A volte basta un dettaglio quasi invisibile: un fiore, una foglia, qualcosa di inatteso che emerge dal silenzio di un vaso dimenticato a modificare il nostro modo di guardare il mondo. È in questi minuscoli segni che la vita continua a parlarci, ricordandoci che nulla nasce per caso e che spesso ciò che riteniamo sterile o perduto custodisce energie segrete pronte a riaffiorare. Il breve racconto di Tita Ferro prende avvio proprio da una scoperta minima e sorprendente: un minuscolo peperoncino giallo comparso all'improvviso tra foglie anonime. Da quell'immagine quotidiana si apre una riflessione più profonda sul valore delle cose, sulle zone d'ombra dell'esistenza e sulla necessità di cambiare punto di vista quando la tristezza restringe il campo dello sguardo. Con lo stile semplice e fortemente autentico di sempre, in cui ogni parola, ogni pausa, pensino ogni segno di interpunzione hanno un peso importante, l'Autrice ci conduce per mano verso una verità antica e sempre nuova: il miracolo non è nelle cose che vediamo, ma negli occhi con cui impariamo a guardarle. (Bruno Demasi)
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In uno dei vasi sul balcone a fianco dell'angolo “tutto per me”, nella camera da pranzo, improvvisamente tra le foglie verdi di una pianta spontanea con piccoli fiori gialli, è spuntato uno stelo con un minuscolo peperone anche lui giallo, uno solo, di una pianta di cui probabilmente nella terra erano rimaste le radici. Lo guardo e lo custodisco come un bene prezioso forse anche perché mi ricorda un'esperienza anch'essa preziosa.
Un corso di esercizi spirituali particolarmente pesante per me, buio, stanchezza, tristezza. Al terzo giorno al colloquio con il giovane padre gesuita che dava gli esercizi, gli ho detto: - Basta, io sono proprio una stupida inconcludente, non valgo niente, perdo solo del tempo -.
Ricordo ancora il suo volto dispiaciuto mentre mi diceva: - Non dire così, Tita. Non c'è niente in questo mondo che non abbia un senso, in questo mondo così com'è ogni creatura c'è perché deve esserci. Guardati intorno -.
La casa di Esercizi era al centro di un giardino e spesso i colloqui avvenivano proprio lì. - Guarda. Piante, alberi, persino quest'erba spontanea hanno ognuno fiori e frutti -.
Tornai nello stanzone dove il padre dava gli spunti per la meditazione e sedetti al solito posto, sotto un finestrone: sul davanzale era posata una pianta di nastrino con pochi rami rinsecchiti. Voltandomi a guardarla, mi accorsi di un particolare che non avevo notato nei giorni precedenti: uno dei rami a destra, ancora verde, pendeva verso il basso e poggiava sul davanzale la punta con un mazzolino di fiori bianchi.
Miracolo! Sì, non quello della pianta secca che aveva fatto i suoi fiori, quelli c'erano anche prima, ma dei miei occhi che non vedevano più soltanto una pianta secca.
Da allora so che quello che vedo è spesso solo la proiezione di quanto ho dentro: la percezione ed anche il giudizio su persone, cose, circostanze sono condizionati dal mio stato d'animo. Allora cambiare punto di vista è importante, come guardare le cose con gli occhi di un altro.
Non ho il padre gesuita accanto, ma ho un ricordo prezioso, i fiori in una pianta di nastrino ormai stecchita.
Risento Montale: proprio quando
“la pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l'anima”, proprio allora
“da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità”
Tita Ferro
