venerdì 2 ottobre 2026

La libertà sospesa di ANGELA TIBULLO e “IL SENSO DELLA VITA” ( Di Bruno Demasi)

     Può una persona tornare a vivere dopo che la propria identità è stata travolta da un’accusa, la libertà è stata sottratta e il nome è finito dentro il linguaggio della cronaca giudiziaria? È da questa domanda, insieme intima e civile, che prende voce IL SENSO DELLA VITA. Da madre, da donna, da professionista e da ex detenuta, il libro con cui Angela Tibullo affida alla scrittura la memoria di una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

     Pubblicato da DBE Barbaro Editore, il volume si presenta come un libro-testimonianza. Non è soltanto il racconto di una detenzione, né un’autobiografia costruita intorno alla successione degli atti processuali. È piuttosto il tentativo di restituire alla persona ciò che spesso il procedimento penale tende a cancellare: il volto, la storia, gli affetti, il lavoro, la paura e la possibilità di essere ascoltati oltre l’etichetta dell’accusa.

    Angela Tibullo, criminologa e sostenitrice dei diritti umani, fu arrestata il 2 agosto 2018 nell’ambito dell’inchiesta “Ares” della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Trascorse settanta giorni tra Rebibbia e Vigevano, quindi tre anni agli arresti domiciliari e due anni di sorveglianza speciale. In appello è stata assolta dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la formula “perché il fatto non sussiste. 

   La precisione di questi dati è necessaria, ma non basta a spiegare il libro. La vicenda giudiziaria costituisce lo sfondo e storico e processuale; al centro una donna che, in pochi istanti, vede dissolversi la normalità. L’arresto irrompe nella vita domestica come una cesura: la casa viene attraversata dalle perquisizioni, il tempo si trasforma in attesa, gli oggetti personali acquistano un valore nuovo, le relazioni diventano difficili e ogni gesto quotidiano passa sotto il controllo di procedure estranee alla vita precedente.

     L’autrice conosceva il mondo penitenziario sul piano professionale. Dopo l’arresto, però, è costretta a guardarlo dall’interno, come persona detenuta. È un rovesciamento di prospettiva che dà al libro una particolare forza: chi aveva studiato il carcere, chi ne conosceva le dinamiche e le fragilità, si trova a sperimentarne direttamente la solitudine, la rigidità e la violenza psicologica. Quei settanta giorni vengono ricordati come “i miei giorni più bui”, una definizione che non descrive soltanto la sofferenza di un periodo, ma la profondità della frattura prodotta dall’esperienza detentiva.

     Il nucleo più intenso della narrazione è il rapporto con la figlia, allora bambina di quattro anni. La detenzione diventa soprattutto separazione: dalla voce della bambina, dalla sua quotidianità, dai gesti consueti della maternità. La fotografia della figlia, che Tibullo racconta le sia stata strappata in carcere, assume in questo contesto un valore quasi emblematico. È un’immagine fragile, ma contiene l’intero mondo affettivo che la prigionia tenta di interrompere.

     Qui il libro trova la sua dimensione più autentica. La detenzione di una madre non riguarda mai soltanto la madre. Investendo il rapporto con i figli, coinvolge l’intera famiglia e produce una ferita che non coincide con la durata della pena o della custodia cautelare. Anche quando le porte si riaprono, resta il lavoro difficile della ricostruzione: spiegare l’assenza, ricomporre la fiducia, tornare a essere presenti senza poter cancellare ciò che è avvenuto.

     La maternità impedisce così che la vicenda venga letta esclusivamente attraverso il lessico del processo. Dietro i reati contestati, le ordinanze e le sentenze, il libro mostra una bambina che attende la madre e una donna che vive la propria sofferenza anche attraverso il dolore della figlia.

     Uno degli aspetti più interessanti della testimonianza riguarda la continuità della pena oltre la fine della detenzione. Il carcere può terminare come luogo fisico, ma restare nella memoria, nei comportamenti, nella paura e nello sguardo degli altri. La scarcerazione non coincide necessariamente con il ritorno alla normalità.Tibullo racconta di non essere più riuscita a rientrare in carcere per ragioni professionali. Il luogo che prima apparteneva alla sua esperienza di criminologa è diventato lo spazio del trauma. Questa trasformazione dice molto sulla complessità della vicenda: non basta riacquistare una libertà formale per ritrovare quella libertà interiore che consente di abitare nuovamente il mondo senza sentirsi minacciati.

   A ciò si aggiunge il peso della reputazione. Un’accusa, soprattutto quando riguarda la criminalità organizzata, può produrre una condanna sociale immediata, spesso più veloce della verifica processuale. La persona viene conosciuta attraverso il capo d’imputazione, il nome compare nei titoli, la narrazione pubblica si stabilizza prima ancora che il dibattimento possa chiarire responsabilità, prove e circostanze.

      È in questo punto che Il senso della vita assume un rilievo che supera la vicenda individuale. Il libro interroga il rapporto fra giustizia e informazione, fra presunzione d’innocenza e giudizio pubblico, fra verità processuale e memoria collettiva. La domanda che ne deriva è scomoda: quanto vale un’assoluzione se il pubblico continua a ricordare soprattutto l’accusa? E quanto tempo deve trascorrere prima che una persona possa essere nuovamente riconosciuta per ciò che è, anziché per ciò di cui è stata accusata?

     La specificità del libro sta anche nella sua voce femminile. Tibullo racconta il carcere da madre, da professionista e da donna; tre identità che non si sommano semplicemente, ma si condizionano a vicenda.Da qui nasce la volontà di parlare anche per altre donne. Il libro diventa una testimonianza sulle fragilità del carcere femminile, sulla separazione dai figli, sulla sofferenza psicologica e sulla difficoltà di ricominciare. L’autrice non chiede soltanto comprensione per la propria esperienza; invita a osservare con maggiore prudenza tutte le vite che restano nascoste dietro un’ordinanza, un titolo di giornale o una definizione processuale.

 Il titolo, Il senso della vita, indica il percorso attraverso il quale il dolore cerca una forma e la memoria diventa parola. Tibullo non sembra proporre una facile retorica della rinascita: il trauma non viene cancellato, la paura non scompare, l’assoluzione non restituisce automaticamente gli anni perduti. La scrittura, tuttavia, consente di sottrarre la propria storia alla versione degli altri.

      Raccontare significa tornare a essere soggetto della propria vicenda. Non più soltanto l’imputata di un procedimento, ma la madre, la professionista, la donna e la persona che ha attraversato la detenzione e ora ne ricostruisce il significato. Il ritorno al lavoro, la pubblicazione del volume e il coinvolgimento dell’autrice nella collana “Storie Vissute” di Barbaro Editore rappresentano, in questa prospettiva, tappe di una ricostruzione personale e professionale.Anche la destinazione benefica del ricavato, a favore dell’associazione “La Fenice Odv”, impegnata nel sostegno alle persone fragili e nel contrasto alle dipendenze, conferisce al libro un ulteriore valore civile. La sofferenza individuale non rimane chiusa nella dimensione privata, ma tenta di tradursi in attenzione e aiuto per altri.