martedì 30 luglio 2024

Figure mamertine del recente passato: LO SPORTIVISSIMO PROF. SEBASTIANO MAISANO ( di Rocco Liberti )

    Continua da parte del prof. Rocco Liberti, cui va unanime il  ringraziamento, la carrellata su alcune figure mamertine del recente passato che sicuramente hanno lasciato il segno e il ricordo in molti. Dopo la volta di Don Filippetto Grillo,  il cui ritratto tracciato su questa stessa pagina ha riscosso veri e propri record di lettura da parte  di tanti appassionati, è di turno la figura del prof. Sebastiano Maisano , la cui parabola umana, sportiva,  politica, professionale e anche religiosa viene qui delineata con il rispetto assoluto che merita per la sua coerenza. Persona mite e  lineare, lascia ancora un ricordo vivo in molta gente e tra le tante possibili chiavi di lettura della sua vicenda, come giustamente fa rilevare il prof. Liberti, una può mettere d'accordo tutti: l'amore sconfinato per il suo paese e per tutte le sue risorse umane e territoriali, coniugato nell'ultimo scorcio della sua esistenza con l'adesione piena e totale alla spiritualità dei Focolarini e di Chiara Lubich. (Bruno Demasi)

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   Fra i personaggi in vista della Oppido di ieri è da rilevarsi indubitabilmente il prof. Sebastiano Maisano. Atletico, gioviale, in amichevole rapporto con piccoli e grandi, sportivo praticante (lo si è a lungo considerato il miglior portiere della locale squadra di calcio Mamerto che ha furoreggiato sui più disparati campi della Provincia), appassionato di ciclismo. Scriveva nel 1972 Nicola De Meo in “La fobìa di un ragno” (p. 69): “Quanta gioia fornivano i tornei calcistici degli anni ’30 da quella gloriosa squadra “Mamerto” che vedeva impegnati ottimi calciatori, dall’eccellente portiere Sebastiano Maisano al tenace attaccante Rocco Zerbi, che era abile negli stopper e nel dribling”. Fervente fascista, come all’epoca usava quasi indistintamente , e amico e commilitone di mio padre, ho avuto agio di conoscerlo sin da piccolo. Tanto più che tra i ragazzi che più frequentavamo c’erano i figli Angelo e Learco. Giocatore prima, dirigente poi, è stato una colonna dell’ambiente calcistico cittadino. Addirittura, quando si è eliminato lo storico campo del rione Caciagna ed è stato d’uopo servirsi di quello di Varapodio, non ha mancato d’interessarsene. Tra 1970 e 1974 ero delegato comunale allo sport e lui più volte mi ha coinvolto in iniziative al riguardo. L’ultima volta, era il periodo detto, è stato quando per la nuovissima struttura costruita sul corso Aspromonte ha ideato la coppa De Zerbi-Sella. È stato il canto del cigno perché, avendo a che fare con gente di altri tempi e di altra risma, non si è sentito più nelle condizioni ideali per continuare.

    Non solo il calcio rappresentava lo slancio entusiasta di Maisano, anche il ciclismo. Sono note le eterne discussioni tra lui e mio zio Giuseppe Sella su chi fosse da considerarsi superiore tra Guerra e Binda (erano i fatidici a. 30) come altresì il particolare che per i figli arrivati proprio in quel tempo il primo abbia messo al secondo il nome di Learco, l’altro al suo quartogenito quello di Alfredo. Il cosiddetto circolo dei nobili Mamerto era frequentatissimo così come l’adiacente Bar Sella, ai quali convenivano giovani e meno giovani. Ad assistere alle animate dispute si avvicinavano in tantissimi. Negli stessi luoghi si alterneranno negli a. 40-50 i battibecchi tra chi idolatrava Gino Bartali e chi Fausto Coppi. Per quest’ultimo le battaglie orali erano sostenute soprattutto dai fratelli Ernesto e Stelio Pandolfini, particolarmente entusiasmati da Fostò, come lo apostrofavano i francesi.

  Sebastiano Maisano era figlio unico di due forestieri, Arcangelo Maisano (scidese) e Anna Pilieci, pervenuta in Oppido da Filadelfia con incarico di maestra elementare. Era nato il 19 giugno 1909. Maestro del pari, è stato richiamato alle armi durante la seconda guerra mondiale e ha rischiato di perdere il posto. Come il maestro Raffaele Meligrana e altri è stato sottoposto alla Commissione di epurazione (1944-1946) voluta dai vincitori di turno. Stava in pericolo di essere radiato dai ruoli, ma, come lui stesso mi ha riferito, c’è stato il provvidenziale intervento di un altro oppidese ormai di casa a Reggio ch’era parte integrante della stessa, il Preside Domenico De Giorgio, che senza fare proclami di sorta si è schierato in loro favore. I malcapitati hanno saputo dell’aiuto prestato dall’illustre compaesano senza sbandieramenti moltissimi anni dopo i fatti. Situazioni veramente balorde! I giovani erano cresciuti in clima fascista e giustamente ritenevano che quello fosse il regime cui era doveroso prestare fedeltà. E gli anziani, che senzaltro dovevano aver patito per il loro credo, non potevano rivalersene a loro danno.

    Maisano, come tanti, non ha avvertito l’obbligo di cambiare casacca, per cui, originatosi il MSI, vi ha aderito con passione. Era tra i dirigenti che hanno fondato la primaria sede nel basso Cannatà di fronte al Municipio. È stato sempre alquanto attivo e nel 1948 con la lista che ostentava come emblema un Cuore formata da ex fascisti e massoni ha fatto da assessore fino al 1952, ma non sempre è stato tenero con i compagni di cordata. È stato tra quelli che ha perorato e attuato sui piani di Zervò l’erezione di un manufatto a ricordo dei caduti italiani e americani a conflitto appena concluso. 
   
   Parecchio tempo dopo ha fatto ritorno al Comune col MSI da oppositore, ma, in verità, ha sempre seguito con attenzione non lesinando opportuni consigli l’azione del sindaco democristiano avv. Mittica. Possiamo senz’altro dire che vedeva le cose in modo obiettivo e senza interessi di parte. In più di un caso ha cooptato pure me. In un frangente mi contatta e mi induce a notare una strana situazione sulla piazza centrale dove si stavano effettuando dei lavori di ripavimentazione su progetto di ben 4 tecnici. Mi fa: mi pare che ci sia qualcosa di strano in questi lavori. Gli operai, che sono partiti dalla posizione alta, dovrebbero arrivare a quella in basso gradatamente, ma così come stanno facendo alla fine produrranno uno sbalzo di almeno mezzo metro se non più. Come la vedi? Che facciamo? Rispondo che a mio parere aveva pienamente ragione. Dietro mio consiglio abbiamo subito interloquito col sindaco Mittica, il quale, sempre attento a ogni suggerimento utile, ha adunato maestranze e tecnici e tutto alla fine è stato riportato nel giusto alveo. Io ho conosciuto primamente il prof. Maisano quando ancora perdurava la guerra al Nord. Frequentavo le classi della scuola media e lui vi svolgeva il ruolo di professore di educazione fisica. Ricordo molto bene quelle passeggiate inverso Santa Venera, luogo dove attendevamo agli esercizi ginnici.

    Giovane fascista quando sono insorte le liti tra Chiesa e Stato nel 1931, ne sarà stato interessato tanto che non aveva buoni rapporti col clero, almeno ne era assai distante. Negli a. 50 insegnava nelle scuole elementari di Tresilico quando è venuto a fare da parroco don Raffaele Petullà. Questi sovente vi si recava per la sua ora di religione, per cui le discussioni non mancavano, anzi si facevano sempre più animate. I due erano entrambi di carattere fermo e ognuno sosteneva le sue tesi, ma in maniera pacifica. Un deciso mutamento è avvenuto quando a far da parroco al Calvario è arrivato il giovane don Silvio Albanese. Dato anche l’allegria innata di don Silvio, i due si sono subito amichevolmente intesi e la collaborazione non è mancata. Così anche col successore Don Pino Monterosso, parimenti sacerdote molto corretto e affabile. La svolta definitiva gli è stata offerta dai figli, che, portatisi in Alta Italia, hanno aderito al movimento di Chiara Lubich. Per tal causa anche lui quando poteva se ne rendeva postulatore se non altro con i vicini.

    Istituito alla scuola elementare un corso a tempo pieno, Maisano vi è stato inserito dal Direttore Garreffa e gli è stata affidata anche la conduzione del Centro di lettura ove dava il via a interessanti dibattiti tra i giovani del paese. Essendo io passato per un paio d’anni alla segreteria quindi al centro di educazione permanente, mi è stato valido collaboratore sia nell’organizzazione dei due corsi nazionali di poesia che della recita di operette ed altro. Veniva invero egli da un fase in cui a scuola le manifestazioni di tipo culturale erano di prammatica, per cui ha colto il destro per occuparsene ancora. Era anche uno che amava la musica. Suonava abbastanza bene il violino. Sul finire degli a, 40, ma forse ancora prima lui e altri suonatori come mastrangelo Sofo e Pasqualino Buda, durante la novena del Natale si riunivano a concertare in casa del rag. Muscari proprio di fronte al Comune. Era allora in voga una bellissima pastorale dello stesso Muscari. Stavamo fuori la porta ad ascoltare entusiasti e, quando la comitiva s’incamminava inverso la cattedrale, la seguivamo fino alla meta beandoci di quelle soavi note. Talvolta ci spingevamo anche al Seminario, dove avveniva un’ennesima concertazione con direttore il can. Gaetano Cosentino, che di musica se ne intendeva davvero.
       Nel 1971 Maisano ha dovuto patìre una grave ambascia. Com’è come non è, si avvede a scuola di una lettera minatoria. Si chiedeva a lui, che godeva appena del legittimo stipendio, il versamento di una somma in denaro. Era chiaro che si trattasse solo dell’atto di uno scriteriato, ma in una circostanza del genere le pensi tutte, anche quelle più temibili. Non è bastato. Qualcuno dalla parte dell’autore della lettera minatoria ha cercato di mescolare le carte proponendosi di far credere ch’essa fosse stata autoscritta. A tal punto il giudice, cui era stato affidato il tutto, ha immediatamente convocato l’avvocato difensore minacciando che avrebbe fatto arrestare tutti. Alla fine carabinieri e magistratura hanno accertato quale fosse la realtà e messo dentro lo stupido di turno, che peraltro era un lavorante della stessa scuola. Data l’irrilevanza del programmatore del misfatto, alla fine la questione si è sgonfiata e tutto è tornato alla normalità. Il tizio, dopo qualche tempo in guardina, è stato licenziato, almeno per allora. L’amico e collega ha tenuto a darmi copia del rinvio a giudizio dello stolido individuo.

    Il prof. Maisano amava anche scrivere e collaborare con i giornali in qualità di corrispondente. Di suo ho però soltanto l’opuscolo consacrato alla chiesetta del Calvario. Non era privo di verve comica e approfittava di ogni occasione paesana per esprimere bozzetti in rima. Gustoso quello relativo a un collega molto in là negli anni che dall’angolo di una casa stava spesso a sbirciare la possibile uscita di un’anziana serva, che sicuramente a tutto pensava meno che ad amori di sorta. Ha egli finito il suo percorso di vita nel dicembre del 1991. Condotto dai figli a Mondovì, vi è rimasto in vita solo un paio di mesi. Chiedeva sempre insistentemente di essere ricondotto a Oppido, ma non vi è ritornato da vivo.

Rocco Liberti

sabato 27 luglio 2024

BONU E BENIDITTU ! ( di Sr. Nunzia De Gori )

                        Il superfluo lasciamolo agli ingordi. 𝘕𝘰𝘪 𝘳𝘪𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘳𝘪𝘤𝘪𝘰𝘭𝘦!

     Tutti i commenti alla Parola della domenica e delle feste tracciati da Sr Nunzia  lasciano davvero il segno, ma quello di questa ultima domenica di luglio merita sicuramente un momento di pausa e una riflessione in più ed è per questo che lo propongo a tutti, specialmente a coloro che hanno sempre fretta o a coloro che pensano di aver tutto da dire o da scrivere e poco da leggere o da ascoltare. Dunque a me per primo! ( Bruno Demasi)

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     “𝐵𝘰𝑛𝘶 𝘦 𝘣𝑒𝘯𝑒𝘥𝑖𝘵𝑡𝘶”! Un tempo si diceva così anche di un tozzo di pane. E, se per caso, lo trovavi per terra, ti facevi il segno della croce e poi lo mangiavi. Un morso dopo l’altro. Tutto. Fino all’ultima briciola. Non sia mai che si butti il pane! E non perché, un tempo, si era più poveri, ma perché, forse, si era più umani. Viene da lontano la cultura del pane. Per gran parte del mondo. Compresa la terra di Gesù. E allora, non passi inosservato quanto accadde quel giorno. Lassù sul monte. Quando, degli “avanzi” si raccolsero fino a dodici ceste. Sì, perché quando si condivide, capita proprio questo: Che basta per tutti. E avanza pure!

     Questo viene raccontato nella pagina di Vangelo, che la Chiesa ci propone nella XVII domenica del Tempo ordinario. Badate bene, tutto il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, che si apre proprio con l’evento della cosiddetta “moltiplicazione dei pani e dei pesci”, lo leggeremo nel mese di agosto. In cinque parti. Come i cinque pani d’orzo. Un po’ alla volta. Per ben ruminare il grande messaggio di Gesù sul Pane di vita. E intanto, la liturgia ci consegna, oggi, questi primi 15 versetti del capitolo, lì dove si narra di quell’evento che, se non fosse per la sua portata rivoluzionaria, non sarebbe stato raccontato ben sei volte nei quattro Vangeli. E altre tre volte, espressamente evocato. Nove volte, dunque, per dirci che una infornata di pane e qualche spicciolo di pesci a lato, se non accaparrati, ma condivisi, ti danno, come risultato, quello che noi - 𝘭𝑎𝘴𝑐𝘪𝑎𝘵𝑒𝘮𝑒𝘭𝑜 𝑑𝘪𝑟𝘦 - impropriamente chiamiamo il “miracolo” che sazia tutti e raccoglie gli avanzi. Ci sta bene attento Giovanni a non chiamarlo miracolo. Ma “segno”. Che vuol dire: anticipazione, rimando, evocazione. Modello, cioè, di qualcosa che puoi e devi fare. Non è un prodigio, ma il segno di un sogno che è alla tua portata. Sì, perché “𝘴𝑒 𝑙𝘰 𝘴𝑜𝘨𝑛𝘪 - diceva Walt Disney - 𝘭𝑜 𝑝𝘶𝑜𝘪 𝘢𝑛𝘤ℎ𝘦 𝘧𝑎𝘳𝑒”. 

      Avevano lasciato il lago, quel giorno. Per salire verso “il monte”, che non sai quale sia, in una regione, come la Galilea, dove non ci sono monti, ma solo collinette. E neanche mari, ma solo piccoli laghi. Siamo evidentemente in un linguaggio altamente simbolico. Evocativo. Eccolo, dunque, questo popolo, con in testa Gesù. Una folla enorme! Dove “cinquemila” erano solo i maschi. Chissà perché si contavano solo loro. O forse, sì, si comprende, in quella logica patriarcale, a cui neanche gli evangelisti, figli del loro tempo, sfuggono.  C’erano pure le donne, siatene certi. Ed anche i bambini. Gesù attraeva tutti. Sconfinava sempre dalle “convenienze sociali”. E tutti: lui-Gesù, i suoi discepoli, quei cinquemila maschi e chissà quanti altri ancora, tra donne e bambini - 𝘶𝑛 𝑝𝘰𝑝𝘰𝑙𝘰 𝘪𝑛𝘴𝑜𝘮𝑚𝘢 - attraversano il “mare”. Come quella lontanissima volta. Al tempo di Mosè. Allora il Mar Rosso. Oggi, il “Mare di Tiberiade”. E anche ora, come allora, si parte dal pane. Quella volta, da consumare in tutta fretta. Perché bisognava partire. La schiavitù alle spalle. La terra promessa all’orizzonte. Pane non lievitato. Pane per tutti. Quanto basta! Non di più. Ed anche ora, come allora. Di giorno, però.

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    Nella logica di Dio, neanche una briciola va perduta. Logica umanissima. Perché è proprio ripartendo dal valore della briciola che si costruisce un mondo più giusto. Il mondo nuovo, sognato da Gesù. Dove non “cinquemila pani” vengono accaparrati da cinque persone, ma “cinquemila persone” condividono “cinque pani e due pesci”; quelli che la Provvidenza ci ha dato già, come beni primari. Dote di creazione! I beni universali della terra. Badate bene: Cinque + due. Che fa "sette! Lo sappiamo, nella Bibbia i numeri non sono buttati lì a caso. Hanno valore estetico, morale, teologico, simbolico. Il numero racconta una storia o dice una visione. E il sette, è indice del tutto. Segno di pienezza. Di giustizia. Di completezza. Di perfezione. Numero divino. Come il settimo giorno! Numero umano, come il destino dell’uomo. La sua vocazione. Il suo futuro. E allora sì, se tutto quello che la terra ci dà - 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘣𝘪𝘮𝘣𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢̀ 𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘱𝘢𝘯𝘪 𝘦 𝘥𝘶𝘦 𝘱𝘦𝘴𝘤𝘪 - lo passiamo di mano in mano, se in ogni palmo ci resta una parte, un morsetto, sia pur una briciola, quel che basta insomma, senza furberie, senza far scivolare il di più nella propria sacca, allora, sì, altro che dodici ceste avanzerebbero, nelle economie del mondo!

     Lo ribadisco. Il Vangelo non parla di miracolo, ma di segno. Come a voler dire: Quello che accade qui oggi, su questa montagna, può accadere ovunque! Il miracolo non è nel prodigio della moltiplicazione dal nulla, perché Gesù di professione non fa il prestigiatore. Il miracolo è in quella benedizione. In quella presenza del Signore. In quel suo gesto che comincia a passare il primo morsetto di pane. È Lui che condivide per primo e ci insegna a condividere. E chi più di lui può insegnarci come si fa? Lui che si è fatto pane per tutti! Pane, che passa di generazione in generazione. Pane di vita! Eucarestia per tutti. Pane per sempre. E che tutti mangiano. Perché a tutti è dato. Nessuno ne è escluso. A partire da quei cinquemila uomini. Nella cultura patriarcale di quei popoli, mangiava prima l’uomo, poi, se c’erano degli avanzi, si servivano gli altri di famiglia. Bontà loro! Ma quel numero serve! È un simbolo. Perché, il “cinque” nella Bibbia ricorda il popolo di Israele. E allora, dire “cinquemila”, sarebbe come dire cinquemila Israeli! Cinquemila popoli! Tanti. Tantissimi. L’intera umanità.

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   Ma perché questo accada, è importante che il mondo riparta dal valore del “piccolo” e che nessuna mano si fermi a se stessa, deviando nella propria tasca, tutto quel che riceve. Uno lo mangio io. Uno lo passo a te. È la logica del “poco che basta”. Il piccolo che vale. Ricordate? Pure un capello del capo conta. Pure due passeri valgono. Che fai, trascuri la monetina che ti è caduta non sai dove? No, la cerchi. Abbandoni alla sua sorte la pecorella “sgarrupata”. No, le vai incontro, anche fosse in fondo alla scarpata. E quei due spiccioli che la vedova getta nel tesoro del tempio, credi siano niente? No! Sono il tutto di quel tesoro! Sì, 𝘢𝑚𝘪𝑐𝘩𝑒 𝑒 𝑎𝘮𝑖𝘤𝑖 𝑐𝘢𝑟𝘪𝑠𝘴𝑖𝘮𝑖. È la logica del Vangelo. Logica che costruisce il Regno di Dio, il futuro, la speranza. Dal basso. Dal poco. Dal piccolo. Dal mio gesto. Partiamo dai nostri cinque pani e due pesci. E i gesti si moltiplicano. Come la rete di Lilliput. Credeteci!

   Si situa qui, l’utopia della giustizia. Ricordando sempre che l’utopia non è una chimera, ma un’energia vitale, che, quando c’è, spinge dal di dentro cuori e popoli. Individui e società. Sì, è l’utopia che muove il mondo! E il Vangelo è l’utopia più bella! Difficile, certo, ma possibile. L’unica possibile! E anche l’unica percorribile. Perché il contrario, è il caos. Oggi ne sappiamo qualcosa. Gesù, questa "utopia" ce l’ha lasciata in eredità, come impegno. Come esigenza. Per questo, nelle prime comunità cristiane, “tutto si metteva in comune”. Nessuno teneva per sé il sovrappiù. E quando questo succedeva, quella coppia o quella comunità si disgregava. Ricordiamo la sorte di Anania e Saffira (Atti 5,1-11), che sono il simbolo di quelle società, egoiste e rapaci, che né la giustizia, né la condivisione promuovono, ma l’accaparramento e l’egoismo di sistema. Oggi, meno del 20% di uomini e donne nel mondo, sono come quella coppia ricordata dagli Atti degli Apostoli. Trattengono per sé, oltre l’80 % dei beni della terra. Il “molto” nelle mani di pochi. Mi impressionano sempre le catechesi di Alex Zanotelli. Cerchiamole. Il web ne mette in circolo tante. E allora, sì, 𝘢𝑚𝘪𝑐𝘩𝑒 𝑒 𝑎𝘮𝑖𝘤𝑖 𝑐𝘢𝑟𝘪𝑠𝘴𝑖𝘮𝑖. Ripartiamo da noi. Dal basso. Dal poco. Dal piccolo. Dal mio gesto. Da quel segno, cioè, che mi dice che è la condivisione il moltiplicatore, non il suo contrario.
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   Faccio un inciso. Mi colpisce tanto che il racconto dei cinque pani e due pesci, Giovanni lo colloca entro un quadro di «𝑡𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑒𝑟𝑏𝑎». Siamo sul monte. In un luogo dove anche se hai molti soldi - e duecento denari in mano ai discepoli erano davvero un bel gruzzolo - non ti servono a niente, per sfamare quella moltitudine, se intorno a te, e soprattutto dentro di te, c’è il deserto! Dove compri, se non ci sono botteghe intorno? Dove attingi, se nel tuo cuore non c'è il vangelo? Beh, mancava tutto lì, è vero! Ma c’era lui, il Signore! Lui che anche in terra inospitale, ti fa sentire come fossi in un giardino. Tra aiuole verdeggianti. «𝐹𝑎𝑡𝑒𝑙𝑖 𝑠𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒», ordina ai discepoli. Che sarebbe come dire: Mi stanno a cuore! Fateli stare comodi. Prendetevi cura di loro. Il testo, con sottigliezza precisa: 𝘍𝘢𝘵𝘦𝘭𝘪 𝘴𝘥𝘳𝘢𝘪𝘢𝘳𝘦. Era la maniera di mangiare dei ricchi signori. Comodamente distesi sui molleggianti triclini. Tra fontane e frescura. Lasciatemelo dire! In quel “comando” del Maestro, c’è tutto il sogno di un mondo migliore. L'attesa di una primavera della storia. Perché se c'è tanta erba, vuol dire che c'è tanto risveglio. Anche se, e lo sappiamo bene, il mondo non è ancora uscito dal suo lungo inverno. Basta guardarsi intorno, dove c'è ancora tanta gente, a cui se parli di Dio, direbbe Gandhi, se lo immagina subito col volto a forma di pane.

      Fateli sdraiare! E’ l’ “𝘐 𝘤𝘢𝘳𝘦” di Gesù! La sua compassione, certo. ma anche la sua visione. Che trova risonanza nella disponibilità di quel ragazzetto. Sì, perché Dio fa niente, senza la tua collaborazione. Mettici del tuo, se vuoi cambiare il mondo ... Un “mocciosetto”, certo. Per dirla col greco popolare usato dall’evangelista. Lo scugnizzo di turno. Piedi scalzi e toppe allo striminzito calzone. Il “piccirillo”, di napoletana memoria, direbbe una certa letteratura. Quello che, se qualcosa possiede, possiede se stesso. Sì, perché quel ragazzo, prima che la sua "dispensuccia" di pani e di pesci, è il suo cuore che mette a disposizione ... 𝘓𝘪 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘵𝘦? 𝘏𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪! Provate a immaginare la scena. Cos’erano cinque pani e due pesci, per una immensa folla? Ma erano tanti per la sacca di quello scugnizzo. Tenete conto che in quella cultura contadina, con cinque pani si sfamava, per un giorno, una famiglia intera. E non tanto piccola. È evidente il segno! In quel ragazzetto, c’è quella parte di umanità che ha cuore … e che sa che, nella sua “saccoccia”, non può trattenere per i suoi bisogni indotti, quel che serve a tutti gli altri per i loro bisogni primari. 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘦, 𝘧𝘢’ 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘰 𝘴𝘪𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘤𝘤𝘪𝘰𝘴𝘦𝘵𝘵𝘰 … Perché tutto questo, mi fa pensare a quella logica tanto vera, quanto dimenticata, che ci viene sempre dal quell'antico popolo - 𝘢𝘯𝘵𝘦𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘪 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦𝘮𝘪𝘭𝘢 - quando era nel deserto. Penso alla sua esperienza della manna. A quel “cibo”, che, se ti veniva in mente di accaparrartene oltre i tuoi bisogni, il giorno dopo te lo ritrovavi imputridito (Es 16,19-20).

     Il superfluo lasciamolo agli ingordi. 𝘕𝘰𝘪 𝘳𝘪𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘳𝘪𝘤𝘪𝘰𝘭𝘦!

                                                                                                                   Sr Nunzia De Gori

mercoledì 17 luglio 2024

NIHIL OBSTAT DEL VATICANO SUL SANTUARIO CALABRO DELLA MADONNA DELLO SCOGLIO ( DI Bruno Demasi)

                              EPOCALE PRONUNCIAMENTO POSITIVO DELLA CHIESA

      Nell’assoluto rispetto delle nuove norme emanate il 17 maggio 2024 sull’accertamento delle realtà spirituali nate sulla base di presunti fatti soprannaturali , il Vaticano, quando la Calabria meno se lo aspettava e ad appena due mesi di distanza dal nuovo direttorio, ha reso pubblica la decisione completamente positiva relativa ai frutti spirituali conseguenti alle apparizioni riferite dal veggente Cosimo Fragomeni a Placanica . Come per tante altre realtà famosissime e analoghe, la Chiesa non si pronuncia sull’origine soprannaturale, ma come giusto e doveroso riconoscimento di una “esperienza dello Spirito”, in virtù della quale non soltanto  si incoraggia il vescovo diocesano ad apprezzare il valore di fede e a promuovere la diffusione di questa proposta spirituale, ma i fedeli stessi ad aderire spontaneamente alla spiritualità che promana dal luogo. Un invito che sarà sicuramente destinato ad accrescere  il numero già incredibile di persone che ogni anno si reca allo "Scoglio".


     Scrive in proposito il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede al vescovo della diocesi di Locri- Gerace, nella cui giurisdizione ricade il Santuario dello Scoglio: “Nel mondo secolarizzato in cui viviamo, nel quale in tanti trascorrono le loro esistenze senza alcun riferimento alla trascendenza, i pellegrini che si avvicinano al Santuario dello Scoglio sono un potente segno di fede” , confermando pienamente la determinazione del Nihil obstat sollecitata dallo stesso presule che in questi anni ha sperimentato di persona i frutti enormi di evangelizzazione scaturiti dalla pratica di questo santuario. Insieme con la pubblicazione della lettera del dicastero vaticano è stato reso noto il decreto del vescovo di Locri-Gerace, che ribadisce la portata e il significato di un traguardo davvero epocale «per apprezzare il valore pastorale e promuovere la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi, raduni ed incontri di preghiera».

    Come più volte ha narrato padre Rocco Spagnolo, superiore generale dei Missionari dell’Evangelizzazione, (a cui l’ordinario diocesano ha affidato da tempo l’accompagnamento spirituale del Santuario), attento studioso e appassionato  divulgatore della realtà dello “Scoglio” e di Fratel Cosimo, in questo luogo , l’11 maggio 1968, la Vergine Maria sarebbe apparsa per la prima volta a Cosimo Fragomeni, un umile contadino di 18 anni, preceduta da un fascio di luce proveniente da un grande masso di arenaria situato vicino all’abitazione del giovane e si sarebbe ripetuta per quattro giorni. Nei messaggi, riferiti subito da Cosimo al suo parroco , la Vergine invita tutti alla preghiera e alla conversione, esprimendo il desiderio di vedere trasformato il luogo delle apparizioni in un grande centro di spiritualità per far sperimentare gustare a tutte le persone la misericordia di Dio. Finite le apparizioni, Cosimo disbosca la zona intorno allo scoglio, ricavandone un terrapieno, e scava il masso di arenaria ottenendo una nicchia in cui inizia a venerare una statuetta mariana di marmo che si fa comprare a Carrara.

  Quello che quasi da subito viene battezzato dalla gente “Lo Scoglio” diventa ben presto meta di pellegrinaggi da tutta Italia e dall’estero. La piccolissima e semplice cappella costruita inizialmente si trasforma quasi subito nei voti di Cosimo e di tutti i pellegrini, il cui flusso è crescente, un grande Santuario. Nel 1987, Cosimo prende i voti di terziario francescano e a quarant’anni dalle apparizioni monsignor Giuseppe Fiorini Morosini decreta coraggiosamente che la realtà religiosa “Madonna dello Scoglio” sia collocata direttamente sotto la cura pastorale del vescovo . Finalmente Il 22 maggio 2013, in occasione di un’udienza generale in piazza San Pietro, fratel Cosimo e lo stesso vescovo chiedono a Papa Francesco di benedire la prima pietra del santuario dello “Scoglio” di cui vienee iniziata subito la costruzione. Dopo appena tre anni, l ’11 febbraio 2016, il nuovo vescovo di Locri-Gerace, monsignor Francesco Oliva, provvede a elevare nel tripudio di migliaia di pellegrini presenti il luogo di culto a “Santuario diocesano” sotto il titolo di “Nostra Signora dello Scoglio”.
 
    Nel suo scritto al vescovo Oliva, il cardinale Fernández sottolinea come tale santuario susciti l’interesse di moltissimi fedeli “di tutte le categorie, specie dei sofferenti e degli ammalati. Nel corso degli anni successivi il luogo, con tutto quanto lo riguarda - aggiunge - è sempre più diventato oggetto di attenzione, devota frequentazione e pellegrinaggi, sotto la vigilanza del competente Ordinario”, venendosi “così a consolidare un'intensa attività spirituale di preghiera e di ascolto…Così il Dicastero ha preso atto della “positiva relazione” del presule circa il bene spirituale che si svolge in questo luogo nonché della sua “vigilanza perché non si verifichino manipolazioni delle persone, profitti economici indebiti, gravi errori dottrinali, che potrebbero provocare scandali, nuocere ai fedeli e minare la credibilità ecclesiale”.

     Con molta attenzione il Vaticano ricorda anche “che la corretta venerazione verso Maria, Madre di Gesù, Madre della Chiesa e Madre nostra, deve essere espressa in modo da escludere inappropriate forme di venerazione e l’uso di impropri titoli mariani. Sarà invece importante manifestare una venerazione in chiara prospettiva cristologica, come insegna il magistero ecclesiale: «quando è onorata la Madre, il Figlio [...] sia debitamente conosciuto, amato, glorificato» (LG, 66)”…lLa presenza dei pellegrini davanti alla Vergine, che “per loro diventa espressione limpida della misericordia del Signore è un modo di riconoscere la propria insufficienza a portare avanti le fatiche della vita e il loro ardente bisogno e desiderio di Dio. In un tale contesto di fede davvero così prezioso, un rinnovato annuncio del kerygma potrà ancora di più illuminare ed arricchire quest'esperienza dello Spirito”.


martedì 16 luglio 2024

A TE, FIGLIO O FIGLIA DELLA CHIESA DI CALABRIA... ( di Mirella Mujà )

    A Gerace, una delle indiscusse capitali bizantine di Calabria, se non ti accontenti di una religiosità di comodo, folclorica o “adulta” che sia, puoi fare un incontro che segnerà la tua vita: Mirella Muià, una straordinaria eremita iconografa, originaria di Siderno divenuta francese di adozione dopo aver lasciato la Calabria nel lontano 1952 e aver vissuto  per un periodo a Genova  e poi in Germania.
 
  A Parigi è stata una strenua ideologa e animatrice dei moti sessantottini e postsessantottini, ma ha anche   insegnato nei licei , si è dedicata alla ricerca universitaria in letteratura comparata ed ha pubblicato anche una raccolta di poesie , “La Toile”, un romanzo, “Portrait de père inconnu” e il poema “La mort d’Empedocle”

   Madre e nonna,  dopo una conversione simile a un diluvio sulla sabbia arsa del deserto, consacrata monaca dal vescovo Fiorini Morosini, vive nell’eremo di santa Maria di Monserrato, alle porte della città, rimesso a suo tempo a nuovo grazie a monsignor Bregantini e ora denominato Eremo dell’unità. 

    Mirella , che mi richiama prepotentemente alla memoria la vicenda umana e di fede di Charles de Foucould, vive proprio nella nostra terra una commovente missione di apostolato mirante a recuperare le radici spirituali della Calabria e a tessere, con la preghiera, lo studio, la diffusione delle icone, simboli della spiritualità orientale, una rete di sutura delle lacerazioni tra la Chiesa d’oriente e quella d’occidente, in un momento storico particolarmente delicato e di cui è testimonianza la sua opera data alle stampe dopo la monacazione :
“Dall’eremo: lettera ai fratelli delle chiese d’Oriente” (Edizioni Oltre) che andrebbe letto e ponderato a lungo da molti… 

   Una vita incredibile, impetuosamente fiorita di mille entusiasmi, ma regolata da una ferrea disciplina interiore di cui trovi l’eco nella ridondanza della punteggiatura che caratterizza la prosa cristallina di questa donna senza tempo e che forse aspettavamo senza saperlo da tanto tempo....
(Bruno Demasi)

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    Chi è l’angelo della chiesa, forse solo il vescovo? Non è soltanto il vescovo, ma sei tu, fratello o sorella di questa chiesa, perché tu sei, con noi tutti, custode della bellezza e della verità della sua vocazione.
    Sono eremita a Gerace, secondo l’eredità dei nostri monaci di un tempo, e al tempo stesso in comunione con tutto il popolo di Dio. Mi sento figlia di quella chiesa indivisa, anteriore al grande scisma dell’Oriente, che ha suscitato tanti testimoni santi, fra i quali S. Nilo di Rossano è nostro padre.
   In quanto figlia di questa eredità mi rivolgo a te, che vivi con me la vocazione di questa chiesa locale, perché tu sei, con me, l’angelo della chiesa di Calabria. Ecco perché ti dico “tu”, perché sei parte con me, qualunque sia il tuo servizio in questa nostra chiesa.
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    Considera anche tu la mia storia, come se contemplassi un paesaggio simile al nostro, fatto di asprezze e di dolcezza – pietre, rocce, dirupi, grotte, sepolcri – e colline, boschi, sorgenti, erba verde e giallo luminoso delle stoppie, ulivi, mandorli, oleandri, acqua dolce che sgorga dalle nostre spiagge, fontane nascoste… La bellezza della terra è una cosa sola con la sua storia. Lo spazio in cui viviamo è inseparabile dal tempo, e insieme, spazio e tempo, formano le due linee che si incrociano nel punto esatto della nostra vita, oggi. 
 

   E’ proprio quest’oggi che raccoglie insieme il tempo e lo spazio della nostra terra. In questo incrocio stiamo noi, oggi, chiesa e terra di Calabria, mistero ed evento in cui affiorano, come da una sorgente profonda, i tratti di un volto: quello della nostra vocazione. Perché siamo stati chiamati e continuiamo ad esserlo, con l’insistenza, la fermezza e la potenza che è propria di colui che ci chiama: il Signore nostro Gesù Cristo, icona perfetta del Padre. Egli ci presenta le piaghe del suo corpo glorioso, come i sigilli vivificanti8 della sua carità. Ecco dove e come, noi credenti di questa chiesa e di questa terra, siamo chiamati ad identificare, a collocare e a contemplare le ferite stesse della nostra storia. Perché la nostra è storia pasquale e noi possiamo leggerla e viverla compitamente solo così, nelle ferite dell’amore crocefisso e glorioso. Ecco perché siamo sempre invitati ad ascoltare questa voce: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio…”(Cantico dei Cantici 8,6). 
 
    Ricevi il sigillo di quelle ferite e scoprirai quale vita attraversa le tue piaghe. Ritorna alla luce del nostro battesimo e comprenderai: in quella fonte di vita non vi è né divisione né morte, ma unità di tutti in Uno solo, e vita dell’uno in tutti: ”Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17,21).
                                                             Suor Mirella Mujà

sabato 13 luglio 2024

QUANDO GLI EBREI PORTARONO LA MEDICINA NELLA " PIANA DI GIOIA TAURO " ( di Bruno Demasi)


 
 
Pensare che nell’attuale  Piana di Gioia Tauro , dove da parecchi anni ormai  la sanità  registra gravissime carenze, per non parlare di  nefandezze di ogni genere, già nel Medioevo ad opera delle minoranze ebraiche, si sviluppava  in modo mirabile l’arte medica, fa quasi impressione. Dirò meglio,  già nel IX e nel X secolo in queste contrade l’arte medica registrava livelli che oggi considereremmo di eccellenza, il che non ci inorgoglisce, anzi ci offende se pensiamo in quale baratro siamo piombati dopo tanti secoli...

   Due erano le attività peculiari cui si dedicavano gli Ebrei, come si legge nella “Vita” di San Nilo di Rossano: la mercatura  e la medicina. Mentre la prima però era quasi imposta dalla tradizionale situazione di marginalità sociale e religiosa in cui erano costretti a vivere, nella seconda essi brillavano ancora di più perchè essa era  frutto di una libera scelta sebbene non avulsa dal desiderio del guadagno.Non esercitavano infatti l’arte medica solo  per filantropia, gli Ebrei calabri, e tuttavia c’era nella loro attività un che di missionario e di elitario che in qualche modo li riscattava dal disprezzo di cui generalmente venivano coperti in un contesto che, pur avendo bisogno di loro, quasi li rifiutava...
 
  Antesignano e capostipite nell’arte medica era stato quel Donnolo Shabbetai, otrantino di origine, ma cresciuto e formato all’arte medica e  alla filosofia, a Rossano,dove già nell’anno 970 componeva il testo principe per la farmacologia, Il libro delle misture, come scrive Cesare Colafemmina nel suo stupendo contributo agli studi sugli Ebrei in Calabria pubblicato nel 1996 da Rubettino.
Non stiamo qui a chiederci se quest’opera di Shabbetai, ed altre che ne seguirono, fossero  mutuate da altri testi preesistenti, a noi interessa osservare intanto l’intelligenza fine dell’uomo e del medico e la sua capacità di divulgare in tutta la regione l’arte medico-farmacologica da lui coltivata e probabilmente  anche studiata ed appresa  su opere similari composte da   studiosi arabi o bizantini.
 
  Dall’epoca di Shabbetai ai documenti pubblicati da Colafemmina passano tuttavia  più o meno quattro secoli durante i quali evidentemente l’arte medica ( che purtroppo, come in ogni epoca, non è stata mai a corto di “clienti”)  continuò a crescere e a diffondersi, tanto che nel 1400, in piena epoca angioina e poi aragonese, si assiste già all’ uso modernissimo di sottoporre i medici ad un esame solo in seguito al quale il sovrano concede l’autorizzazione per l’esercizio dell’arte medica e farmacologica.
Scrive in proposito Vincenzo Villella nel suo recentissimo e monumentale studio "Ebrei di Calabria" (GrafichEditore 2024): " A Seminara è ricordata la famiglia del medico Lazzaro Sacerdote che agli inizi del 1400 si trasferì a Termini Imerese... Nel 1424 il medico Giuda Raffato di Seminara otteneva dal re Luigi III d'Angiò (1403-1434) l'autorizzazione ad esercitare la professione nel ducato di Calabria...Negli anni 1452-53 ottenevano la licenza dal re Alfonso gli speziali Mosè di Crotone,Aron de Marcadianni di Montalto, Leone da Oppido, Iohanan de Acuni da Strongoli...La presenza di medici e farmacisti ebrei...dava certamente prestigio alle varie comunità ebraiche locali...(pp.349-350)".
 
   Che  ben tre  luminari dell’arte medica  e farmacologica esercitassero quasi contemporaneamente la loro arte sulle contrade solcate dal Metauro-Marro è fatto molto significativo, ma  abitualmente trascurato dalla storiografia ufficiale ancora oggi tutta tesa a dipingere il nostro Sud come terra di nessuno e di selvaggi. Ed è a maggior ragione significativo poichè all’epoca la formazione dei medici non era cosa facile e di poco conto: si partiva da un lungo discepolato al seguito di un maestro per arrivare poi all’esame regolare e, solo dopo un tirocinio lunghissimo, all’autorizzazione del medico, che, oltre alle competenze diagnostiche, terapeutiche  e farmacologiche, doveva possedere inequivocabilmente l’arte dello scrivere appresa probabilmente in vere e proprie scuole rabbiniche esistenti in loco.

   Insomma l’arte medica ebraica anche al servizio della Cultura! Ma soprattutto l’arte e l'ingegno ebraici umilmente al servizio della Calabria e, nella fattispecie, di quel territorio oggi  semidisprezzato che  passa sotto l’appellativo fortemente banalizzante e riduttivo  di “Piana di Gioia Tauro”.