Arriva un momento nella vita di chi è partito in cui la distanza smette di essere soltanto una misura geografica e diventa una presenza silenziosa, fatta di voci ascoltate per telefono, di strade che tornano nei sogni, di nomi pronunciati per caso e capaci di riaprire mondi che si credevano chiusi. È allora che si comprende che lasciare un paese non significa necessariamente abbandonarlo: a volte, senza accorgersene, lo si porta con sé per sempre.
"La Ritornanza", il romanzo d’esordio di Vincenzo Ursini, nasce proprio da questa consapevolezza. Ambientato a Petrizzi, nel cuore del Catanzarese, racconta il ritorno di un professore universitario al luogo delle sue origini, dopo anni trascorsi altrove. Ma il viaggio che il romanzo propone non è soltanto fisico: è soprattutto un percorso nella memoria, negli affetti, nelle rinunce e nelle scelte che hanno reso ciascuno di noi ciò che è.
In questa pagina Mara Vittoria Colosimi accompagna sapientemente il lettore dentro la questione più profonda del libro: il rapporto tra identità e radici, tra il desiderio di costruirsi un destino autonomo e la persistenza, talvolta inattesa, del paese natale. Non una nostalgia facile, né un richiamo al passato come rifugio, ma una riflessione misurata su ciò che l’emigrazione ha dato e su ciò che nonostante tutto non è mai stato davvero perduto.(Bruno Demasi)
In questa pagina Mara Vittoria Colosimi accompagna sapientemente il lettore dentro la questione più profonda del libro: il rapporto tra identità e radici, tra il desiderio di costruirsi un destino autonomo e la persistenza, talvolta inattesa, del paese natale. Non una nostalgia facile, né un richiamo al passato come rifugio, ma una riflessione misurata su ciò che l’emigrazione ha dato e su ciò che nonostante tutto non è mai stato davvero perduto.(Bruno Demasi)
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Si può andare via da giovani, costruirsi una professione, mettere radici altrove, imparare altre abitudini e perfino convincersi di aver chiuso con il luogo in cui si è nati. Poi, un giorno, basta un nome, una voce, una strada ricordata all'improvviso per capire che quel paese è rimasto dentro di noi. Non come una fotografia ingiallita, ma come una parte della nostra storia. È da questa esperienza, familiare a tanti calabresi, che prende le mosse La Ritornanza ( Nuova Accademia dei Bronzi, 2026 ) , il romanzo di Vincenzo Ursini, legato a Petrizzi, nel Catanzarese, che racconta il ritorno al paese di un professore universitario da anni trapiantato altrove.
La parola scelta per il titolo contiene già il senso di questa ricerca. Ritornare non è semplicemente ripercorrere al contrario una strada. Il tempo non torna indietro, le persone cambiano e molti luoghi non sono più quelli che ricordavamo. Eppure, proprio nel confronto con ciò che è mutato, può accadere qualcosa di importante: riconoscere una parte di sé che la distanza non ha cancellato.
È qui che la storia narrata da Ursini incontra l'antropologia calabrese. Per generazioni, nei paesi dell'entroterra, la vita quotidiana si è costruita attorno alla famiglia, alla parentela, al vicinato, al lavoro e alle consuetudini condivise. Non era un mondo senza contraddizioni: la povertà, le disuguaglianze e il peso delle convenzioni sociali potevano rendere difficile la vita, soprattutto per chi desiderava cambiare il proprio destino. Ma esisteva anche una rete di relazioni nella quale le persone imparavano a riconoscersi e, spesso, a sostenersi.
L'emigrazione ha trasformato profondamente questo equilibrio. In tanti sono partiti dalla Calabria per cercare lavoro, sicurezza e un futuro diverso. Hanno fatto sacrifici, raggiunto traguardi importanti, dato ai figli opportunità che loro stessi non avevano avuto. Sarebbe ingiusto guardare a quelle partenze soltanto come a una perdita: per molte famiglie sono state una conquista di dignità e libertà.
Eppure, partire ha significato anche lasciare qualcosa in sospeso. Il paese è rimasto nella memoria, talvolta idealizzato, talvolta associato alle difficoltà da cui si voleva fuggire. Il ritorno mette a confronto questi ricordi con la realtà e obbliga a fare i conti con una domanda: quanto di ciò che siamo diventati appartiene alle nostre scelte e quanto continua a venire dal luogo da cui siamo partiti?
La domanda non è nuova nella letteratura calabrese. Da Corrado Alvaro, che in Gente in Aspromonte raccontò una terra segnata dalla povertà e dalle disuguaglianze, a Saverio Strati, che diede voce alle aspirazioni, alle sofferenze e alle partenze della gente comune, la narrativa ha spesso mostrato il volto umano dei grandi cambiamenti sociali.[1] In queste opere la Calabria non è mai soltanto un paesaggio. È un mondo di relazioni, una condizione umana, talvolta una ferita, talvolta una forza dalla quale è difficile separarsi. La partenza può aprire la strada a una vita nuova, ma non sempre scioglie il legame con ciò che si è lasciato.
La Ritornanza si inserisce in questo orizzonte con lo sguardo di chi torna dopo aver vissuto a lungo altrove. Non si tratta di rinnegare la strada percorsa, né di sostenere che la vita di un tempo fosse migliore. Si tratta, piuttosto, di guardare alle proprie origini con una consapevolezza diversa, maturata attraverso l'esperienza, le conquiste e le inevitabili assenze.
Nella presentazione editoriale del romanzo compare una domanda che sembra condensare questa ricerca: «Perché dovrei essere qualcuno, quando posso essere me stesso?».[2] È una frase breve, ma tocca un punto essenziale. Nella vita si corre spesso per diventare qualcuno agli occhi degli altri: per affermarsi, ottenere riconoscimento, dimostrare di essere riusciti. Poi può arrivare il momento in cui ci si domanda se tutto questo sia sufficiente. Se, dietro i ruoli e le soddisfazioni conquistate, non sia rimasta inascoltata una parte più semplice e autentica di noi. Il ritorno a Petrizzi acquista allora un significato che va oltre la nostalgia. Diventa l'occasione per interrogarsi sulla propria identità e per ritrovare il filo che unisce il bambino di un tempo all'uomo di oggi.
Forse è questo il senso più umano della ritornanza: non tornare indietro, ma ritrovare ciò che ancora ci unisce alla nostra storia. Perché le radici non devono impedirci di partire, e la memoria non deve costringerci a vivere nel passato. Possono, invece, aiutarci a capire chi siamo e a guardare con occhi diversi il luogo da cui veniamo. E qualche volta, proprio quando crediamo di averlo lasciato definitivamente, è quel luogo a ricordarci una parte di noi che non avevamo mai smesso di portare con noi.
Mara Vittoria Colosimi
__________[1] Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte (1930); Saverio Strati, Tibi e Tascia (1959).
[2] Vincenzo Ursini, La Ritornanza, Nuova Accademia dei Bronzi, 2026.



