Con la consueta passione per le vicende meno note e per le testimonianze capaci di restituire alla storia il respiro della vita vissuta, Rocco Liberti ci conduce questa volta sulle rotte di un singolare viaggio in Calabria compiuto nel 1827 dal francese Pierre Cesar Briand. Il racconto si snoda lungo le coste e i centri calabresi, da Metaponto e Sibari a Rossano, Crotone, Catanzaro, Reggio, Cosenza e Paola, intrecciando ruderi e coltivazioni, paludi e montagne, commerci, industrie e devozioni religiose. Ma il valore dell’articolo non risiede soltanto nella riscoperta di una fonte rara, sta anche nella capacità di Liberti di riportarla alla luce con chiarezza, restituendole movimento e colore, fino a farci percepire il viaggio quasi come se si svolgesse davanti ai nostri occhi. Particolarmente significativa è la testimonianza del fenomeno della fata Morgana osservato nello Stretto: una visione effimera e prodigiosa che, nella narrazione, trasforma il paesaggio reggino in un teatro sospeso tra realtà e miraggio. (Bruno Demasi)
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Scrive il non altrimenti conosciuto Théodore che è arrivato in Calabria partendo da Taranto con un bastimento guidato da marinai e ha avuto subito l’opportunità di vedere i posti più apprezzabili della costa. Inizialmente si è fatta avanti Metaponto, città una volta superba e fiorente, ma che ormai faceva sfoggio unicamente di ruderi, in buona sostanza alcuni pezzi di colonne di ordine dorico. Più in là si configuravano i resti di Eraclea, ricordata per la prima battaglia combattutasi tra i Romani e Pirro. Di essa restavano del pari poche macerie. In successione da Carigliano (Corigliano) ci si avvedeva delle vestigia dell’antica Sibari, tra i fiumi Sibari e Crati. Discosto da Sibari si evidenziava il Bruzio, una regione i cui residenti si ritenevano in fama di furbi e praticavano costumi grossolani, come peraltro anche i Calabresi del tempo. Si giudicava invero il regno di Napoli un territorio inaffidabile, in quanto in ogni provincia vi pullulavano i banditi, che rappresentavano un serio pericolo per i viatori.
La Calabria era comunque una plaga dove si poteva condurre un’esistenza agevole perché godeva di produzioni della terra abbondanti e diversificate. Se ne aveva prova seguendo il litorale fino a Reggio. Lasciato il sito già di Sibari, il turista di turno si è trovato a Rosano (Rossano), piccola e bella città in riva al mare, nelle cui adiacenze si raccoglieva la radice di liquirizia, un prodotto parecchio stimato e che alimentava un fruttuoso commercio. Avanzando, si assisteva a un notevole contrasto. Pur avvedendosi di un terreno fertile con montagne coperte di boschi che elargivano in grande quantità resina e pece, cave ricche di marmo e alabastro e miniere doviziose di metalli, esistevano all’opposto svariate paludi e stagni salmastri collegati al mare che rendevano l’atmosfera malsana soprattutto nell’estate. Accertatisi che le pianure risultavano quasi inabitabili, le popolazioni, a fine di ovviare allo squallore, si sono sentite spinte a costruire i paesi su rocce o alture, siti nei quali l’ambiente si qualificava sicuramente più puro.
«Mi ero alzato, ci ha detto, di buon mattino, per andare a respirare il piacevole profumo della campagna coperta di alberi, piante e fiori. Tutto a un tratto ho visto correre da ogni parte verso il mare schiere di uomini e donne, che gridavano alla fata Morgana. Ho seguito, e arrivato al bordo del mare, ho visto, come in un miraggio, sulla superficie dell’acqua, che era tranquilla e unita, case, chiese, conventi, uomini, donne, cavalieri, giardini, case di piacere, campi coltivati, buoi che lavoravano, asini carichi di frutti, e altre diverse figure. A misura che il sole si avvicinava all’orizzonte, queste figure sembravano distaccarsi dal mare e levarsi in aria. Infine il sole si mostrò, e tutte queste figure che un momento prima facevano di già più che un caos nell’aria, disparvero di colpo»[1].
Da Reggio gli escursionisti sono pervenuti a Cozenza (Cosenza). Nel frangente l’attenzione è stata polarizzata sulla sequenza di paesini e villaggi che pareva si toccassero tanto da formare una sola città dalla prodigiosa estensione, sulla circostante campagna alquanto ben coltivata e assai ricca di grano, frutti, olio e vino nonché sui gelsi che davano nutrimento ai bachi da seta, un’industria che permetteva agli abitanti di vivere con una certa agiatezza. Solo un cenno per la città, che appariva sita su sette colline e bagnata da due fiumi che la separavano dai suoi sobborghi. Da Cosenza a Paule (Paola) il cammino si è rivelato breve e in quel luogo i viaggiatori sono rimasti molti giorni. Tale si qualificava una delle più belle città della Calabria ed era nota per la nascita di San Francesco e il concorso di gente che vi attirava il suo culto. Nei suoi paraggi poi si riscontravano olivi di grossezza straordinaria. Da Paola il gruppo di Théodore si è spostato in un porto vicino, nel quale si è imbarcato su un bastimento che lo ha condotto a Messina, in un viaggio ch’è risultato tranquillo.
Rocco Liberti
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[1] Briand, Les jeunes voyageurs…, tome II, pp. 229-230, trad. dal francese.