Sarebbe mportante capire il momento in cui la corsa si interrompe. Non perché lo abbiamo deciso, magari perché una malattia ci costringe a letto, una delusione ci lascia senza parole o semplicemente perché una sera, per caso, il telefono resta spento e il silenzio entra in casa.
Allora arrivano le domande che durante il giorno non abbiamo il tempo o il coraggio di ascoltare: chi sono, davvero? Questa vita che sto vivendo è mia? Perché mi somiglio così poco a ciò che sentivo di essere?
Annalisa Insardà scrive proprio di questo: della difficoltà, quasi proibitiva, di fermarsi. Di guardarsi dentro senza scappare. Di accettare che, sotto le abitudini, i ruoli e le maschere che indossiamo per andare avanti, ci sia ancora qualcuno che aspetta di essere riconosciuto.
Le sue parole non predicano, non danno lezioni. Parlano come parla chi ha provato sulla propria pelle il peso del silenzio e la fatica di restare soli con se stessi. Con il loro retroterra di evidenti studi classici ci riportano anche per un attimo al senso dell”otium” latino. E alla fine ci ricordano una verità semplice, che continuiamo a rimandare: non conosciamo chi siamo perché non ci fermiamo mai. Perché non ci cerchiamo mai. (Bruno Demasi)
Allora arrivano le domande che durante il giorno non abbiamo il tempo o il coraggio di ascoltare: chi sono, davvero? Questa vita che sto vivendo è mia? Perché mi somiglio così poco a ciò che sentivo di essere?
Annalisa Insardà scrive proprio di questo: della difficoltà, quasi proibitiva, di fermarsi. Di guardarsi dentro senza scappare. Di accettare che, sotto le abitudini, i ruoli e le maschere che indossiamo per andare avanti, ci sia ancora qualcuno che aspetta di essere riconosciuto.
Le sue parole non predicano, non danno lezioni. Parlano come parla chi ha provato sulla propria pelle il peso del silenzio e la fatica di restare soli con se stessi. Con il loro retroterra di evidenti studi classici ci riportano anche per un attimo al senso dell”otium” latino. E alla fine ci ricordano una verità semplice, che continuiamo a rimandare: non conosciamo chi siamo perché non ci fermiamo mai. Perché non ci cerchiamo mai. (Bruno Demasi)
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Fermarsi è determinante. Di qualunque cosa si parli. Di lavoro, di vacanze, di litigi, di camminate, di condivisione costante di cose, case, strade e vite.
La nostra solitudine innata precede la socialità nella quale veniamo abbeverati sin dal primo vagito. È quindi necessario fermarsi e restare soli. Per capire, per capirsi, per metabolizzare un lutto, per metabolizzare una grazia ricevuta. Fermarsi prepara ad un profondo incontro, quello con noi stessi. Un incontro, per quanto apparentemente scontato, raro. Stare con sé è di una fatica immane, ché non conoscendoci, viviamo lo stesso imbarazzo del breve lunghissimo viaggio con un estraneo dentro un ascensore. E’ esattamente questo il rapporto che abbiamo col nostro sé.
E questo probabilmente perché fermarsi, e stare, presuppone un confronto tra il nostro vero sé, e l’”io” che siamo diventati.
Quanto terrore c’è nel silenzio, nello spegnere il cellulare, prendere un libro o semplicemente fermarsi a guardare il mare?! Perché non ci vogliamo affrontare?! Quanto siamo veramente consapevoli di quello che facciamo alla nostra anima se quando è il momento di andarci a rapporto, ci ammutiniamo per non essere scoperti?! E quanto salvifico sarebbe essere scoperti, ché questo equivarrebbe a scrostare ogni sovrastruttura rappresa per ripulirci dal futile, facendoci concentrare sulla nostra missione in questo mondo. E quale fascinazione subiamo per cedere alla finta necessità di un rendimento sociale standard, piuttosto che perdersi ognuno, liberamente, in una vocazione propria e non indotta?! Perché assumiamo la missione altrui come nostra, cosa ci spinge a simulare, voler somigliare a qualcuno, voler essere qualcosa di diverso da ciò che siamo?!
Perché non ci stiamo bene, non ci vogliamo bene, non ci discipliniamo abbastanza, non ci perdoniamo abbastanza?! In queste domande c’è un cruccio: è necessario condurre una vita che non ci riguarda, assecondando le richieste sociali, piuttosto che ribellarsi a paradigmi imposti? E quando ci si può svegliare e capire che siamo in una vita che non ci appartiene?
Le bugie agli altri non costano molto, ma le bugie a se stessi fanno implodere il naturale fluire della vita, creando macerie su macerie ed esseri umani sempre più bisognosi di aiuto, ma talmente pieni di sé (di “io”) da non riconoscerlo, fino a soffocare dentro la propria autocelebrazione.
L’ego reso ipertrofico da modelli comportamentali e performanti cresce a dismisura e ci impone tutto, dai gusti al pensiero di massa, dalla volontà ad un generale livellamento qualitativo. Che noi non si sia questo qualcuno lo sa. Qualcuno lo dice rimanendo inascoltato. Qualcuno lo suggerisce sempre: fermatevi, fermiamoci. Ma noi si ha paura di noi. Del confronto con noi. E rimaniamo i più crudeli assassini del nostro potenziale umano, che se assecondato fino in fondo ci renderebbe felici. Ci renderebbe unici e non lo stampo plastificato gli uni degli altri. Ma noi non vogliamo essere felici. Vogliamo solo pretenderlo. E vogliamo poterci lamentare per le ipotetiche colpe altrui. E non sappiamo chi siamo, perché non ci fermiamo mai, perché non ci cerchiamo mai".
Annalisa Insardà
