La Calabria conserva un patrimonio di riti, feste e tradizioni che continua a parlare al presente, anche quando sembra appartenere a un tempo lontano. Nelle processioni, nei carri votivi e nelle celebrazioni patronali sopravvivono infatti forme di memoria collettiva, pratiche di partecipazione e modi di rappresentare la comunità che meritano di essere osservati e studiati non soltanto come espressioni religiose, ma anche come fenomeni storici e culturali.
A questo universo appartiene il volume Senza sconzu. Carri votivi e culti, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, pubblicato da Officine Editoriali da Cleto di Domenico De Luca, giovanissimo studioso e docente di Materie Letterarie nato a Scilla e operante a Palmi, al suo secondo successo editoriale dopo La tosse della terra, uno studio sugli effetti, anche sul piano antropologico, del sisma del 1908 .
Attraversando un'ampia porzione della Calabria meridionale, l'autore indaga il rapporto tra religiosità popolare, cultura materiale e identità locale, ponendo al centro della riflessione il valore simbolico dei carri votivi.Il carro non è considerato soltanto come l'elemento spettacolare della festa patronale, ma come una costruzione simbolica nella quale una comunità raccoglie, custodisce e manifesta la propria storia. Come ha osservato l'antropologo Pietro Clemente, le feste popolari costituiscono «luoghi privilegiati della memoria sociale», nei quali una collettività rappresenta sé stessa e rinnova periodicamente il proprio senso di appartenenza.¹
A questo universo appartiene il volume Senza sconzu. Carri votivi e culti, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, pubblicato da Officine Editoriali da Cleto di Domenico De Luca, giovanissimo studioso e docente di Materie Letterarie nato a Scilla e operante a Palmi, al suo secondo successo editoriale dopo La tosse della terra, uno studio sugli effetti, anche sul piano antropologico, del sisma del 1908 .
Attraversando un'ampia porzione della Calabria meridionale, l'autore indaga il rapporto tra religiosità popolare, cultura materiale e identità locale, ponendo al centro della riflessione il valore simbolico dei carri votivi.Il carro non è considerato soltanto come l'elemento spettacolare della festa patronale, ma come una costruzione simbolica nella quale una comunità raccoglie, custodisce e manifesta la propria storia. Come ha osservato l'antropologo Pietro Clemente, le feste popolari costituiscono «luoghi privilegiati della memoria sociale», nei quali una collettività rappresenta sé stessa e rinnova periodicamente il proprio senso di appartenenza.¹
Il significato dello "sconzu"
Fin dal titolo, l'opera introduce il lettore in una dimensione culturale profondamente radicata nel territorio. La parola sconzu, nel lessico dialettale, possiede infatti una ricchezza semantica difficilmente traducibile con un solo termine italiano. Può indicare il danno, il disagio, il contrattempo, la disgrazia improvvisa o, più in generale, tutto ciò che interrompe un equilibrio e altera il corso ordinario degli eventi.
L'espressione rituale «Senza sconzu!», pronunciata durante le manifestazioni religiose, appare allora come un auspicio e insieme come uno scongiuro. Dietro queste parole si intravede la consapevolezza che la festa non è mai completamente separata dalla fragilità dell'esistenza. Il carro attraversa le strade tra la folla, il suo equilibrio deve essere preservato, mentre il sacro e il rischio sembrano procedere fianco a fianco.
Non è un caso che l'antropologia abbia individuato nei rituali collettivi momenti di particolare "liminalità", durante i quali ordine e disordine, sicurezza e incertezza convivono temporaneamente.² In questa prospettiva, il grido della comunità non elimina la paura dell'imprevisto, ma la riconosce e cerca simbolicamente di allontanarla.
L'invocazione assume così una funzione quasi apotropaica. Pronunciare quelle parole significa affidare il buon esito della festa alla protezione divina e, nello stesso tempo, rafforzare la coesione della comunità. Come insegnava Ernesto De Martino, la parola rituale non si limita a descrivere la realtà, ma opera concretamente sul piano simbolico, permettendo agli individui di fronteggiare collettivamente l'incertezza e il rischio.³ La festa, dunque, non cancella la possibilità della tragedia. Ed è proprio perché conosce l'eventualità dello sconzu che la comunità invoca che il rito si compia senza danno, senza incidente e senza dolore.
Non è un caso che l'antropologia abbia individuato nei rituali collettivi momenti di particolare "liminalità", durante i quali ordine e disordine, sicurezza e incertezza convivono temporaneamente.² In questa prospettiva, il grido della comunità non elimina la paura dell'imprevisto, ma la riconosce e cerca simbolicamente di allontanarla.
L'invocazione assume così una funzione quasi apotropaica. Pronunciare quelle parole significa affidare il buon esito della festa alla protezione divina e, nello stesso tempo, rafforzare la coesione della comunità. Come insegnava Ernesto De Martino, la parola rituale non si limita a descrivere la realtà, ma opera concretamente sul piano simbolico, permettendo agli individui di fronteggiare collettivamente l'incertezza e il rischio.³ La festa, dunque, non cancella la possibilità della tragedia. Ed è proprio perché conosce l'eventualità dello sconzu che la comunità invoca che il rito si compia senza danno, senza incidente e senza dolore.
Il carro come documento
Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda la lettura del carro votivo come documento storico e culturale.La sua costruzione richiede lavoro, competenze artigianali, disponibilità economiche e una fitta rete di collaborazione. Non è mai il prodotto di un singolo individuo, ma nasce dalla partecipazione di numerose persone che mettono a disposizione tempo, esperienza e devozione. In questo senso il carro votivo può essere interpretato come un autentico bene culturale comunitario, risultato di saperi condivisi e di una cooperazione che rafforza i legami sociali.⁴ La sua forza risiede anche nella natura effimera. A differenza di un monumento tradizionale, il carro è destinato a esistere per un tempo limitato. Tuttavia, il ricordo della sua realizzazione e della sua partecipazione alla festa continua a vivere nella memoria collettiva.
Attraverso questi manufatti rituali si possono leggere numerosi aspetti della storia locale:il rapporto tra culto e spazio pubblico;la devozione verso il santo patrono; il ruolo delle confraternite e delle associazioni religiose; il contributo degli artigiani e dei fedeli; la trasmissione delle tradizioni tra generazioni; le forme attraverso cui una comunità rappresenta la propria identità.
Il carro diventa così una fonte storica non ufficiale ma preziosa. Gli oggetti della cultura materiale, infatti, raccontano dimensioni della vita collettiva che raramente trovano spazio nei documenti amministrativi o nelle fonti istituzionali, offrendo una prospettiva "dal basso" sul passato delle comunità.⁵
Il percorso proposto da Domenico De Luca, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, restituisce l'immagine di una Calabria ricca di differenze locali ma accomunata dalla centralità della festa.Ogni paese possiede i propri santi, i propri rituali e le proprie modalità di partecipazione. Tuttavia, in ogni contesto la celebrazione religiosa rappresenta anche un'occasione di riconoscimento reciproco e di riaffermazione dell'appartenenza comunitaria. La festa coinvolge la dimensione spirituale, ma anche la memoria familiare, i rapporti tra generazioni e il bisogno di riconoscersi in simboli condivisi.
Per questo motivo l'indagine proposta nel volume supera il semplice interesse per il folklore pittoresco. I culti popolari non vengono presentati come residue curiosità del passato, bensì come strumenti di conoscenza della società contemporanea. Già Ernesto De Martino invitava a leggere i fenomeni religiosi popolari non come manifestazioni marginali o folkloriche, ma come espressioni complesse di una specifica visione del mondo storicamente determinata.⁶Nei riti si conservano infatti paure, speranze, valori, gerarchie e modelli culturali che consentono di comprendere più a fondo l'identità delle comunità meridionali.
Per questo motivo l'indagine proposta nel volume supera il semplice interesse per il folklore pittoresco. I culti popolari non vengono presentati come residue curiosità del passato, bensì come strumenti di conoscenza della società contemporanea. Già Ernesto De Martino invitava a leggere i fenomeni religiosi popolari non come manifestazioni marginali o folkloriche, ma come espressioni complesse di una specifica visione del mondo storicamente determinata.⁶Nei riti si conservano infatti paure, speranze, valori, gerarchie e modelli culturali che consentono di comprendere più a fondo l'identità delle comunità meridionali.
Un libro contro l'oblio
Uno dei principali meriti dell'opera consiste nell'aver documentato una materia che rischia progressivamente di scomparire o di trasformarsi profondamente.Le feste cambiano, le modalità della partecipazione si modificano, le risorse economiche diminuiscono e molte pratiche tradizionali vengono semplificate o abbandonate. Registrare questi fenomeni significa sottrarre all'oblio una parte significativa della storia calabrese.
Il lavoro di Domenico De Luca assume così il valore di un'opera di tutela culturale. Esso ricorda che la storia non vive esclusivamente negli archivi o nei grandi avvenimenti politici, ma anche nei gesti ripetuti, nelle devozioni tramandate e negli oggetti costruiti attraverso la partecipazione collettiva.
Senza sconzu è, certamente, un libro sui carri votivi. Ma è soprattutto un libro sulla memoria, sull'identità e sul senso di appartenenza. Restituisce l'immagine di una Calabria viva, capace di custodire nei propri riti forme profonde di solidarietà e di riconoscimento reciproco.Come scriveva Antonino Buttitta, «la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco».⁷ Una definizione che sembra descrivere perfettamente il significato della ricerca di Domenico De Luca e il patrimonio culturale che essa contribuisce a preservare.
Il lavoro di Domenico De Luca assume così il valore di un'opera di tutela culturale. Esso ricorda che la storia non vive esclusivamente negli archivi o nei grandi avvenimenti politici, ma anche nei gesti ripetuti, nelle devozioni tramandate e negli oggetti costruiti attraverso la partecipazione collettiva.
Senza sconzu è, certamente, un libro sui carri votivi. Ma è soprattutto un libro sulla memoria, sull'identità e sul senso di appartenenza. Restituisce l'immagine di una Calabria viva, capace di custodire nei propri riti forme profonde di solidarietà e di riconoscimento reciproco.Come scriveva Antonino Buttitta, «la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco».⁷ Una definizione che sembra descrivere perfettamente il significato della ricerca di Domenico De Luca e il patrimonio culturale che essa contribuisce a preservare.
Bruno Demasi
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¹ P. Clemente, Il senso della festa, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 23.
² V. Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Morcelliana, Brescia, 2001, pp. 112-130.
³ E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959, pp. 85-90.
⁴ A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palumbo, Palermo, 1973, pp. 177-182.
⁵ J. Le Goff, Storia e memoria, Einaudi, Torino, 1986, pp. 443-448.
⁶ E. De Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano, 1961, pp. 17-21.
⁷ A. Buttitta, Dei segni e dei miti, Sellerio, Palermo, 1996, p. 11.



