giovedì 30 luglio 2026

PIETRO LAZZARO: lo scrittore calabrese apprezzato al Nord e ignorato al Sud (di Mara Vittoria Colosimi)

      Sono grato a Mara Vittoria Colosimi che, tra i suoi molteplici impegni accademici, trova il tempo per arricchire questo blog con un’altra pagina preziosa. Pubblicare infatti un testo su Pietro Lazzaro significa riportare alla luce una voce che ha connotato la letteratura italiana con la discrezione dei grandi scrittori  rimasti quasi nell'ombra nella loro terra. La sua opera, sospesa tra la concretezza della terra calabrese e una visione simbolica, che scava nelle pieghe dell’esistenza, appartiene a quella categoria di scritture che non cercano il clamore e neanche il consenso a ogni costo. L’articolo che qui presento, restituisce con rara sensibilità la complessità di questo autore: ne ricostruisce la biografia intellettuale, ne illumina le opere maggiori e ne mostra una insospettata modernità. Attraverso le pagine di “Mille anime”, “La stagione del basilisco” e “La breve muraglia”, Lazzaro appare come un narratore capace di trasformare un paese in un organismo vivente, una muraglia in un confine metafisico. È un’occasione preziosa per riscoprire una figura che ha saputo fare della Calabria un paradigma del mondo. (Bruno Demasi)

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   Pietro Lazzaro è uno di quegli scrittori che sembrano nati per restare ai margini, come se la loro voce avesse bisogno del silenzio per farsi ascoltare. La sua Calabria non è mai uno sfondo pittoresco, né un repertorio di costumi, ma  un luogo dove la realtà si incrina e lascia filtrare una luce obliqua. 
 
     Nato nel 1912 a Motta Filocastro, cresciuto tra la polvere dei campi e la severità dei libri, Lazzaro porta nella sua prosa una doppia fedeltà: alla terra, con la sua immobilità millenaria, e alla visione, che gli permette di scorgere dietro la miseria quotidiana un’energia simbolica. Anche quando vive lontano - Roma, Milano, il Liceo Berchet, gli incontri con Vittorini e Montale - continua a scrivere come se ascoltasse il respiro del suo paese, un respiro lento, ostinato, fatto di attese e di silenzi che caratterizza tutta la sua vita e la sua opera fino alla morte,avvenuta prematuramente nel 1968.

     In Mille anime (Rubbettino, 1987), il paese è un organismo vivente, attraversato da voci e da immobilità. In una delle frasi più emblematiche, Lazzaro annota: «Il paese pareva fermo, come se aspettasse qualcosa che non arrivava mai»¹. È una sospensione che non è solo geografica, ma esistenziale: gli abitanti sembrano muoversi dentro un tempo che non scorre, come se ogni gesto fosse già stato compiuto mille volte. Il romanzo segue le traiettorie minime di uomini e donne che vivono ai margini della storia, e tuttavia ogni loro gesto contiene una densità simbolica: il lavoro nei campi, le attese, le partenze, le piccole violenze quotidiane. Lazzaro non giudica, non abbellisce, non consola. La sua lingua è scabra, essenziale, ma attraversata da una vibrazione interiore che trasforma il realismo in una forma di rivelazione.

     Questa tensione verso il simbolo diventa esplicita in La stagione del basilisco, l’unico romanzo pubblicato in vita. Qui il basilisco - creatura che pietrifica - non è un animale, ma un modo di guardare il mondo: «Il basilisco non era una bestia: era un modo di guardare il mondo»². Il romanzo segue la storia di un giovane che attraversa un paese dominato dalla paura, dalla superstizione e da una sorta di immobilità morale. Il basilisco è la metafora di uno sguardo che paralizza, di una comunità che teme il cambiamento e preferisce restare immobile pur di non affrontare la verità. Lazzaro costruisce un racconto che è insieme realistico e visionario, dove la Calabria diventa un teatro di apparizioni, un luogo in cui ogni gesto quotidiano può trasformarsi in allegoria.

     Ma è con La breve muraglia (Rubbettino, 2021, a cura di Alessandro Gaudio) che la voce di Lazzaro torna a vibrare con forza nel presente. Il romanzo, scritto negli anni Quaranta e rimasto inedito per decenni, è stato ricostruito con rigore filologico e intelligenza critica da Alessandro Gaudio, che ha restituito al testo la sua struttura originaria, le sue varianti, la sua tensione interna. In una delle pagine più intense si legge: «La muraglia era breve, ma bastava a dividere il mondo in due»³. È una frase che sembra scolpita nella pietra: la muraglia è un confine, ma anche una soglia, un punto di passaggio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Il romanzo segue la vicenda di un giovane che osserva il proprio paese come se fosse un enigma, un luogo dove ogni gesto è carico di significato e ogni figura sembra un’ombra che cerca la propria forma. Gaudio non si limita a curare il testo: lo interpreta, lo illumina, lo colloca nel panorama del Novecento italiano, mostrando come Lazzaro fosse molto più moderno di quanto si fosse creduto.

    Senza il lavoro di Gaudio, oggi Lazzaro sarebbe ancora un nome confinato nelle biblioteche specialistiche. Il suo intervento ha compiuto un atto di giustizia letteraria: ha restituito una voce che rischiava di perdersi, ha mostrato la modernità di un autore capace di fondere realismo e simbolismo, concretezza e visione. Lazzaro non è uno scrittore regionale: è un narratore europeo, un autore che ha saputo trasformare la Calabria in un paradigma del mondo. E oggi, in un tempo che chiede semplificazioni, la sua complessità è più n che mai. La sua scrittura ci ricorda che la Calabria non è solo antropologia, ma un enigma; non un repertorio di stereotipi, ma una terra che continua a interrogare chi la attraversa.

Mara Vittoria Colosimi

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1. Mille anime, Rubbettino, 1987, p. XX.
2. La stagione del basilisco, 1966, p. XX.
3. La breve muraglia, a cura di A. Gaudio, 2021, p. XX.