giovedì 9 luglio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: GEORGE W.D. EVANS (1826) (di Rocco Liberti)

     In questo nuovo contributo di ricerca Rocco Liberti torna a esercitare la sua singolare perizia nel far parlare le fonti minori, trasformando un autore quasi dimenticato in una lente capace di restituire l’immaginario ottocentesco sulla Calabria. Nel caso di George W. D. Evans , pastore protestante inglese, prolifico viaggiatore e osservatore distratto della regione che pure sfiora senza entrarvi, Liberti mostra come bastino poche frasi, per ricostruire un intero universo di rappresentazioni sedimentate: la Calabria come terra scoscesa, remota, pericolosa, sospesa tra mito e geografia. Evans non mette piede nella regione, ma la guarda soltanto da Messina, scorgendovi un profilo di rocce verticali, un territorio che si offre più come immagine che come esperienza. È proprio in questa distanza che Liberti individua ancora una volta il nucleo del discorso ottocentesco sulla Calabria. L’osservatore straniero, privo di contatto diretto, si affida a un repertorio già pronto e variamente rielaborato dai tanti viaggiatori stranieri. Così, il mito antico diventa la chiave interpretativa di un paesaggio che il viaggiatore inglese non conosce, ma che crede di riconoscere. (Bruno Demasi)
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    Di questo scrittore, che pur ha dato alle stampe tre grossi volumi di viaggio, si conosce appena ch’era un pastore protestante inglese e nel 1826 ha girato a lungo per l’Italia. Purtroppo, sebbene vi sia passato vicino, non ha sentito il bisogno di fare una capatina in Calabria, che da Messina ha senz’altro scorto. Il tomo che c’interessa è il secondo e, come gli altri, reca titolo di “The New Classical Tour through Italy and Sicily, compiled during a Tour through those Interesting Countries. To which is added an Appendix containing an Abridgead Transaltion of Lanzi’s Storia pittorica[1]. La pubblicazione è avvenuta a Londra nel 1830 presso Ibotson e Palmer. Nonostante ciò, al pari di tutti quelli che si sono trovati in zona, ha amato disquisire sui problemi storici e geografici dello Stretto piuttosto ampiamente. Nel 1835 n’è stata edita ulteriore in forma più ampia con titolo The Classic and Connoisseur in Italy and. Sicily.

     Partito con tre compagni da Lione il 16 febbraio 1826, ha raggiunto prima Stromboli e le Eolie, appresso Messina, città dalla quale ha sciamato per l’intera isola. Da Messina ha distinto le due zone che si affacciano sul braccio di mare antistante: se la Calabria appariva costituita da rocce e montagne ripide e quasi perpendicolari, la Sicilia gli si offriva una pianura di una certa misura, che al contrario dalle montagne era delimitata a poca distanza. E naturalmente, subito dopo Punta Faro, lo sguardo è andato direttamente a Scilla, dove sulle rocce scure si stagliava una fortezza in rovina. Essendovi in essa appena una piccola baia, i pericoli le derivavano proprio dalla sua posizione. Era bruscamente sita quasi in prossimità della riva e per diverse leghe era vano rintracciare un ulteriore approdo.

     In merito a Scilla Evans si fa un dovere di evocare l’episodio accaduto nel 1783, con gli abitanti sfuggiti al sisma e poi periti in mare assieme al loro principe a motivo del distacco di una roccia e del riflusso delle onde verso la terraferma. La popolazione si era rifugiata in acqua durante la notte e aspettava che venisse il giorno a causa che il principe si era messo in allarme dopo che altro masso era precipitato nei pressi del castello. Trattando di Scilla, che definisce uno spauracchio, indica in 6.047 metri inglesi lo spazio che la separava dal Capo Faro, anticamente noto col termine Peloro per ricordare uno sfortunato pilota di Annibale. Quindi, non può che trattare anche del dirimpettaio Cariddi. Invero, il mito di Scilla e Cariddi, eternato nei classici versi di Omero, è stato sempre ben presente nella memoria dei popoli. Un cenno nella classica traduzione ottocentesca datane da Ippolito Pindemonte: Scilla da un lato,/Dall’altro era l’orribile Cariddi,/che del mare inghiottia l’onde spumose.

     Nello Stretto si avverte una corrente molto rapida, che cambia direzione ogni sei ore, più o meno conformemente alle fasi lunari, come osservato da Aristotele. Quando il vento e la corrente si trovano in senso contrario le navi sono obbligate a gettare l’ancora oltre tale area e attendere che la situazione si evolva. Scrittori e poeti hanno sempre fantasticamente creato un discredito a Cariddi, che non è propriamente meritato. Il tutto si è sicuramente originato dall’imperfezione dell’arte nautica nell’antichità, ma anche da finzioni allegoriche, che, dice Evans, sono tra le più grandi illusioni. Ma è chiaro pure che il marinaio inesperto attraversava il tratto di mare paventando il pericolo. Al tempo però il frangente era un po’ diverso: «Con una buona brezza, piccole imbarcazioni ogni giorno passano e ripassano il Faro con perfetta facilità e sicurezza; ma se il vento manca, sono inevitabilmente persi a meno che non contengono un numero sufficiente di mani per districarsi con l'aiuto di remi»[2]. All’epoca della guerra (si riferisce evidentemente al periodo napoleonico) le fregate inglesi e persino le navi da battaglia, latitando il vento, hanno corso il rischio di sbattere sulle rocce di Scilla, restando esposte per ore al fuoco delle batterie francesi. A trainarle fuori si è resa utile allora la flottiglia.

     Evans passa indi a esaminare le ideazioni possibili circa il posto in cui collocare il fantomatico Cariddi. Chi lo poneva alla bocca del porto, chi a Punta Faro e chi altrove. Ma è probabile che i nostri antenati ne avessero un concetto vago e che esso comprendesse tutta la plaga, peraltro sul detto di Plinio che la segnala “mare vorticoso”. Comunque, se mai ci fosse stato un sito chiaramente definito, nel volgere dei tempi era ormai scomparso. Alla fine delle varie discussioni in proposito non tralascia di far cenno al mitico adagio attinente a colui che, volendo evitare Scilla, fatalmente ricadeva in Cariddi. Ma non era poi così facile, quando si pensi che le navi, che eludevano il gorgo di Cariddi, erano costrette ad avvicinarsi il più possibile alla costa calabrese. 
Rocco Liberti

[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, I, pp. 386-387. 
[2] Evans, The new Classical …, II, p. 292, trad. dall’inglese.