Nella Calabria del secondo Settecento, ancora segnata da assetti sociali rigidi, da una forte presenza ecclesiastica e da un’economia povera di strumenti moderni, Antonio Jerocades appare come una figura singolare: sacerdote, poeta, pedagogista, uomo che prova a portare nella provincia meridionale i linguaggi più avanzati dell’Illuminismo¹. Nato a Parghelia nel 1738, si forma in un ambiente periferico, ma riesce presto a entrare in rapporto con il clima intellettuale che ruota attorno a Napoli e al riformismo meridionale.
La sua vocazione non è soltanto letteraria, ma civile. Nel Saggio dell’umano sapere Jerocades propone un’idea di istruzione fondata sull’utilità, sulla concretezza e sull’adattamento dell’insegnamento alle condizioni reali degli allievi. «L’istruzione non dee essere un vano apparato di scienze, ma un esercizio che renda l’uomo capace di vivere e di operare». Educare significa formare persone capaci di lavorare, di pensare con ordine, di inserirsi nella società. In questo senso il Saggio è una delle testimonianze più interessanti della pedagogia illuministica nel Mezzogiorno³.
La sua attività di maestro e di scrittore si lega presto a un orizzonte più ampio. Le fonti biografiche lo collocano dentro il clima culturale che, tra seminario, scuola e discussione filosofica, alimenta il rinnovamento del Settecento meridionale. Il suo nome si muove dentro una rete di rapporti che comprende Napoli, l’insegnamento e la circolazione delle idee economiche e morali del tempo. La sua specificità consiste nel fatto che porta queste istanze in un territorio periferico, dove la modernità incontra resistenze più forti e dove il problema della formazione civile diventa ancora più urgente.
La sua attività di maestro e di scrittore si lega presto a un orizzonte più ampio. Le fonti biografiche lo collocano dentro il clima culturale che, tra seminario, scuola e discussione filosofica, alimenta il rinnovamento del Settecento meridionale. Il suo nome si muove dentro una rete di rapporti che comprende Napoli, l’insegnamento e la circolazione delle idee economiche e morali del tempo. La sua specificità consiste nel fatto che porta queste istanze in un territorio periferico, dove la modernità incontra resistenze più forti e dove il problema della formazione civile diventa ancora più urgente.
Massoneria e riforma morale
Un capitolo decisivo della sua biografia è la relazione con la massoneria. Le voci Treccani lo definiscono propagatore fervido di idee repubblicane, anticuriali e massoniche; il suo nome è legato alle origini del giacobinismo napoletano sul finire del Settecento. È però opportuno leggere questi dati senza forzature: Jerocades non è un agitatore politico in senso stretto, ma un intellettuale che utilizza il linguaggio simbolico e comunitario della massoneria per fini pedagogici, morali e civili.
Il Saggio dell’umano sapere è un testo ibrido, a metà tra manuale pedagogico e scritto morale. La sua struttura risponde a un progetto illuministico che privilegia l’utile, la chiarezza e la formazione concreta del lettore. Tre aspetti lo caratterizzano: centralità dell’educazione pratica, rivolta ai giovani e ai ceti produttivi; relazione stretta tra sapere e vita reale, contro ogni erudizione astratta; funzione morale, che mira a formare il comportamento oltre che l’intelletto. Non è un trattato sistematico, ma un’opera di orientamento intellettuale e civile, che anticipa bisogni e possibilità di una terra ancora priva di strumenti moderni³.
La lira focense è il testo che meglio mostra questa direzione. «Qui la poesia non è semplice ornamento, ma veicolo di una visione del mondo che unisce fratellanza, virtù, educazione morale e aspirazione a una società più giusta»⁴. La raccolta ha una dimensione simbolica e iniziatica, ma il suo interesse principale sta nella capacità di trasformare il verso in strumento di comunicazione ideologica e pedagogica. I temi ricorrenti - fratellanza, luce, disciplina interiore, comunità rigenerata - delineano un immaginario morale coerente con l’ambiente massonico.
Il Saggio dell’umano sapere è un testo ibrido, a metà tra manuale pedagogico e scritto morale. La sua struttura risponde a un progetto illuministico che privilegia l’utile, la chiarezza e la formazione concreta del lettore. Tre aspetti lo caratterizzano: centralità dell’educazione pratica, rivolta ai giovani e ai ceti produttivi; relazione stretta tra sapere e vita reale, contro ogni erudizione astratta; funzione morale, che mira a formare il comportamento oltre che l’intelletto. Non è un trattato sistematico, ma un’opera di orientamento intellettuale e civile, che anticipa bisogni e possibilità di una terra ancora priva di strumenti moderni³.
La lira focense è il testo che meglio mostra questa direzione. «Qui la poesia non è semplice ornamento, ma veicolo di una visione del mondo che unisce fratellanza, virtù, educazione morale e aspirazione a una società più giusta»⁴. La raccolta ha una dimensione simbolica e iniziatica, ma il suo interesse principale sta nella capacità di trasformare il verso in strumento di comunicazione ideologica e pedagogica. I temi ricorrenti - fratellanza, luce, disciplina interiore, comunità rigenerata - delineano un immaginario morale coerente con l’ambiente massonico.
Nel romanzo I demoni della Santa Fede (2025), Vincenzo Villella offre una rappresentazione narrativa che illumina e amplifica il profilo storico di Jerocades senza tradirlo. Egli vi appare come una figura di luce ambigua: insegnante carismatico e uomo segnato dalla malinconia di chi agisce oltre i limiti concessi dalla sua terra. Le aule diventano teatri di pratica civile, e le lezioni, descritte con dialoghi serrati e dettagli d’ambiente, trasformano il sapere in azione pubblica. In un passaggio, Villella scrive: «Le parole del maestro non erano soltanto spiegazioni: erano inviti a respirare un’aria nuova».Questa teatralizzazione rende palpabile la tensione di Jerocades: l’educazione come strumento per piegare l’inerzia sociale alla ragione utile. Villella insiste anche sull’aspetto iniziatico della vita massonica di questo sacerdote. Le descrizioni che ricreano riunioni e riti non sono semplice scenografia: mostrano come la massoneria fornisca strumenti simbolici per costruire identità collettive e trasmettere modelli etici.
Anche la poesia, nel quadro romanzesco, funziona da vettore di formazione: i versi della Lira focense diventano messaggi capaci di forgiare legami e sensibilità riformiste.Il romanzo evita la retorica dell’eroe trionfante. Jerocades emerge come riformatore spesso solitario, la cui vera eredità è pedagogica e simbolica: una semina di idee destinata a germogliare lentamente nella coscienza collettiva. La scrittura di Villella aggiunge una tensione drammatica che permette di percepire le resistenze e le potenzialità di una terra in cui le idee dovevano ancora trovare una lingua comune⁵. Il risultato complessivo è il profilo di un intellettuale che non riesce a trasformare interamente la propria terra, ma che ne anticipa bisogni e possibilità.
Bruno Demasi
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1. Treccani, Enciclopedia Italiana, voce «Jerocades, Antonio».
2. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Jerocades, Antonio» (Maria Luisa Perna).
3. Antonio Jerocades, Saggio dell’umano sapere, Napoli, Stamperia Simoniana, 1789, pp. 12–15, 33–36.
4. Antonio Jerocades, La lira focense, Napoli, Tipografia Porcelli, 1809, pp. 28–31, 45–47.
5. Vincenzo Villella, I demoni della Santa Fede, 2025, capp. II–III.
2. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Jerocades, Antonio» (Maria Luisa Perna).
3. Antonio Jerocades, Saggio dell’umano sapere, Napoli, Stamperia Simoniana, 1789, pp. 12–15, 33–36.
4. Antonio Jerocades, La lira focense, Napoli, Tipografia Porcelli, 1809, pp. 28–31, 45–47.
5. Vincenzo Villella, I demoni della Santa Fede, 2025, capp. II–III.