domenica 16 giugno 2013

"PIANA DI GIOIA TAURO: UNA RISORSA SPRECATA DA MILIONI DI EURO"

di Bruno Demasi
      
Condivido volentieri la bellissima pagina di Maria Fabricatore sulle potenzialità e sulle ataviche questioni irrisolte che sembrano ormai  dimenticate da tutti e da tutto.
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       E’ come oltrepassare una linea di confine. Dall’autostrada all’improvviso si vede il mare, che abbaglia la vista, come un apparizione. Superata da poco la provincia di Cosenza, imbocchiamo il catanzarese nelle zone di Pizzo e di Lamezia. Sulle colline, come spine ficcate nei fianchi, contornano il paesaggio le pale eoliche, sono centinaia, focalizzano l’attenzione e continueranno a comparire sulle colline senza un ordine, o una logica. Ci eravamo illusi che l’eolico e l’energia verde potessero aiutare la nostra economia e anche l’ambiente. Ma a guardare questi orizzonti massacrati che non danno respiro alla vista e che soffocano il territorio ritorneresti al carbone e al petrolio in un attimo. Già perché poi funzionano le pale donchisciottiane? ci chiediamo. Ci rispondono le varie inchieste che da qualche anno riempiono pagine e file dei pubblici ministeri. Nei mesi scorsi si sono chiuse le indagini della Procura di Catanzaro. Tra gli indagati esponenti politici regionali, imprenditori. “Eolo”, iniziata nel 2006 nella procura di Paola dispone le intercettazioni, e si concentra su una presunta tangente per la realizzazione del parco eolico “Pitagora” a Isola Capo Rizzuto, inchiesta passata poi appunto alla Procura di Catanzaro.

          E il problema pare che sia più diffuso e comprenda non solo la Calabria ma anche la Campania e la Basilicata. Le pale vampirizzano il terreno che non potrà più essere coltivato. Secondo studi recenti distruggono l’assetto degli uccelli migratori, che una volta massacrati, guarda caso, cambiano rotta e così facendo distruggono un intero ecosistema. Continuiamo con il mare a fianco, e ci risiamo, di nuovo la natura ha il sopravvento e ci immergiamo nei colori dell’inverno: argento e azzurro, che si confondono con le luci del pomeriggio. Una natura incontaminata carica di verde ci prende il fiato. Sulla Salerno/Reggio Calabria si viaggia bene, non ci sono lavori in corso, la carreggiata è larga, contiene bene il traffico. Ci chiediamo come mai, e ci sorprendiamo visto che abbiamo lasciato chilometri e chilometri di lavori in corso. Per non parlare della più lunghe e ininterrotte indagini sulle collusioni tra cosche di ndrangheta e della camorra e con più alte infiltrazioni della storia dell’Italia contemporanea, che da decenni si contendono i metri di questa che rimane l’unica vera strada che collega l’Itala del sud con il nord, che
doveva essere la spinta all’economia e sulla quale si sprecano discorsi, parentesi, inchiostro e parole inutili di politici e amministratori. Ma quello che attraversiamo è il tratto con più presenza mafiosa e ndranghetista della penisola, sarà un caso?. Dall’autostrada deviamo verso Gioia Tauro. Ci coglie una strana ansia. E’ come se ci preparassimo per andare in guerra. Stiamo per entrare in una delle zone più ricche d’Italia. Olio, arance, agricoltura fiorente. E il porto più grande del Mediterraneo, uno dei primi venti del pianeta.


            E’ come se la piana di Gioia Tauro avesse avuto dagli dei il meglio. Una terra ricca. Forte. Fiorente. Anche il colore rosso bruno della terra ce ne suggerisce la fertilità di una capacità produttiva
superiore alle leggi di natura. Gli alberi di ulivo alti più di venti metri, con oli di qualità eccellente. Gli alberi di arance e di clementine carichi, e il colore verde intenso dell’erba che rigogliosa cresce dentro gli agrumeti, soddisfa completamente la nostra vista. E ci appare in lotta con se stessa, tra un territorio dove la ndrangheta la fa da padrona, e un territorio che potrebbe offrire una ricchezza economica a tutta la penisola. Anche detta Piana di Rosarno. Ci coglie come un lampo il ricordo degli uomini piegati alla raccolta sulle cassette pagate a due euro, in tutto venti o venticinque euro al giorno, ci confermano le inchieste di oggi. Ragazzi e uomini spinti dalla fame che dall’Africa arrivano a Rosarno chiamati alla raccolta, servono braccia durante l’inverno e qui ne arrivano, dal profondo sud dell’Africa, dal nord Africa e anche da est, dalla Romania. “Vedete lì in fondo alla strada sono pieni di nord africani”ci racconta un signore dall’aria mite “ma sono anni che stanno qui, sono tunisini, hanno messo su famiglia e ora stanno dappertutto”. Gli africani di Rosarno vivono nelle tendopoli, allestite per la raccolta. Ma non risolve il problema, le condizioni di vivibilità precarie si sommano ad una mancanza di controllo del territorio, e le responsabilità si compongono e ricompongono come le bambole russe. Siamo colti da un senso di vuoto e di sgomento quando ci appaiono le prime case di Gioia Tauro. Per strada non c’è nessuno. I fabbricati e case già vecchi e mai finiti si susseguono uno dietro l’altro. Cerchiamo di districarci nei vicoli di questo paese di mare così noto alle cronache. Cerchiamo il porto, non ci sono insegne e come in un labirinto ci ricaccia indietro, riusciamo a vedere le sue torri in lontananza.

                Ma è un porto lontano alla piana, dalla gente, che produce solo per sé, come una porta chiusa su stessa, altro che la porta dell’Europa. Per non parlare dei milioni di euro guadagnati con la droga, i quintali di cocaina, eroina sequestrati che smettiamo di contare dalle varie inchieste, faremmo prima a contare i primati di sequestri nel mondo. I cartelli della ndrangheta calabrese non ha rivali. La ndrangheta, ha un fatturato superiore alla multinazionale americana della Apple, queste le notizie di oggi. Intanto vediamo fabbricati in pietra enormi e intatti, che fanno da contrappunto, come uno spaccato del secolo scorso fiorente, ma perduto per sempre. E cumuli di immondizia a ridosso del porto e del lungomare che alla vista dei bastioni enormi che arrivano dal mare profondo, ci sembrano il male minore. Il porto non riusciamo a vederlo nella sua interezza e dalla strada neanche a concepirlo nella sua grandezza, vediamo solo due cancelli sbarrati. Nessuno può avvicinarsi. Ci appare in lontananza, abbandonato, come un enorme trofeo tenuto in piedi dalla cupidigia insaziabile degli uomini.