio Calabria in cui ha la propria sede, ma per la cristianità smarrita in cerca di senso e di pace. E’ un centro vivo di studio e di ricerca delle testimoniance più genuine del Cristianesimo paolino delle origini e della sua proiezione costante verso il futuro.  Affacciata sul Mediterraneo, per il quale sta diventando un vero faro di spiritualità e di cultura, adagiata sui colli che degradano a picco sul mare, è un’oasi di bellezza fecondata da vocazioni sempre più numerose che sembra lanciare al mondo il suo messaggio di Pace e di operosità nel segno dell’Immacolata: il suo ramo femminile e quello maschile ormai ricchissimo di figure sacerdotali, ricevono ogni anno sempre nuove adesioni entusiaste di abbracciare i tre voti usuali povertà, castità e obbedienza, ai quali se ne aggiunge un quarto: il Totus tuus, ovvero il totale affidamento all’Immacolata secondo la spiritualità di padre Kolbe. 

«L’Immacolata: ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale. Irradiare nell’ambiente, conquistare le anime a Lei, in modo tale che di fronte a Lei si aprano anche i cuori dei nostri vicini, affinché Ella estenda il proprio dominio nei cuori di tutti coloro che vivono in qualunque angolo della terra […]. Inoltre, che la Sua vita si radichi sempre più in noi, di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, e ciò senza alcuna limitazione: ecco il nostro ideale» (SK 1210).

   Il seme del sangue di San Massimiliano Kolbe piantato ad Auschwitz è venuto a dare germogli e frutti abbondanti di spirito, di vita, di solidarietà e di cultura  in questo lembo santo di Calabria in un mondo sempre più smarrito e alla ricerca di significati veri.
Bruno Demasi

LA CITTADELLA E’ APERTA A TUTTI IN VARIE OCCASIONI:  OGNI DOMENICA,  IN QUESTO PERIODO, VI SI CELEBRA LA S. MESSA  ALL'APERTO SIA AL MATTINO CHE NEL TARDO POMERIGGIO

lunedì 7 agosto 2023

IL DIVULGATORE DELLA SANTITA' CALABRESE CONTEMPORANEA : ROCCO SPAGNOLO (di Bruno Demasi)


     Non un agiografo di mestiere, ma un liberissimo e fine divulgatore, Rocco Spagnolo, che con cuore, parola e mente strardInariamente aperti sta raccontando alla gente un’incredibile fioritura di santità nella Calabria di questo tempo difficilissimo, quello in cui , secondo uno dei più grandi mistici che egli accompagna ormai da decenni, Fratel Cosimo Fragomeni, si hanno soltanto “tre false sicurezze: si crede di sapere, si crede di credere, si crede di conoscere. Per Fratel Cosimo è importante accompagnare con il Vangelo le nostre giornate… mentre le chiese si svuotano…occorre capire come aiutare il mondo ad essere ispirato al Vangelo, non per diventare tutti cristiani,ma per diventare tutti umani”.   

   Nella penna coraggiosa di questo instancabile narratore confluiscono e si armonizzano mirabilmente il mestiere dello storico, quello dell’agiografo e quello del poeta della nostra civiltà contadina troppo a lungo offuscata da fatti e noitizie terribili, troppo a lungo mistificata da celebrazioni negative. E Rocco Spagolo non esita ad alzare chiara la propria voce per reagire alla palude, al ginepraio, alla giungla: “ Esorto appassionatamente tutti, ma prioritariamente i miei conterranei, ad avere un santo orgoglio per riappropriarsi del nostro patrimonio mistico-religioso, troppo spesso sottovalutato, snobbato ed offuscato da fatti di cronaca nera o da malaffare….Impariamo a dare il giusto risalto a questi semi di bene che esistono, crescono, producono una messe abbondante,senza far rumore. Insomma, siamo fieri della nostra significanza…”.

   Gli domandò una volta con crucciato stupore un uomo di Chiesa il perchè di tanta messe di santità concentrata in Calabria anche nei tempi moderni dopo l’abbondantissima fioritura che nei secoli ha reso illustre questa terra prima e dopo Francesco di Paola. La risposta di Rocco Spagnolo fu ed è semplice e convincente, anche se fondata in parte su un paradosso nel quale viviamo ogni giorno: la Calabria delle povertà estreme, antiche e nuove, delle ferite profondissime mai sanate, a volte anzi allargate, dai poteri legittimi e meno legittimi, è forse la terra in cui, più che altrove, ama manifestarsi la semplicità di Dio nella semplicità degli uomini che vi abbonda nonostante tanto deserto e tante contraddizioni.

    Una terra  che da sempre, e oggi più che mai, è afflitta dal cancro della paura e della rinuncia, dal virus distruttivo dell'individualismo e del familismo che fanno a pugni con ogni forma di evangelizzazione, ma anche una terra in cui, nel silenzio assoluto, fioriscono germi nuovi di santità indagati e raccontati attentamente da questo studioso insancabile: Vincenzo Idà, Pasqua Condò, Fratel Cosimo Fragomeni, Giuseppina Bonavita, Rosella Staltari ed altri ancora, già famosi o meno famosi, già in cammino verso la beatificazione o in attesa di iniziarlo, di cui sicuramente presto la penna-bisturi di questo scrittore sui generis non mancherà di tratteggiare sapientemente non solo la storia umana, ma soprattutto quella parabola spirituale che in genere tanti biografi trascurano o minimizzano o in parte nascondono. 

   Se non basta proclamarsi evangelizzatori per evangelizzare davvero, non basta neanche autoproclamarsi studiosi per scrivere e parlare della santità e dei commoventi fenomeni di massa che fioriscono intorno ai nomi e ai luoghi evocativi di grandi carismi e di grandi esempi di fede.

   Occorre avere una solida formazione teologica, una inossidabile tempra morale, una concezione chiarissima e multiforme della chiesa di Dio per poter scrivere dei santi della porta accanto senza scadere nell’ovvio e nella banalità celebrativa. Rocco Spagnolo non corre nessuno di questi rischi sia per la sua formazione sia per la sua semplicità che è tipica delle menti libere e aperte ed alla quale i grandi del mondo ricorrono spesso per avere spiegazioni ai loro dubbi e per capire quale direzione sta seguendo non solo il nostro Sud, ma anche la stessa Chiesa meridionale oppressa da tanti problemi e da tante contraddizioni.

    Gli chiese un giorno un vescovo della Locride letteralmente stupito davanti al fenomeno dell’affluenza di molte migliaia di persone e di giovani al santuario dello Scoglio, mentre le aule ecclesiali rimanevano spesso quasi deserte, come mai la gente fosse attratta tanto dalla santità dei luoghi e dallo straordinario carisma di Fratel Cosimo e non dalle celebrazioni liturgiche “ normali”. E lui rispose con un esempio che ci rimanda in qualche modo direttamente alle parabole che amava usare un Galileo di 2000 anni fa. La gente - rispose - vive la fede come adopera un telefono cellulare: se non c’è campo in un luogo, si sposta fino a quando non riesce a sentire la voce che le arriva chiara e forte da quello strumento, fino a quando non riesce a percepire tutte le informazioni di cui ha bisogno. E quando finalmente riesce a “sentire” in un posto, questo diventa un luogo da frequentare e da amare. Giovani o anziani che si sia, non ha importanza, la fede non ha età. Sono i carismi che diventano carne, i “campi” attraverso i quali il cellullare avvicina davvero alla voce di Dio, dei santi, della Madonna. 
 

     Celebrare con la penna , con le immagini e con le parole questa nuova santità, che attira fiumi di gente assetata della parola di Dio e dei prodigi che essa opera, significa anche avere ben chiaro un concetto che Rocco Spagnolo non esita a esprimere appena può e di cui dobbiamo tutti tenere conto: “Il riscatto e il decollo della Calabria ( e del Sud) non possono non includere il fattore religioso e la sua fruibilità. Per questo con determinazione continuerò a fare la mia parte affinchè l’enorme patrimonio naturalistico, umano, naturale, artistico, religioso sia salvaguardato e valorizzato”. “Visto che la Calabria è a vocazione agricola e turistica, non sarebbe saggio promuovere anche il turismo religioso? La Provvidenza mi sta conducendo a occuparmi delle perle religiose. Con le mie pubblicazioni sui santi e sui mistici, sto cercando di mostrare al vasto pubblico che la mia terra ha il volto bello e non sfregiato. Questo andrebbe promosso da chi amministra la cosa pubblica…”.
  
   Le sue pagine sulla storia e sui carismi enormi di Fratel Cosimo Fragomeni, il pastorello dello “Scoglio” acclamato da decine di migliaia di persone ogni anno, di Don Vincenzo Idà, fondatore dei “Missionari dell’Evangelizzazione” oggi al centro di un processo di beatificazione, di Sr Pasqua Condò delle "Suore Missionarie dell'Evangelizzazione", di Giuseppina Bonavita, la mistica calabrese che visse i suoi straordinari carismi nel silenzio e nel nascondimento, di Rosella Staltari, la ragazza di Antonimina morta giovanissima in concetto di santità, hanno la fragranza della primizia, ma non danno nulla per scontato e non scadono mai nell’ovvio. Ogni riga , anche negli innumerevoli articoli da lui firmati per molte testate nazionali e locali, sono paradigmi di un modo di evangelizzare che non ha nulla di artefatto, di astruso o di scenografico, nulla di cui vantarsi agli occhi del mondo. 
 
    Rocco Spagnolo non ama infatti firmare i suoi libri e le sue numerosissime pagine di pubblicistica premettendo al suo nome e al suo cognome i propri titoli. E ne ha tanti! Innanzitutto sacerdote e fine teologo con una lunga esperienza di parroco in trincea nella Locride , da molti anni accompagnatore spirituale del mistico Cosimo Fragomeni e del santuario diocesano dello Scoglio ( Santa Domenica di Placanica) da lui ispirato dove accoglie un giorno si e l’altro pure miriadi di persone in cerca di Dio, di Pace e di aiuto. E’ superiore generale dei Padri Missionari dell’Evangelizzazione che hanno nell’antichissima cittadina di Terrranova Sappo Minulio la loro casa generalizia: un faro di luce e di civiltà in mezzo a enormi distese di olivi, che custodisce gelosamente, tra l’altro, la memoria e i segni della vicinanza di Giuseppina Buonavita, la mistica spentasi qualche anno fa in odore di santità.
    Da qualche anno Padre Rocco Spagnolo alla sua collezione ormai incommensurabile di iniziative intelligenti e decise per la diffusione seria ed efficace del Vangelo ha aggiunto un altro segmento operativo al passo coi tempi: una TV on line, GemmaTV, che coi suoi servizi ricchi e puntuali , profondi e garbati sta ormai diffondendo sempre di più la voce e i segni evangelici incarnati nella nostra strana terra, della quale sta fornendo un’immagine nuova, di zelo e di rinascita attraverso la fede.

    Quel rinascimento sacro che, solo, forse potrà davvero salvare la Calabria!

Bruno Demasi

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE  DEGLI SCRITTI DI PADRE ROCCO SPAGNOLO:

Padre Vincenzo Idà. Profeta dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni - 2006
Madre Pasqua Condò. Mistica dell'evangelizzazione - San Paolo Edizioni – 2009
Fratel Cosimo. Un bagno di luce - San Paolo Edizioni – 2013
Breviario di fratel Cosimo. 365 meditazioni - San Paolo Edizioni – 2015
I fioretti di fratel Cosimo - Effatà – 2016
Giuseppina amica di dio e degli uomini - Effatà – 2017
Rosella. La ragazza che volava con Gesù - Effatà – 2018
Un' altra vita all'improvviso. Alma si racconta - Effatà – 2020
Fratel Cosimo, Cosimino e la spiritualità dello scoglio. Un faro di luce e di speranza- Leggimi – 2023

domenica 30 luglio 2023

“ASPROMONTE, LA TERRA DEGLI ULTIMI”

di Bruno Demasi
      E’ il titolo del film di Mimmo Calopresti ambientato nell’Aspro- monte degli anni ’50 già a lungo proiettato nelle sale cinematografiche prima del Covid e ora fatto conoscere al grande pubblico televisivo. Già capolavoro, anche se per nostra fortuna non possiede le stimmate dal meridionalismo di cassetta che da qualche tempo impazza non solo sui social, ma nel giornalismo, nella saggistica e nella narrativa di alcuni autori ancora indecisi se condannare la ndrangheta o giustificarla o, addirittura osannarla come baluardo di non meglio qualificati nemici colonialisti.

    Mimmo Calopresti riparte da Zanotti Bianco e dal paesaggio lunare che, al posto dell’Eden Borbonico vantato da tanti meridionalisti di ritorno e mai esistito, egli trova “scendendo” in Calabria dopo la terribile alluvione del ’51 : condizioni di vita subumane, mancanza di case, strade, medici, scuole, pane; sovrabbondanza di fame e pidocchi. 
   Ispirato dalla “Via dell’Aspromonte” di Pietro Criaco, la montagna lucente che il Poeta ( il personaggio che dà cuore e anima all’intero racconto, interpretato magistralmente da Marcello Fonte) definisce come “la terra di quelli che ancora rispettano i padri, la terra dei poeti e della civiltà…”, è un reportage da un inferno di silenzi e di paure. Essenzialmente  un film che Calopresti definisce racconto insieme neorealistico ed epico “il realismo di un mondo povero, anzi poverissimo e l’epicità della battaglia per riscattare la propria condizione di canaglia puzzolente”.
    Senza tanti giri di parole e ricostruzioni storiche strampalate, vi appare nella sua nudità una terra  marginale appartenente a uno Stato lontanissimo e inconsistente, a una chiesa troppo arroccata nelle sue torri eburnee e nei suoi problemi intestini per curarsi degli ultimi, la stessa terra in cui le donne muoiono di parto (allora come forse anche oggi)  per mancanza di strade e di ospedali.
    Una terra da cui fuggire, ma che ti incita a restare a combattere insieme alla maestra che ad Africo arriva dal Nord, rimboccandoti insieme agli altri le maniche per costruire la strada pur sapendo che si sarà aspramente combattuti in maniera diamentralmente opposta, ma equivalente, dal prefetto che non tollera l’autodeterminazione degli Africoti e dal capo ndrina che non ama le strade aperte perché vi possono transitare sopra i carabinieri e rompere le scatole a tutti.

    La terra in cui non mancano il piombo, i morti, gli arresti e la poesia che Mimmo Calopresti mette in bocca all’aedo senza tempo, la cui voce affiora spesso nel film: “I sogni sono quelle cose che ti fanno pensare che sei libero, e che ti fanno essere quello che sei”.
   Un film sicuramente  da capire, ricco di metafore e realismo che qualcuno potrebbe definire antico, ma non vecchio; bello, ma non edificante; senza dubbio impegnato, ma purificato da stucchevoli ideologismi di ritorno. 
   Un film da vedere e da far vedere e comprendere soprattutto ai piccoli dei nostri paesi di un Aspromonte non più lucente, ma ormai irrimediabilmente opaco e sporcato dalla politica di due dopoguerra  corrotti, avidi e  micidiali.

martedì 18 luglio 2023

“ IL FANTASTICO REGNO DELLE DUE SICILIE” SMONTATO PEZZO A PEZZO DA PINO IPPOLITO ARMINO ( di Bruno Demasi)


    Una constatazione molto semplice , ma altrettanto documentata, di Antonio Gramsci, secondo cui nel mezzogliorno d’Italia “..le paterne amministrazioni di Spagna e dei Borbone nulla avevano creato: la borghesia non esisteva, l’agricoltura era primitiva e non bastava neppure a soddisfare il mercato locale, non strade, non porti, non utilizzazione delle poche acque che la regione, per la sua speciale conformazione geologica, possedeva…” avrebbe dovuto dissuadere dal sostenere il contrario chiunque, anche coloro che ideologicamente si sentono distanti anni luce dal grande Sardo. Eppure, capitanate da un certo Pino Aprile, abile rimestatore di becere propagande duosiciliane nuove e antiche, malamente confezionate da sedicenti storici come Del Boca o da Alianello, negli ultimi dieci anni schiere disordinate e disordinanti di neomeridionalisti hanno invaso media, librerie ed edicole ammannendo le loro sempre più fantasiose ricostruzioni di quello che, secondo loro, era stato il più florido eden socioeconomico e culturale del mondo, quel Sud, a dir loro, strangolato, disperso e depauperato dai Piemontesi con l’Unificazione della Penisola.
 
  A confutare tutti, ma proprio tutti, gli stucchevoli cavalli di battaglia dei filoborbonici ha pensato Pino Ippolito Armino in un sintetico , ma esauriente, catalogo “ delle imposture neoborboniche” che per i tipi dell’editore Laterza ha visto la luce col titolo ironico ed eloquente “Quel fantastico regno delle Due Sicilie” che andrebbe tenuto sul comodino e sfogliato costantemente specialmente da quel nugolo di studiosi improvvisati che ormai da tempo imperversa e detta eresie storiografiche non solo nel mondo pseudoaccademico, ma soprattutto sul web, gonfiando a dismisura la convinzione pericolosissima della gente meridionale che tutte le responsabilità dei nostri mali atavici siano da rinvenire soltanto nell”invasione” piemontese e nei suoi presunti effetti, anziché in ferite preesistenti che si tenta malamente di dissimulare: “vere e proprie fake news che hanno un’eccezionale capacità di presa perché forniscono una spiegazione semplice e problemi complessi. Mentre una crescente e inafferrabile distanza separa sempre più il Mezzogliorno dal resto d’Italia, si preferisce ‘ inventare’ un nemico esterno, cattivo quanto basta, per addebitargli ciò che siamo e che non vorremmo essere.”.
 
     Emblema principale di questo ‘nemico’ esterno è quel Giuseppe Garibaldi a cui il medesimo Mezzogliorno, che lo avrebbe visto invasore, aveva tributato con smmaccato servilismo medaglie, onori e intitolazioni di piazze e strade fin nei più sperduti villaggi dell’appennino meridionale e siculo. Quel generale, che la propaganda neoborbonica oggi vorrebbe invece ridurre a uno scapestrato quanto venale mercenario al soldo dei Piemontesi, che con un migliaio di avanzi di galera della sua stessa risma avrebbe sbaragliato la nobilissima causa borbonica ( forte di un esercito regolare mille volte più grande e più armato). Pino Ippolito Armino dimostra con dovizia di partricolari e carte alla mano, che questo pilastro sbrecciato della propaganda neoborbonica è frutto di fantasie malate: Giuseppe Garibaldi non fu al soldo di nessuno, tantomeno di Cavour, e la sua impresa, peraltro riuscitissima, non fu partorita da un Settentrione desideroso di usurpare le fiabesche ricchezze del Sud. 
 
   Sarebbe sufficiente solo questa disamina per scompaginare le teorie infondate e volutamente superficiali di tanti neomeridionalisti ormai di professione, ma l’Autore va ben oltre e stila un vero e proprio elenco ragionato e chiarissimo delle varie costruzioni fantasione su cui si fonda oggi la nuova propaganda secessionista del Sud che, non a caso, pur sembrandone antitetica, si coniuga benissimo con l”autonomia territoriale differenziata” di cui da sempre si fa portavoce la Lega, che ha cancellato dal suo blasone la parola” Nord” non solo per carpire la buonafede degli elettori meridionali, ma soprattutto per strumentalizzare la malafede dei neomeridionalisti e dei capipopolo che non mancano mai.
   Il repertorio ragionato delle “imposture” filoborboniche, a cui rimando il lettore che voglia attentamente fornirsi un quadro reale e veritiero dei fatti, parte da una disamina sobria del reale intento della lotta risorgimentale e dalla confutazione ferrea del cosiddetto “genocidio” dei Meridionali e di quello che , secondo certa propaganda, sarebbe stato un “ complotto inglese” ad armare, con la complicità dei Savoia e del Cavour, la spedizione garibaldina. Prosegue con logica serrata e puntualità rigorosa di riscontri storiografici, con un’analisi approfondita e lucida del ruolo svolto in tutta la vicenda risorgimentale da Carlo Pisacane , da Giuseppe Mazzini e dallo stesso Garibaldi e dal ruolo vero svolto sulle loro rispettive azioni dalla Massoneria nazionale ed internazionale del tempo. 
 
   Passa poi a descrivere e a smontare una ad una le altre favole neoborboniche che dobbiamo sorbirci , nostro malgrado, quotidianamente sui social: il brigantaggio meridionale assimilato ignobilmente alla lotta partigiana, il presunto saccheggio del Sud durante e dopo l’Unificazione, la fantomatica ricchezza del Mezzogiorno preunitario e dell’industria napoletana usurpate e disperse dagli invasori, l’emigrazione coatta dei Meridionali dopo l’Unità, la fiabesca istruzione del Sud borbonico che, in realtà, presentava il quadro desolante di un analfabetismo maschile e femminile almeno doppio rispetto a quello che negli stessi anni si registrava nel Settentrione della Penisola.

  Ed è forse proprio da quell’analfabetismo, all’epoca sicuramente voluto e imposto dalle politiche borboniche, e da quello di ritorno voluto e determinato in questi anni dalle politiche che hanno affossato l’istruzione pubblica, che oggi rinascono i mostri e i mulini a vento contro i quali continuiamo a scagliarci noi Meridionali addebitando, con fare donchisciottesco, le nostre ataviche colpe e ferite a un nemico lontano e  inesistente e non a quel “sonno della ragione” di cui parlava Gramsci e di cui in questo bellissimo saggio, scritto con cura ed eleganza, Pino Ippolito Armino ci offre una visione lucida e razionale che tutti dovremmo conoscere sul serio.

lunedì 10 luglio 2023

Mémoires 8: LA FATICOSA RIPRESA DOPO IL 1943 (di Rocco Liberti)

      Sembrano passati molti più anni di quanti in realtà ci separano da quel fatidico anno conclusivo, almeno per  i nostri paesi, di una guerra infelice e suicida per tutti, ma specialmente per i paesi interni dell’entroterra di Gioia Tauro distanti tra loro anni luce per chi era costretto a spostarsi a piedi da un luogo all’altro su strade che tuttavia non erano molto dissimili, quanto a cura e manutenzione, rispetto a quelle che siamo costretti a percorrere oggi. 

      Rocco Liberti ci offre in queste struggenti pagine, ancora una volta rese preziose e originalissime dai ricordi diretti e incancellabili di un ragazzo, la storia di una realtà paesana oppressa ancora dalle mille ferite lasciate della guerra, ma fortemente motivata a ritornare alla normalità, anzi a crescere ed uscire dal proprio isolamento: ne sono testimoni i tentativi caparbi di mettersi al passo coi tempi con la rinascita del cinematografo e i primi tentativi di ripristinare forme di comunicazione e di commercio. Finiva lentamente un’epoca per lasciare spazio tra incomprensioni, paure verso il nuovo e slanci sociali ancora confusi, a una ripresa difficile e tarda a venire.

    Ancora una volta un quadro emblematico per capire non solo le radici recenti di Oppido Mamertina, ma di tutte quelle realtà dell’Aspromonte e della Calabria che Rocco Liberti in altre sedi ha studiato e narrato con dovizioso rigore di storico.(Bruno Demasi)

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               Conclusa la prima fase della guerra e restituiti molti al focolare domestico, rimanevano ancora due lunghe annate perché si potesse affermare che fosse finalmente arrivata la pace. Non si presentava agevole a chi era tornato dopo tanta assenza riprendere un tenore di vita normale tanto più che uno stato vero e proprio era da ricostruire. Bisognava innanzitutto far rientrare in un ordine accettabile condotte non propriamente adamantine e ripristinare i molti servizi andati alla malora. Il problema più impellente era costituito dalla scomparsa dell’acqua potabile. I tedeschi, distruggendo i ponti e ulteriori essenziali strutture, avevano reso inutilizzabile l’acquedotto. Bene, poiché un acquedotto non si costruisce dalla sera alla mattina e si rivela indispensabile avere l’acqua a disposizione sia per bere che per cucinare e altri indispensabili usi, si è stati costretti a cercarla dove era reperibile. Il prezioso elemento, ottenuto in precedenza attingendo alle fontane rionali (erano pochi nuclei familiari e i conduttori di esercizi pubblici a usufruirne all’interno degli edifici), è stato trovato e a dovizia, ma faceva d’uopo inoltrarsi nei fondi agricoli di privati cittadini finanche a buona distanza. Si è verificata una vera mobilitazione e cortei di donne e bambini si recavano dove lo si rinveniva, nelle contrade nomate Caddàri, Russu, Santa Vènnera, Pedajsa ecc. Si avviavano armati di catìni (secchi), bùmbuli (brocche piccole), cortàri (brocche grandi), ma anche barili e bottiglioni. Prelevato quanto necessario sotto l’occhio vigile del proprietario timoroso di eventuali asportazioni di diversa natura, ma costantemente e benevolmente accolti, se ne ritornavano trionfanti al domicilio.

  Durante il percorso avevi agio di sentire le giovincelle cantare a voce piena le allegre canzoni in voga: Reginella campagnola, Rosabella del Molise (Don Giacinto si trasformava in Sor Giacinta dal nome di una monaca dell’Orfanotrofio), Piemontesina ecc. Quelle di tipo guerresco, Faccetta nera, Lilì Marleen, Giarabub e la stessa Mamma avevano ormai lasciato il passo. Adesso sì che ci si comportava spensieratamente! Gli stadi trascorsi erano stati realmente duri! In verità, c’era la fontana con numerose bocche del lavatoio dell’ex Comune di Tresilico, nota come ‘a Funtana randi, ma l’afflusso era veramente proibitivo per la numerosa popolazione che vi si riversava. Era rimasta intatta perché servita da altro antico acquedotto.

    Bene per quanto fondamentale in cucina e per ciò che si configurava usuale, ma per il lavaggio di lenzuola, coperte, materassi e altra roba come fare? Nessun timore! C’erano le fiumare: Mazza, Petra, Russu. Quando occorreva si andava in gruppi e si rimaneva l’intera giornata. Sciacquato e risciacquato ogni capo, lo si stendeva sui grossi massi presenti e si provvedeva a far colazione. I maschietti si mettevano in caccia di granchi e anguille. Sul vespro era tutto a gonfie vele e si rincasava soddisfatti. Non basta. Con i blocchi di pietra che si ritrovavano a Mazza si costruiva il “gurnale”, una pozza d’acqua dove nei pomeriggi assolati e lontano da occhi indiscreti ragazzi piccoli e grandi all’ignuda vi s’immergevano. Dobbiamo confessare che ci è andata ottimamente perché talvolta poco discosto si conducevano i maiali ad abbeverarsi. Quanta incoscienza! In antecedenza nella stessa fiumara mentre ci si recava a Farone mi è capitato di avvistare dei militari intenti a lavarsi camicie od altro. Erano a corto di acqua anche loro già prima. 
 
     C’erano però ancora due anni da trascorrere con il conflitto che continuava a distanza. Noi avevamo solo l’incognita di come sbarcare il lunario. Per sopravvivere vigeva sempre il matafaro ossia mercato nero che s’indirizzava particolarmente inverso Napoli, il primo grosso centro allora faticosamente raggiungibile. Le persone partivano da Oppido recando bidoni di olio, da noi in abbondanza e sugli scalcinati treni di allora si trasferivano in quella città che ne aveva passato di cotte e di crude, ma che peraltro si offriva alquanto rischiosa per i furti che a volte dovevano subire. I soldi che ricavavano dalla vendita del ricercato prodotto servivano a comprare specialmente sigarette americane, ch’erano molto appetite, Chesterfield, Philip Morris, Lucky Strike, Pall Mall ecc., ma anche dell’altro ch’era poi rivenduto ottenendo col guadagno quanto necessitava a sostentare le famiglie. Tempi veramente difficili! Mio padre inizialmente ha rimediato nella città partenopea un impiego nell’allora Ufficio Regionale del Lavoro e, con l’appoggio di alcuni parenti ivi domiciliati, vi si è sistemato, ma è rimasto poco. Gli allarmi notturni e diurni per attacchi da parte dei tedeschi e la precipitosa ricorrente fuga nei rifugi antiaerei erano di norma e la paura si registrava a novanta. Venuto in licenza si è trovato ridotto talmente male che mia madre lo ha costretto a rinunciare. Da ciò, anche su assillante insistenza di donna Fortunata Gioffrè Polistena, che a mia nonna faceva un’insistente corte, è nato il progetto di ridare vita al cinema muto Mamerto con altro sonoro. Mio nonno, Michele Cannatà, negli anni venti aveva avviato un accorsato cinemateatro, che aveva riscosso gran successo, ma che si era visto costretto a chiudere a breve anche per difficoltà di carattere politico. Il podestà dell’epoca, avv. Simone, gli stava sempre addosso con le scuse più risibili. Il locale era stato quindi suddiviso in modesti appartamentini nei quali si erano allogate ben cinque famigliole, Garreffa, Rulli, Mammoliti-Palumbo, mastro Gustino calderaio di Cittanova e un canestraio di San Giorgio Morgeto. Mi ha fatto allora molta impressione il fatto che il capo-famiglia dei Mammoliti, un contadino che aveva trascorso per condanna vario tempo in un’isola, come allora usava il Fascismo, se ne ritornasse a Oppido con una cassetta colma di libri anche se d’avventura o di carattere storico.

    Perdurando lo stato bellico, si è dato inizio al riavvìo dell’impresa, che al periodo era proprio tale impostare qualcosa di serio e di stabile, facendo sloggiare chi vi abitava e riportando il locale più o meno alla sistemazione originaria con nuova intestazione di Cinema Italia. Ma, dove acquistare un proiettore di non eccessivo costo? Il luogo non poteva essere che Napoli e qui si sono recati gli interessati o solo qualcuno di essi. Rintracciato quanto si confaceva al caso, sono ritornati con baracca e burattini, cioè hanno portato in patria l’apparecchio unitamente al fornitore dello stesso, un certo Liberato, l’unico a poter rimontare i pezzi anche perché si trattava di un oggetto piuttosto obsoleto. Era quanto allora si trovava e ad un prezzo accessibile. Liberato si è installato a casa mia e vi è stato ospite per un mese o forse più. Alla fine un regalo per la popolazione che attendeva fiduciosa. Da una finestra che dava sulla piazza, una sera tra l’euforia generale è partito il fascio di luce che proiettava un film su un telone ivi installato. E ora cominciano i dolori! Il vescovo Canino si è proposto subito di traverso e, bandendo una crociata, il giorno 29 luglio 1944 ha gridato e fatto gridare dai pulpiti avverso alla nuova espressione artistica e d’intrattenimento. Ha ordinato sconsideratamente di predicare che presto su Oppido sarebbe scoppiata una “bomba di gas asfissianti” senza aggiungere commento alcuno. Figurarsi lo spavento della gente a queste improvvide, e mi limito, esternazioni, ma il sentimento popolare pian piano ha dato il giusto valore a siffatte incoscienti, a dire poco, comunicazioni. Il cinema è stato avviato, ma la paura dell’anatema ha colpito l’animo di tanti, paucciàni e non, per cui l’afflusso è stato limitato. Spesso ai gestori non restava che mettere mano nelle tasche proprie per pagare l’affitto della pellicola. Edotto della non facile situazione, il monsignore ha giocato perfino la carta dell’acquisto pur di bandire il diavolo, ma nel colloquio svoltosi non si è addivenuto ad alcuna soluzione, e meno male. Con le sue ridicole offerte il vescovo avrebbe conseguito solo di affamare i suoi chiamiamoli così antagonisti. 

     Ma la civiltà eraimpossibile fermarla e, dopo che due dei tre soci hanno alienato la loro quota al terzo, Polistena, il prosieguo del cinema è andato a gonfie vele. Non poteva essere altrimenti. I tanti secoli superati ci hanno insegnato che il cammino del progresso non può essere arrestato e che a un bel momento tutto arriva alla logica conclusione. Il mondo di Charlot e Ridolini era ormai finito da un pezzo! In successione, nell’agosto del 1945 c’è stata una intimazione di mons. Canino all’abate Palaia perché si ritirasse dalla processione di San Rocco. Il povero parroco era ritenuto reo di aver permesso alla commissione che per la festa la macchina del cinema fosse collocata in un basso della piazza maggiore e vi proiettasse un innocuo lungometraggio di vita militare, “Lotta nell’ombra”. N’è derivato un vero assedio al portone del seminario da parte di tanti cittadini inferociti. È stata indotta ad intervenire la forza publica a fin di calmare gli animi e riportare tutto alla normalità. Il film è stato regolarmente offerto dal negozio di Francesco Liberti a una gran folla e tutto si è concluso in discreta concordia. Oltre a vari generi di pellicole il cinema ha ospitato di tanto in tanto compagnie teatrali, in particolare siciliane. Era un tradizione! Si ricordava spesso quella di Giovanni Grasso, che aveva recitato col celebre comico Angelo Musco.

   
     I residenti di Oppido per recarsi in altri paesi a fine di commercio od altre esigenze non avevano allora le comodità odierne e spesso era sufficiente il caval di San Francesco. Terranova, Varapodio, Messignadi, Castellace, Taurianova e perfino Gioia Tauro si raggiungevano a piedi e qualcuno si spingeva anche a Reggio, vedi Gustinaccio. Questi faceva come attività lavorativa lo spallone, cioè facilitava l’attraversamento della frontiera con la Francia e secondo valichi accessibili a gente cui era impedito di usufruire del passaporto. I veicoli disponibili erano perlopiù carrozze, carrozzini, calessi, ma non tutti potevano permetterselo, per cui sovente si affidavano a traìni (birocci, carretti), muli, asini, che impiegavano molto per pervenire a destinazione. Sostenevano comunque il loro ruolo anche se i viaggiatori alla fine erano stanchi e pesti. Tanti si portavano sino ad Amato e alla stazione ferroviaria prendevano il cosiddetto trenino, la Calabro-Lucana, per Taurianova da una parte o per Gioia dall’altra. C’era però un intoppo soprattutto per i traìni. Al Marro era obbligatorio scendere dal mezzo e farsela a piedi fino alla zona pianeggiante. I muli proprio non ce la tiravano. In un frangente buon per me sono stato graziato. Essendo piccolo mi è stato concesso di procedere senza smontare dal carro. Era mattina presto e faceva freddo. Ogni tanto la fortuna c’è! Oggi, quando si vuol dire che uno è malconcio, si pronunzia la frase “pari ‘o cavaju du’ Mastruzzu”. Il Mastruzzu (“mastro di non eccellenti qualità”) Tripodi manteneva attaccato al suo calesse un cavallo ch’era tutto acciaccato e si muoveva come un brocco. Nel tratto fuori porta procedeva sempre a rilento, ma all’ingresso del paese si lanciava tutto pimpante. Invero, a far da regista era la frusta del suo conduttore, che lo sollecitava baldanzosamente. Non potendo martoriare la povera bestia lungo il tragitto alla fine si prendeva la rivincita per far notare che anche lui possedeva un buon destriero. 

    I mezzi che trasportavano le merci richieste dai negozianti di Oppido si ritiravano nelle tarde ore pomeridiane uno dopo l’altro. Si era soliti assistere a un vario alternarsi. Tra i carrettieri si offrivano i Mammoliti e i Lucisano, tra i carrozzieri Versace (questi avevano anche il monopolio dei carri mortali (i cocchi con cui si accompagnavano i morti al cimitero) e Marvello (Marbèju). Si evidenziavano pure alcune auto, ma la spesa non era alla portata di chicchessìa. Godevano del diritto di noleggio Creazzo, Barletta, Sereno, Liberti, Barbaro (‘u Milordu) e qualche altro. E c’era anche l’autobus! Ma si qualificava un mezzo molto arcaico, che per il suo lento avanzare era stato soprannominato ‘a lumaca. La ditta Buda, interessata all’unica tratta Oppido-Gioia, aveva acquistato un torpedone modernissimo per i tempi nelle ultime fasi delle ostilità, ma lo Stato, necessitando, glielo aveva requisito, per cui è stata costretta a riadottare quello accantonato. 


     In quella fase il paese era molto popolato e i cittadini per necessità varie si spostavano di frequente. Ricordo con nostalgìa l’apparire a sera dell’autobus, che aspettavamo ognora con ansia. Rientrava con gente sistemata pure sull’imperiale e ai lati sui parafanghi. Non c’era alcun rischio tanto non accennava di sicuro a furiose corse. D’inverno sopraggiungeva col buio e noi come interagivamo? Stavamo in attesa di scorgerne i fari accesi quando si fermava all’ufficio postale di Tresilico per consegnare la corrispondenza. Quindi, in un baleno percorrevamo di corsa la strada che ci separava e, non appena ripartito, ci sistemavamo sui predellini o dietro su una scaletta. Non eravamo visti poiché a lato dell’autista, invece del vetro, era stato inserito un foglio di compensato. Che sfarzo! Ma, o fosse il peso o fosse altro, il mezzo talvolta veniva fermato di botto, vi scendeva tosto e con tanto di verga il fattorino Peppino ci induceva a correre le cento leghe. Prendere l’autobus di primo mattino era pure una preoccupazione. Non sempre si riusciva a recuperare un posto, per cui era inevitabile alzarsi presto ed essere pronti agli spintoni. Quando ne avevamo di bisogno, c’era mio cugino Alfredo, che, gestendo un bar vicino al luogo della partenza, si alzava assai per tempo e ce lo procurava sedendosi lui fino al nostro arrivo. Oggi siamo proprio agli antipodi! Quante auto in un ormai spopolato abitato come Oppido! E le braccia per guidarle? Forse qualcuno ne conduce due per volta, una con la mano destra e l’altra con la sinistra!

    Il largo antistante la sede della GIL nell’epoca fascista era stato chiuso, anche se vi si affacciavano le case dei Gioffrè e dei Polistena e in esso si svolgevano a iosa le manifestazioni del regime. Però, man mano che le cose peggioravano, le balde riunioni si diradavano. Potevi avvertire soltanto la presenza di qualche colonia ancora ivi bloccata e l’odore di quanto bolliva in pentola per i ragazzi del Reggino che provvisoriamente vi albergavano. Avvenuto il peggio, in una notte tutto è scomparso e si è inventata ogni cosa in merito al comportamento di chi fino all’ultimo aveva diretto l’istituzione. È stata la stessa cosa per la Casa del Fascio, scassinata la quale tutte le documentazioni sono state sparse sulla Piazza Umberto I. È naturale! Succede perpetuamente così a ogni cambio di regime. Addirittura nottetempo i locali della GIL sono stati presi di mira e alcuni, possessori o meno di appartamento, se ne sono accaparrate delle stanze. Lo stabile al completo se lo sono divisi in tre famiglie (una viveva in casa d’affitto, le altre bene o male un’abitazione ce l’avevano) e da quello ch’era stato trasformato in cortile sono sollecitamente sparite le recinzioni in legno rendendo transitabile l’intero braccio di strada. Ma lo spazio, definito “arretu a’ GIL” cioè addietro alla GIL, è divenuto luogo di convegno dei ragazzi della zona, monelli e non. Vi si accedeva innanzitutto da uno stretto vicolo che si collegava alla piazza Mamerto, una stradina che è finita con l’essere spartita tra le famiglie confinanti. 
 
     C’era diuturnamente un viavai di ragazzi che ne combinava di tutti i colori avvisandosi anche liti furiose. Assai temibile la squadra di Satanassu, i cui componenti si protendevano avanti con pericolose sassaiole. Arrivavano diuturnamente minacciosi e in bande vere e proprie. Ma a prevalere si attestava certamente di più il gioco. C’erano i passatempi conosciuti come: a’ mmucciatèja (a nasconderella), a’ mmucciatèja a’ mazzola (a nasconderella con la mazza), a presu, a presu e lìbbaru (a prigioniero, a prigioniero e libero), a manna (a cavalcioni sul dorso), a picciotti e carbinèri (a picciotti e carabinieri), o’ gattuzzu (lippa), o’ vìzzari (astragalo), e’ carti (briscola, scopa, ‘o mazzettu, all’asu latru (asso ladro) ecc.), e’ brigghia (ai birilli), o’ traguardu (al traguardo). Per quest’ultimo si segnava per terra, racchiudendola con delle linee, un’area con determinati passaggi. Si sviluppava facendovi transitare sopra con un colpo delle dita aperte il coperchio di una cromatina (scatola di lucido per le scarpe). Vinceva chi superava tutti gli ostacoli (tra tanti: ‘u strittu ‘i Messina). Si qualificavano in genere giochi tradizionali, ma la fertile immaginazione infantile ne inventava periodicamente di nuovi. Uno svago assai seguito era anche ‘a guerra francesi (la guerra francese), che si dipanava sull’ampio sagrato della cattedrale. Due squadre schierate sulle estreme si sfidavano e pervenivano ad avvicinarsi l’una all’altra, non mi è chiaro se per catturarsi a vicenda od occupare le opposte posizioni. Probabilmente ogni squadra doveva difendere il proprio campo e impedire all’altra di approssimarsi al limite rappresentato dalle barre in ferro che delimitavano il sagrato a est e ovest.

Rocco Liberti