lunedì 6 luglio 2026

VERA VON FALKENHAUSEN: il maggior laboratorio vivente dell’Italia bizantina ( di Bruno Demasi )

     Vera von Falkenhausen ha restituito all’Italia meridionale bizantina non solo la sua dignità storiografica, ma anche la sua complessità antropologica, linguistica e istituzionale. In lei convivono la disciplina filologica della grande scuola tedesca, l’apertura metodologica, maturata negli anni americani, e una sensibilità tutta mediterranea per le microstorie locali, per i documenti minuti, per le comunità monastiche che hanno custodito la grande cultura greca nel Sud.

     Nata a Essen nel 1938, von Falkenhausen si forma alla scuola di Hans‑Georg Beck, il grande maestro della bizantinistica monacense. La sua tesi di dottorato, Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien vom 9. bis ins 11. Jahrhundert (1967), è già un’opera matura: un’indagine sulle strutture del potere bizantino nel Mezzogiorno, condotta con una precisione che diventerà cifra distintiva della sua produzione futura¹.Il soggiorno al Dumbarton Oaks Center for Byzantine Studies (1968‑1970) amplia il suo orizzonte: qui la studiosa incontra la tradizione filologica anglosassone, più attenta alle dinamiche culturali e ai processi di trasformazione sociale. Da questa duplice radice nasce un metodo che unisce rigore documentario, analisi linguistica, attenzione alle istituzioni, e una rara capacità di leggere la storia come tessuto di continuità.

     La monografia La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo (Bari, 1978) è il punto di svolta. Non è soltanto la versione italiana della tesi: è un libro che ridefinisce il campo degli studi. Von Falkenhausen mostra come la presenza bizantina non sia un episodio marginale, ma un fenomeno strutturale, capace di modellare le élites, le città, le culture del Sud.Celebre è la sua osservazione sulla continuità amministrativa dopo la conquista normanna: «I Normanni non distrussero l’eredità bizantina: continuarono a servirsi delle strutture preesistenti e del personale greco capace di gestirle»². In questa frase si condensa la sua visione: la storia non come cesura, ma come sedimentazione. 
     Uno dei contributi più originali della studiosa riguarda la lingua dei documenti greci prodotti in Italia meridionale e in Sicilia. Nel saggio Zur Sprache der mittelalterlichen griechischen Urkunden aus Süditalien und Sizilien (1981), von Falkenhausen dimostra che la koiné documentaria non è un semplice riflesso dell’uso greco orientale, ma un sistema linguistico autonomo, plasmato da interazioni con il latino, da tradizioni locali, da esigenze amministrative³.Le sue edizioni critiche – dai documenti di S. Maria della Grotta di Palermo ai materiali dell’Archivio Ducale Medinaceli – sono modelli di filologia applicata alla storia: ogni lemma, ogni formula notarile diventa indizio di una cultura che vive, si adatta e  resiste. 

     La varietà dei temi affrontati da von Falkenhausen è impressionante. Tra i contributi più significativi tre grandi lavori in cui si coglie la capacità della studiosa di leggere il Mezzogiorno come spazio di interazione, dove l’elemento greco non è residuo, ma componente attiva della costruzione sociale: 
  • Gregor von Burtscheid und das griechische Mönchtum in Kalabrien (1998), dove il monachesimo greco calabrese emerge come fenomeno di lunga durata, radicato nelle comunità locali e capace di influenzare la cultura latina circostante⁴.
  • Die Städte im byzantinischen Italien (1989), un’analisi magistrale delle strutture urbane, delle loro trasformazioni e della loro resilienza⁵.
  • I ceti dirigenti prenormanni (1977), studio fondamentale sulla formazione delle élites meridionali prima dell’arrivo dei Normanni⁶.
   Dal 2006 von Falkenhausen dirige l’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, fondato da Paolo Orsi e Zanotti Bianco. Da questa prestigiosa rivista ha promosso la valorizzazione delle fonti meridionali, integrandole nel dibattito bizantinistico. La sua presenza in altre grandi riviste Nea Rhome, Rivista di studi bizantini e neoellenici e Sefer Yuhasin testimonia un impegno costante nella costruzione di una comunità scientifica attenta alle intersezioni tra Oriente e Occidente. 

     La grandezza della sua opera risiede nella capacità di mostrare che l’Italia meridionale fu, per secoli, una regione di frontiera e di scambio, dove la cultura greca continuò a vivere ben oltre la caduta di Bari (1071). In questo senso, von Falkenhausen si colloca nella tradizione dei più grandi studiosi della stessa materia, come Beck, Mango, Kazhdan, ma con una specificità tutta italiana: l’attenzione alle microstorie, ai documenti minuti, alle comunità monastiche che hanno custodito la memoria del Mediterraneo.
    
     Mi auguro che in molti siano davvero attratti in profondità dalla sua opera che, a ben leggerla, ha già da tempo dischiuso, con estrema precisione, un mondo incredibile. 

Bruno Demasi

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1. V. von Falkenhausen, Untersuchungen über die byzantinische Herrschaft in Süditalien vom 9. bis ins 11. Jahrhundert, Wiesbaden 1967, pp. 11‑15.
2. V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978, p. 243.
3. V. von Falkenhausen, Zur Sprache der mittelalterlichen griechischen Urkunden aus Süditalien und Sizilien, in «Byzantinische Zeitschrift», 74 (1981), pp. 45‑67.
4. V. von Falkenhausen, Gregor von Burtscheid und das griechische Mönchtum in Kalabrien, Köln 1998, pp. 89‑112.
5. V. von Falkenhausen, Die Städte im byzantinischen Italien, in «Jahrbuch für Antike und Christentum», 32 (1989), pp. 201‑230.
6. V. von Falkenhausen, I ceti dirigenti prenormanni, in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», 44 (1977), pp. 55‑78.