Nel breve e intenso racconto che segue, “Un cerimoniere d’altri tempi”, Tita Ferro impiega una scrittura che sembra provenire da un’altra epoca, non per nostalgia, ma per precisione impressionante. Il salone barocco, con i suoi lampadari “che si aprono come corolle di fiori su gambi di cristallo”, non è soltanto descritto: è ricamato. La lingua dell’autrice procede per tocchi minuziosi, come se ogni oggetto fosse degno di un’attenzione cerimoniale, e questa attenzione diventa la chiave per comprendere il protagonista, Fabrizio Fortani, uomo che vive nel protocollo come in una seconda pelle. La forza del racconto sta nella capacità di far emergere, sotto la superficie dell’eleganza, una vibrazione umana: la stanchezza, la discrezione, la dignità silenziosa di chi “non è una gran cosa, ma è tutto quello che può essere”. Tita Ferro non indulge mai al sentimentalismo; preferisce la finezza dei contrasti, la luce che si incrina negli specchi, il capo che si abbassa appena, la voce che si fa più bassa quando il dovere chiama. Così, mentre il cerimoniale si prepara a prendere forma, il lettore assiste alla rivelazione di un uomo che ha fatto della cura una vocazione e della discrezione un mestiere. La scrittura accompagna questo movimento con una grazia rara: non spiega e non giudica, ma mostra e ascolta. E nel farlo restituisce al lettore un personaggio che vive nella penombra dei grandi eventi, ma che proprio in quella penombra trova se stesso (Bruno Demasi).
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Tutto è in ordine anche in fondo, sul palco lievemente rialzato che ospiterà l'orchestra da camera: per ora ci sono al centro, proprio sotto il grande lampadario, un tavolo e quattro poltrone rosse che risaltano dietro il lucido e scuro marrone del tavolo, saranno portati via dopo le brevi relazioni ed eventuali interventi, per far posto ai dieci orchestrali.
Immancabili sul tavolo, insieme alla brocca e ai bicchieri, quattro cavalierini: rido ancora pensando alla prima volta in cui alla frase, -si accerti che ci siano i cavalierini-, ero rimasto senza parole di fronte al tronfio barone Bellavista, non sapendo di che cosa si trattasse. Ero tanto giovane allora e senza alcuna esperienza, forse per questo il mio primo impiego presso i baroni durò molto poco. Muovo qualche passo verso la mia postazione, il vano accanto alla porta di ingresso, non senza aver dato prima un'occhiata di controllo anche a me stesso in uno degli specchi alle pareti: la camicia e i guanti bianchi spiccano dall'impeccabile smoking nero, perfetto per la mia statura alta, asciutta, e per i miei capelli ormai bianchi, leggermente più lunghi sulla nuca. Sono decisamente ancora un bell'uomo, adatto al compito che mi è stato assegnato, il cerimoniere, colui che si occupa del cerimoniale presso corti, capi di stato, enti religiosi: io mi trovo da molti anni nell'antico palazzo dei duchi Governa, sono colui che gestisce in quasi completa autonomia i grandi eventi.
Chi dispone i posti sul palco e nel salone rispettando regole di precedenza rigorosamente prescritte per ogni tipo di cerimonia? Sono io, Fabrizio Fortani. Chi controlla e gestisce l'ordine degli interventi secondo un rigido protocollo che tiene conto delle cariche degli intervenuti? Sono sempre io, Fabrizio Fortani, il cerimoniere.
<Insomma, per farla breve, sei colui che dirige il traffico>, ha detto un giorno mio figlio, il minore, sempre pronto a riportare tutto alla quotidianità, privandolo di ogni aureola di grandezza, <possiamo dire che sei una specie di vigile del traffico nei salotti>, ha concluso ridendo, ma con il tono affettuoso di chi sa che può permettersi tutto nella sua posizione di cocco di papà.
Certo, se si descrive così il compito a me affidato, un semplice addetto al controllo del traffico nello spazio di un salone, sia pure in una dimora principesca, la mia figura si riduce di molto...
Mi guardo di nuovo nello specchio grandioso e mi vedo in effetti più basso di quanto pensassi, leggermente curvo nelle spalle, le sopracciglia spruzzate di bianco sottolineano impietosamente la mia età e la piega amara della bocca la mia stanchezza.
Mi allontano bruscamente dallo specchio e passo dopo passo, pesantemente, mi muovo verso l'ingresso, ormai manca poco, i primi invitati potrebbero arrivare da un momento all'altro ed io, già stanco di ogni etichetta, mi trascino più che muovermi.
<Fabrizio, mi sembra tutto a posto, come sempre>.
Leggera, non l'avevo sentita arrivare, si avvicina a me la duchessa Marina, sempre splendida nei suoi 50 anni, un lungo abito verde le fascia il corpo e si adatta bene al colore dei suoi occhi che sanno alternare la calma distesa delle praterie con le tempeste di mari in burrasca.
<Sì, tutto è a posto>.
<Che fortuna per noi avere un uomo come te che ci suggerisce che cosa e come fare, che garantisce la sicura riuscita di ogni evento importante. Come faremmo senza di te per organizzare e gestire l'incontro per la stipula di un accordo così importante?>
Mi inchino leggermente con deferenza, mentre ringrazio a voce bassa: la conosco da quando era bambina, so quanto tiene al protocollo, al rispetto di ogni anche piccola formalità.
Mi ero appena sposato quando sono stato chiamato da suo padre a questo servizio. Mi è stato assegnato allora l'alloggio più che confortevole nell'ala nord del palazzo insieme a mia moglie che sovrintende alla servitù. Qui sono nati e cresciuti i miei quattro figli, compagni di giochi, sia pure nella differenza dei ranghi, dei figli del duca.
Rialzo le spalle, sento meno grave il peso degli anni e meno sgradevole il mio compito di -regolatore del traffico-.
E' un servizio indispensabile che permette agli altri di godere in libertà e tranquillità occasioni e avvenimenti da cui potrebbero scaturire anche spiacevoli malintesi se non ci fosse qualcuno responsabile dell’organizzazione, qualcuno che distribuisce i compiti e vigila perché tutto sia compiuto fedelmente.
Sono solo un servitore di cui pochi si accorgono mentre c'è e svolge il suo lavoro, di cui però si sentirebbe la mancanza se venisse meno, come ha osservato la duchessa.
-Non pensare a ruoli importanti, Fabrizio, a lavori più gratificanti e piacevoli-, dico a me stesso mentre raggiungo il mio posto, -svolgi il compito che ti è stato affidato, il poco o molto che è stato messo nelle tue mani-.
Mi viene in mente una poesia di Borges, che ho letto recentemente, piace leggere a letto sia a me che a mia moglie, lei preferisce i racconti, i gialli in particolare, io le poesie, e Borges è uno dei miei preferiti. La sua poesia "Amicizia! si concludeva con le parole che ho imparato a memoria ed ora mi vengono in aiuto: “non sono una gran cosa, ma sono tutto quello che posso essere”.
Proprio così, anch'io come lui, fatte salve le differenze.
Un rumore di carrozza che si ferma…, mi giro e, dopo qualche minuto, c'è già il primo degli invitati, di cui scandisco a voce alta il nome, Conte Gualtiero dei Bongiovanni e contessa Maurilia de Dominici, mentre saluto con un lieve cenno del capo.
Tita Ferro