lunedì 15 marzo 2021

GIUDITTA LEVATO NON SI TOCCA !

                                           di Bruno Demasi
 
  Giuditta Levato appartiene a tutti noi , a quella Calabria che ha ricostruito e difeso col sangue e col    sudore dei contadini la civiltà seminata dai Greci, dai Bruzi , dai Normanni, dagli Ebrei, dagli Arabi e poi tradita e depredata  da  tante orde di barbari che hanno spadroneggiato e spadroneggiano tuttora su questa terra…
       Per chi non se ne ricordasse, per tutti gli alunni delle nostre scuole a cui si insegnano (quando si insegnano) mille inezie e  mille sciocchezze di importazione anglosas-sone, ma non si insegna la nostra storia vera, Giuditta Levato era /è la contadina calabrese uccisa nel novembre del 1946 durante una pacifica occupazione di terre. La prima vittima di quella lotta al latifondo calabrese che si venne a produrre in seguito al tentativo degli agrari di ostacolare con ogni mezzo l'applicazione della Legge Gullo che nel 1944 aveva sancito l'assegnazione di porzioni di terre ai contadini che le lavoravano riuniti in cooperative. Una guerra durissima e senza esclusione di colpi , che ha distrutto l’idea stessa di cooperativa in Calabria per molti decenni e che invece ha fatto germogliare e moltiplicarsi come non mai la mala pianta delle guardianìe o, che dir si voglia, delle aggregazioni mafiose al servizio degli agrari.
       La guerra contro i contadini registrò in primis dal 1946 fino almeno al 1950, i fatti sanguinosi che ebbero come teatro il territorio di Petilia Policastro e di Melissa, ma anche  tante pagine di martirio contadino di cui non furono esenti molti altri paesi della Calabria intera, compresi quelli della Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Drosi...ecc).
      Giuditta Levato venne barbaramente uccisa all'età di 31 anni  il 28 di novembre del 1946. Era incinta di sette mesi del suo terzo figlio . Si era recata insieme al marito e con un nutrito gruppo di contadini, che come loro avevano ricevuto dalla Commissione Provinciale istituita dalla legge Gullo la concessione delle terre che avevano coltivato, per impedire che una mandria di buoi e di vacche di proprietà del latifondista del luogo, Pietro Mazza distruggesse quanto avevano seminato. Durante la manifestazione di protesta dal fucile di un uomo al servizio del Mazza partì un colpo che attinse proprio all'addome Giuditta Levato. Nel terribile trambusto che ne seguì, la donna fu trasportata prima a casa e poi in ospedale, dove quasi subito morì insieme alla creatura che portava in grembo.
     Fin qui la storia colpevolmente dimenticata persino da noi Calabresi, ma ad essa si è  associata nel tempo  un' altra  incredibile storia  al Palazzo della Regione a Reggio, dove l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale, bontà sua, intitolava a Giuditta Levato la sala conferenze, quale omaggio tardivo al sacrificio di tutte le donne calabresi prostrate dalla fatica, e vi poneva come emblema un grande quadro che, realizzato sull’unica foto esistente di Giuditta Levato, la ritrae con accanto i due figli spaventati e con gli occhi sbarrati dal flash del fotografo: indossa un cappotto ormai troppo stretto per fasciare il suo corpo disfatto da tre gravidanze, di cui una in corso, e sorride col viso dolce e altero, paziente e dignitoso, che è quello delle nostre donne di Calabria.
     Un quadro ingenuo, ma bellissimo, che però alcuni anni  fa era inspiegabilmente sparito per far posto a una rielaborazione pittorica di fantasia ( un volto tumefatto che verosimilmente vorrebbe rappresentare il volto di Giuditta ) , commissionata e realizzata non si sa da chi e per ben trentamila euro.   Dobbiamo alla penna del giornalista Riccardo Tripepi l’allarme indignato lanciato all'epoca contro lo scempio perpetrato in modo anonimo dentro i muri del Palazzo, tanto che nel pomeriggio della stessa giornata  in cui vide la luce l'articolo di Tripepi il quadro originario tornò al suo posto nella sala di Palazzo Campanella, mentre il nuovo non si seppe che fine avesse  fatto insieme ai soldi stanziati per farlo fare.... 
       Come tanto, tantissimo  denaro, sottratto alle casse regionali e alle nostre tasche !
      Una storia, se vogliamo, banale, ma che illustra bene come anche i ricordi più sacri in Calabria vengano strumentalizzati per spillare e dirottare soldi dalle tasche dei contribuenti a quelle di qualche colletto bianco-sporco...
       Ancora più grave però la strumentalizzazione di Giuditta Levato che si sta tentando in questi giorni da parte di qualche intellettuale calabro sulla cresta dell'onda che tenta di farla diventare il simbolo della protesta calabrese contro lo Stato oppressore. Giuditta è e resta emblema della lotta contadina contro i padroni e contro la mafia pagata dai padroni e malamenta oggi giustificata e mascherata da tanti letterati prezzolati che oggi sputano veleno addosso ai magistratri in trincea! 
     Vergognoso e offensivo manipolarne il ricordo in maniera tanto maldestra!!!
      

domenica 17 gennaio 2021

VI FU DAVVERO UN OSCURO OLOCAUSTO DI MERIDIONALI 80 ANNI PRIMA DI AUSCHWITZ ?

                                   di Bruno Demasi                                

   Ancora pochi anni fa, prima che ignoti vandali la frantumassero, sull’ingresso del forte rupestre di Fenestrelle in Val Chisone ( che la Provincia di Torino ha proclamato appena diciassette anni fa suo monumento-simbolo , ma che da tanti meridionali è considerato un antesignano di Auschwitz dove migliaia di reduci meridionali dell’esercito borbonico, se non sterminati, sarebbero stati lasciati morire di fame e di freddo), campeggiava questa lapide:


 “ Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di fame e di stenti. I pochi che sanno si inchinano”. 

   Per moltissimi anni  nessuno si era curato di quella lapide, ma in una mostra documentaria  tenuta a Torino e dedicata ai 150 anni dell’Unità venne esposto, tra gli altri, un documento inatteso. Si trattava del presunto resoconto di un processo tenuto in fretta e furia, solo dopo pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi al Sud, dal Tribunale militare di Torino contro moltissimi soldati di origine meridionale ristretti “in punizione” al forte.

    Su questa oscura pagina che sarerbbe stata  dimenticata dalla storia ufficiale e dalla quale è bene  eliminare subito ogni assunto di parte, si è accesa una delle solite diatribe tra Francesco Mario Agnoli (Apologia di uno storico dilettante - 31/10/2012) e Alessandro Barbero ( "I prigionieri dei Savoia..." 2014, Laterza). Il secondo ha iniziato a smentire, ma con pochi dati alla mano, che Fenestrelle sia stata per i soldati meridionali l’Auschwitz di 155 anni fa. E Agnoli, pur suffragando la propria ricerca con una congerie di informazioni, non è riuscito ad andare neanche lui molto oltre nella ricostruzione esatta di questa  vicenda sulla quale sono state volutamente fornite cifre iperboliche e informazioni ambigue ora per  avvalorare la storia ,ora per smentirne l’esistenza e snaturarne la veridicità.
    Nel saggio “ I Savoia e il massacro del Sud" di Antonio Ciano ( edito nel 2011 da A-M-E), ad esempio, si parla addirittura di un milione di morti "acc'si" in seguito all’annessione del Regno delle Due Sicile e Pino Aprile, il massimo teorico di questo massacro, non ha perso occasione per parlarne e scriverne, senza però produrre prove e testimonianze sia pure vaghe.


    Al di là di ogni altro elemento di discussione, mi piace affidarmi in questo caso a una rivista dalla serietà indiscussa, come La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618) che ha osservato apertamente, senza essere stata mai smentita da nessuno,"Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto...".

    La stessa Civiltà Cattolica a pag. 503 osserva: "A reggere la cosa pubblica e rifare il Regno fu posto, come si sa, il sig. Silvio Spaventa, del quale si può ben dire che regna e governa… è degno successore di Don Liborio Romano e procede con mezzi molto diversi. Don Liborio avea sciolti i galeotti a centinaia e commessa loro la custodia dell'ordine pubblico; e la sicurezza cittadina, guarentita dai Camorristi, trionfava a quel modo che tutti sanno. Lo Spaventa ebbe ribrezzo di tale infamia, diede la caccia ai galeotti liberati ... Ma per farsi perdonare queste severità, procurò di offerire ogni quindicina di giorni, una bella ecatombe di realisti borbonici in sacrifizio della rivoluzione fremente”
  
A ben osservare, neanche la Civiltà Cattolica però adduce prove documentali di sicura fede e, al di là di una visione di parte secondo cui l'aggressore massonico fu comunque il Piemonte sia contro il Regno delle Due Sicilie sia contro lo Stato Pontificio, rimaner anch'essa sui " si dice" e su una descrizione a tratti folcloristica.
 

  Di certo il Sud non ebbe molto da guadagnare dalla propaganda risorgimentale, oppresso com'era da decenni da una politica familistica e paternalistica, come quella dei Borbone, che aveva costretto le contrade delle Calabrie e delle Sicile alla fame molto prima dell'arrivo di Garibaldi...