La Calabria annovera figure di santi che non sono soltanto presenze della storia religiosa, ma elementi strutturali della civiltà di un popolo. Tra queste, San Fantino il Vecchio, detto anche “Il cavallaro”, nato a Tauriana nel 294 d.C. e morto nel 336, è una delle personalità più antiche e più radicate nella memoria mediterranea¹. La sua vicenda, tramandata dal Bios greco dell’VIII secolo, composto dal vescovo Pietro di Tauriana², è un racconto di lavoro, carità, prodigi e identità comunitaria: la storia di un giovane che, prima di essere santo, fu cavallaro, guardiano di cavalli, e che trasformò la fatica quotidiana in un esercizio di giustizia.
Tauriana, oggi Taureana di Palmi, era nel III–IV secolo una città portuale della bassa Calabria tirrenica, inserita nei circuiti commerciali tra Sicilia, Campania e Africa Proconsolare³. La presenza di ville rustiche con ninfei, impianti idrici e magazzini agricoli testimonia l’esistenza di una aristocrazia agraria romanizzata, come quella del patrizio Balsamio, presso il quale Fantino fu affidato come hipponomeus, guardiano di cavalli⁴. La religiosità del luogo era ancora pagana, con culti legati alle acque e ai numi domestici. In questo contesto, la figura di Fantino emerge come una presenza civile: non un asceta isolato, ma un giovane immerso nella vita quotidiana, nel lavoro e nelle relazioni di dipendenza tipiche della società tardo‑imperiale.
Il Bios insiste sul fatto che Fantino non predica, non fonda comunità, non cerca il deserto: lavora. La sua santità nasce dalla fatica agricola, dalla cura degli animali, dalla responsabilità verso i poveri. La celebre trebbiatura notturna - Fantino che usa i cavalli del padrone per aiutare i contadini poveri - è un gesto di sovversione morale ricordato nel Bios⁵: un atto di redistribuzione silenziosa, compiuto “nel rischio e nel buio”, che anticipa forme di giustizia sociale mediterranea. Fantino dunque è un santo che non fugge dal mondo, ma lo custodisce e lo riscatta. La sua carità è una dimensione concreta, agricola, quotidiana.
Il Bios dell’VIII secolo elenca venti miracoli attribuiti a Fantino⁶. Il più celebre è quello del fiume Metauro (oggi Petrace): inseguito da Balsamio, Fantino fermò le acque impetuose “come fosse terra ferma”⁷. Il prodigio richiama la figura di Mosè, ma assume un significato civile: il fiume diventa il confine tra potere e libertà, tra ingiustizia e protezione dei deboli. Fermare le acque significa sospendere l’ordine naturale per difendere il giusto. Un altro miracolo, datato al 650, è legato al culto mariano dell’Alto Mare: durante la festa del santo, alcune navi saracene furono disperse da una tempesta improvvisa. I superstiti raccontarono di aver visto sullo scoglio una donna vestita di porpora e un giovane con un tizzone fumante⁸. La comunità riconobbe la Madonna e Fantino. Da questo episodio nacque uno dei culti mariani più antichi della Calabria, ancora vivo.
Fantino morì il 24 luglio 336, a circa quarant’anni, e fu sepolto nel ninfeo della villa di Balsamio, un ambiente ipogeo romano poi trasformato in cripta cristiana⁹. La cripta, riscoperta nel 1952 seguendo una mappa greca antica¹⁰, è una stanza rettangolare con volta a botte, arcate cieche e condotte d’acqua murate nelle pareti. “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”¹¹: un raro caso di continuità cultuale tra un luogo romano delle acque e un santuario cristiano.
Già nel 590, papa Gregorio Magno scriveva al vescovo Paolino di Tauriana¹², segno che la tomba era al centro di un complesso cristiano con chiesa e monastero. Due secoli dopo, il vescovo Pietro ricordava suore che custodivano le reliquie e una lampada perenne. Gli scavi del 1993–1994 hanno mostrato la stratificazione completa del sito: cripta romana (IV secolo), basilica bizantina (VI–VIII secolo), chiesa medievale (1552), chiesa ottocentesca (1857)¹³. Questa continuità rende San Fantino uno dei complessi paleocristiani più antichi e più stratificati della Calabria. La memoria del santo è dunque anche memoria del luogo: un ninfeo romano cristianizzato, un santuario bizantino, una chiesa medievale, un museo moderno. Una stratificazione che racconta la storia religiosa della regione.
Fantino il Vecchio e Fantino il Giovane: una distinzione necessaria
Il Bios insiste sul fatto che Fantino non predica, non fonda comunità, non cerca il deserto: lavora. La sua santità nasce dalla fatica agricola, dalla cura degli animali, dalla responsabilità verso i poveri. La celebre trebbiatura notturna - Fantino che usa i cavalli del padrone per aiutare i contadini poveri - è un gesto di sovversione morale ricordato nel Bios⁵: un atto di redistribuzione silenziosa, compiuto “nel rischio e nel buio”, che anticipa forme di giustizia sociale mediterranea. Fantino dunque è un santo che non fugge dal mondo, ma lo custodisce e lo riscatta. La sua carità è una dimensione concreta, agricola, quotidiana.
Il Bios dell’VIII secolo elenca venti miracoli attribuiti a Fantino⁶. Il più celebre è quello del fiume Metauro (oggi Petrace): inseguito da Balsamio, Fantino fermò le acque impetuose “come fosse terra ferma”⁷. Il prodigio richiama la figura di Mosè, ma assume un significato civile: il fiume diventa il confine tra potere e libertà, tra ingiustizia e protezione dei deboli. Fermare le acque significa sospendere l’ordine naturale per difendere il giusto. Un altro miracolo, datato al 650, è legato al culto mariano dell’Alto Mare: durante la festa del santo, alcune navi saracene furono disperse da una tempesta improvvisa. I superstiti raccontarono di aver visto sullo scoglio una donna vestita di porpora e un giovane con un tizzone fumante⁸. La comunità riconobbe la Madonna e Fantino. Da questo episodio nacque uno dei culti mariani più antichi della Calabria, ancora vivo.
Fantino morì il 24 luglio 336, a circa quarant’anni, e fu sepolto nel ninfeo della villa di Balsamio, un ambiente ipogeo romano poi trasformato in cripta cristiana⁹. La cripta, riscoperta nel 1952 seguendo una mappa greca antica¹⁰, è una stanza rettangolare con volta a botte, arcate cieche e condotte d’acqua murate nelle pareti. “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”¹¹: un raro caso di continuità cultuale tra un luogo romano delle acque e un santuario cristiano.
Già nel 590, papa Gregorio Magno scriveva al vescovo Paolino di Tauriana¹², segno che la tomba era al centro di un complesso cristiano con chiesa e monastero. Due secoli dopo, il vescovo Pietro ricordava suore che custodivano le reliquie e una lampada perenne. Gli scavi del 1993–1994 hanno mostrato la stratificazione completa del sito: cripta romana (IV secolo), basilica bizantina (VI–VIII secolo), chiesa medievale (1552), chiesa ottocentesca (1857)¹³. Questa continuità rende San Fantino uno dei complessi paleocristiani più antichi e più stratificati della Calabria. La memoria del santo è dunque anche memoria del luogo: un ninfeo romano cristianizzato, un santuario bizantino, una chiesa medievale, un museo moderno. Una stratificazione che racconta la storia religiosa della regione.
Fantino il Vecchio e Fantino il Giovane: una distinzione necessaria
La tradizione distingue due figure: Fantino il Vecchio (294–336), cavallaro taumaturgo, e Fantino il Giovane (927–1000 ca.), monaco basiliano del Mercurion e pellegrino in Grecia¹⁴. La sovrapposizione dei nomi ha generato confusione, ma le fonti sono chiare: il santo più antico della Calabria è Fantino il Vecchio, protagonista del Bios dell’VIII secolo. Questa distinzione permette di leggere la storia religiosa calabrese come un equilibrio tra mondo e deserto: Fantino il Vecchio, santo della giustizia quotidiana; Fantino il Giovane, santo dell’ascesi.
. . .
La figura di Fantino consente di raccontare una Calabria diversa da quella stereotipata: una Calabria laboriosa, agricola, mediterranea, capace di generare figure che uniscono carità e giustizia. Fantino è un santo che non fugge dal mondo, ma lo custodisce. La sua storia è un invito a rileggere la Calabria come terra di fondazione civile e sociale, non certo di marginalità.
Bruno Demasi
__________
1. V. D’Avino, Cenni storici sulle chiese della Calabria, Napoli 1848, pp. 312‑315.
2. Bios tou hagiou Phantinou, ed. critica in A. Guillou, “Un saint cavalier de Calabre: Phantin”, in Byzantion, 32 (1962), pp. 147‑180.
3. G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Calabria, Milano 1985, pp. 421‑430.
4 Bios, § 4: “Ὑπὸ Βαλσαμίου Ῥωμαίου πατρικίου ἐτέθη ἱππονομεύς”.
5. Bios, §§ 7‑8.
6. Bios, passim; elenco dei miracoli in Guillou, cit., pp. 160‑175.
7. Bios, § 10: “Ὡς γῆν ἐστερεωμένην”.
8. G. Nisticò, Il culto dell’Alto Mare a Palmi, Reggio Calabria 1999, pp. 55‑62.
9. M. C. Parra, Il complesso paleocristiano di San Fantino, Palmi 1996, pp. 12‑25.
10. Parra, cit., pp. 5‑11.
11. Documento citato: “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”.
12. Gregorio Magno, Epistulae, IX, 219 (a Paolino di Tauriana).
13. Soprintendenza Archeologica della Calabria, San Fantino. Relazione preliminare, Reggio Calabria 1995.
14. G. Cavallo, I santi basiliani della Calabria, Roma 1978, pp. 101‑115.
2. Bios tou hagiou Phantinou, ed. critica in A. Guillou, “Un saint cavalier de Calabre: Phantin”, in Byzantion, 32 (1962), pp. 147‑180.
3. G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Calabria, Milano 1985, pp. 421‑430.
4 Bios, § 4: “Ὑπὸ Βαλσαμίου Ῥωμαίου πατρικίου ἐτέθη ἱππονομεύς”.
5. Bios, §§ 7‑8.
6. Bios, passim; elenco dei miracoli in Guillou, cit., pp. 160‑175.
7. Bios, § 10: “Ὡς γῆν ἐστερεωμένην”.
8. G. Nisticò, Il culto dell’Alto Mare a Palmi, Reggio Calabria 1999, pp. 55‑62.
9. M. C. Parra, Il complesso paleocristiano di San Fantino, Palmi 1996, pp. 12‑25.
10. Parra, cit., pp. 5‑11.
11. Documento citato: “La sorgente che scorre ancora oggi è considerata benedetta”.
12. Gregorio Magno, Epistulae, IX, 219 (a Paolino di Tauriana).
13. Soprintendenza Archeologica della Calabria, San Fantino. Relazione preliminare, Reggio Calabria 1995.
14. G. Cavallo, I santi basiliani della Calabria, Roma 1978, pp. 101‑115.