Le pagine che seguono, che - sono sicuro - berrete tutti fino all'ultima parola, nascono da un incontro che non dovrebbe essere possibile: quello con un amico andato via troppo presto. Eppure, come spesso accade nelle storie che il popolo ha tramandato per generazioni, parlare con una persona che non c’è più finisce per voler dire parlare con tutti. Intorno a quella presenza amica tornano a farsi vivi volti, soprannomi, mestieri, manie, virtù e fragilità: uomini e donne che, per decenni, hanno attraversato le strade e le piazze di un paese dell’Aspromonte, lasciandovi qualcosa di sé.
In questo scritto si sente, quasi inevitabilmente, l’eco della straordinaria capacità narrativa di Nino Greco. Egli sa dare dignità letteraria alle storie piccole, ai personaggi che nessuno ricorda più, a quell’umanità di paese che vive soprattutto nella voce di chi racconta. Anche qui la storia vissuta, o quasi, avanza per incontri, per nomi che sembrano uscire dal passato e continuare a parlare con noi.
Il camposanto dove si svolge la vicenda non è soltanto il luogo dei morti. È un archivio di vite, un teatro della memoria, uno spazio strano dove sembra che nessuno perda davvero il proprio carattere. I morti conservano i loro difetti, le loro ironie, i loro modi di fare. E il narratore, camminando a lungo fra le tombe, riscopre un mondo che il tempo rischiava di cancellare: contadini, artigiani, maestri, emigranti, sognatori, uomini onesti e perditempo. Tutti, alla fine, attori della stessa grande commedia che è la vita.
Più che un racconto sulla morte, questo è un racconto sull’amicizia e sulla memoria. È la storia del bisogno che abbiamo, uomini fragili quanto affettuosi, di continuare a chiamare per nome chi abbiamo amato. Perché un paese non vive soltanto nelle sue case, nelle sue strade e nei suoi luoghi: vive soprattutto nelle storie che riesce a tramandare.
Se queste pagine riusciranno a strappare un sorriso, a far tornare alla mente un volto dimenticato o una voce che credevamo perduta, allora quel viaggio dall’altra parte del cancello non sarà stato inutile(Bruno Demasi)
Il camposanto dove si svolge la vicenda non è soltanto il luogo dei morti. È un archivio di vite, un teatro della memoria, uno spazio strano dove sembra che nessuno perda davvero il proprio carattere. I morti conservano i loro difetti, le loro ironie, i loro modi di fare. E il narratore, camminando a lungo fra le tombe, riscopre un mondo che il tempo rischiava di cancellare: contadini, artigiani, maestri, emigranti, sognatori, uomini onesti e perditempo. Tutti, alla fine, attori della stessa grande commedia che è la vita.
Più che un racconto sulla morte, questo è un racconto sull’amicizia e sulla memoria. È la storia del bisogno che abbiamo, uomini fragili quanto affettuosi, di continuare a chiamare per nome chi abbiamo amato. Perché un paese non vive soltanto nelle sue case, nelle sue strade e nei suoi luoghi: vive soprattutto nelle storie che riesce a tramandare.
Se queste pagine riusciranno a strappare un sorriso, a far tornare alla mente un volto dimenticato o una voce che credevamo perduta, allora quel viaggio dall’altra parte del cancello non sarà stato inutile(Bruno Demasi)
_________
I
Lo stradone di cemento è rimasto com'era allora. Scende verso il camposanto con la pendenza di sempre, quasi fosse stato tracciato per far scorrere più in fretta il tempo di chi percorre l'ultimo tratto del proprio cammino terreno. Quando eravamo ragazzi, quella discesa diventava spesso il nostro campo di calcio. Due pietre segnavano i pali; i sacchetti della spesa, che raccattavamo in giro nelle putighe, diventavano le maglie delle nostre squadre del cuore. Li tagliavamo sul fondo e li indossavamo come canottiere. Poi formavamo le squadre tra urla e preferenze, e a seguire lunghe e interminabili partite fino a sera. Ogni tiro sbagliato, ogni parata mancata, toccava a colui che aveva calciato rincorrere il pallone e recuperarlo. Il più delle volte rotolava giù, sobbalzava sulle crepe del cemento e terminava la sua corsa davanti al cancello del cimitero.
Oltre quella soglia, però, nessuno osava avventurarsi, soprattutto nelle sere d'autunno, quando il buio arrivava presto e avevamo appena visto risalire mastro Turi, il custode, con il suo passo lento e le chiavi che tintinnavano contro la coscia. Ogni sera si affacciava alla balconata del camposanto e gridava a squarciagola:
– Si chiude!
E ridevamo, immaginando che l'avvertimento fosse rivolto ai morti; lui invece voleva evitare di chiudere dentro qualche ritardatario che si era perso tra croci, lumi ed epitaffi o che passeggiava lungo i vialetti senza essersi accorto dell'ora. Ma ridevamo da lontano, senza mai avvicinarci troppo, perché la nostra ironia era coraggiosa soltanto grazie a una via di fuga sicura, garantita dalle nostre gambe svelte. C'erano già allora gli ulivi secolari. D'estate imponevano la loro ombra offrendo riparo agli uomini e alle cicale. D'inverno tra i rami filtrava un freddo sottile, diverso da quello del vento; sembrava risalire dal sottosuolo, dalla terra stessa, come una sorgente propria ed estranea alle stagioni.
Ritrovai tutto quasi immutato: lo stradone, gli ulivi, il cancello. Mancavano soltanto le nostre grida e quel pallone che rotolava giù verso il camposanto, fino a fermarsi davanti al cancello, come a ricordarci che anche i giochi dell'infanzia hanno un confine. Allora non lo sapevamo. Credevamo fosse mastro Turi a porre fine alle nostre giornate. In realtà, sera dopo sera, era la nostra infanzia a chiudersi davanti a quel cancello, insieme agli ultimi calci al pallone.
Ritrovai tutto quasi immutato: lo stradone, gli ulivi, il cancello. Mancavano soltanto le nostre grida e quel pallone che rotolava giù verso il camposanto, fino a fermarsi davanti al cancello, come a ricordarci che anche i giochi dell'infanzia hanno un confine. Allora non lo sapevamo. Credevamo fosse mastro Turi a porre fine alle nostre giornate. In realtà, sera dopo sera, era la nostra infanzia a chiudersi davanti a quel cancello, insieme agli ultimi calci al pallone.
Non ricordo perché quella sera entrai nel cimitero. Forse per la cena pesante, forse per i fumi dell'alcol. O forse perché, giunto sul Corso Aspromonte, nel punto in cui comincia la discesa, avevo pensato a Giorgio. Fatto sta che percorsi la discesa, trovai il cancello socchiuso ed entrai.
Erano trascorsi sette anni dalla sua morte, eppure mi capitava ancora di pensare a lui e di rivederlo nella sua posa abituale: camicia aperta sul petto, la sigaretta accesa tra le labbra e quell'aria di "spatagiacca" tipica di chi era convinto che la vita andasse condita con una buona dose di goliardia. E lui si era sempre dimostrato un ottimo dosatore.
Erano trascorsi sette anni dalla sua morte, eppure mi capitava ancora di pensare a lui e di rivederlo nella sua posa abituale: camicia aperta sul petto, la sigaretta accesa tra le labbra e quell'aria di "spatagiacca" tipica di chi era convinto che la vita andasse condita con una buona dose di goliardia. E lui si era sempre dimostrato un ottimo dosatore.
II
Il piccolo camposanto, adagiato e quasi aggrappato al costone del "puntuni du Russu", era divenuto la sua dimora, un soggiorno forzato che immaginavo poco adatto a lui. Eppure, in cuor mio, avevo sempre sperato che anche lì potesse trovare una dimensione più congeniale al suo modo di vivere. Già, vivere. Parlare di vita dentro un cimitero, oltre a sembrare un bizzarro azzardo, significa elaborare uno dei più grandi ossimori. Ma la fantasia alimentata dagli affetti non può che produrre stupefacenti visioni che la ragione, da sola, non si concederebbe mai; e così, in quel momento, mi parve quasi naturale che tra le lapidi ci fosse ancora spazio per una risata con Giorgio, in compagnia di qualche sigaretta, ricordando quando cercava di trattenermi fino alle tre del mattino e usava la formula magica:
– "Fumamundi l'urtima sullazza".
I cipressi oscillavano appena, un venticello di levante carezzava quella costa della fiumara del Rosso dirimpetto a Vagghjanu, le lapidi avevano già smesso di riflettere l'ultima luce del sole calante e, da qualche parte, un cacciatore scaricava le ultime doppiette ai tordi diretti allo 'mbatò verso l'ilici d’a Muta, in montagna.
Avevo fatto pochi passi, dopo aver letto, come tutte le volte che entro in cimitero, l'epigrafe di Geppo Tedeschi:
Alta uguaglianza
Silenzio e sonno
Falò di caste
Ceneri d'orgoglio
Fiori, cipressi
Epigrafi di pianto
Silenzio e sonno
Falò di caste
Ceneri d'orgoglio
Fiori, cipressi
Epigrafi di pianto
E mi chiedevo se anche Giorgio l'avesse imparata a memoria; lui che memorizzava tutto e ogni tanto si dilettava a sorprenderci con il suo francese approssimativo recitando "La feuille" di Arnault. Un passaggio obbligato, per chi alle medie aveva avuto il professore Simone come insegnante di lingue, imparare a memoria la poesia in francese per poi scoprire nel corso degli anni che era la poesia da cui Giacomo Leopardi aveva tratto la sua "Imitazione".
Ero quasi giunto sull'affaccio che apre alla vista la Cappella centrale quando sentii:
– Sei sempre puntuale, lo sei stato quella sera all'Hospice di Monza quando ti ho sentito arrivare per l'ultima volta, ma non ho avuto più respiri e forza per salutarti; e poi al mio funerale. Ho immaginato che saresti stato puntuale anche stasera, ti aspettavo.
Mi voltai. Giorgio era seduto sul bordo del vialetto accanto a una delle tombe più antiche e storiche: quella del Marchese Taccone di Sitizano. Aveva le gambe accavallate e sul volto il sorriso sornione di sempre. Sembrava che mi stesse aspettando al passo.
– Giorgio...
– Non fare quella faccia stralunata, lo so, ti sembro morto?
– Lo sei da sette anni – risposi, sorpreso e rasserenato dal suo sorriso.
– Appunto, lo sono. Finalmente una condizione stabile, niente precarietà. Ti ricordi quando tutti si stavano preoccupando di trovarmi un lavoro e il più tranquillo ero io?
Si fermò un attimo e poi continuò:
– In casa avevo detto "una menza" per cercare un probabile lavoro, e già mio cugino Ninì, in combutta con mia madre, mi aveva sistemato a Roma. Se dovessi vederlo, diglielo: Giorgio ormai vive in una condizione stabile, e Roma era troppo incasinata, non era per me. L'unica abitudine che ho perso è alzarmi a mezzogiorno, perché qua la convenzione del tempo non esiste. – Rise.
Mi avvicinai, indeciso se abbracciarlo o fuggire.
– Risparmiati le cerimonie, non fari u cosu curiusu – disse sorridendo.
– Qui dentro le cerimonie sono di casa, ne vedo tante specie quando ci sono nuovi arrivi. E visto che sei arrivato fin qua approfitto per farti conoscere questa parte di mondo, qua è roba seria – fece una pausa – non cominciare a urdiri pili, qua è tutto un altro mondo.
La sorpresa e i timori iniziali svanirono in un attimo; il suo classico approccio e il tono che usava quando cominciava a calarsi nei panni dell'istrione mi tranquillizzarono al punto che mi sembrò tutto naturale, come ai vecchi tempi. Imboccammo uno dei vialetti laterali, di quelli che curvano e arrivano fino al Crocefisso. Giorgio fece da apripista con passi lenti e sicuri, con le mani nelle tasche, e fischiettando com'era il suo solito. Io lo seguivo buttando l'occhio sulle tombe poste ai bordi del viale, cercando nei lembi di memoria qualcosa che mi ricordasse quella persona.
- Vieni, entra – mi disse mentre apriva la porta di una cappella,
– Qui, insieme a tanti altri, riposa don Bicenzino – disse, fermandosi davanti a una lapide di marmo ormai invecchiata, ma che faceva intravedere la sontuosità sproporzionata al cospetto di altre molto semplici.
– In vita possedeva tante case, più di tre uliveti e teneva sotto scacco metà delle coscienze del paese.
Mi avvicinai per scrutare meglio la foto e mi apparve don Bicenzino con lo sguardo di uno che vive lo stato d'animo di perenne creditore; sguardo serio e postura di colui che sta per chiederti: "Avanzo dei soldi anche da te?"
– Era davvero tanto ricco come si diceva? – chiesi.
– Ricco, taccagno e molto devoto – rispose Giorgio.
– La domenica in chiesa sedeva in prima fila e pregava il Signore di rimettere i debiti, però i suoi crediti li riscuoteva con gli interessi fino all'ultima lira.
Non voleva perderci neppure una lira e poi pregava il Signore di fare il contrario. Giorgio batté due volte le nocche sulla lapide in maniera confidenziale.
– Dopo morto ha scoperto che qui non si poteva portare niente e ha dovuto lasciare in eredità anche l'orologio a cipolla a un nipote scavezzacollo, oltre alle proprietà agli ultimi arrivati. Per lui è stata la sua vera dannazione, sembrava una pentola di fagioli in costante ebollizione. Per mesi ha cercato l'orologio nel taschino poi si è arreso, perché qua il tempo non esiste.
– E adesso si è rassegnato?
– Adesso vive le giornate sempre pronto a mugugnare e ogni notte un contadino, al quale non volle abbuonare mille lire per una annata andata male, gli bussa sul marmo e gli chiede: "Don Bicenzinu, oggi quanto rende una 'misura' di olive? Ha superato i due chili e mezzo?" Tutti i santi giorni, sia d'estate che d'inverno.
E lui, infastidito da quella domanda quotidiana, fa finta di ignorarlo. Ma qui è difficile concedersi il lusso di ignorare gli altri. Molti sostengono che la giustizia divina arriva quando vuole e sappia essere spietata persino con garbo. Proprio come in questo caso.
Riprendemmo il cammino come se stessimo facendo due "vasche" in piazza, così come eravamo abituati a fare di notte quando il paese rimaneva nel silenzio totale e sentivamo il rimbombo dei nostri passi. Poco più avanti c'era una lapide semplice, ornata da una rosa di plastica, scolorita e pendente, accanto a una foto molto sbiadita.
– Questa è a maistra Filomena detta "a Muta" – indicò Giorgio.
– Muta perché non parlava dalla nascita? – chiesi – non mi ricordo nemmeno di lei.
– Penso di no, sento parlare di lei da quando sono arrivato. Dicono che quando stava nel mondo dei vivi parlava pochissimo, faceva parlare gli altri e così sapeva tutto di tutti. Si dice che la maistra Filomena avesse trascorso la vita dietro una finestra, ricamando lenzuola e osservando il paese; tante madri di famiglia si recavano da lei per commissionare la dote per le figlie e così veniva a sapere di tutto: tradimenti, figli attribuiti al marito sbagliato e miracoli inventati per coprire una sbornia.
– Da morta ha finalmente deciso di parlare – continuò Giorgio.
– Il problema è che adesso nessuno vuole ascoltarla, molti, appena la vedono arrivare, cambiano rasula; io ogni tanto mi fermo con lei e mi riporta in mente cose che avevo dimenticato oppure mi dice fatti di cui conoscevo un'altra versione.
– Che cosa racconta? – chiesi.
– La verità.
– E fa così paura perché dice cose vere?
Giorgio si strinse nelle spalle e storse il muso.
– Eh, caro amico mio, la verità, per chi non la vuole riconoscere, perché non è comodo accettarla, è come una scarpa fuori misura: dà fastidio, procura calli e vesciche, oltre a essere maleducata, pasciuta e cresciuta. Spesso arriva senza bussare e si siede al posto del banco a distribuire le carte, come se fosse al tavolo di un "chemin de fer" al circolo dei Signori. Un luogo dove arrivavano personaggi da tutte le parti, solo a volte qualche vero signore. – Sorrise.
Riprendemmo il cammino e dopo pochi passi ci fermammo davanti alla statua di un angelo a cui mancava un'ala, poco più in là una lapide riportava: "Domenico Albanese" e sotto "Avvocato", poi le date di nascita e morte.
– Devi sapere che l'avvocato Albanese per alcuni anni aveva ricoperto la carica di sindaco del paese, alla fine si era convinto che quella poltrona gli spettasse di diritto e per sempre. Fu allora che, pur di riconquistarla, scatenò una guerra all'interno dello stesso partito. Una gazzarra degna di un saloon del far west, mancarono solo i duelli con armi in pugno, ma "i scorci i coiu" cantarono l'inno degli angeli.
– Questo lo ricordo – dissi, ripensando a quegli episodi.
– Difficile da dimenticare; non è che le cose oggi vadano meglio – riprese.
– So, perché me l'hanno detto, che in paese c'è ancora chi, sorretto dalle proprie e incrollabili convinzioni, pretende di conquistare a ogni costo la poltrona di sindaco in nome di non so quale lascito divino, o di prenderne possesso come eredità di non so quale casato, mah! – e poi aggiunse:
– Tutti generali e nessun fante.
Giorgio si avvicinò un po', si piegò verso di me e a bassa voce mi disse:
– Qua lo sanno tutti, e mi hanno riferito che anni fa convocò tutti sulla scalinata di fronte alla Cappella grande e, portatosi sul sagrato, dove il vescovo celebra la messa solenne il giorno 2 novembre, tenne un panegirico politico perché voleva essere eletto in rappresentanza di tutti. E nel momento topico, dopo aver pronunciato le prime parole, una voce lontana e chiara gridò: "Hai perso la vacca e ora vai cercando le corna! Rassegnati! Qua nessuno vota, nessuno si candida e nessuno può lasciare la villa in affitto! Possediamo dai tre ai cinque metri quadri a testa, a volte bastano anche due, ed è l'unico bene che abbiamo. Non farti ingannare dal cero votivo, quello è offerto in voto e non ha nulla a che vedere con le votazioni!"
Giorgio si fermò un attimo e divenne più confidenziale:
– Quella voce arrivava da dietro la Cappella di San Giuseppe e si dice che a pronunciare quelle parole fu Roccuzzo. Un uomo di buona volontà che in vita si era speso per i più poveri e i più umili e si batteva per una giustizia sociale, ora vive – passami il termine – sereno perché qua non ci sono privilegi e sfruttamenti.
Nel sentire "ora vive" mi scappò una piccola risata, perché pensare che ci sia vita in un camposanto è sicuramente qualcosa di anomalo e direi anche comico. La mia risata in quel luogo mi parve di cattivo gusto e misi la mano davanti al volto per coprire il mio istinto. Giorgio mi diede una pacca sulla spalla e, con fare benevolo, mi disse:
– Non preoccuparti, sciabbacheju, a parte che sei con me, qui nessuno dice nulla, e poi ai morti non dà fastidio chi ride. Danno fastidio e stanno sulle palle coloro che mentono quando dicono che non dimenticheranno mai i propri defunti e poi disattendono la promessa.
Proseguimmo verso la parte più antica del cimitero. Le tombe erano malandate, consumate dalla pioggia e dal vento. I nomi si leggevano appena. E pensare che quei vialetti li avevo percorsi tante volte negli anni e raramente mi ero soffermato a scrutare qualche tomba in particolare. Erano tutte persone defunte prima che io nascessi oppure sepolte da tanti anni e non potevano appartenere alla mia memoria. Dietro una cappella annerita dalle muffe prodotte dalle piogge incontrammo un uomo magrissimo con un cappello in testa. Per meglio dire, credetti di incontrarlo; lui ci passò accanto, sollevò due dita in segno di saluto e scomparve dietro un cipresso.
– Chi era? – chiesi.
– Mastro Ninuzzo, il falegname. Da vivo costruiva anche bare e sosteneva di riconoscere dal carattere dei vivi il tipo di legno che avrebbero meritato da morti.
– E tu, che hai meritato?
– Legno di castagno. Diceva che ero duro, storto e pieno di nodi – fece una pausa e sorrise – sappi che per "stortu" non intendeva ciò che hai pensato tu.
– E che fai? Mi leggi nel pensiero? Sei divenuto anche mago? – risi.
– Ti canusciu pirareja! E ricordati che nel pensiero ti leggevo anche quando giocavamo a biliardino oppure quando vedevamo qualcuno passeggiare sul corso.
Giorgio raccontò che mastro Ninuzzo, dopo la morte, aveva preteso di controllare la propria bara.
– Perché? Non gli piaceva? – chiesi.
– Da quanto si dice, no. Sosteneva che le giunture erano incollate male. Sarà leggenda, non si sa, ma alcuni narrano che uscì tre volte per sistemarle. Successe una baraonda; la povera vedova credette a un miracolo, il parroco pensò che fosse uno scherzo del diavolo e il nuovo falegname, strambato da quello che stava accadendo, e in piena confusione mentale, gettò sega e scalpello e cambiò mestiere. – Stavolta rise lui, e poi aggiunse:
– A proposito di falegname, la conosci la storia della bottiglia e del tavolo nuovo?
– No, non la conosco, racconta.
– Eh, la miseria, non conosci nemmeno "u restu da’ missa", allora sei proprio jancu!
– Ma che bianco e nero! Hai solo undici mesi in più di me! – precisai.
– Intendo jancu come esperienza di vita! Vabbè, ti devo ancora insegnare tante cose – si fermò un attimo e poi riprese:
– Un solerte falegname, abile artigiano, aveva lavorato a un nuovo tavolo, commissionatogli da una famiglia benestante. La sera della consegna si presentò con il mobile nuovo di zecca, lucido e di legno massello. Il capofamiglia, evidentemente investito della solenne autorità di collaudatore preposto, volle sottoporre il tavolo all'infallibile "prova della bottiglia". Prese dunque una bottiglia e la distese sui quattro angoli del tavolo, deciso a certificare personalmente che fosse perfettamente in piano. In uno dei punti, però, la bottiglia si mosse, denunciando, almeno secondo l'insindacabile perizia del padrone di casa, un'imperfezione del mobile. Il falegname, che conosceva il proprio mestiere e non era certo uno sprovveduto, estrasse allora la livella che portava sempre nel tascone dei pantaloni e la posò sul pavimento. Invitò gli astanti a chinarsi e mostrò loro, in maniera inequivocabile, che a non essere in bolla non era il tavolo, bensì il pavimento.
– Caro mio – riprese Giorgio – come vedi, prima di indicare il difetto degli altri o la stortura altrui, è prudente controllare il piano dove poggiamo le nostre certezze.
Mentre mi narrava questo episodio, passammo davanti a una tomba carica di simboli religiosi: croci e crocelle oltre alle immaginette di santi infilate nelle cerniere che reggevano il marmo. Ci fermammo ed entrambi leggemmo: "Qui riposa Concetta Passavanti", e poco sotto il nome e cognome un'epigrafe ancora leggibile:
"Donna di grande carità, perdonava tutti e lo ricordava a tutti. Ora è tra gli angeli".
– Amari angeli – sorrise Giorgio, e continuò: – "hannu chimmu 'llananu". Questa donna, come leggi dalla data, è passata da questa parte quando io e te portavamo i calzoncini corti; lei era convinta di andare a una gita. Si dice che arrivò con due valigie, una corona del rosario al collo e l'elenco dei peccati delle vicine.
– Peccati degli altri? E come andò a finire?
– Le dissero che l'elenco dei peccati degli altri non serviva. Doveva riflettere sul proprio elenco, semmai l'avesse compilato.
– Immagino che non l'abbia presa bene.
– Disse che si trattava di un errore amministrativo, per non ammettere la brutta figura.
Giorgio osservò la fotografia di Concetta e sorrise.
– Adesso, si dice, insiste a voler insegnare le preghiere agli angeli, ma non se la fila nessuno. Al di qua del cancello, da dove sei entrato, non sarai mai credibile se ti ostini a predicare che sei tu il modello da seguire: facendo così non ti crede nessuno.
La sera era ormai scesa. Le luci dei lumini sparse lungo le rasule del camposanto brillavano intorno a noi. Il vento spingeva un odore intenso di cera, insieme ai rintocchi delle campane della Cattedrale.
– A guardare questo scenario sembra bello – dissi.
– Tutto sembra bello quando non si sentono i clamori, i commenti, i chiacchiericci, i mormorii, le miserie umane e le minchiate dei gargiazza – rise.
E poi mi disse:
– Toglimi qualche curiosità su qualcuno che vive in paese, non è elegante, ma mi piace ripassare i volti e le vite di persone che conosciamo e tu puoi darmi qualche ragguaglio in più – e continuò:
– Ogni tanto mi viene in mente Vestiano, quello che da vent'anni annuncia di voler lasciare il paese per dispetto, ma ogni tanto lo vedo passare. È combattuto ancora tra "spartenza e restanza"? Anche lui è convinto che coloro che vanno via rimuovano i loro problemi e vadano a vivere una condizione migliore? Oppure è convinto di rimanere per sposare la causa di coloro che dicono di rimanere per il bene del paese? – si fermò.
– Vestiano, a dire il vero, non ha scelto né l'una né l'altra: non parte e non resta, vive nel dubbio.
Ma vedi, Giorgio, in queste tesi c'è del vero e del falso. La spartenza è un'amputazione cosciente: la decisione tremenda di recidere le proprie radici dalla terra dove sei nato per piantarle nell'asfalto di un altro pizzo di mondo. E chi parte non se ne va mai leggero; si porta dietro la luce e le ombre dei vicoli, la voce dei vecchi, l'odore di carbone diffuso dai bracieri e la consapevolezza che il paese che si lascia non sarà mai più lo stesso al ritorno. Né lo sarà chi parte.
– Mi ricordo quella sera che informasti noi amici della tua decisione di andare via, io in quel momento non dissi nulla, ma gli altri ti hanno preso in giro per tutta la serata – mi interruppe Giorgio.
– Certo che ricordo.
- E di contro c'è la restanza, la condizione coraggiosa e spesso malinconica di chi sceglie di rimanere, facendo da custode alle strade, alle case con le finestre chiuse e alle storie che il levante vorrebbe spazzare via.
Restare richiede resistenza, e la pazienza di assistere allo spopolamento e di far finta che il silenzio della piazza non sia una sconfitta. Eppure, credo che occorra più coraggio per partire che per restare. Chi resta rimane dentro il perimetro di un mondo in cui sa muoversi anche bendato; calpesta le stesse pietre su cui è cresciuto, respira la familiarità di una terra che, per quanto difficile, è pur sempre casa.
– I guai da pignata ‘i sapi a cucchiara ch'i miscita – mi interruppe ancora.
– Chi parte, invece, ha il coraggio di diventare straniero, di parlare la propria lingua madre soltanto nei sogni, di sopportare lo sguardo indifferente di una città che non sa da dove vieni e non cura dove vai. Vive una condizione spaccata; il corpo piantato nel presente di un luogo straniero e l'anima incagliata nel passato della terra d'origine. Se chi resta custodisce i muri e le tradizioni, chi parte custodisce la nostalgia. E non c'è atto più audace che chiudere in una valigia i volti di un paese intero e portarseli dietro per tutta la vita, sapendo che non si potrà mai più tornare davvero-.
Lui divenne serio e mi guardò, e lo fece con gli occhi di chi conosceva la mia semplice storia e il perché della mia scelta.
– Quanti anni ti sono serviti per maturare questi pensieri? – rintuzzò Giorgio.
– Tanti, perché appena mi affiorava il pensiero avevo sempre il dubbio che il modo con cui mi approcciavo a queste riflessioni fosse fallato, viziato.
Ed era come il gioco dell'oca: nel dubbio tornavo sempre alla casella di partenza.
– Ora accenditi una sigaretta e fammi sentire l'odore del fumo, e basta con le nostalgie, ormai c'è un abuso di questa parola, in tanti pensano di vivere un'odissea.
– Giorgio, io ormai accendo solo, ogni tanto, un Toscanello, non fumo più sigarette.
– "E ca certu" era 'bituatu 'i picciriju 'u signurinu! – rise e aggiunse:
– Amari pili! 'Ndi fumasti MS sfuse, Esportazioni e tabaccu trinciatu!
Ridemmo, come ai vecchi tempi, in una scena condivisa in cui non contava né la mia condizione né la sua, tutto sembrava essere tornato al proprio posto; lui cazzaro e maestro d'ironia e di autoironia, io, come tutti gli amici che lo avevano frequentato, a seguirlo a ruota.
– Senti, e cosa mi racconti "du 'mprosario"? Ogni tanto passa e si ferma davanti alla mia foto e dice: "Eh, Giorgineju!" E se ne va. Mantiene intatto il suo modo di essere. Ma mi pare più spaccalampi di quando gozzovigliavamo fino alle tre del mattino.
– È cambiato nell'aspetto, gli anni passano anche per lui, ma l'impianto è quello di sempre – e continuai:
– Ogni tanto affabula, come è solito fare, chi gli capita a tiro, raccontando come conobbe Franco Califano e dell'amicizia nata tra loro; e puntualmente ricorda un pezzo del monologo di "Avventura con un travestito" in cui è citato: "E nun ricomincià a parlà de Nino che ne faceva quattro – cinque armeno…"
– Quattro o cinque… birre! – irruppe Giorgio.
Rise a jaccapanza, interrompendo a modo suo il mio racconto, ridemmo ancora pensando a Nino e a quel suo modo un po' naïf e un po' da zanza attempato e sciupato.
– 'U 'mprosariu è un personaggio – riprese Giorgio.
– Mi ricordo che una sera al Circolo, tra giri di baccarat, chemin e poker, si giocò "la legittima", e quando nella tasca del cappotto blu di cashmere non gli rimase altro che qualche sigaretta e l'accendino, venne fuori in piazza, e in quella notte di fine dicembre si rivolse a me e a Ciccio: "Ragazzi, una cosa seria. Mi servono dieci milioni urgente, nel giro di mezz'ora!" Io e Ciccio ci guardammo negli occhi e senza parlare pensammo la stessa cosa: "Questo si è bevuto quel poco di cervello che aveva". "Nino", gli dissi, "dieci milioni? A quest'ora, alle due di notte, e poi dieci milioni? Ti rendi conto di quello che stai chiedendo? E dove li dovremmo trovare? Se facciamo il giro delle tasche sì e no arriviamo a cinquantamila lire!" E lui di rimando disse: "Oh cavolo! Due persone come voi non trovano dieci milioni nel giro di mezz'ora?"
Ridemmo, perché di fronte a quei ricordi e a quelle folli visioni non si poteva fare altro. Erano fantasie degne di chi non aveva propriamente i piedi per terra, o tutt'al più li appoggiava ogni tanto, giusto per non perdere del tutto i contatti con la terraferma. Lui le immaginava con disarmante serietà e le proponeva con altrettanta franchezza e con il candore di uno che non ha filtri in testa e lascia fluire liberamente anche le più improbabili minchiate, però, come se fossero questioni di massima importanza.
– Vedo che non sei cambiato tanto, a parte i capelli ricci che hai lasciato per strada. Ti divertono ancora i cazzarismi e le carrette – mi disse.
– Nemmeno tu sei cambiato, pari nu figurinu! – aggiunsi.
Giorgio si fece improvvisamente serio, ma solo per un istante.
– Eh, caro amico, da morti si cambia un po'. Si smette di fingere, però c'è da precisare che il vanitoso resta vanitoso, l'avaro continua a contare, il pettegolo cerca notizie e il "chiachiella" rimane tale. Solo che qui non servono più soldi, proprietà o reputazione. Così ognuno rimane solo con il proprio vizio, come un attore che continua a recitare dopo che il pubblico è andato via.
Mentre faceva queste considerazioni raggiungemmo il suo loculo. Era più piccolo di come lo ricordavo. La fotografia lo mostrava più giovane, con un sorriso quasi rispettabile. Qualcuno aveva lasciato un accendino accanto a un mazzetto di fiori secchi.
– Quello l'ha portato 'Ntoni – disse Giorgio. – Continua a portarmi accendini, come se da queste parti mancasse il fuoco, con tutti questi lumini!
– Ti manca la vita? – chiesi.
Giorgio alzò gli occhi verso le montagne. Per la prima volta non rispose subito.
– Mi mancano certe cose che sembrano inutili: una birra fresca, il rumore delle carte sul tavolo, le Multifilter e le cazzate dette per far ridere gli amici. Mi manca di chiudere la piazza la sera. E mi manca parlare con chi capiva che a modo mio non prendevo sul serio la vita, perché non ci accorgevamo che la vita, in fondo, prendeva troppo sul serio noi. Io nella mia vita avrò sbagliato molto, forse non ne ho azzeccata una nemmeno per sbaglio, ma non ho fatto male a nessuno. Il male che ho fatto l'ho fatto solo a me stesso. Ho riflettuto molto e ho capito, forse molto tardi, che sono le necessità e le difficoltà la vera palestra dove deve crescere un uomo.
– E la morte? – incalzai.
– La morte è meno sconvolgente di quanto crediate. È una porta che fa molto rumore quando sbatte forte per qualche minuto, ma conduce in una stanza silenziosa dove tutto viene visto e vissuto senza più i baccani della vita.
Ci sedemmo sullo scalino della cappella. Dal paese arrivarono i rintocchi del campanile della Cattedrale. Giorgio li contò, poi disse:
– Anche l'orologio della chiesa è bugiardo. Segna sempre cinque minuti avanti, come per avvisarti prima del tempo che dopo cinque minuti sarà quell'ora.
Ridemmo insieme.
– Trovi anche il tempo di riflettere sui rintocchi della campana? – chiesi.
– Cosa vuoi che sia qua il tempo, sembra che tutto accada nello stesso momento. – Abbassò il capo e finì.
Avrei voluto chiedergli molte cose: se aveva sofferto, se aveva avuto paura, se ci vedeva, se mi aveva perdonato, se in qualche momento della vita l'avessi offeso anche involontariamente. Ma lui sembrò leggere i miei pensieri.
– Non cominciare con i rimorsi o i rimpianti. Sono il modo elegante con cui i vivi cercano di sentirsi protagonisti anche nella morte degli altri. Lascia fottere, non sono cose per gente come noi.
Abbassai gli occhi.
– Ti ho pensato spesso – dissi a bassa voce.
– Lo so.
– Come fai a saperlo?
– Ogni volta che mi pensi mi arriva un'arsura in gola e vorrei bere una birra e fumare una Multifilter; quindi, cerca di ricordarmi un po' di meno, ogni tanto è sufficiente. Qua non c'è Silvio per una birra e nemmeno Catena per le sigarette.
Un colpo di vento fece sbattere il cancello del cimitero. Giorgio si alzò.
– Forse ora devi andare.
– Posso tornare?
– Puoi, ma porta delle birre fresche, sennò non entrare. I fiori sono belli, però non migliorano la conversazione.
– Ma tu come fai a bere?
– Come si dice: se non mangio carne bevo brodo; intendo dire che mi basterà l'odore del luppolo – rise.
Mi avviai lungo il vialetto e dopo pochi passi mi voltai.
– E quando torni in paese, da quegli "spaccalampi" degli amici, non raccontare di avermi visto. Diranno che sei pazzo.
– E se mi credessero?
– Sarebbe peggio – si fermò un attimo e poi riprese:
– Organizzerebbero una processione, costituirebbero un comitato, lo classificherebbero come un fatto miracoloso e si agghinderebbero per il corteo, e a me la vanità venduta come impegno sta sulle palle.
Alzò una mano in segno di saluto e scomparve tra le ombre della sera. Uscii dal cimitero mentre la notte calava il suo manto su quel pezzo d'Aspromonte. Il paese si accingeva ad andare a dormire, con l'animo innocente come spesso soltanto i colpevoli sanno sembrare. Davanti al cancello mi accorsi di trovarmi in mano l'accendino lasciato sulla tomba di Giorgio. Provai ad accenderlo. Funzionava. Da lontano arrivò la sua voce:
– Non te lo rubare, cosu curiusu, riportalo sennò mandi in confusione 'Ntoni e la prossima volta ne lascia due al posto di uno.
Tornai verso casa pensando che forse Giorgio mi aveva fatto capire una cosa: i morti non ci chiedono di piangere per sempre. Ci chiedono soltanto di non trasformarli in statue. Specialmente quelli che, da vivi, non riuscivano a stare seri neppure per una fotografia.
Il mattino seguente mi svegliai con l'accendino di 'Ntoni sul comodino e una domanda piuttosto scomoda: avevo davvero trascorso la notte a conversare con Giorgio nel cimitero, oppure il vino bevuto a cena aveva finalmente deciso di presentarmi il conto, conducendomi in un viaggio che non avrei mai immaginato di compiere? E poi quell'accendino era già da prima sul comodino e non mi ero mai accorto? Lo presi e lo osservai. Sul dorso era stampato: Bar Centrale; su un lato campeggiava una citazione: «Il caffè è come la verità: se lo prendi amaro, poi tutto diventa sopportabile».
Non poteva essere farina del sacco di Mimmo, il barista; produrre uno sforzo mentale per concepire un simile pensiero sarebbe stato a rischio cefalea. Qualcuno doveva avergliela suggerita. Quell'oggetto era appartenuto a qualcuno, questo era certo. Ma stabilire a chi, in paese, non era mai un'operazione semplice: quasi tutto apparteneva a qualcuno prima ancora che il diretto interessato lo sapesse. Le terre avevano cinque proprietari, le case dieci eredi, le disgrazie uno stuolo di commentatori e alcune mogli, almeno secondo gli avventori del bar di Mimmo, due mariti: quello ufficiale e quello che, a loro insindacabile giudizio, avrebbero meritato o voluto.
Decisi di tornare al camposanto. Per riuscirci, però, avrei dovuto ingurgitare una generosa quantità dello stesso vino, possibilmente con il medesimo carico di solfiti durante una lauta cena. Forse erano stati proprio loro ad aprirmi quel cancello e a permettermi di riprendere i discorsi interrotti con Giorgio. Se qualcuno me lo avesse raccontato, non gli avrei mai creduto. Il vino possiede molte virtù conosciute, ma è altrettanto noto che abusarne possa arrecare danni. Eppure, proprio arrecandomi qualche danno, quella sera mi aveva regalato la possibilità di ritrovare Giorgio almeno in sogno e di vivere ancora con lui quei momenti di leggerezza che un tempo ci venivano così naturali. Mi accorsi che non occorreva avere coraggio per vivere situazioni come quella vissuta nel sogno. Il coraggio è una virtù che ci attribuiamo dopo aver fatto una sciocchezza e averla scampata, è una sensazione che si prova dopo un fatto accaduto, mai prima.
III
Passarono due giorni.
– È inutile che bussi – udii la voce di Giorgio dall'altra parte. – I morti non aprono. Abbiamo già dato.
Il cancello si socchiuse da solo. Entrai e lo trovai appoggiato a un cipresso, con una sciarpa di seta intorno al collo e un garofano infilato nell'occhiello della giacca.
– Come sei elegante, anche il muffo, sei di tubo stasera.
– Stasera - rise - c'è una commemorazione e balliamo "a pana".
– Di chi? – chiesi con curiosità.
– Nessuno lo sa. Ma qui, quando compare della birra, commemoriamo a prescindere.
Gli mostrai le due bottiglie di birra; Giorgio ne prese una, lesse l'etichetta come se non conoscesse la Peroni, e fece una smorfia.
– Questa birra dove l'hai comprata? – Da Silvio.
– Gli hai detto che era per me?
– No, non ho parlato con nessuno del nostro incontro.
– Hai fatto bene, avrebbero detto: "U perdimmu o’ Grecu, stavulejau!" – rise.
Stappò una bottiglia senza usare nulla. Non gli chiesi come avesse fatto. Dopo aver parlato con un morto, diventano improvvisamente irrilevanti molte piccole questioni tecniche, tipo come levare il tappo a una bottiglia di birra. La passò sotto le narici, inspirò profondamente e disse:
– Non c'è più la birra di una volta, la ricordavo diversamente. Ora bevila alla mia salute e poi ti porto nella parte vecchia del camposanto, lì stanno quelli che hanno avuto più tempo per capire le contraddizioni e il tempo perso con le banalità della vita.
– Ma né tu né loro potete bere, non mi costringerai a bere tutte e due le birre, spero, sai bene che a me la birra non piace.
– No, non possiamo bere, ma possiamo cazzeggiare – si fermò un attimo.
– A proposito di birra che non volevi bere, mi ricordo che dicevi, specie quelle notti quando andavamo a "La Pergola" o all'Autogrill di Rosarno, che la birra ti causava la gastrite, ma puntualmente ti calavi il Chivas! Rrobba tennera! Un sollievo per una gastrite immaginaria, 'ndi tirasti citu! – Rise.
La parte antica del cimitero era separata dal resto da un piccolo arco dove un cartiglio riportava: "Orate pro defunctis". Lessi, e mi venne spontaneo chiedere a Giorgio:
– Leggendo quel cartiglio cosa ti viene in mente?
E lui:
– Lo immaginavo che avresti detto qualcosa, beh, un pensiero mi va ogni tanto alle orate, ma anche alle lumache di mare che ci preparava "u cocciularu" a Pezzo di Villa. Ricorderai anche tu che una sera il Professore ci tenne una lectio magistralis, prima sul ritrovamento in quel pizzo di mare della testa in bronzo del Filosofo greco e poi sulla differenza e sulla bontà delle lumache in bianco piuttosto che col sugo di pomodoro.
– Certo che ricordo, c'ero anch'io. Ma eravamo troppo scavezzacollo per cogliere il nesso che il Professore, con tono cattedratico, aveva cercato di farci comprendere: avevamo poggiato le chiappe sulle sedie di un luogo in cui, nel V secolo avanti Cristo, passava la Storia – precisai.
– E come no! Quella sera, dopo la commozione suscitata da quel momento culturale voluto dal Professore, cenammo con ancora più appetito. Altrimenti non 'ndi calava a lumaca! – aggiunse Giorgio e rise, come faceva sempre in quelle circostanze.
– Fu proprio quella sera, durante quel simposio di tutto rispetto, con il Professore a capotavola e noi, ciurma di "spedalati", tutt'intorno, che Peppe di Tresilico sollevò una questione di grande spessore filosofico esistenziale. Chiese a tutti, e in particolare al Professore, che ne sapeva poco meno della Treccani, dove si trovasse l'organo genitale di una cozza. Lo fece mentre mangiava un'impepata di cozze: si alzò con un mollusco enorme in mano e domandò al Professore come avrebbe dovuto mangiarlo per evitare di imbattersi nell'organo incriminato.
Ridemmo entrambi, proprio come quella sera a Pezzo di Villa. Poi Giorgio continuò:
– Il Professore rimase immobile in mezzo agli sghignazzi. Senza scomporsi, alzò una mano verso Peppe e, imitando il gesto di un vescovo nell'atto di impartire la benedizione, gli fece il segno della croce. Poi, con tono solenne e teatrale, sentenziò: "Taci, cretino iperproteico e supervitaminizzato elevato all'ennesima potenza! Cercare di spiegare a te perché due più due fa quattro sarebbe tempo perso: come dare le perle ai porci!"
E Peppe di Tresilico, rivolgendosi a Ciccio che era seduto accanto chiese: “Ciccio cosa ha voluto dirmi il professore con tutte quelle parole incomprensibili?” E Ciccio di rimando: “nulla di particolare, solo che sei un cazzone ca’ ttaccia!” -
Ridemmo ancora a lungo, come non accadeva da tempo. Quei ricordi ci avevano riportato alla memoria una delle tante sere passate a straviziare.
Era palese a tutta la compagnia che quelle provocazioni fossero volute e, a volte, persino studiate a tavolino per sollecitare il piglio cattedratico del Professore. Lui, dal canto suo, si prestava volentieri a spiegarci in modo solenne tutto ciò di cui eravamo ignari; d'altronde, il livello di conoscenza di quell'accozzaglia di cazzari, di cui sia Giorgio sia io eravamo membri organici a pieno titolo, "sfiorava gli abissi marini". Questa era un'altra delle figure retoriche che il Professore utilizzava quando voleva sottolineare che il livello di una discussione, o di un commento, fosse davvero scadente. A pensarci bene, la convivenza tra il Professore e il resto della ciurma doveva essere faticosa: non per noi, negligenti e bizzarri, ma per lui. Si poneva come un maestro di vita per accompagnarci nella crescita e nella conoscenza, e c'è da ammettere che la sua era una missione davvero impossibile.
Superando quel confine ebbi l'impressione che il vento fosse diventato più freddo e che le ombre che vedevo muoversi si spostavano secondo le loro volontà, indipendenti dalla condizione in cui si trovavano. Da dietro una cappella arrivò una voce femminile:
– Il participio passato di morire?
– Morto – risposi, pensando che la domanda fosse rivolta a me.
– Promosso.
Una donna statuaria apparve accanto a una tomba. Indossava un vestito nero con un colletto bianco e portava un paio di occhiali sottili sulla punta del naso. In mano teneva un registro.
– È la maestra Ernesta – disse Giorgio. – Ha insegnato a leggere a due generazioni e a vivere nel terrore almeno ad altre tre. - Poi, con l'aria di chi la sopportava appena, aggiunse sottovoce:
– Non darle retta, sennò 'nci scorciulija fino a domani.
La donna mi squadrò dalla testa ai piedi.
– Lei è parente?
– Amico – risposi timidamente.
– Gli amici sono parenti senza obblighi legali e notarili. Una categoria indefinita che, se stretta alla stregua dei parenti, fa male come le scarpe.
Poi rivolse lo sguardo a Giorgio e con piglio da maestra:
– Tu non hai ancora svolto il tema che ti avevo assegnato.
– Quale tema? – bofonchiò Giorgio.
– "Descrivi l'eternità”, e ti avevo anche detto di scrivere non meno di quattro pagine.
– Maestra, l'eternità è una cosa troppo grande e io non ci arrivo con la mente. Per me, l’eternità, era semplicemente il tempo che passava tra l’ultima sigaretta della sera e la riapertura dei tabacchini il mattino dopo. Assatimi jiri, mi sono fermato all'introduzione. Io sono terra terra.
Lei segnò qualcosa sul registro.
– Insufficiente.
– E vabbè, signati tuttu, ‘a vanzati. Tanto non potete bocciarmi: sono ormai “un participio passato” e nulla potete.
– La morte non dà diritto alla promozione automatica. Al massimo giustifica l'assenza.
La maestra Ernesta tornò dietro la cappella, continuando a chiamare l'appello.
– Interroga ogni giorno i morti? – domandai.
– Ogni martedì, come il mercato. Per evitarla scappano pure le zafrate – rispose Giorgio ridendo.
– Ha trasformato la zona vecchia in una scuola serale. Quelli della parte nuova hanno protestato per invidia e io mi sono speso per convincerli che ormai facciamo parte del mondo dei saggi e che non serve più conoscere le liriche di Leopardi o il teorema di Pitagora. Sono tutte cose utili nel mondo dei vivi dove, peraltro, non le studia più nessuno – e aggiunse:
– La maestra, quando era in vita, sosteneva che tutti i suoi alunni sarebbero diventati qualcuno.
– E infatti alcuni hanno fatto una bella carriera: uno è diventato assessore salvo poi finire sotto inchiesta, un altro, datosi all’usura, è stato denunciato; qualcuno si 'nnaca, mentre un altro è diventato un politico di rango. Di quest'ultimo si sono perse le tracce; pare che vaghi nei meandri della politica senza seguire né una via né un violo. Qualcuno sostiene di averlo visto nell’antinferno, dove vive senza infamia e senza lode. È il ritratto dell'ignavia, però con l'auto blu. Da quando le ho rinfacciato questi successi ha smesso di vantarsi.
– E tu ricordi com'eri al liceo?
Giorgio si raddrizzò con aria solenne.
– Certamente, ero uno brillante.
Da lontano, la maestra Ernesta gridò:
– Sei un bugiardo! So che avevi insufficiente in tutte le materie!
Giorgio si voltò nella sua direzione:
– E torna a coppi! – sbottò.
– Ero un pigro brillante perché non condividevo la frenesia della corsa al voto dei miei compagni! – precisò a voce alta:
– E poi lui mi ha chiesto com'ero al liceo, non quanto fossi preparato - chiosò.
Si portò l'indice alle labbra e mi fece cenno di non replicare.
– Lasciala carcariare da sola, sennò attacca una delle sue filippiche e la finisce domani mattina. Si ostina a far notare “ ca ‘nd’avi a scienza nto coju”.
Ci rimettemmo in cammino. Mentre sbirciavo tra le lapidi e le croci affondate nei solchi, gli dissi:
– Giorgio, ti ricordi che al liceo lasciavi i libri sotto il banco, sostenendo che non valeva la pena portarli a casa, visto che il giorno dopo avresti dovuto riportarli a scuola?
– Certo. Era un'ottimizzazione dei tempi e risparmio energetico. Mararosa, quando riassettava l’aula, li vedeva e me li lasciava lì, sotto il banco. Il giorno dopo mi diceva: "Tu ne sai più dei libri, per questo non ti serve studiare il pomeriggio".
– Ti sfotteva.
– No, mi voleva bene così come voleva bene a tutti.
Poco più avanti incontrammo un uomo dai capelli lunghi, con una sciarpa bianca al collo e una cartella sotto il braccio. Passeggiava avanti e indietro recitando versi davanti a una fila di lapidi.
– Almeno loro, le lapidi, non possono andarsene – spiegò Giorgio.
– Cerca un pubblico garantito, che rimane immobile. È il sogno di ogni poeta e l'incubo di ogni defunto.
L'uomo ci vide e spalancò le braccia.
– Finalmente un pubblico vivo!
– Non ti allargare, Oreste – disse Giorgio.
– È un mio amico ed è solo di passaggio.
Il poeta si chiamava Oreste Malaspina. In vita aveva pubblicato sette raccolte, organizzato dodici presentazioni e venduto complessivamente nove copie, sei delle quali acquistate dalla sorella per evitare discussioni a Natale, che poi non mancarono lo stesso. Le altre tre, secondo le malelingue, erano finite per sbaglio in uno scaffale di una libreria.
– La poesia – dichiarò Oreste – è una ferita aperta nell'anima del mondo!
– La tua soprattutto infierisce sulle anime che girano qua intorno – osservò Giorgio ridendo.
Poi, rivolto a me, aggiunse:
– Scrive delle cose inenarrabili e se il giorno dopo gli chiedi che cosa significano scuote la testa e cambia discorso. Dice che il lettore deve interpretare. In pratica, il lavoro lo fa chi compra il libro.
– Giusto, la poesia s'interpreta, non deve essere spiegata – precisai.
– Certamente – rispose Giorgio – ma le cose che scrive sono solo un ammasso di parole a zumpafilici, per non dire a cazzo di cane. E poi a definirsi poeta è soltanto lui. Io ho l'impressione che metta insieme parole alla rinfusa, senza un filo logico né un significato riconoscibile. Il risultato è una poesia volutamente oscura, che sembra nascondere dietro l'ambiguità la mancanza di un vero contenuto. Così, chi legge finisce per sentirsi inadeguato e attribuisce a sé stesso l'incapacità di comprenderla, senza considerare che forse non c'è nulla da comprendere. In questo modo, l'incomprensibilità diventa una comoda difesa; se il lettore non coglie il senso, la colpa non è del poeta che non è riuscito a esprimersi, ma di chi non sarebbe abbastanza colto o sensibile da interpretarlo.
Oreste si avvicinò con piglio confidenziale.
– Sto componendo un poema sulla morte.
– Oreste, un argomento "ch’i cuntra cazzi"! Rrobba leggera – disse Giorgio.
Io risi.
– Il titolo è: L'ermetismo del silenzio, la morte del vento e il suicidio del cosmo.
– Un inno al folle divertimento e all'allegria; quando si leggerà quest'opera si consiglierà di tenere a portata di mano un laccio emostatico e di indossare il sospensorio per l'orchite. Manca solo che ci sfrattino da qua.
- Avrà la stessa sostanza filosofica de “Gli asparagi e l'immortalità dell'anima di Campanile” – incalzò Giorgio.
Il poeta aprì la cartella e si rivolse a me:
– Vuoi ascoltare il primo canto?
– Veramente farei a meno...
Giorgio mi afferrò per un braccio e mi trascinò via.
– Dobbiamo andare, Oreste.
– Dove? – chiesi io.
– Ovunque. L'importante è uscire dalla sua orbita prima che inizi a declamare.
Ci allontanammo mentre Oreste recitava con la postura di fine dicitore: "O pallida luna, tu che rimani accesa, sei la comparsa da secoli sospesa..."
– Era davvero così terribile? – chiesi.
– Da vivo si metteva in posa con un cappello a larghe tese e leggeva poesie al bar, e Mimmo dovette aumentare il prezzo dell'amaro solo a lui e abbassare quello della birra agli altri clienti per non perderli. Fu la prima tassa sulla cultura – sorrise.
– Almeno era convinto del proprio talento? – chiesi.
– Era assolutamente convinto, così come tanti in paese. Da quelle parti, sin dalla notte dei tempi, la convinzione ha sempre dettato legge. Vi sono esperti, tuttologi, aspiranti storici, poeti e sacerdotesse, gente che seguendo le note di un organo miscita aria a orecchio, oltre a molti pseudo politici che non sanno cosa sia una delibera. E sono tutti fortemente convinti.
Da quelle parti il dubbio è un signore sconosciuto, vive nascondendosi, e il finto pennacchio svettante è un accessorio abusato e il più venduto
- In pratica, caro amico, per dirla alla paesana: "Cui non avi mancu pili vaci vindendu lana" – finì Giorgio.
Davanti a una tomba di granito sedeva un uomo corpulento, con il panciotto, la catena dell'orologio ciondolante senza orologio e una borsa da medico vecchia maniera. Mi fece cenno di avvicinarmi e mi scrutò con attenzione.
– Colorito pallido, pupille dilatate, passo esitante – si fermò e poi mi intimò:
– Tiri fuori la lingua.
Seguii le sue indicazioni.
– Lei soffre di malinconia epatica con complicazioni nervose, intestino fiacco e attività renale indolente.
– Ma io mi sento perfettamente bene – risposi, mentre con la mano destra istintivamente e scaramanticamente sondavo le mie parti basse.
In un attimo il medico aveva fatto una visita a largo spettro e diagnosticato patologie di cui non avevo mai sentito parlare.
– Sentirsi perfettamente bene, nove volte su dieci, indica un chiaro caso di ottimismo patologico. Ed è il sintomo più grave, perché impedisce al paziente di capire il livello di gravità delle sue patologie.
Giorgio mi presentò così il dottor Giacomo Paralisi, medico condotto del paese per quarant'anni.
– Aveva tre diagnosi a portata di mano – spiegò Giorgio – il freddo, il sangue intossicato e il corpo imbarazzato. Qualunque malattia, secondo lui, era causata da una di queste tre cose. Quando era indeciso, le diagnosticava tutte insieme.
– E come curava?
– Olio di ricino, un infuso preparato con erbi i ventu e lingui i cani, e poi preghiere al Padreterno. In pratica, divideva il lavoro fra l'intestino, i reni e il cielo.
Il medico si alzò indignato.
– Ho salvato molte vite!
– Soprattutto aspettando che guarissero da sole – chiosò Giorgio sorridendo.
– E tu, Giorgio, sei morto perché non hai seguito i miei consigli!
– Dottore, sono morto più di sessant'anni dopo la scoperta dei vostri ritrovati. Per la mia morte andate a chiedere a quelli che, per farmi un esame, mi davano appuntamento dopo un anno, oppure a certi medici che confondono u Patennostru cu l'Avimaria. Voi, tutto sommato, avete soltanto anticipato la diagnosi di sei decenni.
Il dottore aprì la borsa e ne estrasse uno stetoscopio.
– Fammi sentire il cuore.
Giorgio allargò le braccia.
– Se lo trovate, ditemi dov'è. In paese alcuni dicevano che non ne avevo.
Il medico gli appoggiò lo stetoscopio sul petto e ascoltò a lungo.
– Silenzio assoluto. Sembra morto – sentenziò.
– Finalmente una diagnosi azzeccata. Ci sono voluti tanti anni, ma il metodo scientifico richiede pazienza.
Il dottor Paralisi se ne andò borbottando che la medicina moderna aveva rovinato la professione.
– Da morto ha capito di essersi sbagliato qualche volta? – domandai sottovoce.
– No. Ha concluso che erano i pazienti ad avere le malattie sbagliate – rispose Giorgio.
– A proposito di medici mi viene in mente un episodio capitato nell'ospedale di un paese vicino. Una notte arrivò al pronto soccorso uno "sparato". Il medico di turno lo scrutò con attenzione e, dopo qualche istante, istintivamente e ad alta voce esclamò: "Qui bisogna chiamare un medico!".
Giorgio scosse la testa.
– Eh, caro amico: ora 'a vincimu 'a guerra! Anche lui era figlio di uno di quei corsi di laurea in cui alcuni professori chiedevano: "Trasiru i marbizzi?", oppure se fosse iniziata la produzione dell'olio extravergine. Dopo aver ascoltato le risposte chiedevano allo studente se gli andasse bene come voto 18/30, e puoi immaginare la gioia dell'allievo. L'importante era superare gli esami, non il resto. Ma un conto è superare con questa formula un esame di una materia umanistica, altro è un esame che è alla base di una professione che dovrebbe salvare vite umane. È giusto dire che il principio dovrebbe valere anche per le facoltà umanistiche, ma in quel caso la mancata preparazione potrebbe riverberarsi solo su di lui, mettendo a nudo la sua ignoranza.
Mentre faceva questa considerazione, in fondo a un vialetto vedemmo una donna vestita di nero che lucidava con cura la fotografia del marito.
– Quella è donna Carmela – disse Giorgio – la vedova più inconsolabile che il paese abbia mai avuto. Per i primi sei mesi – precisò.
Carmela aveva pianto il marito Peppino con tale devozione che, durante il funerale, la gente aveva temuto volesse farsi seppellire con lui. Otto mesi dopo è venuta fuori la notizia si era "intrescata" con il cugino, ma tutto di nascosto; in paese, naturalmente, lo sapevano anche quelli che non la conoscevano.
– Non è poi una cosa così strana, può capitare che si accenda una fiamma anche dopo un lutto – dissi.
– Infatti. Ma le malelingue sostengono che il cugino aveva argomenti validi per farle dimenticare il marito, e che argomentava bene anche prima della dipartita. Le malelingue, da noi, non hanno mai bisogno di prove: lavorano sulla fiducia.
Carmela ci salutò agitando un fazzoletto bianco.
– Giorgio, hai visto mio marito?
– Quale?
Lei lo fulminò con lo sguardo.
– Come quale? Peppino! Uno solo ne ho avuto!
– Ah, sì, sì, solo uno...
– Digli che lo cerco. Non lo vedo da mesi.
– Se lo dovessi incontrare, che cosa devo dirgli? Se mi dovesse chiedere perché lo cercate.
– Per chiarire – rispose lei.
Giorgio annuì con la serietà di chi aveva appena ricevuto un mandato di cattura. Quando ci fummo allontanati, mi raccontò che Peppino, dopo la morte di Carmela, aveva chiesto di essere trasferito nella parte opposta del cimitero.
– Perché? – chiesi.
– Dice che gli anni di matrimonio erano stati sufficienti per ottenere almeno la libertà vigilata.
– E Carmela lo cerca ancora?
– Certo. Il vero amore supera la morte. Soprattutto quando il cugino non ha ancora oltrepassato quel cancello e bisogna recuperare il titolare. Vedremo cosa succederà dopo, magari tra un po' di anni.
Scendendo i gradoni del cimitero, costruito lungo il pendio, arrivammo nella zona delle sepolture in terra; la parte più popolare, riservata a chi non aveva potuto acquistare un loculo o una tomba di famiglia. Le sepolture occupavano delle aree ben definite, con i solchi allineati e disposti alla giusta distanza, separate da un vialetto. Passando, si poteva leggere il nome di chi riposava in ogni piccolo spicchio di terra su una targhetta di lamiera nera fissata alla croce di legno. I caratteri, di colore bianco, erano spesso tracciati con approssimazione a mano libera oppure con l'aiuto di un normografo. Solo qualche tomba si distingueva dalle altre per una piccola lastra di marmo bianco piantata nel terreno, sulla quale spesso compariva una cornice ovale con la fotografia del defunto. Il nome, il cognome e le date di nascita e di morte erano incisi nel marmo e messi in risalto con dello smalto nero.
– Questa zona del cimitero conserva più storia di quanto tu possa immaginare – mi disse Giorgio.
Io la conoscevo, ma non mi ci ero mai soffermato più di tanto. Era la parte del cimitero in cui, da ragazzini, il Giorno dei Morti andavamo a raccogliere la cera colata dalle candele, per poi rivenderla al compratore che si posizionava fuori dal cancello. Persino la memoria del dolore, lì dentro, finiva per diventare un commercio di pochi spiccioli. Ora, però, a guardare quelle croci storte e quelle targhette di lamiera arrugginita avvertivo qualcosa di diverso. Lì sotto non c'erano grandi biografie né la sontuosità del marmo, c'era solo la traccia di chi era passato nel mondo senza fare rumore, spogliato infine anche della tomba decorosa.
– Poco più avanti troveremo una vecchia conoscenza, abitava nel nostro quartiere e chissà quante volte lo hai irriso.
– Chi è? – chiesi.
– Eccolo, è Ciccantoni…
– Certo che mi ricordo di Ciccantoni – precisai.
Nella foto manteneva quel sorriso svisato; lo hanno sepolto nella terra e sembra conservare ancora quell'espressione a metà tra una smorfia e una battuta che nessuno saprà mai. Al mattino era uno tra gli uomini migliori che il paese avesse mai avuto in dote: elargiva a noi muccusi ziccaddate affettuose e ogni tanto ci offriva una castagna come se la generosità fosse in lui una forma di bisogno fisiologico, una voglia di dare avulsa da ogni calcolo. Aveva, in quelle ore, l'anima intatta di un bambino che nessuna cosa era mai riuscita a corrompere. Ma il pomeriggio arrivava sempre, puntuale come una sentenza, e con il pomeriggio il vino, e con il vino l'altro Ciccantoni, quello avvinazzato, quello che i ragazzi, crudeli con l'incoscienza di chi non ha ancora imparato a temere il dolore altrui, deridevano con due parole soltanto – "astirati Nirta!" – per il gusto elementare di vederlo smarrirsi. Sbraitava, annebbiato dai fumi dell'alcol, e minacciava di inseguire tra i vicoli quella ciurma sghignazzante, fingendo di brandire una lama e di sfidarla a duello. Da ragazzi non avevamo occhi per vedere oltre le apparenze. Ciccantoni era per noi soltanto un tipo strano da schernire, non un uomo ferito, con le sue paure e le sue debolezze. Solo molti anni dopo compresi che la fragilità altrui non è uno spettacolo sul quale esercitare la propria crudeltà.
– Eh, Ciccantoni – esclamò Giorgio – 'ndi tirasti fezza! – e poi aggiunse: – A la guardia, Ciccantoni!
Lo disse con l'affetto riservato a un vecchio amico. Ciccantoni abitava a poche decine di metri da casa sua e, nonostante le nostre derisioni, ci voleva bene.
– Caro amico – mi disse Giorgio mentre continuavamo a percorrere quel piccolo viale – in queste rasule sono nascoste molte storie. Alcune curiose, altre strampalate, altre ancora così assurde che, se fossero inventate, nessuno ci crederebbe. Seguimi.
Lo seguii a passo svelto per non perderlo. Giunti davanti a una lastra di marmo, si fermò e indicò con l'indice la fotografia del defunto.
– Te lo ricordi?
Mi chinai per osservare meglio il volto.
– Certo che me lo ricordo. È Salvatore, il siciliano.
Salvatore era un gran lavoratore. Rimasto vedovo da giovane dedicò la vita alla sua unica figlia, senza farle mancare niente.
– Sì, ma lui in questa storia non c'entra. Del resto, era già morto e altro non poteva fare che rimanere impassibile.
Giorgio si interruppe per un istante. Sul volto gli comparve il suo solito sorriso, quello che anticipava immancabilmente qualcosa di bizzarro o, nella migliore delle ipotesi, qualcosa di surreale.
– Devi sapere che, la notte dopo il funerale, tra questi cipressi accadde una cosa singolare. Al calare del buio, il "Gatto" (quello che spesso faceva coppia con la "Golpe", perché c'è assoluto bisogno dei riferimenti letterari) s'intrufolò nel cimitero, o forse vi rimase nascosto dalla sera, rintanato in qualche nicchia; su questo punto non fu mai molto preciso, dato che i personaggi di una certa caratura tengono alla verità soprattutto quando raccontano le colpe degli altri.
Giorgio indicò il terreno davanti alla lapide.
– In piena notte si mise a scavare con una "pichetta" proprio qui, dove era stato sepolto il siciliano. Aveva intenzione di recuperare la collana d'oro con annesso crocefisso che Salvatore era solito sfoggiare sul petto, sotto la camicia perennemente aperta. Il Gatto, nell'elaborare il suo impeccabile piano di recupero di ori e affini, non aveva considerato che i parenti potessero aver già liberato il defunto dagli effetti di maggior valore. Perché il dolore è sacro, naturalmente, ma l'oro è meglio non lasciarlo sottoterra.
Guardai la tomba, cercando di immaginare la scena.
– Riuscì ad arrivare alla bara?
– Nemmeno a sfiorarla. Mentre scavava, sentì sulla nuca il freddo della canna di una pistola. Cercò di voltarsi, ma l'anonimo ospite glielo impedì e gli ordinò di andarsene. Rapidamente, per giunta. Il Gatto, che fino a quel momento aveva dimostrato scarsezza di riflessi nel comprendere le circostanze, recuperò all'improvviso un'agilità felina e lasciò il cimitero senza chiedere spiegazioni. Quando una pistola ti suggerisce di cambiare aria, è buona cosa darle ascolto.
– E chi era l'uomo armato?
– Non riuscì a vedere in faccia l'uomo armato, ci disse. Lasciò intendere che dietro quella pistola ci fosse un “macchiaiolo”. Non un pittore, naturalmente; uno che, in quel periodo, aveva ritenuto più salutare non dormire a casa propria. Qualcuno lo cercava e lui aveva trovato rifugio in una nicchia del cimitero, dove certamente gli affitti erano bassi, i vicini non curiosi e nessuno faceva domande.
Giorgio rivolse un'occhiata alla foto.
– Quella notte, insomma, un potenziale ladro sui generis venne cacciato da un latitante che faceva abusivamente il custode dei morti. E Salvatore, che in vita aveva lavorato senza fermarsi mai, da morto dovette preoccuparsi perfino della sicurezza del posto. Da queste parti il riposo eterno è garantito, ma la tranquillità dipende sempre da chi li visita di notte.
Giorgio si fermò a metà del vialetto, guardando le due file di croci e di piccole lastre di marmo. Per un attimo sembrò dimenticarsi di me, assorto in qualcosa che non riuscivo a capire.
– Sai, questi defunti – disse alla fine, indicando l'area – sono quelli che non hanno mai avuto niente. Niente loculo, niente cappella, niente nome inciso sul marmo da un artigiano pagato a peso d'oro. Solo una croce di legno, una targhetta di lamiera e la terra sopra. Eppure, se ci pensi, sono i più fortunati del cimitero.
Mi guardò, accorgendosi della mia espressione perplessa.
– Sì, proprio così. Chi è appartenuto a una famiglia facoltosa si ritrova con una tomba sontuosa e sembra che ci sia una competizione tra casati. Chi ha la lastra più grande, chi ha la cappella con le colonne, chi ha il defunto meglio illuminato dalla luce perenne. Persino da morti sembra che siano destinati a contendersi il primato dell’importanza.
- Questi qua invece – fece un cenno verso le tombe – sono tutti uguali. La terra non fa sconti, non guarda in faccia nessuno. E forse, per la prima volta in vita loro, hanno trovato un trattamento equo.
Si fermò un attimo e poi riprese.
– Non fraintendermi, sono morti poveri, non santi. Avranno avuto i loro difetti, i loro vizi, le loro piccole meschinità. Ma sai qual è la differenza? Quando erano in vita, nessuno li guardava. Erano gli ultimi della fila. E invece, adesso, sono qui. E io, che da vivo li evitavo o li ignoravo, da morto vengo a parlare con loro.
Rise, ma era una risata diversa dal solito.
– C'è un vecchio che mi racconta sempre la stessa storia, una donna che mi chiede notizie del figlio emigrato, un altro che si lamenta perché il vicino di tomba era muto da vivo e da morto non smette più di parlare.
Sono umani, capisci? Più umani di certi personaggi importanti che ho conosciuto da vivo, tutti tronfi e pieni di loro stessi, ma spesso vuoti come ‘na cucuzza vacanti.
– Qui mi fermo spesso a parlare con Annuzza 'a Mberna, la nostra vicina di casa. Fin da piccoli ci trattava come se fosse la nonna di tutti. Te la ricordi?
– Certo che la ricordo - risposi.
– E non posso dimenticare ciò che il lavoro rappresentava per lei. Sarebbe potuta restare a casa e godersi la pensione, ma era troppo legata alla terra per abbandonarla. Continuò a coltivare l'orto e a vendere al mercato ciò che produceva -.
Mi fermai un istante, mentre la sua immagine tornava nitida nella memoria.
– La rivedo ancora mentre spinge la carriola con la ferlazza colma dei prodotti dell'orto. La portava al mercato e, a fine mattinata, ripercorreva la strada di casa affrontando la salita con la stessa tenacia di sempre. Non credo che quei pochi spiccioli le cambiassero la vita. Per lei contava sapere che qualcuno apprezzasse i frutti del suo lavoro. Era un modo per nutrire la sua anima.
Giorgio annuì.
– Anche qui è rimasta la stessa - precisò - ogni tanto si lamenta di non avere un pezzetto di terra da coltivare. Spesso la trovi a fissare il muro che separa il camposanto dal suo vecchio orto alla Resta. Dice che il riposo eterno va bene, ma che tutto quel riposo, alla lunga, stanca.
Sorridemmo entrambi. Per Annuzza il lavoro non era stato soltanto necessità, ma identità. La terra le aveva dato il senso della fatica e il mercato quello dell'appartenenza. Non aveva lasciato ricchezze, ma il ricordo tenace della sua operosità. Si raddrizzò e mi guardò negli occhi.
– In questo lembo di camposanto sono custodite vite imperfette, segnate dalla fatica e dal bisogno. Di molte restano appena un gesto, una parola o un aiuto offerto senza clamore. Una vita non acquista valore dal marmo che la custodisce, ma dall'impronta lasciata in chi rimane.
Scosse la testa, come per scrollarsi di dosso un pensiero che lo turbava.
– Ma io dico "cazzunerii", non prendermi troppo sul serio, sennò pensi che io sia cambiato.
– Sono lo stesso, solo che in questi anni ho avuto modo e tempo di guardare le cose per come sono senza i condizionamenti che si subiscono da vivi. Vieni, che se restiamo qui ancora un po' perdo la mia abituale leggerezza e poi devo sentire le battute del vecchio che mi cugghjunija per tutta l'eternità.
Facemmo un po' di passi guardandoci intorno e giunti all’incrocio delle quattro rasule sentimmo tre brevi e stonati zunghi zunghi di chitarra. Il suono rimbalzò fra le cappelle, mettendo in agitazione alcune ombre che si affacciarono dai vialetti. Un uomo trasandato salì sopra il gradino di una tomba. Indossava una coppola scolorita, una giacca rattoppata e a trequarti e un paio di pantaloni trattenuti in vita da uno spago. Portava a tracolla una chitarra vissuta e malandata. Diede ancora tre strimpellate e:
- Sentiti, sentiti! - gridò - Si porta a conoscenza di tutti che domani mattina, allo briscire del sole fino a quando non finiscono, verranno eseguiti lavori di “diserbazione”per stanare le serpi e anche le malelingue!
Alcuni morti risero. Una voce proveniente da una cappella domandò:
- E che dovremmo fare?
L'uomo si strinse nelle spalle.
- Io devo annunciare, non devo dire quello che dovete fare, vi dovete regolare da soli.
Giorgio gli andò incontro.
- Zi’ Leu, ancora a fari baraunda??
Il banditore si tolse la coppola e la portò al petto.
- Io non faccio baraunda, la baraunda esiste già. Io la comunico ufficialmente.
- Chi è? - domandai.
- U zi’ Leu, “u vandiaturi". Da vivo annunciava le ordinanze del Comune. Di solito la gente capiva l'avviso solo dopo che lui lo aveva spiegato a modo suo. Insomma, era un mediatore linguistico, ante litteram - aggiunse Giorgio.
U zi’ Leu mi osservò con attenzione e curiosità
- Questo non l'ho mai visto.
- È un amico. Viene dall'altra parte del cancello.
Gli occhi del banditore si accesero.
- Vivo?
- Allo stato, sì - rispose Giorgio. - Ma non impressionarlo.
U zi’ leu scese dal gradino e mi girò intorno, come per accertarsi che non fossi un'apparizione.
- Allora posso affidarti una vandiata – affermò.
- Dipende che devo vandiare – chiarì.
- È una cosa seria.
Estrasse dalla tasca un foglio ingiallito, lo aprì e finse di leggerlo. Mi accorsi che era completamente bianco.
- Sentiti, sentiti! - declamò.
- Si porta a conoscenza degli abitanti del paese che molti di quelli sepolti qua sotto non erano come sono stati raccontati. Alcuni erano migliori, altri peggiori. Quasi tutti erano soltanto più complicati.
Giorgio annuì.
- Questo, per una volta, è un annuncio sensato.
- Non ho finito - replicò il banditore.
Poi riprese con voce ancora più alta:
- Chi ha ricevuto del bene e non ha ringraziato può ancora farlo. Chi ha commesso un torto e aspetta il momento giusto per chiedere scusa è informato che il momento giusto è già passato, ma può tentare lo stesso perché si fa sempre in tempo. Chi invece sostiene di non avere nulla da rimproverarsi è pregato di presentarsi qui: i morti desiderano conoscerlo, perché sarebbe il primo.
Dalle tombe si levarono mormorii di approvazione.
- E dove dovrei fare questa vandiata? - gli chiesi.
- In piazza, la domenica mattina.
- Mi prenderanno per matto - precisai.
- Anche io ero considerato matto, ma ascoltavano tutto. Non bisogna confondere la considerazione con l'attenzione: la prima non me l'hanno mai data, la seconda sempre.
Arrotolò il foglio bianco e me lo consegnò.
- Ma qui non c'è scritto niente.
U zi’ Leu mi guardò con aria offesa.
- Non c'era scritto niente neppure sui fogli che mi davano da vivo, cosa credi? Mi davano alcune parole e diventavano vere soltanto quando le pronunciavo, sempre se c’era qualcuno intento ad ascoltare.
Giorgio passò le dita sulle corde della chitarra che U zi’ Leu teneva a tracolla. Ne usci un suono stridente.
- È scordata – disse Giorgio.
- No, conosce solo le mie dita
Ripresi a esaminare il foglio.
- E se dimenticassi l'annuncio?
Il banditore si rimise la coppola, quasi scocciato:
- Allora racconta di aver incontrato un vecchio che, dopo aver prestato la voce a tutti, da morto cercava ancora qualcuno disposto a prestargli ascolto, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Il senso è lo stesso.
Si allontanò lungo il vialetto e, dopo pochi passi, diede ancora tre tocchi alle corde della chitarra:
- Sentiti, sentiti! Si avvisano i presenti che l'eternità è stata prorogata fino a nuova disposizione!
- E quando arriva la nuova disposizione? - gridò Giorgio.
U zi’ Leu continuò a camminare.
- Appena il Comune trova i fondi per levare le erbacce da questo camposanto.
Le risate si diffusero tra le tombe. Giorgio mi diede una gomitata.
- Hai visto? Da vivo annunciava le decisioni di chi comandava ora passa il tempo così perché qua nessuno lo comanda, e se ne fotte.
Ripiegai il foglio e lo infilai in tasca. Era un foglio bianco, vuoto, ma conteneva un paese intero. Le sue voci, tutte le vandiate commissionate dal Comune, e da chi vendeva il vino alla frasca. Per tutta la vita era stato considerato poco più di una voce che attraversava le strade. Eppure, ora che quelle strade avevano imparato a fare a meno di lui, mi parve che al paese mancasse proprio qualcuno capace di fermarsi a un incrocio e costringere tutti, almeno per un momento, ad ascoltare.
Poco più avanti incontrammo un uomo seduto sul bordo di una tomba. Aveva una corporatura massiccia, una bordura di capelli bianchi gli cingeva la testa e aveva mani enormi poggiate sulle ginocchia. Indossava un grembiule di cuoio annerito, segnato da piccoli tagli e bruciature. Ai suoi piedi erano allineati dei ferri di cavallo arrugginiti. Giorgio lo salutò alzando una mano.
- Mastr’Ntoni, ancora con quei ferri?
L'uomo sollevò appena lo sguardo.
- E tu ancora con quella lingua che vai predicando in giro?
- La lingua non si consuma – rispose Giorgio.
- La tua purtroppo no – ribatté Mastr’Ntoni sorridendo.
Giorgio rise e mi fece cenno di avvicinarmi.
- Lui è Mastr’Ntoni "u ‘mperrascecchi". Per quasi cinquant'anni ha ferrato tutti i cavalli, i muli e gli asini del circondario. Con le bestie aveva una pazienza infinita; con i padroni molto meno.
Mastr’Ntoni mi osservò dalla testa ai piedi, soffermandosi sulle scarpe.
- Consumi più il tacco destro – disse.
Abbassai lo sguardo.
- Come fate a saperlo? – chiesi.
- Dal modo in cui stai in piedi. Gli uomini controllano i muscoli della faccia quando vogliono nascondere qualcosa, ma si dimenticano dei piedi. Il passo dice sempre dove uno vorrebbe andare e da cosa sta scappando.
- Da morto è diventato filosofo - disse Giorgio.
- Da vivo, per fargli pronunciare una frase intera, bisognava portargli un mulo da ferrare.
- Da vivo lavoravo. Erano gli sfaccendati come te ad avere tempo per parlare – rise.
Giorgio indicò i ferri disposti sulla terra.
- E adesso di quei ferri cosa ve ne fate? Qua non ci sono animali da ferrare.
Mastr’Ntoni ne raccolse uno, lo rigirò fra le mani e ne accarezzò il bordo con il pollice.
- Non me ne faccio niente. Li tengo per ricordare.
- Gli animali? - chiesi
- Quelli li ricordo senza ferri. Ricordo soprattutto i padroni.
Mi sedetti sul gradino della tomba accanto a lui.
- Riconoscevate i padroni scrutando gli animali?
- Sempre. Una bestia ben tenuta diceva che il padrone aveva coscienza. Una col dorso tutta piena di piaghe diceva che il padrone aveva tanta fretta di guadagnare e poco tempo per provare pietà. Gli uomini parlavano molto, ma erano i muli a raccontarmi la verità.
Giorgio annuì.
- Mastr’Ntoni aveva un sistema tutto suo per fare giustizia. Se vedeva una bestia maltrattata, lavorava molto lentamente e si faceva pagare il tempo impegnato oltre il normale.
Il maniscalco si strinse nelle spalle.
- Il dolore dell'animale non lo capivano. Il tempo perso e i soldi spesi sì.
- E nessuno protestava? - chiesi.
- Certo che mugugnavano. Ma io ero l’unico ‘mperrascecchi del paese!
Giorgio scoppiò a ridere.
- Quando non si ha concorrenza si approfitta.
Mastr’Ntoni depose il ferro ai piedi della propria lapide. - È vero che riconoscevate ogni animale dal rumore degli zoccoli? - gli domandai.
- Prima ancora che arrivasse davanti alla bottega. Ogni bestia aveva il proprio passo. C'era quella che avanzava sicura, quella che trascinava una zampa e quella che rallentava appena sentiva il martello.
- Come le persone - osservai.
- Peggio le persone. Le bestie rallentavano per paura. Gli uomini spesso lo facevano per farsi aspettare.
Giorgio prese uno dei ferri e lo sollevò.
- Portano fortuna?
Mastr’Ntoni glielo strappò di mano.
- Se i ferri portassero fortuna, i cavalli vincerebbero tutti e tutte le gare e i fantini morirebbero di fame.
- Allora perché la gente li appende dietro o sopra l’uscio di casa?
- Perché è più facile appendere un ferro che darsi una mossa per cambiare vita.
Rimase un momento in silenzio, guardando la propria fotografia.
- Quando arrivarono i nuovi mezzi di trasporto, smisero quasi tutti di portarmi gli animali. Dicevano che il progresso avrebbe tolto fatica agli uomini.
- E non fu così? - chiesi.
- Tolse la fatica ad alcuni e il pane ad altri. Il progresso è una buona cosa, ma non avvisa mai quelli che spesso lascia indietro.
Le sue parole non contenevano risentimento. Le pronunciò come avrebbe constatato che un ferro era consumato e doveva essere sostituito. Giorgio si sedette dall'altro lato.
- Negli ultimi anni rimaneva davanti alla bottega anche se non entrava più nessuno. Ogni tanto passavamo e lo vedevamo seduto su un ceppo, col grembiule addosso e la forgia spenta.
- Perché continuavate ad andarci? - domandai.
Mastr’Ntoni indicò la lapide.
- Per lo stesso motivo per cui adesso resto vicino a questa tomba: quando hai trascorso la vita in un posto, andartene significa morire una prima volta.
- Vi mancava il lavoro?
- Mi mancavano gli animali. Gli uomini un po' meno.
Poi Mastr’Ntoni raccolse uno dei ferri e me lo porse.
- Prendilo.
- Come portafortuna? - chiesi.
- Ti ho appena spiegato che non serve.
- E allora perché dovrei portarlo con me?
- Per ricordarti che anche chi è abituato a portare pesi deve fermarsi ogni tanto. I muli lo capivano. Gli uomini quasi mai.
Presi il ferro. Era freddo, ruvido e più pesante di quanto sembrasse.
- Posso portarlo fuori dal cancello?
- Se riesci. Qui le cose dei morti pesano poco finché non sai che cosa significano.
Giorgio si alzò.
- Andiamo, altrimenti Mastr’Ntoni finisce per controllarci pure i denti.
Il maniscalco mi guardò un'ultima volta.
- Quando torni tra i vivi, osserva come trattano gli animali e chi lavora per loro. Capirai molte cose senza fare domande.
Ci allontanammo. Dopo pochi passi infilai una mano in tasca, ma il ferro non c'era più. Al suo posto trovai un chiodo corto e consumato. Lo mostrai a Giorgio.
- Ha cambiato idea? - chiesi.
- No. Il ferro apparteneva a lui e non poteva oltrepassare il cancello. Il chiodo, invece, forse sì.
- E che cosa dovrei farne?
Giorgio lo prese, lo esaminò e me lo restituì.
- Niente. Conservalo, avrà fatto zoppicare qualche asino e lui l’ha tolto. Forse ti ha voluto dire che portare in tasca le cose che nella vita ci hanno fatto del male aiuta a non abituarsi al dolore.
Mi voltai verso la tomba. Mastr’Ntoni era ancora seduto sul bordo, con le grandi mani sulle ginocchia e i ferri allineati ai piedi. Non aveva più animali da ferrare né attrezzi da riparare. Eppure, continuava a osservare il passo di chi passava, come se anche da morto cercasse di capire chi portasse un peso e chi, invece, lo avesse caricato sulle spalle degli altri.
Lasciato Mastr’Ntoni, proseguimmo fra le tombe in terra dove ai lati c’erano dei loculi a castello. Dopo pochi passi, Giorgio si fermò davanti a una lapide di marmo chiaro.
- Guarda questa fotografia - mi disse. - Dimmi se ne hai mai vista una simile in un camposanto.
Nell'immagine appariva un uomo anziano in groppa a un asino. Portava la coppola inclinata sulla fronte, una maglia e un paio di pantaloni da lavoro, nulla di elegante. Sedeva diritto, tra le cofane legate al basto, con una mano teneva la capizza e l'altra posata sul collo dell'animale. Non guardava l'obiettivo; sembrava osservare la strada davanti a sé. L'asino, invece, fissava il fotografo con le orecchie dritte e un'espressione seria.
- Lui è cumpari Fidili - disse Giorgio. - E quello sotto di lui è Brosco.
- Sotto di lui? – chiesi.
- Sì, sotto, nella fotografia. Nella vita, invece, spesso era cumpari Fidili a stare sotto e di fianco a Brosco, almeno quando l'asino decideva così.
Accanto alla fotografia erano incisi il nome, il cognome e la data di nascita. La data della morte sembrava aggiunta in un secondo momento i numeri non erano in linea con la data di nascita.
Mentre osservavo quel particolare, udii una voce alle nostre spalle:
- Non fu colpa del marmista, ma del suo lavorante. Non fu capace di allineare la data della morte, se fossi riuscito a prevedere la data l’errore non sarebbe stato commesso.
Mi voltai. Un uomo basso e asciutto sedeva sul muretto del vialetto, con la coppola sulle ginocchia e con sorriso di cortesia stampato sul viso. Era vestito esattamente come nella fotografia. Giorgio sorrise.
- Cumpari Fidili, stavamo parlando della sua lapide.
- E fate bene. L'ho fatta preparare apposta perché se ne parlasse con conoscenza, non come fanno certi parenti che, appena uno muore, scelgono la prima lastra che trovano e ci mettono sopra una fotografia presa dalla carta d'identità. Si passa una vita intera a costruire un’immagine nella quale gli altri possano riconoscerci; poi, sulla lapide, si finisce per essere ricordati con una vecchia fotografia da prima comunione che ci mostra giovani per l’eternità ma non racconta le persone che siamo diventate.
Si avvicinò alla tomba e strofinò con due dita un angolo del marmo.
- Avete organizzato tutto prima di morire? - gli chiesi.
- Tutto quello che potevo. Il resto non dipendeva da me.
- Anche la fotografia?
- Soprattutto quella – rispose.
- Come vi venne l'idea di farvi ritrarre sull'asino?
Fidili mi guardò come se la risposta fosse evidente.
- E con chi avrei dovuto farmela? Con il sindaco?
Giorgio scoppiò a ridere.
- A dire il vero, cumpari Fidili aveva pensato anche a una fotografia da solo. Ma Brosco si offese, vero? – chiese Giorgio.
- Non si offese - precisò compare Fedele - Si girò dall'altra parte, è diverso.
- Come faceste a capirlo?
- Quando uno vive venticinque anni con uno come Brosco, impara a distinguere un capriccio da un'offesa. Con le persone è più difficile; spesso assumono un atteggiamento per nascondere un altro.
Fidili indicò l'asino nella fotografia.
- Brosco veniva con me dappertutto. Alla vigna, all'orto, in montagna a raccogliere la legna. Portava fasci di rrami, le cofane cariche di olive, gli attrezzi e, quando le gambe non mi reggevano più, portava pure me.
Se su questa lapide fosse comparso qualcosa della mia vita, lui avrebbe meritato quel posto più di ogni altra cosa.
- I parenti furono d'accordo? - domandai.
- Per niente. Mio nipote disse che un asino sopra una tomba non era decoroso.
- E voi?
- Gli risposi che Brosco mi aveva sopportato per un quarto di secolo senza chiedermi nulla oltre l’erba fresca, la biada e il fieno che gli davo di mia sponte. Non potevo dire la stessa cosa di tutti loro.
Giorgio si appoggiò alla lapide, divertito.
- Raccontategli del marmista.
Fidili sospirò.
- Andai da mastro Michele, quando ero ancora in salute, e gli dissi che volevo preparare la lapide.
- Non vi sembrò di portare sfortuna?
- La morte non ha bisogno che qualcuno la stimoli a muoversi. Sa trovare la strada da sola.
Prese a imitare il tono di mastro Michele:
" Cumpari Fidili perché tanta fretta? Alla lapide penseranno i vostri figli."
Poi tornò alla propria voce:
- "Proprio per questo voglio pensarci io, prima che ci pensino loro."
- E così gli avete ordinato tutto voi?
- Marmo semplice. Nome e cognome con caratteri semplici e leggibili, data di nascita e uno spazio vuoto per quella di morte. Niente angeli, niente madonne e niente frasi che non avrei mai capito nemmeno da vivo.
- Nessun epitaffio?
- Ah, si chiama pitaffio? Ne avevo pensato uno.
- Quale?
Fedele si schiarì la voce:
- "Qui riposa Fedele, che in vita faticò più dell'asino”.
- Brosco protestò anche quella volta – puntualizzò - aveva ragione. Sembrava che io avessi faticato più di lui. Allora proposi: "Qui riposano due lavoratori, ma uno solo è sepolto."
- E mastro Michele che disse?
- Disse che la gente non avrebbe capito.
- Forse aveva ragione, la gente non capiva nemmeno quando gli davo la biada e gli parlavo. Lui però mi capiva.
Mi avvicinai alla fotografia. Tra Fidili e l'asino non si coglieva il rapporto fra padrone e animale. Sembravano due vecchi compagni sorpresi durante una pausa del loro viaggio.
- Chi scattò la foto?
- Don Ninì. Ci mettemmo in posa e fece lo scatto; il fotografo voleva farmi stare in piedi accanto a lui.
- E voi avete insistito per salire in groppa?
- Certo. Se fossi rimasto a terra, qualcuno avrebbe potuto pensare che l'asino fosse mio. Invece volevo che si capisse che, molte volte, ero stato io a essere suo.
Giorgio indicò l'espressione seria dell'animale.
- Brosco non sembra contento.
- Era infastidito perché don Ninì non si sbrigava e non amava perdere tempo. Mentre noi preparavamo la fotografia, lui pensava che avremmo potuto fare un altro viaggio con un carico di fieno per l’inverno.
- Un animale laborioso – continuò Giorgio.
- Più di molti cristiani. Non parlava, non prometteva e non si vantava. Quando poteva, camminava. Quando non poteva si fermava e non inventava scuse.
- E quando morì? - chiesi.
Il volto di Fedele si fece più serio.
- Prima di me. Una mattina non volle alzarsi. Mi sedetti accanto a lui e rimasi lì fino alla fine.
- Dove è seppellito?
Fedele indicò con il mento il muro di cinta.
- Dall'altra parte, sotto un ulivo. Gli animali nel camposanto non li fanno entrare. Da vivi possono portare i morti, ma da morti non possono riposare vicino ai vivi.
Giorgio abbassò lo sguardo. Per qualche istante nessuno disse nulla.
- Almeno lo avete messo nella fotografia - osservai.
- Era il minimo. Quando preparai la lapide, alcuni dissero che avevo dato troppo rilievo a un asino. Ma Brosco aveva condiviso con me il pane, la fatica, il caldo e la pioggia. Nei giorni buoni camminava al mio fianco; in quelli cattivi mi riportava a casa. Se questo non è essere compagni di vita, allora molti matrimoni devono cambiare nome.
Giorgio tornò a sorridere.
- E di Brosco avete avuto mai notizie?
Fidili si rimise la coppola.
- Qualche notte lo sento ragliare oltre il muro. Oppure è soltanto il vento.
- E non andate a controllare?
- Non serve. Se è lui, sa che sono qui. Se è il vento, non voglio dargli la soddisfazione di avermi ingannato.
Si chinò e raccolse una foglia secca caduta davanti alla lapide.
- Ho organizzato tutto perché non volevo lasciare agli altri il compito di raccontare chi fossi. I parenti avrebbero scelto una fotografia elegante, magari con la cravatta, e avrebbero scritto che ero stato un uomo esemplare. Io non lo ero. Ero un contadino con il suo asino, ma insieme abbiamo percorso più strada di tanti uomini importanti.
- Non vi faceva paura vedere la lapide già pronta? - gli domandai.
- All'inizio faceva un po' impressione. Poi ci passavo davanti e controllavo che fosse pulita. Mi abituai. Era come avere una casa in costruzione: mancava soltanto il giorno del trasloco.
- E quando arrivò quel giorno?
Fidili guardò lo spazio nel quale era stata aggiunta la data della morte.
- Non me ne accorsi. Come tutti i traslochi organizzati dai parenti, fecero in fretta.
Giorgio gli posò una mano sulla spalla.
- Noi andiamo, cumpari Fidili. Dobbiamo continuare il giro.
- Andate. E quando torni dall'altra parte - disse rivolgendosi a me - se qualcuno ti dice che era soltanto un asino, non discutere. Chiedi soltanto a coloro che ne hanno avuto uno chi li ha riportati a casa nei giorni peggiori della loro vita.
Ci allontanammo. Dopo pochi passi mi voltai. Cumpari Fidili rimase davanti alla tomba intento a osservare la fotografia. Passò due dita sulla foto, con un gesto lieve, quasi volesse accarezzare il suo compagno.
- Aveva davvero preparato tutto? - chiesi a Giorgio.
- Tutto.
- E la fotografia?
- La teneva in casa sopra il comò. Ogni tanto la mostrava agli ospiti e domandava chi dei due fosse venuto meglio.
- Che cosa bisognava rispondere?
Giorgio sorrise.
- Brosco. Fidili non si offendeva. Diceva che almeno uno dei due doveva essere fotogenico.
Pensai ancora una volta a quella lapide. Non c’era soltanto la fotografia di un uomo in groppa a un animale. Era il ritratto di due creature che avevano attraversato insieme la stessa fatica. Fidili aveva preparato la propria tomba prima di morire non per immodestia, ma per impedire che, nel raccontare la sua vita, qualcuno dimenticasse il compagno che ne aveva portato gran parte del peso.
Guardai quella parte di camposanto, quei solchi e quelle croci con occhi diversi. In poco spazio avevamo compiuto un lungo viaggio nella memoria. Giorgio lasciava affiorare una sensibilità che non gli avevo mai conosciuto; forse non era cambiato, forse ero stato io a non scorgerla. La nostra amicizia veniva da lontano. Eravamo cresciuti nei vicoli dell'ospedale, fin da quando lo rincorrevo mentre pedalava sul suo triciclo. Poi erano arrivati gli anni inquieti dell'adolescenza e del liceo e, in seguito, quelli dell'età adulta. Avevamo condiviso momenti di goliardia e di spensieratezza, ma tra noi esisteva anche un'intesa silenziosa; eravamo capaci di intuire se qualcosa o qualcuno avesse turbato la giornata dell'altro, persino senza bisogno di parlarne.
Tante piccole cose mi riconducevano a lui e, dopo la sua morte, alcuni particolari sono diventati richiami precisi della memoria, segnali capaci di restituirmi, per un istante, la sua presenza. Tra questi, uno dei più intensi, c'è una canzone de Le Orme: Amico di ieri. La ascoltai per la prima volta insieme a lui, nell'auto di suo fratello. Nessuno di noi aveva ancora la patente, ma Giorgio, ogni tanto e in modo del tutto irregolare, ne approfittava per fare qualche rapido giro per il paese e mi invitava a fargli compagnia. Erano piccole avventure clandestine, vissute con l'incoscienza dell'età, e anche occasioni per ascoltare le musicassette con le canzoni di quegli anni. La strada scorreva fuori dai finestrini mentre la musica riempiva l'abitacolo, e noi non potevamo immaginare che, molto tempo dopo, una di quelle canzoni sarebbe diventata per me il custode di un'intera stagione della vita. Soltanto con gli anni ho compreso fino in fondo il significato di quel brano de Le Orme. Il testo è stato scritto e dedicato al vento di Santa Ana in California, che un tempo accompagnava il cammino dei pionieri diretti verso la costa del Pacifico; era considerato un amico, un compagno di viaggio, atteso e celebrato come una presenza magica.
Con il trascorrere del tempo e l'avvento della modernità, però, quello stesso vento, quando torna a soffiare impetuoso come in passato, viene percepito come un elemento sgradito. Non è il vento a essere cambiato; è mutato il mondo che lo accoglie e, insieme al mondo, anche lo sguardo degli uomini. Forse anche l'amicizia e la memoria somigliano a quel vento.
Ritornano all'improvviso, attraversano gli anni e sollevano ciò che credevamo ormai posato per sempre. Portano con sé voci, strade, canzoni e gesti apparentemente insignificanti, restituendo loro un senso nuovo. Così Amico di ieri è diventata, per me, la canzone di Giorgio; ogni volta che la ascolto, quel vento antico torna a soffiare e lui riprende posto accanto a me, nell'auto di suo fratello, mentre percorriamo ancora una volta le vie del paese. Per pochi minuti il tempo si arrende, la morte arretra e ciò che è stato torna a essere presente.
– Mi pari llujutu! A che pensi? – mi chiese Giorgio, vedendomi assorto a leggere tutti quei nomi.
– A nulla in particolare. Riflettevo. Guardando queste tombe, e le loro croci di legno, mi è tornato in mente un personaggio di cui mi parlavano mio nonno e mia madre. Raccontavano che, durante l'inverno, per riscaldarsi bruciava le croci del cimitero.
– Peppi 'n Diu si chiamava – precisò Giorgio.
– Ogni tanto lo si vede ancora orbitare da queste parti. Ha la fissazione di tenere in ordine le croci di coloro che sono sepolti nella terra. In fondo, lui era uno di casa al camposanto già da vivo.
Gli mancava qualche mercoledì e, forse, anche qualche valvola, ma non pareva preoccuparsene troppo. La sua dimora notturna era una nicchia; durante il giorno vagava per le contrade, raccattando qualcosa da mangiare, mentre la sera rientrava al cimitero e trovava riparo in qualche loculo vuoto. Si fermò un momento, come per riordinare i ricordi, poi riprese:
– Durante gli inverni, quando il levante calava con tutta la sua fredda boria, Peppi, per difendersi dal gelo, raccoglieva alcune croci di legno dalle tombe e accendeva un piccolo fuoco. Il giorno seguente, però, le rimpiazzava con croci di canna preparate da lui. E davanti a un rimprovero di qualcuno per quella sostituzione, rispondeva con la massima serenità: "Ciuci cacciu e ciuci mentu". (Croci tolgo e croci metto).
Nella sua logica semplice il conto tornava: il legno lo aveva salvato dal freddo e la canna aveva restituito ai morti il loro segno. Forse Peppi 'n Diu aveva compreso, a modo suo, che una croce non vale per la materia di cui è fatta, ma per ciò che rappresenta.
Ci spostammo più avanti e arrivammo in un angolo del camposanto che non avevo mai visto. C'era una sola tomba, appartata dalle altre, con un po' d'erba cresciuta ai lati e una croce spoglia, senza fotografia né nome. Sembrava che persino il tempo, passando di lì, avesse preferito non lasciare tracce.
– Chi è sepolto qui? – chiesi.
Giorgio si tolse il garofano dall'occhiello e lo posò sulla pietra ai piedi della croce.
– Un uomo che non ricorda più nessuno.
– Perché? Non ha parenti e amici? – chiesi.
– Non aveva figli, non possedeva terre, non frequentava cantine né bar e, cosa ancora più grave, non aveva nemici. A volte, per lasciare memoria di sé, bisogna almeno rovinare la vita a qualcuno.
Mi disse che quell'uomo si chiamava Lupo. Aveva trascorso la vita riparando armacere nelle strade di campagna, accudendo animali e aiutando chiunque glielo chiedesse. Non parlava quasi mai di sé e non pretendeva riconoscenza. Evidentemente gli mancava quella sana ambizione che spinge molti a fare un favore soltanto per poterlo raccontare in piazza.
– Era una brava persona?
– Da quello che so, pare di sì.
– E allora perché nessuno lo ricorda?
– Perché non faceva rumore. I vivi confondono facilmente il rumore con l'importanza. Più uno si agita e fa baccano più sono convinti che stia combinando qualcosa di memorabile.
Giorgio abbassò lo sguardo verso la tomba.
– Lupo è uno dei pochi che qui non si lamenta. Dice di aver ricevuto abbastanza dalla vita: un tetto, il pane, due amici e un cane che lo aspettava davanti alla porta. Non ha lasciato opere degne di tale nome, ma neppure conti in sospeso. Tutto sommato, un bilancio migliore di quello di molti uomini illustri.
– E preferisce stare in disparte?
– È allergico ai clamori e ai chiacchiericci. Dice che sono debolezze dei vivi e che chi si affanna per vanità lo fa soprattutto perché teme di essere dimenticato. Da morto, invece, sostiene che non valga la pena darsi tante arie. Qui i titoli non servono e le lapidi, alla lunga, fanno tutte la stessa fine.
Quella battuta mi fece sorridere, ma lasciò in me una sottile tristezza.
– Tu hai paura di essere dimenticato? – chiesi a bruciapelo.
Giorgio scrollò le spalle.
– Prima o poi succederà. Persino le lapidi, con il passare del tempo, perdono le lettere o si sbiadisce la vernice. Ma non è importante essere ricordati se poi il ricordo non è sentito e sincero. Basta esserlo bene per qualche minuto, magari davanti a una Peroni fresca... – rise.
– Io non ti dimenticherò – dissi, con pacatezza.
– Non fare promesse che il tempo potrebbe trasformare in bugie. Limitati a raccontare qualche scemata su di me, tipo il viaggio a Montecarlo, il concerto al Palalido di Milano e il viaggio da Gioia Tauro a Milano quando incontrammo le due ragazze "incannizzate" a cui ho offerto una Marlboro al posto di un cannone. E ogni volta che mi ricordi con gli amici mi viene voglia di una birra e di una sigaretta, te l'ho già detto. Le sciocchezze ho l'impressione che durino più dei monumenti e, quasi sempre, costano molto meno.
Rimanemmo in silenzio davanti alla tomba senza nome. Pensai che Lupo non fosse stato davvero dimenticato; continuava a vivere nel garofano di Giorgio, nel suo nome appena pronunciato e nel pensiero di uno sconosciuto fermo davanti alla sua croce.
– Prima di risalire, e passare a visitare la tomba di un galantuomo che hai conosciuto bene quanto me, e poi mostrarti una cappella particolare che si trova proprio lì vicino, vorrei scendere fino all'ultima rasula, perché, in un loculo appartato, riposano i resti di una persona alla quale, nella vita, è andato tutto storto – mi anticipò Giorgio.
– Chi è? – chiesi incuriosito.
– Quando saremo lì, vedrai...
Scendemmo alcune rampe di scale, senza però staccare gli occhi dalle lapidi che costeggiavano il percorso. Ogni fotografia e ogni nome riportavano alla mente frammenti di memoria; persone che avevo conosciuto durante l'adolescenza e tante altre scomparse negli ultimi anni. Ciascuna lasciava intravedere una storia, talvolta piccola e semplice, altre volte tormentata e dolorosa, segnata da vicende che il tempo aveva già consegnato al silenzio. Giungemmo proprio nel punto in cui finiva il camposanto. Lì, addossato al muro che lo separava dall'uliveto della Resta, sorgeva un piccolo nucleo di loculi, in una zona anonima e appartata, dove difficilmente si passava per caso. Ci avvicinammo al cancelletto chiuso da un lucchetto e Giorgio, cedendomi il passo, mi disse:
– Guarda. Lo ricordi?
Mi accostai alle sbarre e scrutai con attenzione. La lapide era disposta lateralmente rispetto al mio punto di osservazione, ma riuscivo comunque a vederla abbastanza bene da riconoscere Gianni. Sul bordo superiore della lapide erano adagiate due sigarette; nella fotografia appariva seduto, con gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali da sole.
– Certo che lo ricordo. È Gianni – dissi.
– Conosco le drammatiche vicende che hanno segnato la sua vita. Siamo stati anche amici, finché ci è stato possibile. In un giorno d'agosto di tanti anni fa, quando vivevo ancora in paese, raccolsi le sue amare confidenze. Mi raccontò la sua prima disavventura: venne arrestato perché indicato come uno tra gli esecutori di un sequestro. Ma lui non c'entrava nulla.
Aveva trascorso più di sei anni dietro le sbarre per un delitto che le sue mani non avevano mai commesso. Era figlio di una comunità che portava ancora su di sé la colpa di essersi adagiata sui preconcetti e di aver compreso troppo tardi come fossero andate realmente le cose. Un paese che aveva provato a ravvedersi quando ormai tutto era accaduto e dove, ancora adesso, c'era chi abbassava lo sguardo passando davanti a quella lapide, come si fa dinanzi a un rimprovero mai del tutto sopito. Tornato in libertà dopo la lunga galera "a cridenza", Gianni aveva cercato di riprendersi quella vita silenziosa e semplice, propria di chi non conosce altra strada che ricominciare in sordina. Morì nel pomeriggio di un giorno cupo, colpito da un pallino di una fucilata che non cercava lui e per un rancore del tutto estraneo alla sua storia. Il piombo, si sa, non consulta i fascicoli processuali e non distingue il colpevole dall'innocente. Trovò lui, con la stessa indifferenza con cui la grandine si abbatte su un campo e ne risparmia un altro. Posto sbagliato, momento sbagliato: parole che in paese si ripetevano a bassa voce, quasi che pronunciarle ancora potesse restituirgli, anche solo per un istante, i sei anni che gli erano stati sottratti prima e tutti quelli che gli erano stati negati dopo.
– Vedi – disse Giorgio, rompendo il silenzio – 'nci voli culu 'nta vita.
Lo disse con quel tono che assumeva ogni volta che si trovava a recriminare contro un destino che aveva giocato sporco. Poi continuò:
– Non basta riconoscere un'ingiustizia quando ormai non si può fare più nulla. Il pregiudizio ha condannato Gianni prima ancora dei giudici e quello che gli è accaduto dopo non bisogna augurarlo nemmeno al peggior nemico – chiosò Giorgio.
La sua storia diceva che si può essere innocenti due volte e due volte condannati: prima dagli uomini, poi dal caso. Gianni era vissuto ai margini della comunità e persino nel camposanto gli era toccato un luogo appartato. In paese lo avevano giudicato per il suo modo schivo e per i lavori saltuari, come se soltanto un'occupazione stabile concedesse dignità. Non rubava e non chiedeva nulla; aveva soltanto mancato di somigliare all'immagine che gli altri pretendevano da lui. Nelle piccole comunità, a volte, basta essere diversi per essere condannati prima ancora di essere conosciuti.
Dopo la visita a Gianni, turbati e con i pensieri appesantiti, tornammo verso le rasule dove riposavano coloro che erano stati sepolti nella terra.
– Ora andiamo dall'altra parte – disse Giorgio.
– Ci sono altre tombe a terra. Là troveremo un personaggio che non abbiamo conosciuto personalmente, ma che è rimasto nella memoria di molti. Ha ispirato anche alcuni artisti locali: da una pittrice affermata a un mastro cantatore d'eccezione.
– Chi è? – chiesi, con la curiosità di chi stava scoprendo un mondo nuovo.
– Ne avrai sentito parlare anche tu. È ancora ricordato da molti per la simpatia che suscitava e per le sue singolari profezie.
Più Giorgio girava intorno al discorso, più cresceva la mia curiosità. Giungemmo in quell'angolo del camposanto. Giorgio si fermò e, indicando una tomba, disse:
– Qui riposa Peppi 'a Mmendula. Molti anziani lo ricordano perché, a modo suo, fu un inconsapevole profeta del boom economico. Predicava di "milioni bilioni e milioncini" quando quelle parole, da queste parti, indicavano somme che quasi nessuno riusciva neppure a immaginare. Proveniva da una famiglia molto povera e pare che avesse perso una figlia a causa del rovesciamento di una caddara d'acqua bollente. Da quel momento, la sola vista delle caddare lo riempiva di terrore. Cominciò così a girovagare per il circondario, declamando a modo suo la storia dell'"avanzamento".
– Giorgio, ne ho sentito parlare spesso anch'io, in famiglia e soprattutto da mio nonno. Quella storia dell'avanzamento, che potrebbe sembrare una strampalata anticipazione dei futuri passi del progresso, era in realtà una rivendicazione di giustizia sociale; un concetto semplice, espresso ingenuamente, secondo il modo in cui Peppi percepiva il mondo e le sue ingiustizie – commentai.
Nel linguaggio paesano, “avanzare” significa vantare un credito nei confronti di qualcuno, ben diversamente dal significato comune del termine. Quando Peppi si fermava ai crocicchi a declamare, immaginava di vantare dei crediti nei confronti della vita. Elencava le famiglie più facoltose del circondario e sosteneva che proprio coloro che avevano ricevuto tanto dovessero restituire qualcosa a chi, come lui, aveva avuto molto poco. La sua contabilità era grossolana, ma non del tutto campata in aria. Peppi non conosceva teorie economiche e probabilmente non avrebbe saputo pronunciare l'espressione "redistribuzione della ricchezza". Eppure, ne aveva intuito il principio nella sostanza. Quando pochi possiedono molto e molti non hanno quasi nulla, esiste un debito che non è segnato in nessuna "libretta nera", e dovrebbe pesare ugualmente sulla coscienza di una comunità.
La giustizia sociale immaginata da Peppi 'a 'Mmendula non pretendeva d'impoverire i ricchi, ma chiedeva soltanto che nessuno fosse condannato a essere troppo povero. Nei suoi "milioni, bilioni e milioncini" c'era l'ingenua speranza che la vita, prima o poi, saldasse i propri conti. Forse il progresso poi è arrivato davvero, ma non nella forma che lui aveva immaginato; i milioni giunsero, e perfino i bilioni e i trilioni, ma continuarono a rimanere incagliati nelle mani di chi ne possedeva già abbastanza. Il credito di Peppi, invece, rimase aperto. E, a ben guardare, sembra sia un credito perenne.
Camminando accanto a Giorgio, mi accorsi che non stavo visitando soltanto delle tombe, ma la memoria del paese. Dietro ogni nome riaffiorava una vita sottratta alle gerarchie e ai pregiudizi con cui l'avevamo giudicata. Il camposanto restituiva dignità soprattutto a chi, da vivo, era rimasto ai margini.
Lasciammo quel lembo di camposanto e risalimmo fino alla rasula dove vi erano per lo più tombe di famiglia; facemmo le scale senza proferire verbo, la visita a Gianni aveva un po' turbato i nostri stati d'animo. Giorgio era come un mastro di casa e come tale dettava tempi e spostamenti:
– Ora andiamo a trovare il professore Totò, l'hai conosciuto anche tu – mi disse.
– Mantiene la classe e l'eleganza del galantuomo che era già da vivo: discreto e rispettoso allora, riservato e reverente adesso. Ogni tanto lo vedo passeggiare in compagnia di don Luca e, ti assicuro, quando quei due sono insieme sembra che tutto intorno si fermi per ascoltarli. Mi è capitato di sentirli conversare, anche in latino, e sono rimasto colpito dalla semplicità con cui riescono a rendere chiare anche le questioni che a noi appaiono più difficili, ma per loro diventano le occasioni per elaborare concetti e pensieri mai banali.
– Bella compagnia – commentai.
– Spesso ci accorgiamo del valore delle persone quando non ci sono più. Chi non urla per imporsi trova poco spazio nei nostri paesi – commentai.
Arrivammo davanti alla tomba di famiglia del Professore. Il suo loculo era in alto a destra, quasi nascosto, discreto. Sulla lapide comparivano il nome, il cognome e le date di nascita e di morte, nessuna foto e un breve epitaffio: "Usque ad mortem et ultra". Le cinque parole latine dell'epitaffio erano il suo testamento morale: "Fino alla morte e oltre", a ribadire la fedeltà ai principi e ai valori che avevano fatto di lui un vero maestro e un galantuomo. Per chi lo aveva conosciuto, il suo nome bastava a dire chi fosse stato: un sigillo sulla sua esistenza terrena. Non aveva voluto affidare il proprio ricordo a una fotografia, a un istante fermo nel tempo. L'assenza di un'immagine spingeva chi visitava la tomba a cercare nella memoria il volto, i gesti, la voce e i pensieri; il segno di un uomo estraneo alla vanità, persino nel pensarsi dopo la morte.
Mentre tornavamo verso il vialetto principale, dal ripiano sottostante giunsero voci concitate. Due persone discutevano a bassa voce, ma con una certa vivacità. Mi voltai verso Giorgio per capire cosa stesse accadendo:
– Altro che riposare in pace, qua ne succede una al minuto – dissi ridendo.
Lui mi rivolse un sorriso rassicurante.
– Non preoccuparti. Adesso parlano piano, ma fino a qualche anno fa alzavano molto di più la voce, disturbando persino chi riposa lì accanto. Forse sono gli unici a non aver ancora capito che, una volta varcato quel cancello, resta ben poco da rivendicare.
Fece una pausa, poi aggiunse:
– Sono Rocco e Ciccio Fragomeni, padre e figlio.
– E per cosa litigano?
– Questioni di "lira" – rispose ridendo.
– Devi sapere che Rocco possedeva un uliveto che avrebbe permesso alla famiglia di vivere dignitosamente. Era però vittima della propria avarizia: quando vendeva l'olio all'ammasso, portava a casa pochi spiccioli e convertiva il resto in monete d'argento da cinquecento lire. Poi le chiudeva in una cassetta di metallo e le sotterrava sotto la nocara, nel lacco più lontano della proprietà. Era benestante, ma costringeva i suoi a vivere di stenti, tanto che persino i vicini si domandavano come fosse possibile tanta povertà.
Quando Rocco morì nessuno sapeva dell'esistenza del tesoro. Forse si credeva immortale o immaginava che quelle monete potessero seguirlo nell'aldilà. Dopo il funerale, gli eredi cercarono ovunque, convinti che avesse nascosto del denaro, ma non trovarono nulla. Ciccio si dannò per anni, senza risultati. Poi, una notte, Rocco gli apparve in sogno. Ebbe appena il tempo di indicargli il lacco e sussurrare una parola: "nocara". Ciccio interpretò quel sogno come un segno preciso. All'alba corse sotto l'albero e cominciò a scavare. A un tratto la zappa urtò una cassetta di ferro. Dentro c'era la ricchezza che Rocco aveva accumulato a discapito della sua famiglia, costringendola a vivere in povertà.
– E ora cosa rimprovera Ciccio al padre? In fondo, apparendogli in sonno e indicandogli il nascondiglio, ha cercato di rimediare.
– Certo, ma Ciccio gli rinfaccia di aver pensato soltanto ad accumulare denaro e di averne disposto come se appartenesse solamente a lui, privando la famiglia di una vita dignitosa.
– E così litigano ogni giorno?
– Più che litigare, ognuno difende le proprie ragioni. Sono ancora abbagliati dal luccichio della "nicula". Non hanno capito che il denaro finisce per possedere chi si illude di possederlo. Rocco ha vissuto nel terrore del futuro, dimenticando il presente; Ciccio, invece, resta prigioniero del rancore e di ciò che poteva essere e dimentica persino dove si trova. Rocco era un povero ricco, ostaggio di un tesoro che non avrebbe mai speso, condannato a morire di fame pur di continuare a riempire la sua cassetta – commentò Giorgio.
– Avresti potuto fare scuola a entrambi! – dissi ridendo.
– Anch'io sono stato vittima del denaro e l'ho capito troppo tardi. Ho fatto l'opposto di Rocco: ho dissipato tutto, vivendo come se non ci fosse un domani. Forse l'equilibrio sta a metà strada tra me e lui – concluse sorridendo.
Continuammo a camminare, sospesi tra il serio e il faceto, quando scorsi in lontananza una sagoma. Avanzava con passo svelto e affannato, la barritta sotto il braccio, si fermava davanti ai loculi per osservare le lapidi.
– Giorgio, chi è? – domandai incuriosito.
– Non l'hai riconosciuto?
– Non lo distinguo bene, ma quella camminata mi sembra familiare.
– Certo che lo è. Da ragazzi giocavamo vicino al suo laboratorio: è don Bernardo! Esce di notte, perché dice che solo col buio si notano le luci spente, e gira per il camposanto – si fermò un attimo.
– Non ha mai smesso di fare l'elettrotecnico: si prende cura delle luci delle lapidi e, quando occorre, ripara i collegamenti. Qui ormai lo chiamano "l'uomo della luce perenne". E lavorare di notte non gli dispiace affatto.
- Certo che lo ricordo. Era l'elettricista di Santa Rita e di San Rocco – dissi.
– Preparava i truselli per le processioni e, nelle ore che precedevano l'uscita dei santi dalla chiesa, diventava sempre più inquieto. Temeva che qualcosa potesse andare storto e, prima di collegare gli accumulatori all'impianto di lampadine che adornavano le vare, alzava lo sguardo verso i santi e recitava puntualmente: "Oh, Madonna bella, 'u juma!" Era un'accorata richiesta d'aiuto alla Madonna, perché forse neppure lui si fidava del lavoro appena terminato. Accadeva ogni anno, a ogni processione dell'Abbazia – sorrisi.
Giorgio annuì, come se quei ricordi fossero tornati alla mente anche a lui e aggiunse:
– Qualche anno fa mi propose di collaborare con lui. Dal momento che sono un nottambulo e giro spesso di notte, avrei dovuto annotare tutte le luci spente e consegnargli ogni mattina un elenco, così da permettergli interventi mirati.
Si fermò un istante, quindi riprese.
– Gli dissi: "Don Bernardo, non è un lavoro per me. Di elettricità non capisco nulla. E poi, se una lampadina è spenta, come faccio ad accorgermi al buio che proprio lì dovrebbe esserci una luce? Se è spenta non si vede; se è accesa, si vede, ma non ha bisogno di essere riparata".
Sorrise.
– Ne nacque una discussione che durò giorni. Sembrava un trattato filosofico esistenziale sulla funzione e sul valore della luce perenne, ma da parte mia c'era solo la volontà di non assumermi l'incarico.
– Immagino, somigliavate a Totò e Peppino nelle loro elucubrazioni sulla nebbia: se c'è la nebbia non si vede, ma se non si vede, come si fa a vedere che c'è la nebbia?
Ridemmo.
– Caro Giorgio, questo rompicapo sarebbe stato pane per i denti di Melo.
Mi fermai. Lui mi guardò incuriosito.
– Quale Melo?
– Quel giovanotto che frequentava il Bar Centrale, soprattutto la domenica, con il pacchetto di Marlboro arrotolato nella manica corta della maglietta, e fare da uomo navigato.
Noi ragazzini lo consideravamo grande e sapiente. Si intendeva di tutto: calcio, motori, cinema, donne. Qualunque fosse l'argomento, parlava con la sicurezza di chi sembrava aver vissuto ogni esperienza un attimo prima. Fu un precursore della cultura delle convinzioni: uno dei primi a essere convinto di sapere tutto e, ai nostri occhi ingenui, appariva davvero così – precisai.
– Certo che lo ricordo. È ancora dall'altra parte del cancello?
– Sì. Anche se vive al Nord, ti assicuro che, se lo avesse oltrepassato, ve ne sareste accorti tutti! Gli auguro di arrivare il più tardi possibile, ma quando accadrà non passerà certo inosservato. E con la maestra Ernesta saranno scintille.
Compresi che quel cancello non separava davvero i vivi dai morti. Divideva soltanto due modi di abitare lo stesso paese: gli uni nelle sue strade, gli altri nei ricordi di chi continuava a pronunciarne il nome.
– Ti sei stancato? – mi chiese Giorgio.
– No, da quando sono qua è come se il tempo si fosse fermato, e poi queste continue riscoperte mi portano indietro nel tempo. Credo che anche tu abbia scoperto molte cose che non sapevi.
– Già, di molti personaggi avevamo sentito parlare, ma non li avevamo mai conosciuti, e poi qua ho potuto appurare molte verità su fatti di cui conoscevo una versione a volte parziale.
Si fermò un istante, come per scegliere qualcosa che potesse incuriosirmi. Ormai era chiaro che si sentiva la mia guida in quell'insolita escursione. Infatti, con un sorriso complice, aggiunse:
– Tu lasciati guidare da me. Quando tornerai dall'altra parte del cancello, saprai molte più cose sul nostro paese e sulle persone che lo hanno abitato. Scoprirai che ogni storia ha almeno due versioni: quella raccontata dai vivi e quella custodita qui dentro.
– E quale delle due è quella vera? – domandai.
Giorgio sorrise e riprese a camminare.
– Sulle narrazioni dei fatti bisogna sempre togliere la tara, ascoltare sempre tutte le versioni e, qualche volta, anche i silenzi.
Non avevamo ancora finito di parlare quando, tra la luce fioca dei lumini, vidi avvicinarsi un uomo dall'aria distinta: giacca e cravatta, occhiali scuri e capelli neri tirati di lato con la brillantina. Giunto davanti a noi, salutò:
– Ciao, Giorgio.
– Carissimo don Ciccillo – rispose il mio amico.
– Lui è con te? È un tuo amico?
– Sì, don Ciccillo. È un mio amico... e non è figlio unico – precisò Giorgio.
Dopo aver sentito il suo nome per la seconda volta, ricordai chi fosse: era stato il titolare di un'azienda di trasporti che collegava il paese con Palmi e Reggio Calabria. Con la sua proverbiale goliardia non avrebbe sfigurato nel cast di Amici miei. Era, in fondo, un Giorgio più adulto.
– Senti, posso proporre una scommessa al tuo amico?
– None... abbiamo da fare – rispose Giorgio, cercando di sottrarmi alle sue grinfie.
– A parte il fatto che qui c'è ben poco da scommettere, ve l'ho già detto: non è figlio unico.
– Ah, allora niente – concluse don Ciccillo. Dopo una breve pausa aggiunse:
– Comunque, ti aspetto per un'altra partita a scopa.
– E ne abbiamo di tempo per una partita. Adesso sono impegnato.
– Va bene. Faremo un “ventuno” rivincita e bella.
E si allontanò.
– Giorgio, come fate a giocare a scopa senza carte?
– È un gioco di memoria. Giochiamo a carte scoperte: ciascuno dichiara quelle immaginarie che ha in mano, tenendo conto delle carte già uscite e di quelle annunciate dall'avversario. È un buon esercizio. D'altronde, qui il tempo gioca con noi.
– Perché gli hai ripetuto due volte che non sono figlio unico?
– Ora ti spiego. Sediamoci su quei gradini, perché la storia è lunga.
Ci accomodammo e Giorgio cominciò:
– Don Ciccillo era capace di percorrere mezzo giro di piazza alla guida di uno dei suoi autobus soltanto per andare a comprare le sigarette, dopo il solito caffè al Bar Sella, al tabacchino di fronte. Trascorreva quasi tutti i pomeriggi in piazza Umberto, sempre pronto a organizzare scherzi ai danni di chiunque passasse nei pressi del bar. Tra i suoi compagni abituali c'era il Veterinario, spesso accompagnato dai due figli. Erano ragazzi educatissimi, che non si allontanavano mai dal padre e non commettevano la minima sgarberia. Tra gli amici, perciò, si era diffusa la convinzione che fossero un po' bacchettoni. Da qualche giorno frequentava il bar anche un giovane dall'aspetto distinto. Nel primo pomeriggio arrivava, ordinava il caffè e si sedeva in disparte. La cravatta e il gilet lo facevano apparire ancora più lontano dai modi sbracati della compagnia di don Ciccillo. La sua presenza non era passata inosservata. Don Ciccillo aveva fatto qualche ricerca e scoperto che il giovane era il nuovo cancelliere della Pretura: figlio di un medico di Pizzo, proveniva da una famiglia benestante ed era stato mandato a Oppido per volontà del padre, che gli aveva procurato una sede tranquilla, lontana dai trambusti dei grandi tribunali. Nei primi giorni il cancelliere aveva evitato ogni tentativo di confidenza. Aveva persino rifiutato, con garbo, i caffè che la compagnia cercava di offrirgli. Quell'ostinazione a mantenere le distanze, però, stuzzicava lo spirito goliardico di don Ciccillo. Era impensabile che un tipo simile riuscisse a sfuggirgli. Un pomeriggio don Ciccillo si sedette al tavolino accanto al suo e sollevò sulla fronte gli immancabili occhiali scuri:
"Buon pomeriggio, signore".
"Buon pomeriggio a lei", rispose il cancelliere.
"Ho scommesso un caffè con i miei amici: lei è di Reggio?"
"No, sono di Pizzo. Mi dispiace".
"Mannaggia, ho perso! A lei piace scommettere?"
"No, non amo le scommesse".
"Peccato! Volevo puntare cinquemila lire sul fatto che mi sarei tuffato in mutande nella vasca al centro della piazza".
"Le ripeto che non mi piace scommettere", rispose il giovane con un lieve sorriso.
Quella conversazione attirò gli altri avventori, compresi il Veterinario e i suoi figli.
La barriera era caduta e il nuovo funzionario, volente o nolente, stava per finire nella rizza.
"Scommettiamo che lei è figlio unico?", incalzò don Ciccillo.
"Le ho già detto che non scommetto. Comunque, sì, sono figlio unico. Da cosa lo ha capito?"
"Da una teoria infallibile: i figli unici, per natura e condizione, sono tutti 'cazzoni'. Fanno eccezione i figli del mio compare Veterinario, qui presenti, che, pur essendo in due, hanno entrambi tutte le caratteristiche dei figli unici".
Il cancelliere sbarrò gli occhi e incrociò lo sguardo del Veterinario. Entrambi sembravano chiedersi quale delle due offese fosse la più grave, mentre don Ciccillo, con un ghigno beffardo nascosto dietro gli occhiali scuri, si alzava per andare a pagare le consumazioni delle sue vittime. Quel giorno si era superato: con un solo colpo aveva fatto doppietta.
Ridemmo a lungo. Giorgio mi aveva appena restituito una di quelle storie paesane che, passando di bocca in bocca, finiscono per sopravvivere persino ai loro protagonisti.
– Ora ricordi chi è don Ciccillo? – mi chiese.
– E il perché puntualizzavo che non sei figlio unico? – si fermò.
– Lui è il solito furbo e sono convinto che sia tra quelli che più fanno dannare don Bernardo. Finge di andare a trovare un amico e poi svita un po' le lampadine delle luci perenni e appaiono non funzionanti.
– Come ti dicevo, qua ci mancano tutte le banalità, persino le carte per fare una scopa, ma si continuano a mantenere le abitudini che si avevano in vita. Rimaniamo attori senza spettatori e incassi.
Riprendemmo la camminata risalendo verso la parte alta del cimitero. La scalinata cominciava a salire con maggiore pendenza e in alcuni punti si restringeva tra due file di loculi, costringendoci a procedere l'uno dietro l'altro. Giorgio avanzava davanti a me senza mai esitare agli incroci, come se conoscesse ogni gradino e persino le crepe aperte dal tempo nel cemento. Io lo seguivo in silenzio, lasciando scorrere lo sguardo sui nomi, sulle fotografie e sui fiori scoloriti poco illuminati dalle luci perenni. Più salivamo e più le tombe recenti lasciavano spazio alle vecchie cappelle di famiglia, alcune ben conservate, altre segnate dall'umidità e dagli anni.
Dai cancelli, alcuni arrugginiti, si intravedevano altari di marmo, lumini consumati e fotografie ormai sbiadite. In certi punti le erbacce spuntavano tra le lastre, mentre i cipressi allungavano le proprie ombre alla luce della luna sui vialetti, dando l'impressione che anche la vegetazione volesse proteggere quel luogo. Di tanto in tanto Giorgio rallentava, indicava una lapide e pronunciava un nome. A ogni nome seguiva un ricordo: un mestiere, un soprannome, una frase ripetuta per tutta la vita o un episodio che in paese qualcuno ancora raccontava. Sembrava conoscere non soltanto le storie di chi riposava lì, ma anche quelle rimaste nascoste dietro le apparenze. Io ascoltavo, sorpreso da quanto un semplice nome inciso su una lapide potesse contenere un'intera esistenza.
– Da questa parte sono sepolte alcune delle famiglie più antiche del paese – disse, fermandosi a riprendere fiato.
– Quando eravamo ragazzi ne conoscevamo soltanto i cognomi. Qui, invece, ho imparato a conoscere le persone.
Riprendemmo a salire. Il rumore dei nostri passi rompeva appena il silenzio, accompagnato dal fruscio delle foglie. Ogni tanto mi voltavo verso la parte bassa come a fissare nella mente quanto avevamo visto fino a quel momento. Giunti a un ripiano, ci fermammo accanto a una balaustra. Sotto di noi il cimitero si disponeva a terrazze lungo il pendio: tombe, cappelle e croci si susseguivano come le case di un paese silenzioso. Più in là, oltre il muro di cinta, una cortina di rami d'ulivo attraverso la quale filtrava appena uno spicchio di luna.
– Visto da qui – osservò Giorgio – il camposanto assomiglia a un presepe.
– La natività dove dimora la morte – osservai.
Il presepe celebra una nascita; il camposanto custodisce chi ha concluso il proprio cammino. Eppure, visto da lontano, anche quel luogo sembrava abitato: ogni lumino indicava un nome ancora ricordato e un legame che la morte non aveva spezzato. Nascita e morte apparivano così come gli estremi dello stesso viaggio. Tra l'una e l'altra restava la luce fragile e ostinata della memoria.
Giorgio sorrise, ma non disse nulla. Si voltò e proseguì verso l'ultimo tratto della salita. Io gli andai dietro, ormai certo che quella passeggiata non fosse soltanto un percorso tra le tombe. A ogni passo risalivamo anche il tempo, riportando alla luce volti, voci e vicende che credevo dimenticati. Nella parte più alta il silenzio era ancora più fitto. Le cappelle erano distanti l'una dall'altra e alcune sembravano abbandonate. Giorgio rallentò davanti a una costruzione appartata, diversa da tutte le altre. Era semplice, priva di statue, croci e immagini sacre. In mezzo alle cappelle ornate di angeli e Madonne, proprio quella nudità finiva per attirare lo sguardo. Giorgio si fermò e mi fece cenno di avvicinarmi.
– Siamo arrivati – disse. – Questa tomba ha una storia particolare. Anzi, più che la tomba, è ciò che manca a raccontarla.
Mi fermai accanto a lui e osservai la facciata spoglia ma sontuosa. Avevo già compreso che, anche quella volta, Giorgio non mi avrebbe mostrato soltanto un luogo, ma un altro frammento del paese e delle persone che lo avevano abitato.
– Questa tomba appartiene alla famiglia Genoese, e credo che anche tu non ci abbia fatto caso, ma se guardi attentamente ti accorgerai che è molto diversa dalle altre.
Scrutai con attenzione: al centro della parete sullo sfondo c'era una cornice ovale nera con l'immagine molto sbiadita di un volto di uomo con grandi baffi. Il tempo e la muffa avevano alterato il profilo. La struttura della cappella, concepita e costruita con i tratti di un tempio, testimoniava che a riposare in quei loculi, dove appena si leggeva qualche lettera, erano gli appartenenti a una famiglia facoltosa, forse nobile.
– Hai notato che non c'è la presenza né di una croce né di nessun simbolo cristiano?
– Vero, e pensare che davanti a questa cappella sono passato centinaia di volte e non mi sono mai accorto.
– Nemmeno io – disse Giorgio.
– Da quando sono arrivato non ho mai visto qualcuno mettere un fiore o un lumino. I loculi sono da sempre così, da quando sono arrivato. Ogni tanto si vede lui in giro, sempre riservato e schivo, si vede che appartiene alla vecchia nobiltà e di epoca molto remota.
La cappella sorgeva fra costruzioni ornate di croci, angeli, Madonne e figure di santi. Proprio per questo la sua sobrietà attirava lo sguardo. Aveva linee austere, un cancello privo di ornamenti e nessun simbolo cristiano. Persino all'interno mancavano immagini sacre: poche parole invitavano a ricordare i defunti per ciò che avevano compiuto in vita.
– Genoese visse in paese – disse Giorgio.
– La sua famiglia proveniva da Reggio e, circa centotrent'anni fa, ricoprì anche la carica di sindaco. Qualcuno ne parla ancora, come uomo e come amministratore. Il capostipite aveva probabilmente voluto quella cappella per restare fedele alle proprie convinzioni. Non era una sfida alla religione altrui, ma il rifiuto di fingere una fede che non sentiva. In mezzo a tante rappresentazioni del sacro, quell'assenza diventava essa stessa un simbolo: ricordava che il dolore, l'affetto e la memoria appartengono tanto ai credenti quanto ai non credenti.
Giorgio scosse la testa.
– Eh, caro amico: ora 'a vincimu 'a guerra! Anche lui era figlio di uno di quei corsi di laurea in cui alcuni professori chiedevano: "Trasiru i marbizzi?", oppure se fosse iniziata la produzione dell'olio extravergine. Dopo aver ascoltato le risposte chiedevano allo studente se gli andasse bene come voto 18/30, e puoi immaginare la gioia dell'allievo. L'importante era superare gli esami, non il resto. Ma un conto è superare con questa formula un esame di una materia umanistica, altro è un esame che è alla base di una professione che dovrebbe salvare vite umane. È giusto dire che il principio dovrebbe valere anche per le facoltà umanistiche, ma in quel caso la mancata preparazione potrebbe riverberarsi solo su di lui, mettendo a nudo la sua ignoranza.
Mentre faceva questa considerazione, in fondo a un vialetto vedemmo una donna vestita di nero che lucidava con cura la fotografia del marito.
– Quella è donna Carmela – disse Giorgio – la vedova più inconsolabile che il paese abbia mai avuto. Per i primi sei mesi – precisò.
Carmela aveva pianto il marito Peppino con tale devozione che, durante il funerale, la gente aveva temuto volesse farsi seppellire con lui. Otto mesi dopo è venuta fuori la notizia si era "intrescata" con il cugino, ma tutto di nascosto; in paese, naturalmente, lo sapevano anche quelli che non la conoscevano.
– Non è poi una cosa così strana, può capitare che si accenda una fiamma anche dopo un lutto – dissi.
– Infatti. Ma le malelingue sostengono che il cugino aveva argomenti validi per farle dimenticare il marito, e che argomentava bene anche prima della dipartita. Le malelingue, da noi, non hanno mai bisogno di prove: lavorano sulla fiducia.
Carmela ci salutò agitando un fazzoletto bianco.
– Giorgio, hai visto mio marito?
– Quale?
Lei lo fulminò con lo sguardo.
– Come quale? Peppino! Uno solo ne ho avuto!
– Ah, sì, sì, solo uno...
– Digli che lo cerco. Non lo vedo da mesi.
– Se lo dovessi incontrare, che cosa devo dirgli? Se mi dovesse chiedere perché lo cercate.
– Per chiarire – rispose lei.
Giorgio annuì con la serietà di chi aveva appena ricevuto un mandato di cattura. Quando ci fummo allontanati, mi raccontò che Peppino, dopo la morte di Carmela, aveva chiesto di essere trasferito nella parte opposta del cimitero.
– Perché? – chiesi.
– Dice che gli anni di matrimonio erano stati sufficienti per ottenere almeno la libertà vigilata.
– E Carmela lo cerca ancora?
– Certo. Il vero amore supera la morte. Soprattutto quando il cugino non ha ancora oltrepassato quel cancello e bisogna recuperare il titolare. Vedremo cosa succederà dopo, magari tra un po' di anni.
Scendendo i gradoni del cimitero, costruito lungo il pendio, arrivammo nella zona delle sepolture in terra; la parte più popolare, riservata a chi non aveva potuto acquistare un loculo o una tomba di famiglia. Le sepolture occupavano delle aree ben definite, con i solchi allineati e disposti alla giusta distanza, separate da un vialetto. Passando, si poteva leggere il nome di chi riposava in ogni piccolo spicchio di terra su una targhetta di lamiera nera fissata alla croce di legno. I caratteri, di colore bianco, erano spesso tracciati con approssimazione a mano libera oppure con l'aiuto di un normografo. Solo qualche tomba si distingueva dalle altre per una piccola lastra di marmo bianco piantata nel terreno, sulla quale spesso compariva una cornice ovale con la fotografia del defunto. Il nome, il cognome e le date di nascita e di morte erano incisi nel marmo e messi in risalto con dello smalto nero.
– Questa zona del cimitero conserva più storia di quanto tu possa immaginare – mi disse Giorgio.
Io la conoscevo, ma non mi ci ero mai soffermato più di tanto. Era la parte del cimitero in cui, da ragazzini, il Giorno dei Morti andavamo a raccogliere la cera colata dalle candele, per poi rivenderla al compratore che si posizionava fuori dal cancello. Persino la memoria del dolore, lì dentro, finiva per diventare un commercio di pochi spiccioli. Ora, però, a guardare quelle croci storte e quelle targhette di lamiera arrugginita avvertivo qualcosa di diverso. Lì sotto non c'erano grandi biografie né la sontuosità del marmo, c'era solo la traccia di chi era passato nel mondo senza fare rumore, spogliato infine anche della tomba decorosa.
– Poco più avanti troveremo una vecchia conoscenza, abitava nel nostro quartiere e chissà quante volte lo hai irriso.
– Chi è? – chiesi.
– Eccolo, è Ciccantoni…
– Certo che mi ricordo di Ciccantoni – precisai.
Nella foto manteneva quel sorriso svisato; lo hanno sepolto nella terra e sembra conservare ancora quell'espressione a metà tra una smorfia e una battuta che nessuno saprà mai. Al mattino era uno tra gli uomini migliori che il paese avesse mai avuto in dote: elargiva a noi muccusi ziccaddate affettuose e ogni tanto ci offriva una castagna come se la generosità fosse in lui una forma di bisogno fisiologico, una voglia di dare avulsa da ogni calcolo. Aveva, in quelle ore, l'anima intatta di un bambino che nessuna cosa era mai riuscita a corrompere. Ma il pomeriggio arrivava sempre, puntuale come una sentenza, e con il pomeriggio il vino, e con il vino l'altro Ciccantoni, quello avvinazzato, quello che i ragazzi, crudeli con l'incoscienza di chi non ha ancora imparato a temere il dolore altrui, deridevano con due parole soltanto – "astirati Nirta!" – per il gusto elementare di vederlo smarrirsi. Sbraitava, annebbiato dai fumi dell'alcol, e minacciava di inseguire tra i vicoli quella ciurma sghignazzante, fingendo di brandire una lama e di sfidarla a duello. Da ragazzi non avevamo occhi per vedere oltre le apparenze. Ciccantoni era per noi soltanto un tipo strano da schernire, non un uomo ferito, con le sue paure e le sue debolezze. Solo molti anni dopo compresi che la fragilità altrui non è uno spettacolo sul quale esercitare la propria crudeltà.
– Eh, Ciccantoni – esclamò Giorgio – 'ndi tirasti fezza! – e poi aggiunse: – A la guardia, Ciccantoni!
Lo disse con l'affetto riservato a un vecchio amico. Ciccantoni abitava a poche decine di metri da casa sua e, nonostante le nostre derisioni, ci voleva bene.
– Caro amico – mi disse Giorgio mentre continuavamo a percorrere quel piccolo viale – in queste rasule sono nascoste molte storie. Alcune curiose, altre strampalate, altre ancora così assurde che, se fossero inventate, nessuno ci crederebbe. Seguimi.
Lo seguii a passo svelto per non perderlo. Giunti davanti a una lastra di marmo, si fermò e indicò con l'indice la fotografia del defunto.
– Te lo ricordi?
Mi chinai per osservare meglio il volto.
– Certo che me lo ricordo. È Salvatore, il siciliano.
Salvatore era un gran lavoratore. Rimasto vedovo da giovane dedicò la vita alla sua unica figlia, senza farle mancare niente.
– Sì, ma lui in questa storia non c'entra. Del resto, era già morto e altro non poteva fare che rimanere impassibile.
Giorgio si interruppe per un istante. Sul volto gli comparve il suo solito sorriso, quello che anticipava immancabilmente qualcosa di bizzarro o, nella migliore delle ipotesi, qualcosa di surreale.
– Devi sapere che, la notte dopo il funerale, tra questi cipressi accadde una cosa singolare. Al calare del buio, il "Gatto" (quello che spesso faceva coppia con la "Golpe", perché c'è assoluto bisogno dei riferimenti letterari) s'intrufolò nel cimitero, o forse vi rimase nascosto dalla sera, rintanato in qualche nicchia; su questo punto non fu mai molto preciso, dato che i personaggi di una certa caratura tengono alla verità soprattutto quando raccontano le colpe degli altri.
Giorgio indicò il terreno davanti alla lapide.
– In piena notte si mise a scavare con una "pichetta" proprio qui, dove era stato sepolto il siciliano. Aveva intenzione di recuperare la collana d'oro con annesso crocefisso che Salvatore era solito sfoggiare sul petto, sotto la camicia perennemente aperta. Il Gatto, nell'elaborare il suo impeccabile piano di recupero di ori e affini, non aveva considerato che i parenti potessero aver già liberato il defunto dagli effetti di maggior valore. Perché il dolore è sacro, naturalmente, ma l'oro è meglio non lasciarlo sottoterra.
Guardai la tomba, cercando di immaginare la scena.
– Riuscì ad arrivare alla bara?
– Nemmeno a sfiorarla. Mentre scavava, sentì sulla nuca il freddo della canna di una pistola. Cercò di voltarsi, ma l'anonimo ospite glielo impedì e gli ordinò di andarsene. Rapidamente, per giunta. Il Gatto, che fino a quel momento aveva dimostrato scarsezza di riflessi nel comprendere le circostanze, recuperò all'improvviso un'agilità felina e lasciò il cimitero senza chiedere spiegazioni. Quando una pistola ti suggerisce di cambiare aria, è buona cosa darle ascolto.
– E chi era l'uomo armato?
– Non riuscì a vedere in faccia l'uomo armato, ci disse. Lasciò intendere che dietro quella pistola ci fosse un “macchiaiolo”. Non un pittore, naturalmente; uno che, in quel periodo, aveva ritenuto più salutare non dormire a casa propria. Qualcuno lo cercava e lui aveva trovato rifugio in una nicchia del cimitero, dove certamente gli affitti erano bassi, i vicini non curiosi e nessuno faceva domande.
Giorgio rivolse un'occhiata alla foto.
– Quella notte, insomma, un potenziale ladro sui generis venne cacciato da un latitante che faceva abusivamente il custode dei morti. E Salvatore, che in vita aveva lavorato senza fermarsi mai, da morto dovette preoccuparsi perfino della sicurezza del posto. Da queste parti il riposo eterno è garantito, ma la tranquillità dipende sempre da chi li visita di notte.
Giorgio si fermò a metà del vialetto, guardando le due file di croci e di piccole lastre di marmo. Per un attimo sembrò dimenticarsi di me, assorto in qualcosa che non riuscivo a capire.
– Sai, questi defunti – disse alla fine, indicando l'area – sono quelli che non hanno mai avuto niente. Niente loculo, niente cappella, niente nome inciso sul marmo da un artigiano pagato a peso d'oro. Solo una croce di legno, una targhetta di lamiera e la terra sopra. Eppure, se ci pensi, sono i più fortunati del cimitero.
Mi guardò, accorgendosi della mia espressione perplessa.
– Sì, proprio così. Chi è appartenuto a una famiglia facoltosa si ritrova con una tomba sontuosa e sembra che ci sia una competizione tra casati. Chi ha la lastra più grande, chi ha la cappella con le colonne, chi ha il defunto meglio illuminato dalla luce perenne. Persino da morti sembra che siano destinati a contendersi il primato dell’importanza.
- Questi qua invece – fece un cenno verso le tombe – sono tutti uguali. La terra non fa sconti, non guarda in faccia nessuno. E forse, per la prima volta in vita loro, hanno trovato un trattamento equo.
Si fermò un attimo e poi riprese.
– Non fraintendermi, sono morti poveri, non santi. Avranno avuto i loro difetti, i loro vizi, le loro piccole meschinità. Ma sai qual è la differenza? Quando erano in vita, nessuno li guardava. Erano gli ultimi della fila. E invece, adesso, sono qui. E io, che da vivo li evitavo o li ignoravo, da morto vengo a parlare con loro.
Rise, ma era una risata diversa dal solito.
– C'è un vecchio che mi racconta sempre la stessa storia, una donna che mi chiede notizie del figlio emigrato, un altro che si lamenta perché il vicino di tomba era muto da vivo e da morto non smette più di parlare.
Sono umani, capisci? Più umani di certi personaggi importanti che ho conosciuto da vivo, tutti tronfi e pieni di loro stessi, ma spesso vuoti come ‘na cucuzza vacanti.
– Qui mi fermo spesso a parlare con Annuzza 'a Mberna, la nostra vicina di casa. Fin da piccoli ci trattava come se fosse la nonna di tutti. Te la ricordi?
– Certo che la ricordo - risposi.
– E non posso dimenticare ciò che il lavoro rappresentava per lei. Sarebbe potuta restare a casa e godersi la pensione, ma era troppo legata alla terra per abbandonarla. Continuò a coltivare l'orto e a vendere al mercato ciò che produceva -.
Mi fermai un istante, mentre la sua immagine tornava nitida nella memoria.
– La rivedo ancora mentre spinge la carriola con la ferlazza colma dei prodotti dell'orto. La portava al mercato e, a fine mattinata, ripercorreva la strada di casa affrontando la salita con la stessa tenacia di sempre. Non credo che quei pochi spiccioli le cambiassero la vita. Per lei contava sapere che qualcuno apprezzasse i frutti del suo lavoro. Era un modo per nutrire la sua anima.
Giorgio annuì.
– Anche qui è rimasta la stessa - precisò - ogni tanto si lamenta di non avere un pezzetto di terra da coltivare. Spesso la trovi a fissare il muro che separa il camposanto dal suo vecchio orto alla Resta. Dice che il riposo eterno va bene, ma che tutto quel riposo, alla lunga, stanca.
Sorridemmo entrambi. Per Annuzza il lavoro non era stato soltanto necessità, ma identità. La terra le aveva dato il senso della fatica e il mercato quello dell'appartenenza. Non aveva lasciato ricchezze, ma il ricordo tenace della sua operosità. Si raddrizzò e mi guardò negli occhi.
– In questo lembo di camposanto sono custodite vite imperfette, segnate dalla fatica e dal bisogno. Di molte restano appena un gesto, una parola o un aiuto offerto senza clamore. Una vita non acquista valore dal marmo che la custodisce, ma dall'impronta lasciata in chi rimane.
Scosse la testa, come per scrollarsi di dosso un pensiero che lo turbava.
– Ma io dico "cazzunerii", non prendermi troppo sul serio, sennò pensi che io sia cambiato.
– Sono lo stesso, solo che in questi anni ho avuto modo e tempo di guardare le cose per come sono senza i condizionamenti che si subiscono da vivi. Vieni, che se restiamo qui ancora un po' perdo la mia abituale leggerezza e poi devo sentire le battute del vecchio che mi cugghjunija per tutta l'eternità.
Facemmo un po' di passi guardandoci intorno e giunti all’incrocio delle quattro rasule sentimmo tre brevi e stonati zunghi zunghi di chitarra. Il suono rimbalzò fra le cappelle, mettendo in agitazione alcune ombre che si affacciarono dai vialetti. Un uomo trasandato salì sopra il gradino di una tomba. Indossava una coppola scolorita, una giacca rattoppata e a trequarti e un paio di pantaloni trattenuti in vita da uno spago. Portava a tracolla una chitarra vissuta e malandata. Diede ancora tre strimpellate e:
- Sentiti, sentiti! - gridò - Si porta a conoscenza di tutti che domani mattina, allo briscire del sole fino a quando non finiscono, verranno eseguiti lavori di “diserbazione”per stanare le serpi e anche le malelingue!
Alcuni morti risero. Una voce proveniente da una cappella domandò:
- E che dovremmo fare?
L'uomo si strinse nelle spalle.
- Io devo annunciare, non devo dire quello che dovete fare, vi dovete regolare da soli.
Giorgio gli andò incontro.
- Zi’ Leu, ancora a fari baraunda??
Il banditore si tolse la coppola e la portò al petto.
- Io non faccio baraunda, la baraunda esiste già. Io la comunico ufficialmente.
- Chi è? - domandai.
- U zi’ Leu, “u vandiaturi". Da vivo annunciava le ordinanze del Comune. Di solito la gente capiva l'avviso solo dopo che lui lo aveva spiegato a modo suo. Insomma, era un mediatore linguistico, ante litteram - aggiunse Giorgio.
U zi’ Leu mi osservò con attenzione e curiosità
- Questo non l'ho mai visto.
- È un amico. Viene dall'altra parte del cancello.
Gli occhi del banditore si accesero.
- Vivo?
- Allo stato, sì - rispose Giorgio. - Ma non impressionarlo.
U zi’ leu scese dal gradino e mi girò intorno, come per accertarsi che non fossi un'apparizione.
- Allora posso affidarti una vandiata – affermò.
- Dipende che devo vandiare – chiarì.
- È una cosa seria.
Estrasse dalla tasca un foglio ingiallito, lo aprì e finse di leggerlo. Mi accorsi che era completamente bianco.
- Sentiti, sentiti! - declamò.
- Si porta a conoscenza degli abitanti del paese che molti di quelli sepolti qua sotto non erano come sono stati raccontati. Alcuni erano migliori, altri peggiori. Quasi tutti erano soltanto più complicati.
Giorgio annuì.
- Questo, per una volta, è un annuncio sensato.
- Non ho finito - replicò il banditore.
Poi riprese con voce ancora più alta:
- Chi ha ricevuto del bene e non ha ringraziato può ancora farlo. Chi ha commesso un torto e aspetta il momento giusto per chiedere scusa è informato che il momento giusto è già passato, ma può tentare lo stesso perché si fa sempre in tempo. Chi invece sostiene di non avere nulla da rimproverarsi è pregato di presentarsi qui: i morti desiderano conoscerlo, perché sarebbe il primo.
Dalle tombe si levarono mormorii di approvazione.
- E dove dovrei fare questa vandiata? - gli chiesi.
- In piazza, la domenica mattina.
- Mi prenderanno per matto - precisai.
- Anche io ero considerato matto, ma ascoltavano tutto. Non bisogna confondere la considerazione con l'attenzione: la prima non me l'hanno mai data, la seconda sempre.
Arrotolò il foglio bianco e me lo consegnò.
- Ma qui non c'è scritto niente.
U zi’ Leu mi guardò con aria offesa.
- Non c'era scritto niente neppure sui fogli che mi davano da vivo, cosa credi? Mi davano alcune parole e diventavano vere soltanto quando le pronunciavo, sempre se c’era qualcuno intento ad ascoltare.
Giorgio passò le dita sulle corde della chitarra che U zi’ Leu teneva a tracolla. Ne usci un suono stridente.
- È scordata – disse Giorgio.
- No, conosce solo le mie dita
Ripresi a esaminare il foglio.
- E se dimenticassi l'annuncio?
Il banditore si rimise la coppola, quasi scocciato:
- Allora racconta di aver incontrato un vecchio che, dopo aver prestato la voce a tutti, da morto cercava ancora qualcuno disposto a prestargli ascolto, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Il senso è lo stesso.
Si allontanò lungo il vialetto e, dopo pochi passi, diede ancora tre tocchi alle corde della chitarra:
- Sentiti, sentiti! Si avvisano i presenti che l'eternità è stata prorogata fino a nuova disposizione!
- E quando arriva la nuova disposizione? - gridò Giorgio.
U zi’ Leu continuò a camminare.
- Appena il Comune trova i fondi per levare le erbacce da questo camposanto.
Le risate si diffusero tra le tombe. Giorgio mi diede una gomitata.
- Hai visto? Da vivo annunciava le decisioni di chi comandava ora passa il tempo così perché qua nessuno lo comanda, e se ne fotte.
Ripiegai il foglio e lo infilai in tasca. Era un foglio bianco, vuoto, ma conteneva un paese intero. Le sue voci, tutte le vandiate commissionate dal Comune, e da chi vendeva il vino alla frasca. Per tutta la vita era stato considerato poco più di una voce che attraversava le strade. Eppure, ora che quelle strade avevano imparato a fare a meno di lui, mi parve che al paese mancasse proprio qualcuno capace di fermarsi a un incrocio e costringere tutti, almeno per un momento, ad ascoltare.
Poco più avanti incontrammo un uomo seduto sul bordo di una tomba. Aveva una corporatura massiccia, una bordura di capelli bianchi gli cingeva la testa e aveva mani enormi poggiate sulle ginocchia. Indossava un grembiule di cuoio annerito, segnato da piccoli tagli e bruciature. Ai suoi piedi erano allineati dei ferri di cavallo arrugginiti. Giorgio lo salutò alzando una mano.
- Mastr’Ntoni, ancora con quei ferri?
L'uomo sollevò appena lo sguardo.
- E tu ancora con quella lingua che vai predicando in giro?
- La lingua non si consuma – rispose Giorgio.
- La tua purtroppo no – ribatté Mastr’Ntoni sorridendo.
Giorgio rise e mi fece cenno di avvicinarmi.
- Lui è Mastr’Ntoni "u ‘mperrascecchi". Per quasi cinquant'anni ha ferrato tutti i cavalli, i muli e gli asini del circondario. Con le bestie aveva una pazienza infinita; con i padroni molto meno.
Mastr’Ntoni mi osservò dalla testa ai piedi, soffermandosi sulle scarpe.
- Consumi più il tacco destro – disse.
Abbassai lo sguardo.
- Come fate a saperlo? – chiesi.
- Dal modo in cui stai in piedi. Gli uomini controllano i muscoli della faccia quando vogliono nascondere qualcosa, ma si dimenticano dei piedi. Il passo dice sempre dove uno vorrebbe andare e da cosa sta scappando.
- Da morto è diventato filosofo - disse Giorgio.
- Da vivo, per fargli pronunciare una frase intera, bisognava portargli un mulo da ferrare.
- Da vivo lavoravo. Erano gli sfaccendati come te ad avere tempo per parlare – rise.
Giorgio indicò i ferri disposti sulla terra.
- E adesso di quei ferri cosa ve ne fate? Qua non ci sono animali da ferrare.
Mastr’Ntoni ne raccolse uno, lo rigirò fra le mani e ne accarezzò il bordo con il pollice.
- Non me ne faccio niente. Li tengo per ricordare.
- Gli animali? - chiesi
- Quelli li ricordo senza ferri. Ricordo soprattutto i padroni.
Mi sedetti sul gradino della tomba accanto a lui.
- Riconoscevate i padroni scrutando gli animali?
- Sempre. Una bestia ben tenuta diceva che il padrone aveva coscienza. Una col dorso tutta piena di piaghe diceva che il padrone aveva tanta fretta di guadagnare e poco tempo per provare pietà. Gli uomini parlavano molto, ma erano i muli a raccontarmi la verità.
Giorgio annuì.
- Mastr’Ntoni aveva un sistema tutto suo per fare giustizia. Se vedeva una bestia maltrattata, lavorava molto lentamente e si faceva pagare il tempo impegnato oltre il normale.
Il maniscalco si strinse nelle spalle.
- Il dolore dell'animale non lo capivano. Il tempo perso e i soldi spesi sì.
- E nessuno protestava? - chiesi.
- Certo che mugugnavano. Ma io ero l’unico ‘mperrascecchi del paese!
Giorgio scoppiò a ridere.
- Quando non si ha concorrenza si approfitta.
Mastr’Ntoni depose il ferro ai piedi della propria lapide. - È vero che riconoscevate ogni animale dal rumore degli zoccoli? - gli domandai.
- Prima ancora che arrivasse davanti alla bottega. Ogni bestia aveva il proprio passo. C'era quella che avanzava sicura, quella che trascinava una zampa e quella che rallentava appena sentiva il martello.
- Come le persone - osservai.
- Peggio le persone. Le bestie rallentavano per paura. Gli uomini spesso lo facevano per farsi aspettare.
Giorgio prese uno dei ferri e lo sollevò.
- Portano fortuna?
Mastr’Ntoni glielo strappò di mano.
- Se i ferri portassero fortuna, i cavalli vincerebbero tutti e tutte le gare e i fantini morirebbero di fame.
- Allora perché la gente li appende dietro o sopra l’uscio di casa?
- Perché è più facile appendere un ferro che darsi una mossa per cambiare vita.
Rimase un momento in silenzio, guardando la propria fotografia.
- Quando arrivarono i nuovi mezzi di trasporto, smisero quasi tutti di portarmi gli animali. Dicevano che il progresso avrebbe tolto fatica agli uomini.
- E non fu così? - chiesi.
- Tolse la fatica ad alcuni e il pane ad altri. Il progresso è una buona cosa, ma non avvisa mai quelli che spesso lascia indietro.
Le sue parole non contenevano risentimento. Le pronunciò come avrebbe constatato che un ferro era consumato e doveva essere sostituito. Giorgio si sedette dall'altro lato.
- Negli ultimi anni rimaneva davanti alla bottega anche se non entrava più nessuno. Ogni tanto passavamo e lo vedevamo seduto su un ceppo, col grembiule addosso e la forgia spenta.
- Perché continuavate ad andarci? - domandai.
Mastr’Ntoni indicò la lapide.
- Per lo stesso motivo per cui adesso resto vicino a questa tomba: quando hai trascorso la vita in un posto, andartene significa morire una prima volta.
- Vi mancava il lavoro?
- Mi mancavano gli animali. Gli uomini un po' meno.
Poi Mastr’Ntoni raccolse uno dei ferri e me lo porse.
- Prendilo.
- Come portafortuna? - chiesi.
- Ti ho appena spiegato che non serve.
- E allora perché dovrei portarlo con me?
- Per ricordarti che anche chi è abituato a portare pesi deve fermarsi ogni tanto. I muli lo capivano. Gli uomini quasi mai.
Presi il ferro. Era freddo, ruvido e più pesante di quanto sembrasse.
- Posso portarlo fuori dal cancello?
- Se riesci. Qui le cose dei morti pesano poco finché non sai che cosa significano.
Giorgio si alzò.
- Andiamo, altrimenti Mastr’Ntoni finisce per controllarci pure i denti.
Il maniscalco mi guardò un'ultima volta.
- Quando torni tra i vivi, osserva come trattano gli animali e chi lavora per loro. Capirai molte cose senza fare domande.
Ci allontanammo. Dopo pochi passi infilai una mano in tasca, ma il ferro non c'era più. Al suo posto trovai un chiodo corto e consumato. Lo mostrai a Giorgio.
- Ha cambiato idea? - chiesi.
- No. Il ferro apparteneva a lui e non poteva oltrepassare il cancello. Il chiodo, invece, forse sì.
- E che cosa dovrei farne?
Giorgio lo prese, lo esaminò e me lo restituì.
- Niente. Conservalo, avrà fatto zoppicare qualche asino e lui l’ha tolto. Forse ti ha voluto dire che portare in tasca le cose che nella vita ci hanno fatto del male aiuta a non abituarsi al dolore.
Mi voltai verso la tomba. Mastr’Ntoni era ancora seduto sul bordo, con le grandi mani sulle ginocchia e i ferri allineati ai piedi. Non aveva più animali da ferrare né attrezzi da riparare. Eppure, continuava a osservare il passo di chi passava, come se anche da morto cercasse di capire chi portasse un peso e chi, invece, lo avesse caricato sulle spalle degli altri.
Lasciato Mastr’Ntoni, proseguimmo fra le tombe in terra dove ai lati c’erano dei loculi a castello. Dopo pochi passi, Giorgio si fermò davanti a una lapide di marmo chiaro.
- Guarda questa fotografia - mi disse. - Dimmi se ne hai mai vista una simile in un camposanto.
Nell'immagine appariva un uomo anziano in groppa a un asino. Portava la coppola inclinata sulla fronte, una maglia e un paio di pantaloni da lavoro, nulla di elegante. Sedeva diritto, tra le cofane legate al basto, con una mano teneva la capizza e l'altra posata sul collo dell'animale. Non guardava l'obiettivo; sembrava osservare la strada davanti a sé. L'asino, invece, fissava il fotografo con le orecchie dritte e un'espressione seria.
- Lui è cumpari Fidili - disse Giorgio. - E quello sotto di lui è Brosco.
- Sotto di lui? – chiesi.
- Sì, sotto, nella fotografia. Nella vita, invece, spesso era cumpari Fidili a stare sotto e di fianco a Brosco, almeno quando l'asino decideva così.
Accanto alla fotografia erano incisi il nome, il cognome e la data di nascita. La data della morte sembrava aggiunta in un secondo momento i numeri non erano in linea con la data di nascita.
Mentre osservavo quel particolare, udii una voce alle nostre spalle:
- Non fu colpa del marmista, ma del suo lavorante. Non fu capace di allineare la data della morte, se fossi riuscito a prevedere la data l’errore non sarebbe stato commesso.
Mi voltai. Un uomo basso e asciutto sedeva sul muretto del vialetto, con la coppola sulle ginocchia e con sorriso di cortesia stampato sul viso. Era vestito esattamente come nella fotografia. Giorgio sorrise.
- Cumpari Fidili, stavamo parlando della sua lapide.
- E fate bene. L'ho fatta preparare apposta perché se ne parlasse con conoscenza, non come fanno certi parenti che, appena uno muore, scelgono la prima lastra che trovano e ci mettono sopra una fotografia presa dalla carta d'identità. Si passa una vita intera a costruire un’immagine nella quale gli altri possano riconoscerci; poi, sulla lapide, si finisce per essere ricordati con una vecchia fotografia da prima comunione che ci mostra giovani per l’eternità ma non racconta le persone che siamo diventate.
Si avvicinò alla tomba e strofinò con due dita un angolo del marmo.
- Avete organizzato tutto prima di morire? - gli chiesi.
- Tutto quello che potevo. Il resto non dipendeva da me.
- Anche la fotografia?
- Soprattutto quella – rispose.
- Come vi venne l'idea di farvi ritrarre sull'asino?
Fidili mi guardò come se la risposta fosse evidente.
- E con chi avrei dovuto farmela? Con il sindaco?
Giorgio scoppiò a ridere.
- A dire il vero, cumpari Fidili aveva pensato anche a una fotografia da solo. Ma Brosco si offese, vero? – chiese Giorgio.
- Non si offese - precisò compare Fedele - Si girò dall'altra parte, è diverso.
- Come faceste a capirlo?
- Quando uno vive venticinque anni con uno come Brosco, impara a distinguere un capriccio da un'offesa. Con le persone è più difficile; spesso assumono un atteggiamento per nascondere un altro.
Fidili indicò l'asino nella fotografia.
- Brosco veniva con me dappertutto. Alla vigna, all'orto, in montagna a raccogliere la legna. Portava fasci di rrami, le cofane cariche di olive, gli attrezzi e, quando le gambe non mi reggevano più, portava pure me.
Se su questa lapide fosse comparso qualcosa della mia vita, lui avrebbe meritato quel posto più di ogni altra cosa.
- I parenti furono d'accordo? - domandai.
- Per niente. Mio nipote disse che un asino sopra una tomba non era decoroso.
- E voi?
- Gli risposi che Brosco mi aveva sopportato per un quarto di secolo senza chiedermi nulla oltre l’erba fresca, la biada e il fieno che gli davo di mia sponte. Non potevo dire la stessa cosa di tutti loro.
Giorgio si appoggiò alla lapide, divertito.
- Raccontategli del marmista.
Fidili sospirò.
- Andai da mastro Michele, quando ero ancora in salute, e gli dissi che volevo preparare la lapide.
- Non vi sembrò di portare sfortuna?
- La morte non ha bisogno che qualcuno la stimoli a muoversi. Sa trovare la strada da sola.
Prese a imitare il tono di mastro Michele:
" Cumpari Fidili perché tanta fretta? Alla lapide penseranno i vostri figli."
Poi tornò alla propria voce:
- "Proprio per questo voglio pensarci io, prima che ci pensino loro."
- E così gli avete ordinato tutto voi?
- Marmo semplice. Nome e cognome con caratteri semplici e leggibili, data di nascita e uno spazio vuoto per quella di morte. Niente angeli, niente madonne e niente frasi che non avrei mai capito nemmeno da vivo.
- Nessun epitaffio?
- Ah, si chiama pitaffio? Ne avevo pensato uno.
- Quale?
Fedele si schiarì la voce:
- "Qui riposa Fedele, che in vita faticò più dell'asino”.
- Brosco protestò anche quella volta – puntualizzò - aveva ragione. Sembrava che io avessi faticato più di lui. Allora proposi: "Qui riposano due lavoratori, ma uno solo è sepolto."
- E mastro Michele che disse?
- Disse che la gente non avrebbe capito.
- Forse aveva ragione, la gente non capiva nemmeno quando gli davo la biada e gli parlavo. Lui però mi capiva.
Mi avvicinai alla fotografia. Tra Fidili e l'asino non si coglieva il rapporto fra padrone e animale. Sembravano due vecchi compagni sorpresi durante una pausa del loro viaggio.
- Chi scattò la foto?
- Don Ninì. Ci mettemmo in posa e fece lo scatto; il fotografo voleva farmi stare in piedi accanto a lui.
- E voi avete insistito per salire in groppa?
- Certo. Se fossi rimasto a terra, qualcuno avrebbe potuto pensare che l'asino fosse mio. Invece volevo che si capisse che, molte volte, ero stato io a essere suo.
Giorgio indicò l'espressione seria dell'animale.
- Brosco non sembra contento.
- Era infastidito perché don Ninì non si sbrigava e non amava perdere tempo. Mentre noi preparavamo la fotografia, lui pensava che avremmo potuto fare un altro viaggio con un carico di fieno per l’inverno.
- Un animale laborioso – continuò Giorgio.
- Più di molti cristiani. Non parlava, non prometteva e non si vantava. Quando poteva, camminava. Quando non poteva si fermava e non inventava scuse.
- E quando morì? - chiesi.
Il volto di Fedele si fece più serio.
- Prima di me. Una mattina non volle alzarsi. Mi sedetti accanto a lui e rimasi lì fino alla fine.
- Dove è seppellito?
Fedele indicò con il mento il muro di cinta.
- Dall'altra parte, sotto un ulivo. Gli animali nel camposanto non li fanno entrare. Da vivi possono portare i morti, ma da morti non possono riposare vicino ai vivi.
Giorgio abbassò lo sguardo. Per qualche istante nessuno disse nulla.
- Almeno lo avete messo nella fotografia - osservai.
- Era il minimo. Quando preparai la lapide, alcuni dissero che avevo dato troppo rilievo a un asino. Ma Brosco aveva condiviso con me il pane, la fatica, il caldo e la pioggia. Nei giorni buoni camminava al mio fianco; in quelli cattivi mi riportava a casa. Se questo non è essere compagni di vita, allora molti matrimoni devono cambiare nome.
Giorgio tornò a sorridere.
- E di Brosco avete avuto mai notizie?
Fidili si rimise la coppola.
- Qualche notte lo sento ragliare oltre il muro. Oppure è soltanto il vento.
- E non andate a controllare?
- Non serve. Se è lui, sa che sono qui. Se è il vento, non voglio dargli la soddisfazione di avermi ingannato.
Si chinò e raccolse una foglia secca caduta davanti alla lapide.
- Ho organizzato tutto perché non volevo lasciare agli altri il compito di raccontare chi fossi. I parenti avrebbero scelto una fotografia elegante, magari con la cravatta, e avrebbero scritto che ero stato un uomo esemplare. Io non lo ero. Ero un contadino con il suo asino, ma insieme abbiamo percorso più strada di tanti uomini importanti.
- Non vi faceva paura vedere la lapide già pronta? - gli domandai.
- All'inizio faceva un po' impressione. Poi ci passavo davanti e controllavo che fosse pulita. Mi abituai. Era come avere una casa in costruzione: mancava soltanto il giorno del trasloco.
- E quando arrivò quel giorno?
Fidili guardò lo spazio nel quale era stata aggiunta la data della morte.
- Non me ne accorsi. Come tutti i traslochi organizzati dai parenti, fecero in fretta.
Giorgio gli posò una mano sulla spalla.
- Noi andiamo, cumpari Fidili. Dobbiamo continuare il giro.
- Andate. E quando torni dall'altra parte - disse rivolgendosi a me - se qualcuno ti dice che era soltanto un asino, non discutere. Chiedi soltanto a coloro che ne hanno avuto uno chi li ha riportati a casa nei giorni peggiori della loro vita.
Ci allontanammo. Dopo pochi passi mi voltai. Cumpari Fidili rimase davanti alla tomba intento a osservare la fotografia. Passò due dita sulla foto, con un gesto lieve, quasi volesse accarezzare il suo compagno.
- Aveva davvero preparato tutto? - chiesi a Giorgio.
- Tutto.
- E la fotografia?
- La teneva in casa sopra il comò. Ogni tanto la mostrava agli ospiti e domandava chi dei due fosse venuto meglio.
- Che cosa bisognava rispondere?
Giorgio sorrise.
- Brosco. Fidili non si offendeva. Diceva che almeno uno dei due doveva essere fotogenico.
Pensai ancora una volta a quella lapide. Non c’era soltanto la fotografia di un uomo in groppa a un animale. Era il ritratto di due creature che avevano attraversato insieme la stessa fatica. Fidili aveva preparato la propria tomba prima di morire non per immodestia, ma per impedire che, nel raccontare la sua vita, qualcuno dimenticasse il compagno che ne aveva portato gran parte del peso.
Guardai quella parte di camposanto, quei solchi e quelle croci con occhi diversi. In poco spazio avevamo compiuto un lungo viaggio nella memoria. Giorgio lasciava affiorare una sensibilità che non gli avevo mai conosciuto; forse non era cambiato, forse ero stato io a non scorgerla. La nostra amicizia veniva da lontano. Eravamo cresciuti nei vicoli dell'ospedale, fin da quando lo rincorrevo mentre pedalava sul suo triciclo. Poi erano arrivati gli anni inquieti dell'adolescenza e del liceo e, in seguito, quelli dell'età adulta. Avevamo condiviso momenti di goliardia e di spensieratezza, ma tra noi esisteva anche un'intesa silenziosa; eravamo capaci di intuire se qualcosa o qualcuno avesse turbato la giornata dell'altro, persino senza bisogno di parlarne.
Tante piccole cose mi riconducevano a lui e, dopo la sua morte, alcuni particolari sono diventati richiami precisi della memoria, segnali capaci di restituirmi, per un istante, la sua presenza. Tra questi, uno dei più intensi, c'è una canzone de Le Orme: Amico di ieri. La ascoltai per la prima volta insieme a lui, nell'auto di suo fratello. Nessuno di noi aveva ancora la patente, ma Giorgio, ogni tanto e in modo del tutto irregolare, ne approfittava per fare qualche rapido giro per il paese e mi invitava a fargli compagnia. Erano piccole avventure clandestine, vissute con l'incoscienza dell'età, e anche occasioni per ascoltare le musicassette con le canzoni di quegli anni. La strada scorreva fuori dai finestrini mentre la musica riempiva l'abitacolo, e noi non potevamo immaginare che, molto tempo dopo, una di quelle canzoni sarebbe diventata per me il custode di un'intera stagione della vita. Soltanto con gli anni ho compreso fino in fondo il significato di quel brano de Le Orme. Il testo è stato scritto e dedicato al vento di Santa Ana in California, che un tempo accompagnava il cammino dei pionieri diretti verso la costa del Pacifico; era considerato un amico, un compagno di viaggio, atteso e celebrato come una presenza magica.
Con il trascorrere del tempo e l'avvento della modernità, però, quello stesso vento, quando torna a soffiare impetuoso come in passato, viene percepito come un elemento sgradito. Non è il vento a essere cambiato; è mutato il mondo che lo accoglie e, insieme al mondo, anche lo sguardo degli uomini. Forse anche l'amicizia e la memoria somigliano a quel vento.
Ritornano all'improvviso, attraversano gli anni e sollevano ciò che credevamo ormai posato per sempre. Portano con sé voci, strade, canzoni e gesti apparentemente insignificanti, restituendo loro un senso nuovo. Così Amico di ieri è diventata, per me, la canzone di Giorgio; ogni volta che la ascolto, quel vento antico torna a soffiare e lui riprende posto accanto a me, nell'auto di suo fratello, mentre percorriamo ancora una volta le vie del paese. Per pochi minuti il tempo si arrende, la morte arretra e ciò che è stato torna a essere presente.
– Mi pari llujutu! A che pensi? – mi chiese Giorgio, vedendomi assorto a leggere tutti quei nomi.
– A nulla in particolare. Riflettevo. Guardando queste tombe, e le loro croci di legno, mi è tornato in mente un personaggio di cui mi parlavano mio nonno e mia madre. Raccontavano che, durante l'inverno, per riscaldarsi bruciava le croci del cimitero.
– Peppi 'n Diu si chiamava – precisò Giorgio.
– Ogni tanto lo si vede ancora orbitare da queste parti. Ha la fissazione di tenere in ordine le croci di coloro che sono sepolti nella terra. In fondo, lui era uno di casa al camposanto già da vivo.
Gli mancava qualche mercoledì e, forse, anche qualche valvola, ma non pareva preoccuparsene troppo. La sua dimora notturna era una nicchia; durante il giorno vagava per le contrade, raccattando qualcosa da mangiare, mentre la sera rientrava al cimitero e trovava riparo in qualche loculo vuoto. Si fermò un momento, come per riordinare i ricordi, poi riprese:
– Durante gli inverni, quando il levante calava con tutta la sua fredda boria, Peppi, per difendersi dal gelo, raccoglieva alcune croci di legno dalle tombe e accendeva un piccolo fuoco. Il giorno seguente, però, le rimpiazzava con croci di canna preparate da lui. E davanti a un rimprovero di qualcuno per quella sostituzione, rispondeva con la massima serenità: "Ciuci cacciu e ciuci mentu". (Croci tolgo e croci metto).
Nella sua logica semplice il conto tornava: il legno lo aveva salvato dal freddo e la canna aveva restituito ai morti il loro segno. Forse Peppi 'n Diu aveva compreso, a modo suo, che una croce non vale per la materia di cui è fatta, ma per ciò che rappresenta.
Ci spostammo più avanti e arrivammo in un angolo del camposanto che non avevo mai visto. C'era una sola tomba, appartata dalle altre, con un po' d'erba cresciuta ai lati e una croce spoglia, senza fotografia né nome. Sembrava che persino il tempo, passando di lì, avesse preferito non lasciare tracce.
– Chi è sepolto qui? – chiesi.
Giorgio si tolse il garofano dall'occhiello e lo posò sulla pietra ai piedi della croce.
– Un uomo che non ricorda più nessuno.
– Perché? Non ha parenti e amici? – chiesi.
– Non aveva figli, non possedeva terre, non frequentava cantine né bar e, cosa ancora più grave, non aveva nemici. A volte, per lasciare memoria di sé, bisogna almeno rovinare la vita a qualcuno.
Mi disse che quell'uomo si chiamava Lupo. Aveva trascorso la vita riparando armacere nelle strade di campagna, accudendo animali e aiutando chiunque glielo chiedesse. Non parlava quasi mai di sé e non pretendeva riconoscenza. Evidentemente gli mancava quella sana ambizione che spinge molti a fare un favore soltanto per poterlo raccontare in piazza.
– Era una brava persona?
– Da quello che so, pare di sì.
– E allora perché nessuno lo ricorda?
– Perché non faceva rumore. I vivi confondono facilmente il rumore con l'importanza. Più uno si agita e fa baccano più sono convinti che stia combinando qualcosa di memorabile.
Giorgio abbassò lo sguardo verso la tomba.
– Lupo è uno dei pochi che qui non si lamenta. Dice di aver ricevuto abbastanza dalla vita: un tetto, il pane, due amici e un cane che lo aspettava davanti alla porta. Non ha lasciato opere degne di tale nome, ma neppure conti in sospeso. Tutto sommato, un bilancio migliore di quello di molti uomini illustri.
– E preferisce stare in disparte?
– È allergico ai clamori e ai chiacchiericci. Dice che sono debolezze dei vivi e che chi si affanna per vanità lo fa soprattutto perché teme di essere dimenticato. Da morto, invece, sostiene che non valga la pena darsi tante arie. Qui i titoli non servono e le lapidi, alla lunga, fanno tutte la stessa fine.
Quella battuta mi fece sorridere, ma lasciò in me una sottile tristezza.
– Tu hai paura di essere dimenticato? – chiesi a bruciapelo.
Giorgio scrollò le spalle.
– Prima o poi succederà. Persino le lapidi, con il passare del tempo, perdono le lettere o si sbiadisce la vernice. Ma non è importante essere ricordati se poi il ricordo non è sentito e sincero. Basta esserlo bene per qualche minuto, magari davanti a una Peroni fresca... – rise.
– Io non ti dimenticherò – dissi, con pacatezza.
– Non fare promesse che il tempo potrebbe trasformare in bugie. Limitati a raccontare qualche scemata su di me, tipo il viaggio a Montecarlo, il concerto al Palalido di Milano e il viaggio da Gioia Tauro a Milano quando incontrammo le due ragazze "incannizzate" a cui ho offerto una Marlboro al posto di un cannone. E ogni volta che mi ricordi con gli amici mi viene voglia di una birra e di una sigaretta, te l'ho già detto. Le sciocchezze ho l'impressione che durino più dei monumenti e, quasi sempre, costano molto meno.
Rimanemmo in silenzio davanti alla tomba senza nome. Pensai che Lupo non fosse stato davvero dimenticato; continuava a vivere nel garofano di Giorgio, nel suo nome appena pronunciato e nel pensiero di uno sconosciuto fermo davanti alla sua croce.
– Prima di risalire, e passare a visitare la tomba di un galantuomo che hai conosciuto bene quanto me, e poi mostrarti una cappella particolare che si trova proprio lì vicino, vorrei scendere fino all'ultima rasula, perché, in un loculo appartato, riposano i resti di una persona alla quale, nella vita, è andato tutto storto – mi anticipò Giorgio.
– Chi è? – chiesi incuriosito.
– Quando saremo lì, vedrai...
Scendemmo alcune rampe di scale, senza però staccare gli occhi dalle lapidi che costeggiavano il percorso. Ogni fotografia e ogni nome riportavano alla mente frammenti di memoria; persone che avevo conosciuto durante l'adolescenza e tante altre scomparse negli ultimi anni. Ciascuna lasciava intravedere una storia, talvolta piccola e semplice, altre volte tormentata e dolorosa, segnata da vicende che il tempo aveva già consegnato al silenzio. Giungemmo proprio nel punto in cui finiva il camposanto. Lì, addossato al muro che lo separava dall'uliveto della Resta, sorgeva un piccolo nucleo di loculi, in una zona anonima e appartata, dove difficilmente si passava per caso. Ci avvicinammo al cancelletto chiuso da un lucchetto e Giorgio, cedendomi il passo, mi disse:
– Guarda. Lo ricordi?
Mi accostai alle sbarre e scrutai con attenzione. La lapide era disposta lateralmente rispetto al mio punto di osservazione, ma riuscivo comunque a vederla abbastanza bene da riconoscere Gianni. Sul bordo superiore della lapide erano adagiate due sigarette; nella fotografia appariva seduto, con gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali da sole.
– Certo che lo ricordo. È Gianni – dissi.
– Conosco le drammatiche vicende che hanno segnato la sua vita. Siamo stati anche amici, finché ci è stato possibile. In un giorno d'agosto di tanti anni fa, quando vivevo ancora in paese, raccolsi le sue amare confidenze. Mi raccontò la sua prima disavventura: venne arrestato perché indicato come uno tra gli esecutori di un sequestro. Ma lui non c'entrava nulla.
Aveva trascorso più di sei anni dietro le sbarre per un delitto che le sue mani non avevano mai commesso. Era figlio di una comunità che portava ancora su di sé la colpa di essersi adagiata sui preconcetti e di aver compreso troppo tardi come fossero andate realmente le cose. Un paese che aveva provato a ravvedersi quando ormai tutto era accaduto e dove, ancora adesso, c'era chi abbassava lo sguardo passando davanti a quella lapide, come si fa dinanzi a un rimprovero mai del tutto sopito. Tornato in libertà dopo la lunga galera "a cridenza", Gianni aveva cercato di riprendersi quella vita silenziosa e semplice, propria di chi non conosce altra strada che ricominciare in sordina. Morì nel pomeriggio di un giorno cupo, colpito da un pallino di una fucilata che non cercava lui e per un rancore del tutto estraneo alla sua storia. Il piombo, si sa, non consulta i fascicoli processuali e non distingue il colpevole dall'innocente. Trovò lui, con la stessa indifferenza con cui la grandine si abbatte su un campo e ne risparmia un altro. Posto sbagliato, momento sbagliato: parole che in paese si ripetevano a bassa voce, quasi che pronunciarle ancora potesse restituirgli, anche solo per un istante, i sei anni che gli erano stati sottratti prima e tutti quelli che gli erano stati negati dopo.
– Vedi – disse Giorgio, rompendo il silenzio – 'nci voli culu 'nta vita.
Lo disse con quel tono che assumeva ogni volta che si trovava a recriminare contro un destino che aveva giocato sporco. Poi continuò:
– Non basta riconoscere un'ingiustizia quando ormai non si può fare più nulla. Il pregiudizio ha condannato Gianni prima ancora dei giudici e quello che gli è accaduto dopo non bisogna augurarlo nemmeno al peggior nemico – chiosò Giorgio.
La sua storia diceva che si può essere innocenti due volte e due volte condannati: prima dagli uomini, poi dal caso. Gianni era vissuto ai margini della comunità e persino nel camposanto gli era toccato un luogo appartato. In paese lo avevano giudicato per il suo modo schivo e per i lavori saltuari, come se soltanto un'occupazione stabile concedesse dignità. Non rubava e non chiedeva nulla; aveva soltanto mancato di somigliare all'immagine che gli altri pretendevano da lui. Nelle piccole comunità, a volte, basta essere diversi per essere condannati prima ancora di essere conosciuti.
Dopo la visita a Gianni, turbati e con i pensieri appesantiti, tornammo verso le rasule dove riposavano coloro che erano stati sepolti nella terra.
– Ora andiamo dall'altra parte – disse Giorgio.
– Ci sono altre tombe a terra. Là troveremo un personaggio che non abbiamo conosciuto personalmente, ma che è rimasto nella memoria di molti. Ha ispirato anche alcuni artisti locali: da una pittrice affermata a un mastro cantatore d'eccezione.
– Chi è? – chiesi, con la curiosità di chi stava scoprendo un mondo nuovo.
– Ne avrai sentito parlare anche tu. È ancora ricordato da molti per la simpatia che suscitava e per le sue singolari profezie.
Più Giorgio girava intorno al discorso, più cresceva la mia curiosità. Giungemmo in quell'angolo del camposanto. Giorgio si fermò e, indicando una tomba, disse:
– Qui riposa Peppi 'a Mmendula. Molti anziani lo ricordano perché, a modo suo, fu un inconsapevole profeta del boom economico. Predicava di "milioni bilioni e milioncini" quando quelle parole, da queste parti, indicavano somme che quasi nessuno riusciva neppure a immaginare. Proveniva da una famiglia molto povera e pare che avesse perso una figlia a causa del rovesciamento di una caddara d'acqua bollente. Da quel momento, la sola vista delle caddare lo riempiva di terrore. Cominciò così a girovagare per il circondario, declamando a modo suo la storia dell'"avanzamento".
– Giorgio, ne ho sentito parlare spesso anch'io, in famiglia e soprattutto da mio nonno. Quella storia dell'avanzamento, che potrebbe sembrare una strampalata anticipazione dei futuri passi del progresso, era in realtà una rivendicazione di giustizia sociale; un concetto semplice, espresso ingenuamente, secondo il modo in cui Peppi percepiva il mondo e le sue ingiustizie – commentai.
Nel linguaggio paesano, “avanzare” significa vantare un credito nei confronti di qualcuno, ben diversamente dal significato comune del termine. Quando Peppi si fermava ai crocicchi a declamare, immaginava di vantare dei crediti nei confronti della vita. Elencava le famiglie più facoltose del circondario e sosteneva che proprio coloro che avevano ricevuto tanto dovessero restituire qualcosa a chi, come lui, aveva avuto molto poco. La sua contabilità era grossolana, ma non del tutto campata in aria. Peppi non conosceva teorie economiche e probabilmente non avrebbe saputo pronunciare l'espressione "redistribuzione della ricchezza". Eppure, ne aveva intuito il principio nella sostanza. Quando pochi possiedono molto e molti non hanno quasi nulla, esiste un debito che non è segnato in nessuna "libretta nera", e dovrebbe pesare ugualmente sulla coscienza di una comunità.
La giustizia sociale immaginata da Peppi 'a 'Mmendula non pretendeva d'impoverire i ricchi, ma chiedeva soltanto che nessuno fosse condannato a essere troppo povero. Nei suoi "milioni, bilioni e milioncini" c'era l'ingenua speranza che la vita, prima o poi, saldasse i propri conti. Forse il progresso poi è arrivato davvero, ma non nella forma che lui aveva immaginato; i milioni giunsero, e perfino i bilioni e i trilioni, ma continuarono a rimanere incagliati nelle mani di chi ne possedeva già abbastanza. Il credito di Peppi, invece, rimase aperto. E, a ben guardare, sembra sia un credito perenne.
Camminando accanto a Giorgio, mi accorsi che non stavo visitando soltanto delle tombe, ma la memoria del paese. Dietro ogni nome riaffiorava una vita sottratta alle gerarchie e ai pregiudizi con cui l'avevamo giudicata. Il camposanto restituiva dignità soprattutto a chi, da vivo, era rimasto ai margini.
Lasciammo quel lembo di camposanto e risalimmo fino alla rasula dove vi erano per lo più tombe di famiglia; facemmo le scale senza proferire verbo, la visita a Gianni aveva un po' turbato i nostri stati d'animo. Giorgio era come un mastro di casa e come tale dettava tempi e spostamenti:
– Ora andiamo a trovare il professore Totò, l'hai conosciuto anche tu – mi disse.
– Mantiene la classe e l'eleganza del galantuomo che era già da vivo: discreto e rispettoso allora, riservato e reverente adesso. Ogni tanto lo vedo passeggiare in compagnia di don Luca e, ti assicuro, quando quei due sono insieme sembra che tutto intorno si fermi per ascoltarli. Mi è capitato di sentirli conversare, anche in latino, e sono rimasto colpito dalla semplicità con cui riescono a rendere chiare anche le questioni che a noi appaiono più difficili, ma per loro diventano le occasioni per elaborare concetti e pensieri mai banali.
– Bella compagnia – commentai.
– Spesso ci accorgiamo del valore delle persone quando non ci sono più. Chi non urla per imporsi trova poco spazio nei nostri paesi – commentai.
Arrivammo davanti alla tomba di famiglia del Professore. Il suo loculo era in alto a destra, quasi nascosto, discreto. Sulla lapide comparivano il nome, il cognome e le date di nascita e di morte, nessuna foto e un breve epitaffio: "Usque ad mortem et ultra". Le cinque parole latine dell'epitaffio erano il suo testamento morale: "Fino alla morte e oltre", a ribadire la fedeltà ai principi e ai valori che avevano fatto di lui un vero maestro e un galantuomo. Per chi lo aveva conosciuto, il suo nome bastava a dire chi fosse stato: un sigillo sulla sua esistenza terrena. Non aveva voluto affidare il proprio ricordo a una fotografia, a un istante fermo nel tempo. L'assenza di un'immagine spingeva chi visitava la tomba a cercare nella memoria il volto, i gesti, la voce e i pensieri; il segno di un uomo estraneo alla vanità, persino nel pensarsi dopo la morte.
Mentre tornavamo verso il vialetto principale, dal ripiano sottostante giunsero voci concitate. Due persone discutevano a bassa voce, ma con una certa vivacità. Mi voltai verso Giorgio per capire cosa stesse accadendo:
– Altro che riposare in pace, qua ne succede una al minuto – dissi ridendo.
Lui mi rivolse un sorriso rassicurante.
– Non preoccuparti. Adesso parlano piano, ma fino a qualche anno fa alzavano molto di più la voce, disturbando persino chi riposa lì accanto. Forse sono gli unici a non aver ancora capito che, una volta varcato quel cancello, resta ben poco da rivendicare.
Fece una pausa, poi aggiunse:
– Sono Rocco e Ciccio Fragomeni, padre e figlio.
– E per cosa litigano?
– Questioni di "lira" – rispose ridendo.
– Devi sapere che Rocco possedeva un uliveto che avrebbe permesso alla famiglia di vivere dignitosamente. Era però vittima della propria avarizia: quando vendeva l'olio all'ammasso, portava a casa pochi spiccioli e convertiva il resto in monete d'argento da cinquecento lire. Poi le chiudeva in una cassetta di metallo e le sotterrava sotto la nocara, nel lacco più lontano della proprietà. Era benestante, ma costringeva i suoi a vivere di stenti, tanto che persino i vicini si domandavano come fosse possibile tanta povertà.
Quando Rocco morì nessuno sapeva dell'esistenza del tesoro. Forse si credeva immortale o immaginava che quelle monete potessero seguirlo nell'aldilà. Dopo il funerale, gli eredi cercarono ovunque, convinti che avesse nascosto del denaro, ma non trovarono nulla. Ciccio si dannò per anni, senza risultati. Poi, una notte, Rocco gli apparve in sogno. Ebbe appena il tempo di indicargli il lacco e sussurrare una parola: "nocara". Ciccio interpretò quel sogno come un segno preciso. All'alba corse sotto l'albero e cominciò a scavare. A un tratto la zappa urtò una cassetta di ferro. Dentro c'era la ricchezza che Rocco aveva accumulato a discapito della sua famiglia, costringendola a vivere in povertà.
– E ora cosa rimprovera Ciccio al padre? In fondo, apparendogli in sonno e indicandogli il nascondiglio, ha cercato di rimediare.
– Certo, ma Ciccio gli rinfaccia di aver pensato soltanto ad accumulare denaro e di averne disposto come se appartenesse solamente a lui, privando la famiglia di una vita dignitosa.
– E così litigano ogni giorno?
– Più che litigare, ognuno difende le proprie ragioni. Sono ancora abbagliati dal luccichio della "nicula". Non hanno capito che il denaro finisce per possedere chi si illude di possederlo. Rocco ha vissuto nel terrore del futuro, dimenticando il presente; Ciccio, invece, resta prigioniero del rancore e di ciò che poteva essere e dimentica persino dove si trova. Rocco era un povero ricco, ostaggio di un tesoro che non avrebbe mai speso, condannato a morire di fame pur di continuare a riempire la sua cassetta – commentò Giorgio.
– Avresti potuto fare scuola a entrambi! – dissi ridendo.
– Anch'io sono stato vittima del denaro e l'ho capito troppo tardi. Ho fatto l'opposto di Rocco: ho dissipato tutto, vivendo come se non ci fosse un domani. Forse l'equilibrio sta a metà strada tra me e lui – concluse sorridendo.
Continuammo a camminare, sospesi tra il serio e il faceto, quando scorsi in lontananza una sagoma. Avanzava con passo svelto e affannato, la barritta sotto il braccio, si fermava davanti ai loculi per osservare le lapidi.
– Giorgio, chi è? – domandai incuriosito.
– Non l'hai riconosciuto?
– Non lo distinguo bene, ma quella camminata mi sembra familiare.
– Certo che lo è. Da ragazzi giocavamo vicino al suo laboratorio: è don Bernardo! Esce di notte, perché dice che solo col buio si notano le luci spente, e gira per il camposanto – si fermò un attimo.
– Non ha mai smesso di fare l'elettrotecnico: si prende cura delle luci delle lapidi e, quando occorre, ripara i collegamenti. Qui ormai lo chiamano "l'uomo della luce perenne". E lavorare di notte non gli dispiace affatto.
- Certo che lo ricordo. Era l'elettricista di Santa Rita e di San Rocco – dissi.
– Preparava i truselli per le processioni e, nelle ore che precedevano l'uscita dei santi dalla chiesa, diventava sempre più inquieto. Temeva che qualcosa potesse andare storto e, prima di collegare gli accumulatori all'impianto di lampadine che adornavano le vare, alzava lo sguardo verso i santi e recitava puntualmente: "Oh, Madonna bella, 'u juma!" Era un'accorata richiesta d'aiuto alla Madonna, perché forse neppure lui si fidava del lavoro appena terminato. Accadeva ogni anno, a ogni processione dell'Abbazia – sorrisi.
Giorgio annuì, come se quei ricordi fossero tornati alla mente anche a lui e aggiunse:
– Qualche anno fa mi propose di collaborare con lui. Dal momento che sono un nottambulo e giro spesso di notte, avrei dovuto annotare tutte le luci spente e consegnargli ogni mattina un elenco, così da permettergli interventi mirati.
Si fermò un istante, quindi riprese.
– Gli dissi: "Don Bernardo, non è un lavoro per me. Di elettricità non capisco nulla. E poi, se una lampadina è spenta, come faccio ad accorgermi al buio che proprio lì dovrebbe esserci una luce? Se è spenta non si vede; se è accesa, si vede, ma non ha bisogno di essere riparata".
Sorrise.
– Ne nacque una discussione che durò giorni. Sembrava un trattato filosofico esistenziale sulla funzione e sul valore della luce perenne, ma da parte mia c'era solo la volontà di non assumermi l'incarico.
– Immagino, somigliavate a Totò e Peppino nelle loro elucubrazioni sulla nebbia: se c'è la nebbia non si vede, ma se non si vede, come si fa a vedere che c'è la nebbia?
Ridemmo.
– Caro Giorgio, questo rompicapo sarebbe stato pane per i denti di Melo.
Mi fermai. Lui mi guardò incuriosito.
– Quale Melo?
– Quel giovanotto che frequentava il Bar Centrale, soprattutto la domenica, con il pacchetto di Marlboro arrotolato nella manica corta della maglietta, e fare da uomo navigato.
Noi ragazzini lo consideravamo grande e sapiente. Si intendeva di tutto: calcio, motori, cinema, donne. Qualunque fosse l'argomento, parlava con la sicurezza di chi sembrava aver vissuto ogni esperienza un attimo prima. Fu un precursore della cultura delle convinzioni: uno dei primi a essere convinto di sapere tutto e, ai nostri occhi ingenui, appariva davvero così – precisai.
– Certo che lo ricordo. È ancora dall'altra parte del cancello?
– Sì. Anche se vive al Nord, ti assicuro che, se lo avesse oltrepassato, ve ne sareste accorti tutti! Gli auguro di arrivare il più tardi possibile, ma quando accadrà non passerà certo inosservato. E con la maestra Ernesta saranno scintille.
Compresi che quel cancello non separava davvero i vivi dai morti. Divideva soltanto due modi di abitare lo stesso paese: gli uni nelle sue strade, gli altri nei ricordi di chi continuava a pronunciarne il nome.
– Ti sei stancato? – mi chiese Giorgio.
– No, da quando sono qua è come se il tempo si fosse fermato, e poi queste continue riscoperte mi portano indietro nel tempo. Credo che anche tu abbia scoperto molte cose che non sapevi.
– Già, di molti personaggi avevamo sentito parlare, ma non li avevamo mai conosciuti, e poi qua ho potuto appurare molte verità su fatti di cui conoscevo una versione a volte parziale.
Si fermò un istante, come per scegliere qualcosa che potesse incuriosirmi. Ormai era chiaro che si sentiva la mia guida in quell'insolita escursione. Infatti, con un sorriso complice, aggiunse:
– Tu lasciati guidare da me. Quando tornerai dall'altra parte del cancello, saprai molte più cose sul nostro paese e sulle persone che lo hanno abitato. Scoprirai che ogni storia ha almeno due versioni: quella raccontata dai vivi e quella custodita qui dentro.
– E quale delle due è quella vera? – domandai.
Giorgio sorrise e riprese a camminare.
– Sulle narrazioni dei fatti bisogna sempre togliere la tara, ascoltare sempre tutte le versioni e, qualche volta, anche i silenzi.
Non avevamo ancora finito di parlare quando, tra la luce fioca dei lumini, vidi avvicinarsi un uomo dall'aria distinta: giacca e cravatta, occhiali scuri e capelli neri tirati di lato con la brillantina. Giunto davanti a noi, salutò:
– Ciao, Giorgio.
– Carissimo don Ciccillo – rispose il mio amico.
– Lui è con te? È un tuo amico?
– Sì, don Ciccillo. È un mio amico... e non è figlio unico – precisò Giorgio.
Dopo aver sentito il suo nome per la seconda volta, ricordai chi fosse: era stato il titolare di un'azienda di trasporti che collegava il paese con Palmi e Reggio Calabria. Con la sua proverbiale goliardia non avrebbe sfigurato nel cast di Amici miei. Era, in fondo, un Giorgio più adulto.
– Senti, posso proporre una scommessa al tuo amico?
– None... abbiamo da fare – rispose Giorgio, cercando di sottrarmi alle sue grinfie.
– A parte il fatto che qui c'è ben poco da scommettere, ve l'ho già detto: non è figlio unico.
– Ah, allora niente – concluse don Ciccillo. Dopo una breve pausa aggiunse:
– Comunque, ti aspetto per un'altra partita a scopa.
– E ne abbiamo di tempo per una partita. Adesso sono impegnato.
– Va bene. Faremo un “ventuno” rivincita e bella.
E si allontanò.
– Giorgio, come fate a giocare a scopa senza carte?
– È un gioco di memoria. Giochiamo a carte scoperte: ciascuno dichiara quelle immaginarie che ha in mano, tenendo conto delle carte già uscite e di quelle annunciate dall'avversario. È un buon esercizio. D'altronde, qui il tempo gioca con noi.
– Perché gli hai ripetuto due volte che non sono figlio unico?
– Ora ti spiego. Sediamoci su quei gradini, perché la storia è lunga.
Ci accomodammo e Giorgio cominciò:
– Don Ciccillo era capace di percorrere mezzo giro di piazza alla guida di uno dei suoi autobus soltanto per andare a comprare le sigarette, dopo il solito caffè al Bar Sella, al tabacchino di fronte. Trascorreva quasi tutti i pomeriggi in piazza Umberto, sempre pronto a organizzare scherzi ai danni di chiunque passasse nei pressi del bar. Tra i suoi compagni abituali c'era il Veterinario, spesso accompagnato dai due figli. Erano ragazzi educatissimi, che non si allontanavano mai dal padre e non commettevano la minima sgarberia. Tra gli amici, perciò, si era diffusa la convinzione che fossero un po' bacchettoni. Da qualche giorno frequentava il bar anche un giovane dall'aspetto distinto. Nel primo pomeriggio arrivava, ordinava il caffè e si sedeva in disparte. La cravatta e il gilet lo facevano apparire ancora più lontano dai modi sbracati della compagnia di don Ciccillo. La sua presenza non era passata inosservata. Don Ciccillo aveva fatto qualche ricerca e scoperto che il giovane era il nuovo cancelliere della Pretura: figlio di un medico di Pizzo, proveniva da una famiglia benestante ed era stato mandato a Oppido per volontà del padre, che gli aveva procurato una sede tranquilla, lontana dai trambusti dei grandi tribunali. Nei primi giorni il cancelliere aveva evitato ogni tentativo di confidenza. Aveva persino rifiutato, con garbo, i caffè che la compagnia cercava di offrirgli. Quell'ostinazione a mantenere le distanze, però, stuzzicava lo spirito goliardico di don Ciccillo. Era impensabile che un tipo simile riuscisse a sfuggirgli. Un pomeriggio don Ciccillo si sedette al tavolino accanto al suo e sollevò sulla fronte gli immancabili occhiali scuri:
"Buon pomeriggio, signore".
"Buon pomeriggio a lei", rispose il cancelliere.
"Ho scommesso un caffè con i miei amici: lei è di Reggio?"
"No, sono di Pizzo. Mi dispiace".
"Mannaggia, ho perso! A lei piace scommettere?"
"No, non amo le scommesse".
"Peccato! Volevo puntare cinquemila lire sul fatto che mi sarei tuffato in mutande nella vasca al centro della piazza".
"Le ripeto che non mi piace scommettere", rispose il giovane con un lieve sorriso.
Quella conversazione attirò gli altri avventori, compresi il Veterinario e i suoi figli.
La barriera era caduta e il nuovo funzionario, volente o nolente, stava per finire nella rizza.
"Scommettiamo che lei è figlio unico?", incalzò don Ciccillo.
"Le ho già detto che non scommetto. Comunque, sì, sono figlio unico. Da cosa lo ha capito?"
"Da una teoria infallibile: i figli unici, per natura e condizione, sono tutti 'cazzoni'. Fanno eccezione i figli del mio compare Veterinario, qui presenti, che, pur essendo in due, hanno entrambi tutte le caratteristiche dei figli unici".
Il cancelliere sbarrò gli occhi e incrociò lo sguardo del Veterinario. Entrambi sembravano chiedersi quale delle due offese fosse la più grave, mentre don Ciccillo, con un ghigno beffardo nascosto dietro gli occhiali scuri, si alzava per andare a pagare le consumazioni delle sue vittime. Quel giorno si era superato: con un solo colpo aveva fatto doppietta.
Ridemmo a lungo. Giorgio mi aveva appena restituito una di quelle storie paesane che, passando di bocca in bocca, finiscono per sopravvivere persino ai loro protagonisti.
– Ora ricordi chi è don Ciccillo? – mi chiese.
– E il perché puntualizzavo che non sei figlio unico? – si fermò.
– Lui è il solito furbo e sono convinto che sia tra quelli che più fanno dannare don Bernardo. Finge di andare a trovare un amico e poi svita un po' le lampadine delle luci perenni e appaiono non funzionanti.
– Come ti dicevo, qua ci mancano tutte le banalità, persino le carte per fare una scopa, ma si continuano a mantenere le abitudini che si avevano in vita. Rimaniamo attori senza spettatori e incassi.
Riprendemmo la camminata risalendo verso la parte alta del cimitero. La scalinata cominciava a salire con maggiore pendenza e in alcuni punti si restringeva tra due file di loculi, costringendoci a procedere l'uno dietro l'altro. Giorgio avanzava davanti a me senza mai esitare agli incroci, come se conoscesse ogni gradino e persino le crepe aperte dal tempo nel cemento. Io lo seguivo in silenzio, lasciando scorrere lo sguardo sui nomi, sulle fotografie e sui fiori scoloriti poco illuminati dalle luci perenni. Più salivamo e più le tombe recenti lasciavano spazio alle vecchie cappelle di famiglia, alcune ben conservate, altre segnate dall'umidità e dagli anni.
Dai cancelli, alcuni arrugginiti, si intravedevano altari di marmo, lumini consumati e fotografie ormai sbiadite. In certi punti le erbacce spuntavano tra le lastre, mentre i cipressi allungavano le proprie ombre alla luce della luna sui vialetti, dando l'impressione che anche la vegetazione volesse proteggere quel luogo. Di tanto in tanto Giorgio rallentava, indicava una lapide e pronunciava un nome. A ogni nome seguiva un ricordo: un mestiere, un soprannome, una frase ripetuta per tutta la vita o un episodio che in paese qualcuno ancora raccontava. Sembrava conoscere non soltanto le storie di chi riposava lì, ma anche quelle rimaste nascoste dietro le apparenze. Io ascoltavo, sorpreso da quanto un semplice nome inciso su una lapide potesse contenere un'intera esistenza.
– Da questa parte sono sepolte alcune delle famiglie più antiche del paese – disse, fermandosi a riprendere fiato.
– Quando eravamo ragazzi ne conoscevamo soltanto i cognomi. Qui, invece, ho imparato a conoscere le persone.
Riprendemmo a salire. Il rumore dei nostri passi rompeva appena il silenzio, accompagnato dal fruscio delle foglie. Ogni tanto mi voltavo verso la parte bassa come a fissare nella mente quanto avevamo visto fino a quel momento. Giunti a un ripiano, ci fermammo accanto a una balaustra. Sotto di noi il cimitero si disponeva a terrazze lungo il pendio: tombe, cappelle e croci si susseguivano come le case di un paese silenzioso. Più in là, oltre il muro di cinta, una cortina di rami d'ulivo attraverso la quale filtrava appena uno spicchio di luna.
– Visto da qui – osservò Giorgio – il camposanto assomiglia a un presepe.
– La natività dove dimora la morte – osservai.
Il presepe celebra una nascita; il camposanto custodisce chi ha concluso il proprio cammino. Eppure, visto da lontano, anche quel luogo sembrava abitato: ogni lumino indicava un nome ancora ricordato e un legame che la morte non aveva spezzato. Nascita e morte apparivano così come gli estremi dello stesso viaggio. Tra l'una e l'altra restava la luce fragile e ostinata della memoria.
Giorgio sorrise, ma non disse nulla. Si voltò e proseguì verso l'ultimo tratto della salita. Io gli andai dietro, ormai certo che quella passeggiata non fosse soltanto un percorso tra le tombe. A ogni passo risalivamo anche il tempo, riportando alla luce volti, voci e vicende che credevo dimenticati. Nella parte più alta il silenzio era ancora più fitto. Le cappelle erano distanti l'una dall'altra e alcune sembravano abbandonate. Giorgio rallentò davanti a una costruzione appartata, diversa da tutte le altre. Era semplice, priva di statue, croci e immagini sacre. In mezzo alle cappelle ornate di angeli e Madonne, proprio quella nudità finiva per attirare lo sguardo. Giorgio si fermò e mi fece cenno di avvicinarmi.
– Siamo arrivati – disse. – Questa tomba ha una storia particolare. Anzi, più che la tomba, è ciò che manca a raccontarla.
Mi fermai accanto a lui e osservai la facciata spoglia ma sontuosa. Avevo già compreso che, anche quella volta, Giorgio non mi avrebbe mostrato soltanto un luogo, ma un altro frammento del paese e delle persone che lo avevano abitato.
– Questa tomba appartiene alla famiglia Genoese, e credo che anche tu non ci abbia fatto caso, ma se guardi attentamente ti accorgerai che è molto diversa dalle altre.
Scrutai con attenzione: al centro della parete sullo sfondo c'era una cornice ovale nera con l'immagine molto sbiadita di un volto di uomo con grandi baffi. Il tempo e la muffa avevano alterato il profilo. La struttura della cappella, concepita e costruita con i tratti di un tempio, testimoniava che a riposare in quei loculi, dove appena si leggeva qualche lettera, erano gli appartenenti a una famiglia facoltosa, forse nobile.
– Hai notato che non c'è la presenza né di una croce né di nessun simbolo cristiano?
– Vero, e pensare che davanti a questa cappella sono passato centinaia di volte e non mi sono mai accorto.
– Nemmeno io – disse Giorgio.
– Da quando sono arrivato non ho mai visto qualcuno mettere un fiore o un lumino. I loculi sono da sempre così, da quando sono arrivato. Ogni tanto si vede lui in giro, sempre riservato e schivo, si vede che appartiene alla vecchia nobiltà e di epoca molto remota.
La cappella sorgeva fra costruzioni ornate di croci, angeli, Madonne e figure di santi. Proprio per questo la sua sobrietà attirava lo sguardo. Aveva linee austere, un cancello privo di ornamenti e nessun simbolo cristiano. Persino all'interno mancavano immagini sacre: poche parole invitavano a ricordare i defunti per ciò che avevano compiuto in vita.
– Genoese visse in paese – disse Giorgio.
– La sua famiglia proveniva da Reggio e, circa centotrent'anni fa, ricoprì anche la carica di sindaco. Qualcuno ne parla ancora, come uomo e come amministratore. Il capostipite aveva probabilmente voluto quella cappella per restare fedele alle proprie convinzioni. Non era una sfida alla religione altrui, ma il rifiuto di fingere una fede che non sentiva. In mezzo a tante rappresentazioni del sacro, quell'assenza diventava essa stessa un simbolo: ricordava che il dolore, l'affetto e la memoria appartengono tanto ai credenti quanto ai non credenti.
La nostra passeggiata volgeva ormai al termine. Le prime ombre della notte cominciavano a diradarsi e dal paese arrivavano rumori ancora lontani, quasi che la vita, dall'altra parte del cancello, si preparasse a ricominciare. Giorgio rallentò il passo e guardò verso il vialetto principale.
– È quasi ora che tu vada – disse.
– Tra poco questo posto tornerà a essere silenzioso anche per te.
Stavamo per imboccare il vialetto che porta all'uscita quando, da dietro una cappella, spuntò un uomo con una matita dietro l'orecchio e un foglio ripiegato tra le mani. Camminava in fretta e aveva l'aria preoccupata di chi fosse alla ricerca di una notizia decisiva.
– Giorgio! – gridò appena ci vide.
– Hai saputo niente della schedina di domenica?
Giorgio si fermò e sorrise.
– Ciccio, ma ancora con il Totocalcio? Sono anni che non si gioca più come una volta.
Lo riconobbi subito. Ciccio era stato uno dei più ostinati giocatori del vecchio Totocalcio. Trascorreva interi pomeriggi al tavolino del bar a compilare colonne e a studiare sistemi. Riempiva con cura la “matrice” la "madre" e la "figlia", della schedina come le chiamava lui. Poi affidava a Giorgio il compito di effettuare le giocate. Ogni settimana era convinto di avere trovato il sistema perfetto. Incrociava pronostici, statistiche, intuizioni e perfino sogni notturni. Se una squadra favorita avesse perso, non sarebbe stato mai colpa del suo metodo: c'era stato un arbitro venduto, un portiere distratto o un centravanti che aveva sbagliato volutamente.
– Certo che si gioca! – protestò Ciccio.
– Sono cambiate le schedine, ma le partite si fanno ancora. Io mi tengo informato.
– E come fai, senza radio e giornali? - gli chiesi.
– Domando ai nuovi arrivati. Appena qualcuno oltrepassa il cancello, gli lascio il tempo di ambientarsi e poi gli chiedo i risultati, la classifica e le condizioni delle squadre.
– Una bella accoglienza – commentò Giorgio.
- Gli altri domandano notizie della famiglia, tu chiedi come ha giocato la Juventus.
– Le notizie dei parenti posso sentirle anche dopo. I risultati, invece, vanno saputi subito.
– E a cosa ti servono, se qui non puoi più giocare? - domandai.
Ciccio mi guardò come se avessi pronunciato un'eresia.
– Non si sa mai. Prima o poi apriranno una ricevitoria anche da queste parti.
– Certo – disse Giorgio.
- E come premio ti daranno'nu rruppi nuci e nu manicu d'ossu!
– A te non toccherebbe nulla – replicò Ciccio.
– Non hai mai azzeccato neppure una doppia.
– Perché giocavo le schedine che preparavi tu! - rispose Giorgio.
Ciccio scosse la testa, poi aprì il foglio.
– Lasciamo perdere. Piuttosto, tu che vieni da fuori, dimmi: il Milan come sta andando?
– Ciccio, questo è arrivato qui per sbaglio, non per fare il corrispondente sportivo - intervenne Giorgio.
– E poi lascialo uscire, altrimenti gli fai perdere il risultato più importante della serata: uno fisso sul ritorno a casa.
Ridemmo tutti e tre. Ciccio piegò il foglio con cura e se lo rimise in tasca.
– Va bene, ma prima di andartene ricordati almeno una cosa: se incontri qualcuno che viene da queste parti, digli di portare i risultati.
Si allontanò borbottando nomi di squadre e possibili combinazioni, ancora intento a inseguire quella fortuna che in vita aveva affidato a tredici segni tracciati su una schedina. Io e Giorgio riprendemmo il vialetto.
– Hai visto? – disse. - Qui ognuno continua a cercare ciò che lo ha tenuto occupato in vita. Ciccio aspetta ancora il colpo vincente, anche se non saprebbe più che farsene.
Mi voltai un'ultima volta. Lo vidi parlottare con un'ombra appena comparsa in fondo al vialetto e approssimarsi con il foglio già aperto. Probabilmente non gli aveva ancora chiesto il nome, ma di certo stava già domandandogli i risultati della domenica. In fondo, anche il camposanto era una ribalta: ciascuno continuava a occupare la scena, con gli stessi vizi, le stesse speranze e le stesse manie. Solo che lì non c'erano più denaro da vincere, partite da giocare o fortune da cambiare. Restava soltanto l'abitudine di inseguire ciò che un tempo era sembrato indispensabile.
Eravamo tornati sul vialetto principale. Il cancello non era lontano e, oltre le sbarre, la notte cominciava a perdere l'oscurità. Rallentai il passo, quasi volessi trattenere ancora per qualche minuto quella strana passeggiata. Mi voltai verso il camposanto. Con i lumini sparsi tra le tombe e le cappelle lungo il pendio, sembrava un piccolo paese addormentato. Ora sapevo che dietro quel silenzio continuavano a muoversi storie, caratteri e abitudini: ciascuno conservava qualcosa di ciò che era stato.
– Devo andare - dissi infine.
Giorgio annuì, come se avesse atteso quelle parole.
– Lo so. Tu puoi ancora tornare dall'altra parte.
Ci fermammo davanti al cancello. Avrei voluto ringraziarlo, ma qualsiasi parola mi sembrava insufficiente.
Non mi aveva semplicemente accompagnato tra le tombe: mi aveva restituito un paese che credevo perduto, con le sue voci, i suoi difetti, le sue miserie e la sua ironia. Mi aveva mostrato che anche le vite più comuni possono contenere qualcosa che merita di essere raccontato.
– Tornerò a trovarti - gli promisi.
Giorgio sorrise.
– Non avere fretta. E quando tornerai, porta qualche storia nuova. Qui abbiamo molto tempo per ascoltare.
Lo abbracciai, o forse ebbi soltanto l'impressione di farlo. Poi oltrepassai il cancello. Dopo pochi passi mi voltai: Giorgio era ancora lì, con la camicia aperta sul petto e nella posa in cui la memoria lo aveva custodito per tanti anni. Alzò una mano in segno di saluto.
– Fumamundi l'urtima sullazza – disse sorridendo.
Sorrisi anch'io, ma continuai a camminare. Quella volta l'ultima sigaretta doveva aspettare.
Mi svegliai di soprassalto. Dalle persiane filtrava la prima luce del mattino e, per qualche istante, cercai Giorgio nella penombra della stanza. Solo allora capii che era stato un sogno, anche se definirlo così mi sembrò riduttivo.
Conservavo ogni particolare: i vialetti, le lapidi, i lumini, le voci e il modo in cui Giorgio pronunciava i nomi, restituendo a ciascuno una storia. Non importava sapere se fosse venuto davvero a trovarmi o se fosse stata la nostalgia a dargli voce. Per una notte avevo camminato di nuovo accanto al mio amico e ritrovato, attraverso di lui, un'intera comunità. Mi parve di udirlo ancora:
– Fumamundi l'urtima sullazza.
Sul comodino non c'erano sigarette, ma un quaderno aperto e una penna. Mi sedetti e cominciai a scrivere, prima che il giorno cancellasse i particolari di quella notte. Era quello il modo di mantenere la promessa: riportare dall'altra parte del cancello le storie che Giorgio mi aveva affidato.
Il sogno era finito, ma il viaggio continuava.
Nelle parole.
Nino Greco
