mercoledì 20 maggio 2026

CLELIA ROMANO PELLICANO: UNA VOCE EUROPEA NEL CUORE DELL’ ASPROMONTE (di Mara Vittoria Colosimi )

   Clelia Romano Pellicano è una voce che attraversa il Novecento italiano con una modernità sorprendente, capace di tenere insieme Aspromonte e Londra, imprenditoria e letteratura, introspezione e impegno civile. Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi, con la sua abituale precisione, restituisce questa complessità con una scrittura limpida, documentata, ma soprattutto viva. Il suo racconto non si limita a ricostruire una biografia: ripropone una tensione etica che fa di Clelia una figura europea sebbene vissuta in un lembo di Calabria, segue il filo della sua vita – la maternità, la vedovanza, l’audacia imprenditoriale, il giornalismo sociale, il femminismo ante litteram – con un tratto narrativo avvincente che non sacrifica mai la precisione storica. Ne emerge un ritratto che parla al presente: una donna che seppe trasformare la marginalità geografica in un punto d’osservazione privilegiato, e che comprese prima di molti che la libertà femminile è un lavoro quotidiano, non un ornamento ideologico. È un testo chiaro , una storia quasi del tutto sconosciuta,un invito a restituire a Clelia Romano Pellicano il posto che le spetta nella storia culturale calabrese e italiana. (Bruno Demasi)

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      Clelia Romano Pellicano appare nello scorcio complesso del primo Novecento calabrese come una figura che sfugge alle definizioni troppo strette: aristocratica e insieme inquieta, radicata nella Calabria ionica eppure cresciuta in un ambiente cosmopolita, figlia di un Risorgimento che le aveva trasmesso l’idea che la libertà fosse un dovere prima ancora che un diritto. Nata a Napoli nel 1873, in una casa dove convivevano la severità liberale del padre pugliese e l’energia americana della madre, nipote del generale garibaldino Giuseppe Avezzana, Clelia respirò fin da bambina un’aria di apertura internazionale, di fiducia nella modernità, di responsabilità civile. A sedici anni, quando sposò il marchese Francesco Maria Pellicano di Gioiosa Ionica, nessuno avrebbe potuto immaginare che quella giovane donna, catapultata nell’entroterra della Locride profonda, avrebbe trasformato quel lembo di Calabria in un laboratorio personale di osservazione sociale, di scrittura e di azione concreta. Eppure fu proprio lì, tra Gioiosa, i boschi di Prateria e le case patrizie affacciate sullo Ionio, che Clelia maturò la sua doppia vocazione: raccontare e intervenire.

    La sua vita, segnata dalla maternità numerosa e poi dalla vedovanza precoce, non scivolò mai nella rassegnazione domestica. Quando nel 1909 rimase sola con sette figli, Clelia non si ritirò: fondò una società forestale per azioni, amministrò boschi, setifici, aziende agricole, trattò con operai, tecnici, notai, banchieri. La stampa dell’epoca la definì «una pioniera dell’economia meridionale»⁴, e non era un’esagerazione: nessuna donna, in quel tempo e in quel luogo, dirigeva capitali e imprese con tale determinazione. Parallelamente, la sua scrittura si fece più intensa, più necessaria. Firmandosi spesso con lo pseudonimo Jane Grey, Clelia pubblicò raccolte di novelle come Coppie e La vita in due, dove la psicologia femminile, le tensioni del matrimonio, la solitudine delle donne emergono con una finezza che Luigi Capuana, suo estimatore, definì «vibrante di una sensibilità moderna»¹.

    Il romanzo Verso il destino, scritto tra il 1906 e il 1907 e riapparso solo nel 2023, rivela una maturità sorprendente: la protagonista femminile si muove tra vincoli sociali e desiderio di autodeterminazione, e in una pagina che sembra anticipare il femminismo del secondo Novecento, Clelia scrive: «La libertà non è un dono: è un debito che ciascuna donna ha verso se stessa»². Ma la sua voce più audace si manifesta forse nel giornalismo d’inchiesta: le sue corrispondenze per La Nuova Antologia sul lavoro femminile nel Reggino sono tra le prime indagini sociali condotte da una donna nel Sud. Visitò setifici, opifici, laboratori, descrisse salari miseri, turni estenuanti, sfruttamento, e lo fece con uno sguardo che univa compassione e rigore, senza indulgere al pittoresco. 

  Il suo impegno non si fermò ai confini italiani. Nel 1909 partecipò come delegata al Congresso Internazionale delle Donne di Londra, dove ascoltò Emmeline Pankhurst e le suffragette inglesi. Da quella esperienza nacquero le sue Lettere da Londra, pubblicate su La Donna, in cui annotava: «L’Europa che verrà sarà giudicata da come avrà saputo ascoltare le sue donne»³. Nel 1914 fu tra le protagoniste del congresso mondiale di Roma, portando la voce del Mezzogiorno e denunciando la doppia marginalità delle donne meridionali: quella di genere e quella geografica. La studiosa M. G. Tavella, che le ha dedicato un volume fondamentale, l’ha definita «la figlia femminista del Risorgimento italiano»⁵, cogliendo in lei quella continuità ideale tra le battaglie ottocentesche per la libertà nazionale e quelle novecentesche per la libertà femminile.

    La sua scrittura, oggi, appare come un punto di incontro tra realismo meridionale, introspezione psicologica e sensibilità proto-femminista. Non c’è mai compiacimento, mai folklore: c’è un’attenzione minuta ai gesti, alle esitazioni, alle contraddizioni delle donne che popolano le sue pagine. E c’è soprattutto la consapevolezza che la letteratura può essere un modo per incidere sulla realtà, per darle forma, per denunciarne le ingiustizie. 

    Recentemente qualche studioso ha riportato Clelia Romano Pellicano al centro dell’attenzione:  sono apparse nuove edizioni delle sue opere, nati  convegni a Gioiosa Ionica e Reggio Calabria, una puntata della serie Donne di Calabria, studi universitari. La sua attualità è evidente: nella modernità del suo sguardo sulle donne, nella capacità di coniugare radici calabresi e respiro europeo, nella visione imprenditoriale che la rese un’eccezione assoluta nel panorama femminile dell’epoca.

    Eppure, più di ogni etichetta, ciò che resta di Clelia è la sua voce: una voce che non reclama eroismi, ma responsabilità; che non si accontenta di descrivere il mondo, ma tenta di trasformarlo. La Calabria, per lei, non fu periferia ma un luogo da cui osservare il mondo e da cui provare a cambiarlo. E oggi, rileggendola, si ha la sensazione che quella voce non abbia mai smesso di parlarci, come una coscienza critica che attraversa il tempo e ci interroga ancora.

                                                                                Mara Vittoria Colosimi

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1. Luigi Capuana, recensione a Coppie, in Il Mattino, 1901.
2. Clelia Romano Pellicano, Verso il destino, ed. 2023, p. 87.
3. C. R. Pellicano, “Lettere da Londra”, in La Donna, 1909.
4. Il Giornale d’Italia, cronaca economica, 1912.
5. M. G. Tavella, Clelia Romano Pellicano. Una femminista del Risorgimento, Roma, 2021.