Le parole pronunciate da mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, hanno assunto il valore di un vero e proprio monito civile che ha riscattato in un colpo solo i pesanti silenzi di tanti pulpiti, specialmente di potere. In un’intervista pubblicata oggi, 5 luglio 2026, Savino ha dichiarato che la cosiddetta remigrazione, bandiera agitata da alcuni settori politici come soluzione identitaria alle dinamiche migratorie, «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹. La sua denuncia è netta: vi è il rischio concreto che «una certa parte politica utilizzi la religione come strumento di potere», operazione che «grida vendetta al cospetto della storia e al cospetto della ragione»¹.
Savino non si limita a una presa di distanza: egli smonta la pretesa di fondare su categorie religiose un progetto politico di esclusione, richiamando implicitamente la tradizione teologica che, dal magistero biblico ai documenti conciliari, ha sempre rifiutato l’uso strumentale del nome di Dio per finalità di dominio.La posizione del vescovo calabrese si colloca entro una linea teologica precisa: Dio non è mai “possesso” di un gruppo umano, né può essere invocato per giustificare progetti di espulsione o di selezione etnica; la Chiesa, nella sua dottrina sociale, ha sempre affermato che la dignità della persona precede ogni appartenenza nazionale. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ricorda che «ogni forma di discriminazione» fondata su razza, condizione sociale o religione «è contraria al disegno di Dio»². La remigrazione, nella misura in cui si configura come progetto di espulsione sistematica, si pone dunque fuori dal perimetro della teologia cattolica. Savino, con la sua consueta chiarezza, richiama questa radice: la religione non può essere «strumento di potere», né può essere piegata a logiche di presunta "sicurezza" che trasformano il migrante in minaccia.
Le parole del presule non nascono nel vuoto. Da mesi Savino denuncia con forza le condizioni disumane dei lavoratori migranti nelle campagne calabresi. Dopo la strage dei braccianti di Amendolara, ha affermato che "il caporalato non è una deviazione marginale... ma una struttura di dominio»³, una «forma moderna di schiavitù" ⁴ che prospera dove il bisogno diventa catena. In un’altra dichiarazione, il 4 luglio scorso, ha invocato un «cambiamento del paradigma culturale e politico» verso gli immigrati, ricordando che l’approccio dominante è ancora segnato da un «pregiudizio ideologico» che vede l’immigrato come pericolo⁵. Queste parole mostrano che la sua critica alla remigrazione non è episodica: essa si inserisce in una visione coerente, che difende la dignità dei lavoratori stranieri e denuncia le logiche economiche che li sfruttano.
La posizione di Savino, d'altra parte, trova eco in altri interventi del magistero contemporaneo: Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, ha affermato che «non ci sono stranieri, ma solo fratelli» e che ogni progetto politico che alimenta la paura dell’altro è «una regressione della coscienza morale»⁶; la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha più volte ribadito che le politiche di espulsione sistematica sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa, che riconosce nel migrante «un soggetto portatore di diritti»⁷; il teologo Karl Rahner, in un celebre saggio del 1974, ricordava che «la Chiesa non può essere ridotta a garante dell’ordine sociale esistente», perché la sua missione è universale e non nazionale⁸. Se a qualcuno venisse la tentazione di stigmatizzare le parole di questo vescovo, questi richiami mostrano ampiamente che la posizione di Savino non è isolata, anzi è pienamente intrinseca alla tradizione teologica cattolica.
D’altronde, l’intervento del vescovo di Cassano non è un commento politico, ma un atto di responsabilità ecclesiale. Quando Savino afferma che la remigrazione «non c’entra nulla con i valori della Chiesa»¹, egli difende la purezza del linguaggio religioso da ogni manipolazione. La sua voce ricorda che la Chiesa non è un apparato identitario, ma una comunità che custodisce la dignità dell’umano, soprattutto quando essa è minacciata. In un tempo in cui il nome di Dio viene talvolta evocato per giustificare progetti di esclusione, la parola di Savino restituisce alla teologia il suo compito: proteggere chi ha bisogno di aiuto e protezione, non legittimare il potere.
Bruno Demasi
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1. Mons. Francesco Savino, intervista in Cosenza Channel, 5 luglio 2026: «Remigrazione, il monito di mons. Savino: “Non c’entra nulla con i valori della Chiesa”».
2. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 29.
3. Mons. Savino, dichiarazioni riportate da Vatican News, 2026.
4. Mons. Savino, nota della diocesi di Cassano, RaiNews, 2 giugno 2026.
5. Mons. Savino, intervento ad Amendolara, ANSA, 4 luglio 2026.
6. Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 39–40.
7. Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Documento su migrazioni e diritti, 2018.
8. Karl Rahner, Strutture della Chiesa nel mondo moderno, 1974.
2. Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 29.
3. Mons. Savino, dichiarazioni riportate da Vatican News, 2026.
4. Mons. Savino, nota della diocesi di Cassano, RaiNews, 2 giugno 2026.
5. Mons. Savino, intervento ad Amendolara, ANSA, 4 luglio 2026.
6. Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 39–40.
7. Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Documento su migrazioni e diritti, 2018.
8. Karl Rahner, Strutture della Chiesa nel mondo moderno, 1974.