C’è una domanda che accompagna, come un’ombra, la biografia di Antonio Raffaele Renda: come può un intellettuale nato nel profondo della Calabria, cresciuto nel socialismo e convinto che la giustizia si conquistasse organizzando i lavoratori, finire per offrire il proprio nome a un regime che aveva schiacciato proprio quelle libertà? La risposta non è semplice, e forse non lo sarà mai del tutto. Ma proprio per questo la figura di Renda merita di essere raccontata senza indulgenze e senza condanne facili.
Nato a Radicena, l’odierna Taurianova, il 28 settembre 1875, Renda morì a Roma il 17 aprile 1959. Fu filosofo, giornalista, docente, meridionalista e sindacalista rivoluzionario; fu anche, negli anni Trenta, un collaboratore della cultura fascista.¹ La sua vicenda è quella di un uomo che seppe vedere con lucidità le ferite del Mezzogiorno, ma che alla fine scelse la via dello Stato forte e dell’illusione che la forza potesse diventare riforma.
Era venuto al mondo in una famiglia di lavoratori: il padre, Alfonso Maria, era pasticcere; la madre, Filomena Carolina Rechichi, sarta.² Non nacque, dunque, tra le comodità della borghesia terriera che tanto avrebbe criticato. Frequentò le elementari a Radicena e il liceo a Catanzaro, per poi iscriversi al Partito Socialista nel 1895 e laurearsi in Lettere e Filosofia a Messina tre anni dopo.³
Era un giovane della periferia italiana che aveva fatto propri i libri, le riviste e le battaglie del suo tempo. A soli ventiquattro anni fondò e diresse «Il Pensiero contemporaneo», una rivista dedicata ad arte e scienze sociali che promosse un’inchiesta sulla questione meridionale. Vi parteciparono, tra gli altri, Gaetano Salvemini e Cesare Lombroso.⁴ Questo dato, da solo, dice molto. Renda non fu un provincialе che guardava Roma e Torino dall’esterno: entrò fin da giovane nel cuore del dibattito culturale nazionale. E lo fece partendo da un luogo,la piana di Gioia Tauro, dove la povertà, il latifondo e l’emigrazione non erano temi da convegno, ma la materia stessa della vita quotidiana.
Era venuto al mondo in una famiglia di lavoratori: il padre, Alfonso Maria, era pasticcere; la madre, Filomena Carolina Rechichi, sarta.² Non nacque, dunque, tra le comodità della borghesia terriera che tanto avrebbe criticato. Frequentò le elementari a Radicena e il liceo a Catanzaro, per poi iscriversi al Partito Socialista nel 1895 e laurearsi in Lettere e Filosofia a Messina tre anni dopo.³
Era un giovane della periferia italiana che aveva fatto propri i libri, le riviste e le battaglie del suo tempo. A soli ventiquattro anni fondò e diresse «Il Pensiero contemporaneo», una rivista dedicata ad arte e scienze sociali che promosse un’inchiesta sulla questione meridionale. Vi parteciparono, tra gli altri, Gaetano Salvemini e Cesare Lombroso.⁴ Questo dato, da solo, dice molto. Renda non fu un provincialе che guardava Roma e Torino dall’esterno: entrò fin da giovane nel cuore del dibattito culturale nazionale. E lo fece partendo da un luogo,la piana di Gioia Tauro, dove la povertà, il latifondo e l’emigrazione non erano temi da convegno, ma la materia stessa della vita quotidiana.
Il sindacalismo come speranza di riscatto
La sua conversione al sindacalismo rivoluzionario non fu un atteggiamento intellettuale. Per Renda, il socialismo parlamentare sembrava troppo lento, troppo legato alle logiche elettorali e troppo incapace di scalfire le strutture del potere nel Sud. Il sindacato, invece, poteva diventare lo strumento concreto con cui i lavoratori imparavano a contare, a organizzarsi, a resistere.⁵
Come docente di filosofia, prima ad Aosta e poi a Campobasso, Renda trasformò la cattedra in tribuna. Le autorità molisane chiesero più volte il suo trasferimento, senza riuscirci. Nel 1900, durante un comizio a Gioiosa Jonica, fu arrestato con l’accusa di associazione a delinquere e istigazione alla disobbedienza delle leggi; fu però assolto.⁶
In quegli anni pubblicò La Questione meridionale (1900), il libro che resta il testo più significativo della sua stagione giovanile. Renda non si limitava a descrivere il ritardo del Sud: indicava nella lotta di classe e nell’organizzazione sindacale una possibile via d’uscita. Era una lettura radicale, ma anche profondamente meridionale, perché partiva dall’esperienza di chi viveva la questione meridionale sulla propria pelle.⁷
Poi venne il 1914. E con la guerra venne anche la frattura. Renda abbracciò l’interventismo, in linea con molti ex sindacalisti rivoluzionari e con amici e conterranei come Francesco Arcà, Paolo Mantica, Agostino Lanzillo e Michele Bianchi.⁸ Non partì per il fronte, ma la scelta politica gli costò caro: lo isolò dal movimento sindacalista e lo allontanò definitivamente dalla lotta politica attiva. Si rifugiò allora negli studi, nella psicologia sociale, nella filosofia. Nel 1914 ottenne la cattedra di filosofia presso l’Istituto Superiore del Magistero di Napoli, dove insegnò fino al 1927.⁹
Fu un ripiegamento, ma anche un sintomo. Quell’intellettuale che aveva creduto nella rivoluzione dal basso cominciava a cercare altrove la risposta ai problemi dell’Italia. E quando il fascismo prese il potere, trovò la porta aperta.
La virata politica e ideologica
Qui la biografia di Renda si fa difficile, e va raccontata per ciò che è: una scelta sbagliata, con conseguenze morali gravi.
Dopo la guerra, ormai critico verso il Partito Socialista e lontano dalle idee rivoluzionarie, Renda si avvicinò al fascismo anche grazie alla mediazione di Lanzillo e Bianchi. La sua adesione fu motivata come una scelta «idealistica»: vedeva nel nuovo movimento una forza di rinnovamento capace di superare l’immobilismo dello Stato liberale.¹⁰
Collaborò a riviste del regime come «Polemica», «L’Ordine fascista», «La Stirpe di Roma» e «Critica fascista». Nel 1932 dovette prendere la tessera del Partito fascista.¹¹
Non si tratta di un dettaglio biografico: è il punto di rottura. Un uomo che aveva dedicato la giovinezza alla causa dei lavoratori finì per prestare il proprio prestigio intellettuale a un regime che aveva distrutto le libertà sindacali, represso il movimento operaio e ridotto il sindacato a strumento dello Stato. La parola «idealistica», usata per giustificare la scelta, suona oggi come una palese autoinganno. Non si può chiamare idealismo la collaborazione con un regime totalitario, per quanto si cerchi di vestirla di filosofia.
Un’eredità da leggere senza sconti
E tuttavia, accanto a questa ombra, c’è anche l’altro Renda: il filosofo serio, l’uomo di cultura che seppe costruire un percorso intellettuale autonomo. Influenzato dall’incontro con Franz Brentano, avvenuto a Firenze nel 1911, Renda sviluppò una riflessione centrata su Kant, psicologia e religione. Propose una lettura del criticismo kantiano in senso etico-religioso, opponendosi all’idealismo di Croce e Gentile.¹² Tra le sue opere principali figurano La dissociazione psicologica (1905), Le passioni (1906), L’oblio (1911), Stato e classi (1925) e Conoscenza e moralità in Kant (1944).¹³
Insegnò a Messina fino al 1930, poi a Palermo, dove mantenne la cattedra fino al 1950 e proseguì l’attività accademica come professore emerito fino al 1953.¹⁴ Morì a Roma nel 1959. Nel testamento lasciò al comune di Taurianova il proprio archivio, i libri e un busto bronzeo di Socrate, arricchendo la Biblioteca comunale che oggi porta il suo nome.¹⁵
La storia di Antonio Raffaele Renda non è la storia di un eroe, ma nemmeno quella di un semplice opportunista. È la storia di un intellettuale che seppe vedere il proprio tempo con lucidità, ma che quando arrivò il momento di scegliere non fu all’altezza delle proprie idee.
Per chi scrive oggi dalla e della Calabria, la sua figura ha un valore particolare. Ci ricorda che l’intelligenza, da sola, non basta. Che si può analizzare bene il mondo e poi sbagliare completamente la strada. E che la vera misura di un intellettuale non sta nei libri che scrive, ma nelle scelte che fa quando la storia chiede di prendere posizione. Renda sbagliò. E l’errore va sempre espresso con chiarezza, senza attenuanti. Ma va anche detto che prima di sbagliare, aveva visto cose che molti altri non vedevano. E forse è proprio questa contraddizione - tra la lucidità dell’analisi e la cecità della scelta - a renderlo ancora oggi una figura che merita senz’altro di essere raccontata.
Bruno Demasi
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1.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce «Renda, Antonio Raffaele», in Dizionario biografico, disponibile su icsaicstoria.it.
2.Ivi.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.A. R. Renda, La Questione meridionale, Roma, Sandron, 1900.
8.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
9.Ivi.
10.Ivi.
11.Ivi.
12.Treccani, voce «Renda, Antonio», in Enciclopedia on line e Dizionario di filosofia.
13.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
14.Università di Palermo, Digital Library, scheda biografica su Antonio Renda (1875-1959).
15.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
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3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.A. R. Renda, La Questione meridionale, Roma, Sandron, 1900.
8.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
9.Ivi.
10.Ivi.
11.Ivi.
12.Treccani, voce «Renda, Antonio», in Enciclopedia on line e Dizionario di filosofia.
13.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
14.Università di Palermo, Digital Library, scheda biografica su Antonio Renda (1875-1959).
15.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, voce citata.
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