Quando nel 1921 vede la luce il primo numero di Brutium, Reggio Calabria reca ancora i tratti drammatici e l’ombra lunga del cataclisma che nel 1908 ne aveva sconvolto le fondamenta. Se l'ordito urbano delle case era stato faticosamente riedificato, a rimanere ferita era soprattutto la memoria collettiva: le strade apparivano geometricamente nuove, ma la città era orfana di un baricentro in cui potersi culturalmente riconoscere. Era, quella reggina, una comunità che nel volgere di pochi istanti aveva veduto dissolversi i propri archivi, le antiche chiese, le collezioni patrizie e le memorie.
In questo vuoto identitario un cenacolo di intellettuali scelse di ribellarsi all'idea che la Calabria dovesse rassegnarsi a una mera e silente sopravvivenza: essa doveva ritrovarsi e dotarsi di una voce propria. Tra questi pionieri della rinascita, la figura più tenace, dotata di una lungimirante consapevolezza fu senza dubbio Alfonso Frangipane.
Brutium non sorse come un periodico di rito accademico o di svago letterario. Esso si configurò, sin dal principio, come un lucido tentativo di edificare un'identità moderna per una regione che, fino ad allora, era stata descritta quasi unicamente attraverso l'esotismo o il pregiudizio degli osservatori esterni [1]. Il nome stesso scelto per la testata - Brutium - costituiva un'esplicita dichiarazione d'intenti: un richiamo all'antica terra dei Bruzi che non scaturiva da una sterile nostalgia dell'antico, bensì dalla certezza che la storia non debba essere un fardello, ma una radice feconda.
Nelle intenzioni dei promotori, la rivista si impose l'ambizioso compito di raccogliere e ordinare: saggi di rigorosa indagine storica e archeologica; accurati studi d’arte; profili biografici e critici di artisti; accorati interventi di tutela del patrimonio monumentale; alti contributi letterari; riflessioni sul divenire della vita culturale calabrese. Si trattava di un disegno ambizioso, ai limiti della temerarietà, calato in un contesto cittadino che ancora non disponeva di un museo civico funzionante, di un archivio di Stato stabilmente strutturato o di un sistema culturale capillarmente organizzato.
Attorno alle pagine della rivista si strinse un cenacolo di eletti studiosi e professionisti dell’epoca: figure del calibro dello storico Domenico Spanò Bolani, del geografo Giuseppe Isnardi, del letterato e traduttore Pasquale Creazzo, di Giovanni De Lorenzo e del giurista e umanista Giuseppe Morabito. Tuttavia, il vero centro di gravità, l’intelletto capace di imprimere alla testata un orientamento estetico e metodologico preciso, fu Alfonso Frangipane. Egli non era soltanto un pittore di raffinata sensibilità, né un critico d'arte nel senso ortodosso del termine: Frangipane fu un uomo d’azione che comprese anzitempo come la Calabria rischiasse l'oblio definitivo della propria memoria storica. Per lui, la cultura doveva farsi strumento di ricostruzione morale e civile del territorio.
In Brutium, Frangipane trasfuse l'eroica esperienza già maturata come salvatore e catalogatore del patrimonio artistico superstite all'indomani del sisma [2], la sua sterminata conoscenza delle maestranze locali e la rara capacità di interpretare la storia figurativa calabrese come un continuum organico, e mai come una sequenza di episodi isolati o provinciali. Il suo magistero in seno a Brutium si esplicò in una duplice veste: quella di fondatore e quella di infaticabile costruttore. Fu la sua sensibilità a dettare le linee della direzione estetica della rivista, tramutandola in un laboratorio permanente di storiografia artistica. Sua fu l'intuizione che la Calabria nuova non potesse essere codificata soltanto attraverso la lente della letteratura o delle contese politiche, ma che dovesse essere riscoperta ed evocata mediante le immagini, lo studio dei suoi artefici e l'esegesi delle opere d'arte.
Con penna arguta e passione filologica, Frangipane redasse i profili critici dei maggiori pittori e scultori calabresi dell'Ottocento e del primo Novecento, ricostruendo trame antiche e recenti e strappando all'oscurità del tempo nomi che rischiavano di svanire. Le sue monografie e i suoi articoli dedicati a giganti quali Andrea Cefaly, Francesco Jerace, Raffaele Maria Santoro e Giuseppe Benassai rimangono, a tutt'oggi, fonti documentarie imprescindibili e monumentali [3]. Attraverso questo immane lavoro, Frangipane edificò il primo vero "canone" dell'arte calabrese moderna: un'opera di sistematizzazione che prima del suo avvento non era mai stata neppure tentata.
Brutium superò ben presto la natura tecnica del periodico per assurgere al rango di vera e propria istituzione culturale. Fu il cenacolo eletto in cui la Calabria smise di percepirsi come una periferia muta e subalterna, per riconoscersi finalmente come un consapevole soggetto storico. Nello specifico, la rivista seppe: forgiare un moderno e aggiornato linguaggio critico; costituire un prezioso archivio di fonti visive e documentarie; tessere una fitta rete di relazioni tra gli studiosi dell’intera regione; porsi come baluardo a difesa del patrimonio artistico insidiato dall'incuria; educare e formare una nuova e avvertita generazione di intellettuali. In buona sostanza, Brutium supplì alle gravi assenze istituzionali del tempo: fu il museo che la città non possedeva ancora, l’archivio che il terremoto aveva inghiottito, la memoria che Frangipane aveva promesso di restituire al futuro [4].
Allorché Alfonso Frangipane si spense nel 1970, il cammino di Brutium non si interruppe bruscamente con la sua dipartita. La rivista continuò a operare per diversi anni sotto la ferma direzione della figlia, Raffaella Frangipane, la quale ne ereditò non soltanto la testata, bensì la missione ideale [5]. Raffaella non rivestì affatto un ruolo ornamentale o di facciata: era donna di profonda cultura, dotata di un rigore intellettuale severo, cresciuta in una dimora dove la dedizione agli studi era intesa come un inderogabile dovere civile. Profonda conoscitrice degli artisti, frequentatrice assidua degli archivi e custode dei segreti editoriali della rivista, ella possedeva la chiave di lettura dell'opera paterna: la cultura intesa come suprema responsabilità verso la propria polis.
Sotto la sua egida, Brutium preservò intatta la propria identità: mantenne l’originaria e rigorosa linea editoriale; confermò la centralità assoluta dello studio della storia dell’arte; proseguì le battaglie per la tutela del patrimonio; mantenne coeso e vitale il legame profondo della comunità intellettuale reggina. Non si trattò di una continuità puramente formale o burocratica, bensì di un alto magistero affettivo e civile. Raffaella non intese reinventare la rivista, ma scelse l'onore della custodia.
Il viaggio editoriale di Brutium, spesso liquidato con superficialità come concluso negli anni Sessanta, ebbe in realtà una parabola molto più ampia e significativa. La prima serie della rivista proseguì infatti fino al 1992, anno dell’ultimo fascicolo noto (Anno 71, n. 3‑4). Dopo una pausa di alcuni anni, nel 2000 vide la luce una nuova serie, con periodicità quadrimestrale, che rappresentò un tentativo nobile e coerente di riattivare la tradizione culturale della testata in un contesto ormai mutato. Questa seconda stagione si concluse nel 2002, anno dell’ultima uscita.
Questa longevità - oltre ottant’anni di vita editoriale - non è un dettaglio cronologico, ma la prova che Brutium fu percepita come un bene comune, un presidio identitario, una voce necessaria. La sua durata testimonia la forza del progetto originario e la capacità della rivista di adattarsi, pur restando fedele alla propria vocazione. Raffaella accompagnò il periodico verso il suo naturale compimento storico senza mai tradirne lo spirito natio. È al suo fermo carattere che si deve se Brutium non perì nel silenzio dell’indifferenza, ma concluse il suo ciclo con intatta dignità, consegnando agli studiosi contemporanei un’eredità unanime.
Dopo la sua epopea, questa terra ha cessato di essere un territorio privo di una propria storia figurativa. Essa si è riscoperta regione dotata di un canone e di una memoria estetica. Questo miracolo storiografico resta l’indelebile merito di Alfonso Frangipane e, per gli anni del crepuscolo, della figlia Raffaella, che quella passione seppe proteggere, con amorosa e fiera devozione.
Nelle intenzioni dei promotori, la rivista si impose l'ambizioso compito di raccogliere e ordinare: saggi di rigorosa indagine storica e archeologica; accurati studi d’arte; profili biografici e critici di artisti; accorati interventi di tutela del patrimonio monumentale; alti contributi letterari; riflessioni sul divenire della vita culturale calabrese. Si trattava di un disegno ambizioso, ai limiti della temerarietà, calato in un contesto cittadino che ancora non disponeva di un museo civico funzionante, di un archivio di Stato stabilmente strutturato o di un sistema culturale capillarmente organizzato.
Attorno alle pagine della rivista si strinse un cenacolo di eletti studiosi e professionisti dell’epoca: figure del calibro dello storico Domenico Spanò Bolani, del geografo Giuseppe Isnardi, del letterato e traduttore Pasquale Creazzo, di Giovanni De Lorenzo e del giurista e umanista Giuseppe Morabito. Tuttavia, il vero centro di gravità, l’intelletto capace di imprimere alla testata un orientamento estetico e metodologico preciso, fu Alfonso Frangipane. Egli non era soltanto un pittore di raffinata sensibilità, né un critico d'arte nel senso ortodosso del termine: Frangipane fu un uomo d’azione che comprese anzitempo come la Calabria rischiasse l'oblio definitivo della propria memoria storica. Per lui, la cultura doveva farsi strumento di ricostruzione morale e civile del territorio.
In Brutium, Frangipane trasfuse l'eroica esperienza già maturata come salvatore e catalogatore del patrimonio artistico superstite all'indomani del sisma [2], la sua sterminata conoscenza delle maestranze locali e la rara capacità di interpretare la storia figurativa calabrese come un continuum organico, e mai come una sequenza di episodi isolati o provinciali. Il suo magistero in seno a Brutium si esplicò in una duplice veste: quella di fondatore e quella di infaticabile costruttore. Fu la sua sensibilità a dettare le linee della direzione estetica della rivista, tramutandola in un laboratorio permanente di storiografia artistica. Sua fu l'intuizione che la Calabria nuova non potesse essere codificata soltanto attraverso la lente della letteratura o delle contese politiche, ma che dovesse essere riscoperta ed evocata mediante le immagini, lo studio dei suoi artefici e l'esegesi delle opere d'arte.
Con penna arguta e passione filologica, Frangipane redasse i profili critici dei maggiori pittori e scultori calabresi dell'Ottocento e del primo Novecento, ricostruendo trame antiche e recenti e strappando all'oscurità del tempo nomi che rischiavano di svanire. Le sue monografie e i suoi articoli dedicati a giganti quali Andrea Cefaly, Francesco Jerace, Raffaele Maria Santoro e Giuseppe Benassai rimangono, a tutt'oggi, fonti documentarie imprescindibili e monumentali [3]. Attraverso questo immane lavoro, Frangipane edificò il primo vero "canone" dell'arte calabrese moderna: un'opera di sistematizzazione che prima del suo avvento non era mai stata neppure tentata.
Brutium superò ben presto la natura tecnica del periodico per assurgere al rango di vera e propria istituzione culturale. Fu il cenacolo eletto in cui la Calabria smise di percepirsi come una periferia muta e subalterna, per riconoscersi finalmente come un consapevole soggetto storico. Nello specifico, la rivista seppe: forgiare un moderno e aggiornato linguaggio critico; costituire un prezioso archivio di fonti visive e documentarie; tessere una fitta rete di relazioni tra gli studiosi dell’intera regione; porsi come baluardo a difesa del patrimonio artistico insidiato dall'incuria; educare e formare una nuova e avvertita generazione di intellettuali. In buona sostanza, Brutium supplì alle gravi assenze istituzionali del tempo: fu il museo che la città non possedeva ancora, l’archivio che il terremoto aveva inghiottito, la memoria che Frangipane aveva promesso di restituire al futuro [4].
Allorché Alfonso Frangipane si spense nel 1970, il cammino di Brutium non si interruppe bruscamente con la sua dipartita. La rivista continuò a operare per diversi anni sotto la ferma direzione della figlia, Raffaella Frangipane, la quale ne ereditò non soltanto la testata, bensì la missione ideale [5]. Raffaella non rivestì affatto un ruolo ornamentale o di facciata: era donna di profonda cultura, dotata di un rigore intellettuale severo, cresciuta in una dimora dove la dedizione agli studi era intesa come un inderogabile dovere civile. Profonda conoscitrice degli artisti, frequentatrice assidua degli archivi e custode dei segreti editoriali della rivista, ella possedeva la chiave di lettura dell'opera paterna: la cultura intesa come suprema responsabilità verso la propria polis.
Sotto la sua egida, Brutium preservò intatta la propria identità: mantenne l’originaria e rigorosa linea editoriale; confermò la centralità assoluta dello studio della storia dell’arte; proseguì le battaglie per la tutela del patrimonio; mantenne coeso e vitale il legame profondo della comunità intellettuale reggina. Non si trattò di una continuità puramente formale o burocratica, bensì di un alto magistero affettivo e civile. Raffaella non intese reinventare la rivista, ma scelse l'onore della custodia.
Il viaggio editoriale di Brutium, spesso liquidato con superficialità come concluso negli anni Sessanta, ebbe in realtà una parabola molto più ampia e significativa. La prima serie della rivista proseguì infatti fino al 1992, anno dell’ultimo fascicolo noto (Anno 71, n. 3‑4). Dopo una pausa di alcuni anni, nel 2000 vide la luce una nuova serie, con periodicità quadrimestrale, che rappresentò un tentativo nobile e coerente di riattivare la tradizione culturale della testata in un contesto ormai mutato. Questa seconda stagione si concluse nel 2002, anno dell’ultima uscita.
Questa longevità - oltre ottant’anni di vita editoriale - non è un dettaglio cronologico, ma la prova che Brutium fu percepita come un bene comune, un presidio identitario, una voce necessaria. La sua durata testimonia la forza del progetto originario e la capacità della rivista di adattarsi, pur restando fedele alla propria vocazione. Raffaella accompagnò il periodico verso il suo naturale compimento storico senza mai tradirne lo spirito natio. È al suo fermo carattere che si deve se Brutium non perì nel silenzio dell’indifferenza, ma concluse il suo ciclo con intatta dignità, consegnando agli studiosi contemporanei un’eredità unanime.
Dopo la sua epopea, questa terra ha cessato di essere un territorio privo di una propria storia figurativa. Essa si è riscoperta regione dotata di un canone e di una memoria estetica. Questo miracolo storiografico resta l’indelebile merito di Alfonso Frangipane e, per gli anni del crepuscolo, della figlia Raffaella, che quella passione seppe proteggere, con amorosa e fiera devozione.
Bruno Demasi
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[1] Brutium, Anno I, n. 1, Reggio Calabria, gennaio 1921, p. 1.
[2] Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici e Storico‑Artistici della Calabria, Fondo Alfonso Frangipane (1909‑1925), fasc. 4.
[3] Brutium: Cefaly (1923), Jerace (1925), Benassai (1928).
[4] A. Frangipane, Il nostro programma, in Brutium, Anno I, n. 1, 1921, p. 2.
[5] Per la direzione di Raffaella Frangipane: Archivio Frangipane, Carteggio editoriale 1965‑1990; ICCU‑SBN, scheda della testata Brutium (annate fino al 1992).