Oppido Mamertina e gli ultimi della sanità calabrese, proprio gli ultimi, abbandonati da tutti, stanchi da anni di continua spoliazione di un ospedale antico e grande non solo per estensione, ma soprattuto per servizi e per qualità, via via spolpato e distrutto da decenni di ignavia sociale e politica e di noncuranza per un comprensorio montano privo ormai persino della voglia di pregare.
Oppido e gli ultimi della sanità nel secondo venerdi di Quaresima ancora teatro e personaggi sofferenti e oppressi di un’inedita Via Crucis serale proprio davanti a quell’ospedale che oggi qualcuno vorrebbe probabilmente chiudere definitivamente dopo anni di agonia e di servizi sempre più ridotti o azzerati. Una Via Crucis nonostante tutto vibrante di preghiera e di sofferti silenzi nelle parole accorate del parroco, don Giuseppe , che in un concreto slancio di vera sinodalità, l’ha voluta sfidando il freddo gelido , lo sgomento e la stanchezza di molti che da settimane stanno presidiando questo fantasma, che ancora si chiama Ospedale, per tentare di sottrarlo all’incuria, ai calcoli, ai giri di parole opprimenti, alle comunicazioni smozzicate, sempre parziali e incomplete, di chi negli anni ha avuito ed ha la responsabilità di questo disastro..
Come non ricordare spontaneamente l’agonia di questo nosocomio attraverso ciascuna delle stazioni proclamate di questa stupenda Via Crucis, e le tappe della miseria regionale lungo le quali sono via via crollati prima il sogno di completare ed aprire una grandissima nuova ala per la quale erano stati spesi miliardi, poi il servizio di Ostetricia e Ginecologia, poi quello di Chirurgia, poi quello di Psichiatria, poi quello di Oculistica, poi quello di Otorinolaringoiatria, poi quello di Radiologia, poi quello di analisi cliniche, poi il Pronto Saoccorso, poi il Pronto Intervento notturno, poi il Pronto Intervento diurno e infine il servizio di Lungodegenza? Come non ricordare con commozione gli anni in cui questo nosocomio, nato per proteggere e servire la cittadinanza aspromontana, richiamava anche malati da ogni dove attratti dalla sua efficienza? Come non ripercorrere il sogno di un Ospedale di Montagna che avrebbe ridato fiato ai polmoni esausti di questo territorio condannato da tutti? E come non rimpiangere oggi almeno la speranza di un Ospedale di Comunità che le promesse avevano pomposamente accreditato e che sembra sempre più lontano nei progetti di carta a cui ormai nessuno sembre più credere?
Come rassegnarsi , ancora una volta, alla precarietà quotidiana di vita, allo sfacelo sanitario con cui giovani e anziani devono fare quotidianamente i conti, mentre si allontana sempre più persino la magra consolazione di un pomposo “Ospedale della Piana” per il quale sono gia stati spesi fiumi di inchiostro, di saliva e di miliardi, senza ancora porre un solo mattone?
Ma è stata , malgrado tutto, una Via Crucis in cui spesso è risuonata la parola Speranza nel freddo e nelle invocazioni del sacerdote e della gente, una Via Crucis che nel cuore degli innumerevoli presenti ha riecheggiato la triste conclusione della vita stessa dell’Aspromonte fiorita nei secoli sul sudore, i sacrifici e le conquiste di tantissima gente che aveva fatto della solidarietà, dell'onestà e del dono, anche e soprattutto della salute, il motivo essenziale del proprio orgoglio, oggi ferito a morte.
Persino i commenti ad ogni stazione, scritti dal Medico Santo, Giuseppe Moscati, e prescelti non a a caso per questa preghiera corale, hanno scandito le lacrime e la la tristezza della gente abbandonata da tanto tempo a se stessa, ai viaggi della speranza, alle umilianti attese davanti alle porte spesso proibite di Pronto soccorso lontani, raggiunti a stento lungo strade ridotte spesso a tratturi scavati dal tempo e dall’acqua e invasi dai rovi.
Sulla speranza che sembrava irrimediabilmente svanita e che sta rifiorendo nella tenacia della protesta civile e composta della gente dell’Aspromonte si è innestata la fede genuina dei poveri e dei semplici che da settimane hanno persino rinunciato al bene più grande per una democrazia degna di tale nome: il diritto di voto. Migliaia di tessere elettorali sono state dolorosamente restituite. E non c’è delitto più turpe che indurre la gente a rinunciare al proprio diritto elettorale, instillare in loro il dubbio che esserre buoni cittadini sia sinonimo di abbandono totale dallo Stato sempre più lontano da queste terre , da questo ospedale che, ancora una volta, è stato benedetto soltanto dalle preghiere e dalle lacrime della gente e dalla povera croce di legno innalzata su tutto e su tutti dalle braccia del parroco.
Pagine come questa sono sintesi estremamente asciutte e dolorose che descrivono e fanno comprendere meglio di mille reportages un contesto singolare di vita in cui si mescolano ricchezze, povertà, delusioni e speranze in un unicum che solo chi ha vissuto l'infanzia sulle balze dell'Aspromonte può capire.
Il Levante, vento micidiale e rigeneratore, infatti in un momento toglie e dà, distrugge e fa rinascere. Il Levante dalle nostre parti è il "mastro", oggi diremmo il mainstream di tutti i venti e di tutte le stagioni, qualcosa da cui di difendersi, ma anche da invocare per rinnovarsi.
E, come sempre, il Greco, che nel suo cognome echeggia un altro vento che non si risparmia sui fianchi dell'Aspromonte, con pochi tratti riesce a farci comprendere fino in fondo anche questo aspetto ancestrale della nostra terra.(Bruno Demasi)
Ho visto affacciarsi il levante tante di quelle volte che non ho potuto tenerne il conto; era minaccioso quando compariva da quella cresta di montagna e spingeva le nuvolate verso il paese. “Si ‘rrocculannu i nuvolati” ripetevamo noi ragazzi dopo aver sentito dire quelle parole dai nostri vecchi; e le piogge si mischiavano alle venticate come in un gioco primitivo, come se fosse una danza al ritmo di milonga dal volteggio repentino su passi improvvisati al momento e figli di un’intesa millenaria tra danzatori superbi come solo il vento e l’acqua sanno essere.
Quelle giornate dovevano scorrere così, con quei ritmi, con quei colori e con quei sapori; tutto si ammantava di intimo e la ruota del braciere diveniva il cuore della casa, il punto dove raccogliersi per scaldarsi e per ascoltare dalla voce del nonno qualche storia passata. Il fuoco maturo del carbone di ulivo, tenuto sottotono da un leggero strato di cenere, oltre a scaldarci si prestava benevolmente ad arrostire le patate poggiate tra le braci e il bordo di rame del braciere; stavo attento a girarle per tempo per non farle ‘ntozzulare. Mio nonno suggeriva sempre di scegliere le patate meno grosse, si arrostivano prima e meglio, e la fragranza riempiva come una magia l’aria del “basso” dove abitavamo. Lui usava alzare gli occhi dalle pupille ormai nascoste dietro al velo irrispettoso delle cataratte; non ci vedeva più e quando muoveva lo sguardo, e lo teneva sospeso in un punto indeterminato della penombra, non faceva altro che prestare l’orecchio per cogliere i frastuoni della levantina.
- Se durasse solo un giorno sarebbe cosa buona - diceva, pensando a coloro che erano impegnati nella raccolta delle olive.
-La troppa acqua si porta via le olive che il vento ‘rramazza, speriamo che non faccia danni - e aggiungeva- “ma quandu esti levantina a dassi a sira e t’a trovi a matina”.
In quelle parole si celavano le speranze spesso deluse poiché il levante, indomito ed energico, quando iniziava le danze andava avanti per due o tre giorni. Bisognava convivere con le levantine invernali e abbracciare ciò che di buono lasciavano sul terreno dopo il loro passaggio, dalle olive ai rami abbattuti, quelli più deboli carichi di frutto o malati; e capitava anche che a quella forza invisibile non resistevano nemmeno ulivi sarmarichi carichi di frutto che si coricavano da un lato adagiandosi sul terreno e alzando all’aria i grovigli antichi delle radici saltate fuori che sembravano tante braccia rivolte al cielo. Tra le parole degli anziani non avevo mai ascoltato una di astio nei confronti di quel vento che arrivava dall’est da dietro quella montagna immobile e gagliarda; non scorgevo nemmeno segni di passiva rassegnazione: era un fenomeno naturale e doveva essere accettato forse perché voluto da una mano divina. Era un tempo dell’anno e come tale doveva essere vissuto e superato senza tanti smarrimenti, anche la legna sarebbe servita per alimentare le cucine e per trasformarla in carbone per l’inverno successivo.
E di carbone ne produceva anche mio padre, il bastevole per la nostra casa; aveva imparato a portare a cottura le “fosse” dopo aver visto all’opera i carbonai di professione. Tutto giovava, anche saper fare il carbone. Meno soldi si spendevano e meglio era, ma non era inseguire una logica del risparmio: i soldi non c’erano, e quei pochi che c’erano non potevano essere spesi per il carbone.
Sicché ogni anno si metteva d’accordo con Pasquale e a luglio dedicava venti giorni di quel mese alla cottura delle fosse di carbone. Un terzo del prodotto era nostro. Un anno, a Vermicitri, un uliveto confinante con la partita di vigna che avevamo a Sanzo, portò a cottura tre fosse tutt’e tre di pari stazza.
-Una è nostra – mi disse, mentre gli porgevo la legna per la civatura. Dormivamo nel palmento della vigna e ogni tre/quattro ore andavamo a controllare che non ci fossero cedimenti nelle pareti delle “fosse”, che tutto procedesse bene. La chiaria di quelle nottate me le faceva apparire come tre vulcani fumanti, erano quiete,serene.
Una notte gli chiesi:
- anziché alzarci e fare trecento metri a piedi per andare a controllare perché non approntiamo un pagliericcio e riposiamo nei paraggi delle fosse?
- Non si dorme mai sotto gli alberi durante la notte, c’è l’aria tossica- rispose.
Non replicai a quella sua affermazione, non diceva le cose a caso e tutto aveva un senso in ciò che gli vedevo fare.
Furono anni di piccole e importanti scoperte quelli della mia adolescenza; e, quando alle Medie il professore ci spiegò la fotosintesi clorofilliana, mi ricordai di quelle notti a civare le fosse e fu naturale per me abbinare quella definizione scientifica a un fenomeno che mio padre a modo suo e con la sua semplicità aveva già pensato a insegnarmi.
Un' altra pagina, nata non a caso, in cui lo storico Rocco Liberti, partendo da un episodio di cronaca apparentemente banale, ricostruisce uno spaccato assai eloquente della vita e della società del territorio aspromontano nella Provincia Reggina con l'abituale chiarezza e meticolosità di informazioni, ma soprattutto con un'arte innata di condurre analisi storiche in modo lieve e avvincente, a volte anche ironico, senza paludamenti accademici di sorta. Stavolta l'oggetto della puntualissima ricerca è un singolare episodio di positiva cronaca aspromontana risalente addirittura a quasi due secoli fa, quando evidentemente la grande stampa nazionale si interessava ai nostri villaggi, ai nostri paesi non per episodi criminosi o solo per arricchire la retorica di un meridionalismo alla rovescia , come sta avvenendo in questi ultimi decenni. Ed è per questo un documento notevole che ci riguarda tutti da vicino e per tanti motivi, non ultima la necessità di una riflessione non superficiale sui nostri contesti di vita paesana e sulla loro storia sulle falde di un Aspromonte evidentemente ancora poco conosciuto. La nuova Oppido aveva poco più di 30 anni di vita all'epoca dei fatti studiati dal Liberti, mentre quelle che ora sono sue frazioni o contrade (Messignadi, Zurgonadio e Tresilico) vantavano già una loro, sia pur umile, storia che ogni tanto vale la pena ripercorrere sulla scorta di studi sintetici, ma preziosi e appassionanti, come questo. Si tratta della notizia della morte di un pastore ultracentenario, ma si tratta anche di uno squarcio inatteso e avvincente sulla vita del nostro territorio all'alba del XIX secolo, quando l'Unificazione era ancora di là da venire, o addirittura da pensare, e con essa tutta la retorica inizialmente meridionalista / nazionalista , oggi soltanto confusionaria che l'accompagnarono e l'accompagnano ancora. Leggere attentamente per credere! (Bruno Demasi)
Il Giornale del Regno delle Due Sicilie alla data del 27 maggio 1825 (n. 123, p. 492) rendeva noto che nel villaggio di Messignadi, nella provincia della Calabria Ulteriore, il giorno 21gennaio si era verificato il decesso di un uomo di venerandissima età. Aveva egli raggiunto nientemeno che i 116 anni. Del defunto offriva notizie abbastanza dettagliate. Aveva egli nome Leonardo Barbaro e proveniva da Zurgonadi, altro villaggio e sin dalla fanciullezza esercitava il mestiere di caprajo. Nato nel 1709, nel 1734 ha preso in moglie Teresa Sia, che gli ha regalato ben dieci figli, all’epoca di cui trattasi già deceduti. Persa la compagna nel 1771, si è risposato con Francesca Cosmo, da cui ha avuto altri quattro figli. Di questi al tempo n’era ne viveva soltanto uno. La seconda moglie se n’è andata al Creatore nel 1802. Stabilmente sano come un pesce, «Non mai soffrì febbre, o altre malattie, né mai conobbe medicamenti. Solo negli ultimi giorni di sua vita perdé repentinamente l’uso degli arti inferiori. Sino al dì del cennato mese di gennaio volle costantemente restare, e dormire in campagna presso gli armenti del figlio». L’ottimo stato di salute sicuramente sarà dipeso anche da una esistenza condotta in modo alquanto morigerato. Si scrive, infatti, che «Il suo nutrimento fu sempre eguale, cioè di fagiuoli, e pane di granone, la bevanda era di acqua e latte».
Barbaro aveva ancora tutti i denti e la canizie era di là da venire, ma soprattutto «le facoltà intellettuali erano state sempre perfette». Il suo ambito era però piuttosto ristretto. Conosceva appena Messignadi, Tresilico, Zurgonadi e Oppido e stimava addirittura che quest’ultima fosse «la città più famosa del mondo». Il mare lo aveva visto una volta, a Pietrenere nel 1743, quando, in occasione dell’epidemia della peste, il conte Mahony aveva stabilito un cordone sanitario. Rammentava benissimo quando nel 1718 sono arrivati i Tedeschi a Oppido con uno squadrone di cavalleria e che vi si erano succeduti ben otto vescovi. Il giornale così concludeva: «Il di lui temperamento la fine era ilare e tranquillo. Ha sempre goduto la riputazione di uomo dabbene». Non c’è che dire, un bel ritratto di antico stampo delle nostre operose comunità.
Naturalmente, un così raro avvenimento ha dovuto suscitare una vasta eco se del pari la Gazzetta di Milano di lunedì 6 giugno, una decina di giorni dopo, ha riportato integralmente l’articolo del “Giornale”. Si riproporrà più tardi nella sua edizione del 16 giugno (n. 72, p. 4) il Giornale di Firenze, che ha ripresentato l’articolo con alcune minime variazioni di carattere letterale. In realtà, tali pur importanti giornali forse
saranno stati preceduti dall’Osservatore del Lago Trasimeno di Perugia che nell’edizione contrassegnata 30 aprile alla pag. 40 così pubblicava: «Longevità. Nel villaggio di Mesignadi, provincia di Calabria, morì il 21 dello scorso aprile Leonardo Barbaro dell’età di anni centosedici. Nacque nel 1709, e sin dalla fanciullezza si occupò al mestiere di caprajo. Non soffrì mai febbre o altre malattie, né mai conobbe medicamenti».
Dopo simile notizia non restava che indagare in merito fra gli atti di morte dello stato civile del Comune ed ecco ciò che siamo riusciti a ricavare. Il 23 gennaio (Il documento è stilato il 25), quindi non 21, era deceduto in Messignadi Leonaldo Barbaro di anni 113, e non 116.
Il Barbaro faceva di professione il pecorajo e i suoi genitori rispondevano ai nomi di Antonino Barbaro e Rosa di Brizzi di Zurgonadi. A dichiararne la morte all’Eletto Michele Lando, ufficiale dello Stato Civile per Messignadi, sono stati Santo Coletta fabricatore e Andrea Ligori bracciale. Il cognome Barbaro e il nome Lonardo risultano variamente presenti a Zurgonadi e pure nel finitimo Tresilico in precedenza. Nel catasto onciario di Zurgonadi del 1746 appare un Lonardo Barbaro di a. 7, il cui nucleo familiare è composto dalla madre, 2 fratelli e 4 sorelle, assente il cognome Brizzi, ch’era invece sufficientemente diffuso a Messignadi. Di conseguenza, la mamma sarà stata proprio di Messignadi e avrà condotto qui con sé anche la prole[1].
Ancora nel 1901 s’insisteva sul Barbaro morto in età di 116 anni. Eppure bastava poco per appurarne quella esatta. Solo una capatina all’archivio del Comune di Oppido, ma evidentemente nessuno ci ha pensato ovvero si è assunta la briga di farlo[2].
Rocco Liberti
[1]Archivio Stato Napoli, Catasto onciario 1746, f. 349. [2]Alfredo Comandini, L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900), Milano, A. Vallardi 1901, p. 1288; Filippo Tucci, Il centenario messignadese, 11 luglio 2013, blog Messignadesi nel tempo.
Sulla tradizione forse più sentita dovunque, ma in particolare nel mondo aspromontano, la novena di Natale, tanto si è scritto rievocandone sensazioni, suggestioni e immagini e sicuramente tanto rimane da scrivere non solo per riscoprirne lati inediti, origini e folklore, ma soprattutto per studiarne significati vecchi e nuovi in un contesto di fede e di religiosità spesso indissolubilmente intrecciati.
A questo proposito appare validissimo lo studio meticoloso e a tutto tondo condotto da Don Letterio Festa sulla tradizione presente in Oppido Mamertina, culla di mille melodie pastorali e, in particolare, di quel prezioso capolavoro di suoni e di versi composto dall'avvocato Filippo Grillo, col titolo "Suonano mille campane" che ancora oggi dà tono, voce e sentimento a questa bella tradizione.
La rievocazione dei fasti antichi e moderni di questa eredità antica sul filo delle (poche) memorie e delle (tante) sovrapposizioni pseudoculturali che nel tempo hanno tentato di sommergere la novena natalizia, con la sua struggente magia di canti e suoni e di pathos sempre fresco è , a sua volta, un piccolo capolavoro di Don Letterio Festa che ne fa con grande scrupolo storiografico e pedagogico occasione felice di riflessione sulla nostra identità popolare, ma specialmente sulla nostra identità cristiana, senza la quale ogni tradizione rischia di annacquarsi o di smarrirsi (Bruno Demasi)
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Introduzione
Il“Direttorio su Pietà popolare e Liturgia”, preparato dalla Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, afferma che: «la Novena del Natale ha svolto una funzione salutare e può continuare ancora a svolgerla»[1]. Essa riguarda il periodo che va dal 16 al 24 dicembre, sentito e vissuto del Popolo cristiano come un tempo di grazia, nel tempo di grazia dell’Avvento, per la preparazione spirituale dei fedeli alla Solennità del Natale del Signore. Già nella struttura della Liturgia “ufficiale” della Chiesa, esiste una particolare attenzione ai giorni dal 17 al 23 dicembre, caratterizzati dalla introduzione, nella Liturgia dei Vespri, delle così dette Antifone «O», così chiamate perché iniziano sempre con la particella «O»: «O Sapienza…, O Signore…, O Germoglio…, O Chiave di Davide…». Esse si fanno risalire, tradizionalmente, al Papa Gregorio Magno ma già nel IV secolo, in Gallia ed in Spagna, si celebrava un primitivo Avvento che cominciava proprio il 17 dicembre per culminare nella più antica festa natalizia dell’Epifania, a sua volta di origine orientale, il 6 gennaio. Le Antifone «O» esprimono, più che un’invocazione, l’ammirazione dei credenti davanti alla Grotta di Betlemme - «Admirantis est potius, quam vocantis» (Amalario di Metz) – e il loro testo è ispirato ai “sospiri” dei Profeti dell’Antico Testamento che desideravano ardentemente la venuta del Redentore. Tale ispirazione biblica si trasmetterà, poi, anche ai testi di origine popolare usati in ogni dove durante la Novena del Natale. Tra i diversi formulari prodotti per solennizzare questi giorni santi, ebbe particolare fortuna quello nato in ambito benedettino, redatto sui testi latini e cantato con melodia gregoriana, successivamente tradotto in italiano dai Benedettini di Subiaco negli anni Sessanta dello scorso secolo.
Il Natale in Oppido Mamertina
Come in tutti le Città ed i Paesi di Calabria, il Natale è da sempre, ad Oppido Mamertina, una delle festività dell’anno tra le più amate e attese. Un proverbio, diffuso in tutta la Piana, esprime la forza dell’attesa vissuta in preparazione alla festa e ricorda le tappe salienti che la precedono:
«Sant’Andria porta la nova ca lu 6 è di Nicola, a l’8 è di Maria, a lu 13 è di Lucia, a lu 25 di lu veru Missia!».
Il tempo festivo si apre, infatti, con la Novena dell’Immacolata di cui si venera, nella Cattedrale, un prezioso simulacro ligneo, custodito nell’omonima cappella posta alla sinistra dell’Altare maggiore. Quindi il 6 dicembre, nella popolare e vetusta chiesa dell’Abbazia, si celebra San Nicola, antico Patrono della Città, a cui erano dedicate, già nella vecchia Oppido, le due Parrocchie cittadine, per poi passare nella chiesa di San Giuseppe dove si conserva una bella immagine di Santa Lucia, la Vergine e Martire siracusana la cui memoria liturgica ricorre il 13 dicembre.
Il culmine delle festività natalizie si ha nella sera della Vigilia, vissuta come una festa di famiglia e conclusa con il solenne pontificale del Vescovo in Cattedrale. «Come nei tempi andati ancor oggi ad Oppido il Natale è la festa della famiglia: e dai paesi più lontani e perfino dalle Americhe, molti si recano in seno alla propria famiglia per la fausta ricorrenza. E spesso non v’è altro scopo del lungo viaggio, che quello di rivedere i congiunti e di sedere insieme a tavola la sera della Vigilia, fra la dolce commozione degli affetti famigliari. Nella Vigilia si mangia di magro ed il Cenone o il pranzo succulento di diciotto pietanze, in tutte le famiglie, viene imbandito di sera: zeppole e frittelle di ogni specie, pesce fritto e quanto di meglio offre la stagione e la borsa. Invece del tradizionale capitone, qui si fa molto uso del baccalà che si prepara in diverse maniere. In tutte le famiglie agiate si prepara il tradizionale cappone e si fa grande uso di torrone, di dolci, di vini e di liquori. Si gioca alle carte il “sette e mezzo” o alla tombola o alle nocciuole. E quando nella mezzanotte squilla la campana per la Messa, il popolo, conforme alle vecchie consuetudini, accorre numeroso in chiesa»[2]. Qui, ancora oggi come un tempo, il Vescovo «porta in processione il Santo Bambino fra canti, suoni, luci, spari, fiori e squilli di campane e di campanelli, per deporlo poi nella grotta del presepio»[3]. L’immagine del Bambinello, venerata nella Cattedrale oppidese, fu un dono di Mons. Giovanbattista Peruzzo, che resse la nostra Diocesi dal 1928 al 1932, e che lo fece giungere, «in fasce e in soffici trine»[4], da Castiglione dello Stiviere, il paese d’origine di San Luigi Gonzaga, nel Natale del 1929. La Messa di Natale era, inoltre, caratterizzata in Oppido, fino agli anni Trenta dello scorso secolo, da un altro caratteristico particolare: «Finito il Vangelo un piccolo alunno del nostro Venerabile Seminario ascendeva il pergamo, e con gli accesi ardori d’un vergine cuore, inneggiava all’infinito amore ed all’umiltà di un Dio che nasce Bambino»[5].
Il Natale in Oppido e la Musica
La particolarità più originale del Natale oppidese è comunque il ruolo di primissimo piano che in esso ha da sempre avuto la Musica. Nell’Ottocento, i Canonici del Capitolo intonavano il «Dormi, dormi benigne Iesu»[6], accompagnati dalle voci argentine dei giovani Seminaristi. Altri canti avevano le parole del celebre Abate Giovanni Conia e la musica del Canonico Giuseppe Annunziato Muratore, compagno di studi di Bellini e Mercadante.
Ispirato dal dolce suono delle nenie natalizie del suo Paese, scriveva l’Abate Bruno Palaia, «vanto e decoro del Clero oppidese»[7], contemplando la mistica scena della Natività: «la Vergine fu rapita e volò incontro all’oggetto dei propri amori che avea vagheggiato da tutta l’eternità e l’abbracciò nell’estasi. “Madre”: “Figlio”. Due poemi; due amori; due dolcezze; due gaudii indicibili; due sinfonie; due gorgheggi. E il Padre guardava estasiato e lo Spirito agitava l’ali distese come colomba che volteggi e tubi sul nido e gli angeli suonarono e cantarono l’Alleluia del loro cuore vibrante»[8].
Le stesse espressioni musicali risuonavano per bocca dell’allora giovane Canonico Giuseppe Pignataro:
«La melodia vagò lenta ne l’aria quale nube d’incenso: splendeva la capanna solitaria sotto l’azzurro immenso»[9]
Mentre nella Cattedrale, per le solenni celebrazioni delle festività natalizie, la Schola cantorum e l’Orchestra eseguivano la «Pontificalis secunda» del Perosi e la «Pastorale» del Bost[10].
Ma la più popolare ed amata espressione della festa è offerta, ieri come oggi, dalle chitarre, gli strumenti a fiato e le fisarmoniche del gruppo di Musicisti che anima il Natale in Oppido Mamertina e che ha la sua più caratteristica e bella manifestazione nei giorni della Novena.
Il testo della Novena
Questa pia pratica si svolge, da tempo immemorabile, nella chiesa Abbazia. La chiesa di San Nicola superiore o di San Nicola “extra moenia”, popolarmente detta “dell’Abbazia”, ha le sue origini nella vecchia Città di Oppido. Di questa chiesa e della Parrocchia annessa, abbiamo notizie documentate a partire dal tardo XVI secolo[11].
Già il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi aveva pubblicato, nel 1728, un imponente testo di preghiere e meditazioni di oltre 250 pagine, dal titolo «Sentimenti di divozione al Bambino Giesù»[12] ma per diversi decenni si seguì come testo di riferimento per la Novena di Natale quello edito da Mons. Antonio Maria Curcio nel 1893. Questa Novena, secondo il gusto del tempo, era costituita da cinque «affetti», alternati da cinque strofe in canto, e conclusa con un «santo proponimento»[13]. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la Novena aveva inizio con la messa alle ore 5 del mattino. Dopo la Messa «celebrata in canto» con l’accompagnamento dell’Orchestrina, si esponeva il Santissimo Sacramento, si recitava la Preghiera a Gesù Bambino, si cantavano le Antifone maggiori e il “Magnificat” e si concludeva con la Benedizione eucaristica[14].
Dopo il Concilio Vaticano II, l’Abate, Mons. Francesco Zappia, Parroco della Parrocchia di San Nicola, diede alla Novena l’impostazione attuale. A lui si deve, oltre che il riordino delle preghiere e dei canti, anche la rinascita della caratteristica ensmble di strumenti che, pur richiamandosi alla tradizione precedente, ha però aggiunto un tocco di novità negli arrangiamenti musicali e nell’atteggiamento dei musicisti, rinnovando positivamente il volto della caratteristica orchestrina. Ad essa, per questo motivo, è stato dato il simpatico nome di «The Bati’s Band».
Ai nostri giorni, la Novena del Natale ha inizio, in Oppido, alle prime luci del mattino. Un grande fuoco viene acceso accanto ad un altrettanto grande ed artistico presepio, costruito lungo la facciata laterale esterna della chiesa, mentre il suono festoso delle campane accoglie i fedeli che numerosi si avviano per la celebrazione. Nel frattempo, già da un’ora prima, l’Orchestrina che animerà la messa ha percorso le vie del centro abitato, suonando le nenie e i canti tradizionali natalizi per invitare alla preghiera. Questa si apre con una monizione del Celebrante che introduce i fedeli nel tempo festivo e li esorta alla preghiera fervente. Seguono le strofe del canto «Vieni, o Signor, la terra in pianto geme» - di autore anonimo - diffuso in diverse Parrocchie d’Italia, al quale succedono tre strofe, tratte dagli «affetti» della Novena di Mons. Curcio, alternate dal canto «Abbiate pietà, Signore», anch’esso di autore ignoto allo stato attuale delle ricerche. Le pastorali ed i canti del Natale oppidese
Per il resto, la celebrazione è allietata dall’alternarsi delle pastorali e dei canti tradizionali del Natale oppidese.
In antico, le pastorali erano proprie del luogo e del tutto originali, spesso composte da anonimi autori locali. Alcuni canti furono composti dal Canonico Giuseppe Annunziato Muratore per quanto riguarda l’arrangiamento musicale, mentre le parole erano dell’Abate Giovanni Conia[15]. Successivamente, celebri furono le pastorali del Maestro Achille Longo (1832-1919)[16].
Tra i tanti canti e le pastorali del Natale oppidese, sono presenti in questa nostra raccolta musicale, quelli più popolari ed ancora in uso. La pastorale «Piva all’antica» è del Maestro milanese Paolo Mauri (1885-1963), autore di numerosi brani di ispirazione sacra, mentre «Cornamusa popolare» è stata composta dal lodigiano Leandro Passagni, pseudonimo del Maestro Alessandro Pigna (1857-1928). Tra le composizioni più recenti, troviamo il canto «Suonano mille campane-Ninna nanna» dell’Avvocato oppidese Filippo Grillo (1911-1996). A Mons. Gaetano Cosentino (1924-2008), Rettore per diversi lustri del Seminario vescovile della nostra Città, si deve la pastorale «Campane di Natale» mentre il popolarissimo canto «Campane a festa» è stato composto da un varapodiese che a Oppido è stato per parecchi anni Maestro della banda locale, il Prof. Raffaele Monteleone (1911-1980). Le parole della nenia di Natale «Ceramejaru» sono di Don Silvio Albanese (1929-1976), parroco della Parrocchia oppidese del Calvario, mentre a Giacomo Tedeschi, nonno del più famoso Poeta tresilicese Geppo, si deve il canto «Dormi Bambino»[17] ed al seminarese Vincenzo Nostro, Maestro, nel 1907, di una delle tante Bande oppidesi, è dovuta un’armoniosa «Pastorale». Infine, è stata composta dal Maestro Stefano Scicchitano, pure lui oppidese e per diversi decenni direttore della Banda cittadina, la pastorale «Momento lieto».
Allo stato attuale delle ricerche, non è stato possibile dare una paternità sicura ai brani «Motivo tradizionale» e «Notte di Natale».
I testi di questi brani musicali, redatti alcuni nel dialetto oppidese ed altri in lingua italiana, riprendono e sviluppano i temi cari alla devozione popolare del periodo natalizio, armonizzati e arrangiati con alcune caratteristiche del tutto originali e di grande impatto.
Le così dette “pastorali” sono dei canti realizzati appositamente da autori con una certa esperienza musicale e che intendono trasmettere dei messaggi e dei contenuti teologici ben precisi e seguono lo schema musicale del 6/8 mentre il canto popolare fa uso di strumenti e ritmi tipici della cultura musicale calabrese, ottenuti con l’uso di organetto, zampogna, pipita e triangolo.
La particolarità più evidente nella Novena oppidese è proprio quella degli strumenti musicali utilizzati per l’esecuzione dei brani al fine di armonizzare e arrangiare nel migliore dei modi questi brani. La caratteristica vera e propria è, infatti, data dal largo uso di strumenti a fiato quali i clarinetti; il sax tenore e contralto; il corno e la tromba, accompagnati dalle chitarre e dalle fisarmoniche.
____________________ [1] Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su Pietà Popolare e liturgia. Principi e orientamenti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, 103. [2] V. Frascà, Oppido Mamertina. Riassunto cronistorico, Tipografia “Dopolavoro”, Cittanova 1930, 205-206. [3] Ivi. [4] «Cronaca diocesana», in Bollettino ecclesiastico. Ufficiale per gli Atti vescovili della Diocesi di Oppido Mamertina, II (1930) 1, 15. [5] «Oppido Mamertina. Le funzioni del natale», in La Calabria Cattolica, I (1883) 4, 11. [6] Cfr. ivi. [7] G. Marzano, Scrittori calabresi, Edizioni MIT, Corigliano Calabro 1960, 119. [8] «Il Natale», in Albori. Rassegna quindicinale di vita e cultura calabrese, III (1927) 22-23, 1. [9] Ivi, 2. [10] Cfr. «Cronaca diocesana», in Bollettino ecclesiastico, 15. [11] Cfr. R. Liberti, «L’Abbazia, seconda chiesa parrocchiale di Oppido», in Calabria sconosciuta, VIII (1985) 3, 91-94. [12] Cfr. G. M. Perrimezzi, Sentimenti di devozione al Bambino Giesù, Regia Stamperia Fernandez-Maffei, Messina 1728. [13] Cfr. A. M. Curcio, Preghiere ed atti di religione proposti alle chiese della sua Diocesi dal Vescovo di Oppido Monsignor Antonio Maria Curcio l’anno del Giubileo episcopale di S. S. Leone XIII, Stabilimento tipografico del Cav. A. Morano dell’Istituto Casanova, Napoli 1893. [14] Archivio della Parrocchia di San Nicola Superiore in Oppido Mamertina, «Liber cronicon parrocchiale 1956-1959», 36. [15] G. Pignataro, «Il Musicista Giuseppe Nunziato Muratori e i suoi parolieri e Giovanni Conia. Nova et vetera», in Historica, VI (1979) 3. [16] Frascà, Oppido Mamertina, 206. [17] Una canzone natalizia con lo stesso titolo si può trovare su Internet cantata dal tenore oppidese Pasquale Feis insieme ad una versione di “Tu scendi dalle stelle”, registrate per la Columbia a New York nel 1917 (Cfr. http://www.dailymotion.com/video/x3j7tjf “Dormi Bambino” e su https://www.youtube.com/watch?v=TKPckU3qGPs “Tu scendi dalle stelle”; ulteriori notizie in R. Liberti, «La musica a Oppido Mamertina vecchia e nuova», in Calabria sconosciuta, XXXIV (1011) 132.
Inizia al tramonto di oggi , 18 dicembre, per il mondo ebraico, la festa irrinunciabile di Hannukah, detta anche Festa delle Luci, dell’anno 5783 ( 2022/2023 per il mondo e per la datazione cristiani). Una festa antichissima di sicuro celebrata anche nell’antica Oppidum o, per meglio dire nel suo mellah, dove, tra l’altro, viene documentata con ragionevole sicurezza la presenza di una giudecca ( plausibilmente con la propria sinagoga) (Cfr. : Rocco Liberti “Gli Ebrei nella piana di Terranova” in “L’alba della Piana”, settembre 2017, pp.24-26).
Hanukkah è una festività della durata di otto giorni che commemora la consacrazione di un altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la ricostruzione avvenuta in seguito alla vittoria del popolo ebraico, sui Seleucidi guidati dal re Antioco III , che aveva costretto gi Ebrei ad abiurare alla loro fede ed aveva profanato il sacro edificio destinandone una parte ai riti di nuovi culti pagani. Dopo la riconquista, per purificare il luogo sacro, fu comandato di ripristinare l’Arca dell’Alleanza e di accendere per otto giorni di fila le luci della Menorah ( il candelabro a 7 bracci, simbolo di Israele) e per alimentarlo si cercò olio d’oliva puro. Secondo la tradizione però, la quantità di olio reperita non sarebbe bastata neanche per un giorno, ma, come per miracolo essa durò per tutti gli otto giorni previsti per i festeggiamenti, per i quali dunque si inaugurò un apposito nuovo candelabro ( La Channukiah) a 9 bracci (uno per ognuno degli otto giorni di festa, più uno centrale di servizio per l’accensione di tutti gli altri) .
La festività di Hanukkah, dopo quella che commemora il dono della Torah, è ritenuta unanimemente la più importante per la religione ebraica. Essa inizia il 25 del mese di Kislev e prosegue per 8 giorni concludendosi nel mese di Tevet (il 2 o 3 a seconda che Kislev duri 29 o 30 giorni). E’ dunque una festa mobile come per la Pasqua cristiana, cioè non ricorre ogni anno nei medesimi giorni, ma ricade, secondo il calendario ebraico luni-solare, in un giorno da calcolare tra la fine del nostro mese di novembre e quella di dicembre (coincidenti infatti grosso modo con i mesi di Kislev e Tevet).
Una festa che anche nell’antico mellah - il nome di derivazione araba dato alle giudecche poste rigorosamente al di fuori dei centri abitati più importanti - di Oppidum e del circondario cui detta città faceva capo a partire dall’epoca tardo bizantina ( all’incirca la cosiddetta “Tourma” delle Saline) veniva celebrata dal mondo ebraico in maniera riservata, quasi familiare, con la puntualità e la precisione nell’osservanza dei precetti tipica da sempre del mondo ebraico, mentre nelle stesse settimane e a poche centinaia di metri più a monte, a S-E dallo stesso mellah, si celebravano gli splendori del Santo Natale nella cattedrale cattolica di Oppidum.
Ci si chiede come mai , al di là delle residue testimonioanze epigrafiche e onomastiche di cui parla il Liberti (Art. cit.) e di poche altre, non esistano fonti documentarie più precise che ci riportino a un passato decisamente importante per queste balze aspromontane sulle quali il mondo ebraico ha intessuto con intelligenza le proprie attività innovative a livello artigianale, economico, medico e scientifico. Una domanda quasi angosciosa alla quale potrebbe dare risposta in parte il decreto del luglio 1510 di Ferdinando II d’Aragona che, come aveva già fatto per la Sicilia 18 anni prima, espelleva brutalmente dalle Calabrie e da tutto il Regno gli Ebrei, molti dei quali, per sfuggire alle poersecuzioni, anche a Oppidum furono costretti ad abiurare alla loro fede e a convertirsi in modo coatto al Cattolicesimo, assumendo la denominazione più o meno spregiativa di “Marrani”. Tuttavia tale espulsione, sia pure violenta e burrascosa, non avrebbe cancellato completamente le tracce lasciate sicuramente dagli Ebrei nel loro fiorente mellah se non fossero intervenuti nei secoli successivi, e a più riprese, terremoti di consistente potenza che hanno via via squassato il territorio oscurando le vestigia non soltanto dei culti e delle attività ebraiche, ma anche delle precedenti civiltà che avevano lasciato sicure tracce in quello stesso luogo.
Sic transit gloria mundi! Ma anche la memoria più povera e scarna può restituirci rinnovati motivi di orgoglio e di commozione.
Risale al 1977 la fondazione della Casa Editrice Barbaro a Oppido Mamertina, nel cuore di un Aspromonte molto misero ed esposto più che mai alle cronache nazionali e anche internazionali quale presunto ricettacolo di estorsori e di sequestratori di persone. Un marchio doloroso, forse indelebile, sicuramente ingiusto, come ingiusta è ogni generalizzazione , nel Bene e ne Male.
Che tale etichetta negativa, più che prendere atto di una situazione complessa di assenza (spesso voluta) dello Stato, servisse soltanto a tenere il calcagno della Penisola sulla testa (comunque durissima) degli abitanti dell’Aspromonte riuscirono a dimostrarlo indirettamente una manciata di piccoli o piccolissimi imprenditori che, malgrado tutto, malgrado le ristrettezze dei tempi (specialmernte a livello economico, morale e di legalità) si lanciarono con coraggio in avventure aziendali che con alterne fortune diedero, per la loro parte, lustro a questo territorio.
Tra tutti mi piace ricordare Domenico Barbaro, Gioiese di nascita, Oppidese di adozione che covava dentro di sé il sogno dell’emancipazione di questa terra - dipendente, allora come oggi, in tutto e per tutto dai beni e dai servizi forniti dal Nord - attraverso un nuovo ed inedito slancio produttivo che non solo avrebbe potuto affrancarci dal giogo economico imposto dalle aziende settentrionali, ma anche dalla lievitazione quotidiana dei prezzi che a quell’epoca – imperante una lira debolissima e stracciata – continuava a creare solo povertà dopo un fantomatico boom economico registrato ad arte dalle cronache del ventennio precedente e che non si era sognato neanche di sfiorare queste contrade abbandonate a sé stesse.
Domenico Barbaro aveva creato proprio in quegli anni in quel di Gioia Tauro, ancora emporio ed epicentro commerciale di tutta la Piana omonima, un’azienda tipografica modernamente concepita non solo per l’uso di tecnologie di avanguardia che consentivano un abbattimento dei prezzi di produzione, ma anche la creazione di un ricco catalogo di stampati ad uso della pubblica amministrazione da sempre dipendente, per questa come per altre materie, da alcune grosse e rinomate società tipografiche del Nord che fagocitavano ingenti risorse del nostro territorio. L’impresa funzionava bene, ma non soddisfaceva in pieno le mire più lungimiranti di Domernico Barbaro che, dopo una serie di discussioni e valutazioni con alcuni amici di cui si fidava, si buttò anima e corpo, in concomitanza con la conclusione di un preesistente suo rapporto di lavoro dipendente, con quella che divenne subito la sua nuova ragione di vita: un’impresa nell’impresa: una casa editrice mamertina, tutta aspromontana, tutta calabrese.
Nacquero così le Edizioni Barbaro e con esse rividero la luce molte opere di autori calabrersi ormai gravemente dimenticate che, insieme ad alcuni studi storici inediti sul Mezzogiorno e sulla “Questione Meridionale”, iniziarono una rapida opera di divulgaziione di cui – credo – possano ancora oggi essere tesimoni decine e decine di biblioteche scolastiche, e non solo della Piana di Gioia Tauro, che facevano a gara per dotarsi di un materale editoriale divenuto presto prezioso e introvabile anche per le tirature forzatamente limitate. Il catalogo editoriale divenne presto ricercato e selettivo e vari scrittori e studiosi di sicuro spessore cominciarono a collaborare e aa garantirne la qualità , la versatilità, il taglio meridionalistico.
Piace ricordare a questo proposito (cito quasi a memoria) Pasquino Crupi, autore di una pietra miliare nello studio dell’emigrazione calabrese (“La Tonnellata umana”); Rocco Liberti, autore di “Cina chiama Calabria” ( uno studio che fece conoscere molto da vicino la figura egregia del missionario oppidese Filippo Antonio Grillo, esempio insuperato di abnegazione nella Cina del XIX secolo); Ettore Capialbi e Francesco Pititto, curatori dell’ancora oggi fondamentale collana bimestrale dell’ “Archivio storico per la Calabria”; Carlo Carlino, curatore della fortunatissima piccola antologia di cose di Calabria dal titolo “Re, poeti e contadini”; Beniamino Giovanni Mustica che diede alle stampe un’intrigante e inedita ricerca dal taglio ironicamente antiunitario “Chi fermò il treno di Ferdinando?”; Carlo Guarna Logoteta, autore di una poderosa Storia di Reggio Calabria; Nicola De Meo; Attilio Piccolo, Isabella Lo Schiavo e tantissimi altri che illustrarono con sincera passione storica lo stato degli studi calabresi in quello scorcio problematico eppure vivissimo che era l’ultimo quarto del secolo scorso.
Domenico Barbaro non riuscì a cogliere i frutti di una semina così abbondante e intelligente a causa di un’incipiente malattia che lo avrebbbe portato prematuramente alla fine e che lo costrinse presto a cedere, suo malgrado, la sua avviatissima attività editoriale alla deliese Caterina Di Pietro, la quale, coadiuvata dal marito Raffaele Leuzzi, appassionato di storia e storie locali, continuò l’attività editoriale di Domenico Barbaro per oltre due decenni con merito e sacrificio.
E’ tuttavia di oggi la commovente novità che vede ritornare alla famiglia Barbaro, sotto i migliori auspici possibili, l’attività editoriale, ripresa con rinnovata passione dal figlio Remo, sapiente estimatore dell’arte editoriale e continuatore per vocazione dell’ambiziosa missione paterna. Con il nuovo marchio “DBE”( Domenico Barbaro Editore) egli infatti non solo esprime un atto di omaggio alla figura del fondatore, ma vuole anche fare riferimento a un serio e moderno progetto di rivisitazione e di rilancio non solo della cultura aspromontana , ma di quella calabrese nel suo insieme, proiettata verso un orizzonte decisamente mediterraneo
I primi titoli che nella nuova gestione la casa editrice ha messo in catalogo sono infatti molto eloquenti: si va dalla ristampa anastatica di “Antonello capobrigante calabrese”, il dramma con cui Vincenzo Padula , sullo sfondo della spedizione garibaldina, tratteggia in modo monumentale i caratteri storici e culturali di una Calabria già irta di contraddizioni, per arrivare all’”Abbate Gioacchino” di Felice Tocco, una pietra miliare poco conosciuta negli studi su Gioacchino da Fiore nonchè sulle idee e i movimenti ereticali nella cui impietosa e profonda vivisezione l’autore è un’indiscussa autorità. Ad essi si affianca la struggente raccolta delle "Leggende del mare" di Maria Savi Lopez e il non meno raro "Del furore d'aver libri" di Gaetano Volpi.
Scelte editoriali emblematiche, non facili, ma proprio per questo eloquenti, pagine irrinunciabili che mancano sicuramente in tantissime biblioteche e che coniugano in modo chiaro l’antico e rinascente amore per la terra di Calabria con lo sguardo proiettato verso un contesto meridionalistico più ampio attraverso due studi riproposti quasi subito, e non a caso, dalla rinnovata casa editrice: uno sulle tradizioni sarde (Stanis Manca: “Sardegna leggendaria”- 1910) e un Dizionario Sintetico aggiornato sulla “Simbologia medioevale”, curato meticolosamente da Gonario Rauc. Ad essi si affianca imperiosamente la pubblicazione di un intrigante quanto inedito ritratto della complessa figura di “Eleonora d’Arborea – Regina guerriera, giurista illuminata e donna…” tracciato sapientemente da Donatella Pau Lewis su binari di analisi poco conformistici che ne rendono le pagine avvincenti e dense di sorprese: ne scaturisce la figura di una donna del passato antesignana di mille battaglie politiche che hanno come teatro proprio il mondo mediterraneo con tutte le sue aspre contraddizioni.
La storia delle Edizioni Barbaro, oggi DBE, che inorgoglisce l’originario contesto aspromontano in cui ha visto la luce ormai quasi mezzo secolo fa, è dunque ripartita come meglio non avrebbe potuto e, se queste sono le premesse, sicuramente farà ancora parlare molto e per molto tempo di sé.
In un tempo in cui le parole vengono usate sempre più in modo approssimativo, parlare della poesia e dell’impegno artistico di Francesco Epifanio ci fa tornare all’antica diatriba tra lingua popolare e lingua colta, già cantata ironicamente dall’Abate Conìa ,in occasione della pubblicazione della prima silloge poetica di questo versatile autore e cantore, che esce nelle librerie in questi giorni:
Francesco Epifanio:
“PAROLI CALABRISI” Poetica edizioni, Rende,
novembre 2022
E’ una raccolta di sessantatre composizioni , tutte imprevedibili e godibilissime, che confermano ancora una volta che Francesco Epifanio è un o dei pochi esempi di chi non si accontenta di considerare la lingua calabrese soltanto dialetto nell’accezione comune del termine, ma padroneggia l’idioma dei padri senza tentennamenti proprio secondo il valore che Benedetto Croce attribuiva al dialetto stesso e sul quale ha lasciato parole da scolpire.
“Che cosa significa contestare i diritti della poesia dialettale? Come si può impedire di comporre e poetare in dialetto? Molta parte dell’anima nostra è d i a l e t t o come un’altra è fatta di greco, latino, tedesco, francese, o di antico linguaggio italiano. Il dialetto non è una veste, perché la lingua non è veste: suono e immagine si compenetrano continuamente. Sopravviene il grammatico, e pei suoi fini, e in modo del tutto arbitrario e convenzionale, stacca le categorie di queste e quelle lingue e di lingue e dialetti. Ma siffatte teorie grammaticali non sono giudizi d’arte, e non possono servire di fondamento a esclusioni o a delimitazioni estetiche. Quando un artista sente in dialetto (ossia concepisce quelle immagini foniche che i grammatici poi classificano con tal nome), egli deve esprimersi con quei suoni. E, secondo la necessità della sua visione, si esprimerà in dialetto, in dialetto misto di lingua, in una lingua di sua particolare formazione” (B.Croce, “La letteratura della Nuova Italia”)
Da un’altra angolazione culturale e politica , in tempi più recenti, Don Lorenzo Milani affermava: “… . le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo a scuola”.
Il dialetto dunque è lo “ statu nascenti” della lingua creata dai poveri e chi , come l’Autore, all’amore per la cultura popolare associa da sempre il credo socialista (quello vero), ne diventa spontaneamente il cantore, l’inventore fertilissimo, il cultore appassionato.
Direi allora , senza amor di polemica, che la poesia in lingua calabra non ha nulla da spartire con la colsiddetta poesia dialettale, quella improvvisata da moltissimi, per intenderci, il più delle volte composta sulle regole dell’Italiano di maniera usato malamente da coloro i quali continuano ad arricciare il naso davanti all’idioma aspromontano.
Sgombrato dunque il campo dall’errora di considerare poesia “ vernacola” quella miriade di composizioni dialettali di cui sovrabbondano oggi i social, possiamo accostarci con deferenza a a un esempio di vera poesia calabra. Si tratta dell’arte di Francesco Epifanio, uno dei pochissimi che abbia saputo e sappia ancora coniugare i ritmi e le melodie della musica popolare con il verso. Poesia nata dal canto con cui quasi vive in simbiosi riproponendo in modo stupefacente il pathos, ma anche gli scherzi e i ritmi della Magna Grecia.
Le poesie che animano in modo scoppiettante, nostalgico e commosso questo libro sono raccolte semplicemente in ordine alfabetico per l’impossibilità di classificarle in categorie che soffocherebbero la grande spontaneità dell’Autore, che spazia in maniera incredibile da un tema all’altro salvaguardando sempre il comune denominatore della fluidità del verso che non ha nulla di artefatto, ma esprime sempre l’animo popolare senza forzature. C’è però anche la maestria di chi è consapevole della grandezza della nostra lingua calabra, capace persino di rimodulare in maniera impressionante un capolavoro come " L’Infinito" di Leopardi:
Sempri ricriju st’errimu puntuni mi dezzi comu puru ‘sta sipala, chi pe’ bonu pezzu ‘i javìa la vista cela. Ma jà ssettatu e jendu ngrijandu, nu celu randi chi no’ spiccia mai e suprani silenziji e quetelata paci; jeu cu penzeru volu e mi fingiu aundi pe’ pocu u cori non si scafuna...
Riproporre questa lirica in linguia calabra è un’impresa audace e l’Autore ci riesce con spontaneità ed umiltà dimostrando ancora una volta quanto sia versatile e ricco l’idioma delle nostre contrade. Quella stessa umiltà con cui riesce senza fatica a riprendere e riprodurre metri e suggestioni della grande poesia popolare di Giovanni Conìa in una delle sue composizioni più grandi: “E’ cchiù facili mu diventu papa ca abati(Conìa)":
Cantandu cu lu verzu Dill’abati Conìa Mi vinni ‘a fantasia Mu pojetiju.
Ca chiju poetuni Scrivia cu lu pinneju E nno cu marrabejiu Comu a mia.
Dill’arti soi divina Mi bastava ‘na nticchia Ma mancu ‘i na ppenicchja Su patruni,
E ddunca mi ritiru Ca cuda ammenz’e cosci Ca li verzi mei su flosci E dissapiti.
Mi cogghju i carti o’ pettu E minu a rigettari Ca non si po’ pattari Cu Conia.
E mò ntornu ‘na vuci Jeu sentu chi mi nqueta: pe’ essiri poeta no’ bbasta ncunu versu.
Per essere poeti – è vero - non basta qualche verso : la poesia non si improvvisa e non vive solo di artifici verbali improbabili. La poesia è mestiere difficile sembra dirci l’Autore, e non sopravvive al tempo se non è vissuta e partorita con fatica ed amore per la lingua avìta che si reinventa giorno per giorno senza trascurare mai di cantare i sacrifici e i problemi antichi e nuovi della propria gente:
E mmentri iju zzappava A pani cu sputazza Lu baruni gruttiava Jinchendu la panzazza
Lu povuru Micuzzu Scazuni e sdijunutu Guardava a coju muzzu Lu nobili futtutu… (Micuzzu e 'u Baruni)
E’ un’arte composita, ma lineare come poche, quella che riscopriamo in queste composizioni, che sa coniugare musica, ritmo, ironia con i valori e i sentimenti più puri della tradizione e dell’humanitas vera vissuta sulle balze di un Aspromonte tanto più umiliato dalla storia quanto più emblema di un universo sociale e culturale che pochi possono vantare.
Mi auguro che questa raccolta di Francesco Epifanio entri prestissimo in tutte le case e vi rimanga come emblema di un passato da non dimenticare, ma anche di un presente tortuoso da illuminare con l’ironia e la suggesatione di versi ricchissimi nella loro rara perfezione formale e nel loro spirito più genuino, di cui è esempio molto eloquente questo piccolo capolavoro nel capolavoro che qui voglio riportare integralmente.
In esso l'abilità consumata dell'Autore, che padroneggia e piega i versi in Italiano e in Calabrese di queste scoppiettanti sestine in un duetto imprevedibile e di rara maestria poetica, è visibile nella sua interezza :
‘A DIAGNUSI (Errare humanum est)
Ddu’ grandi professuri ‘i medicina, nda pausa di ‘nu medicu congressu, o’ ritrovu d’Irrera nda Merssina, seduti si gustavunu n’espressu. E già cu lòa sorlazza mpiccicata si tiravunu di fumu ‘na uccata.
Lu suli chi sprendiva marzulinu facia la matinata assai gradita e appressu du cafè, a lu tavulinu, misuru manu puru a ‘na granita. La brizza chi hjuhjjava di lu Strittu bomprudu nci faciva mprim’acchittu.
Si stavanu jizandu a malavogghia di lu ricriamentu cunchiudutu, quandu,comu pigghiatu di ‘na dogghia, passava n’omu chi parìa storciutu. Cu culu vasciu e li gambi a nnocca Brambitijava chi paria ‘na hjocca.
“Caro collega di si invalidante morbo si disquisiva stamattina e il qui presente prova è lampante di paralisi dovuta a scarlattina”. Cusì dicia lu primu scenziatu All’amicu luminari misu a latu.
“Anche se la tua tesi è interessante, trovo le deduzioni alquanto ardite le cause di si fatto deformante vanno imputate alla poliomelite”. Così l’atru dutturi rispundìa e ognunu ‘a so’ ragiuni si facìa.
Videndu ca non si veniva o’ quagghiu e la dispida jia votandu a rissa si decidiru, pe’ no’ fari sbagghiu, mu fannu pa’ diagnusi scummissa. Cus’ jiru e ‘rrivaru a chij’amaru e a causa di lu morbu nci spiaru:
“Scusateci buon uomo l’invadenza Che spinge noi a fare si indefessa domanda ma, essendo noi di scienza dottori, abbiamo fatto una scommessa. Il mio collega ed io non siam d’accordo Sulle cause scatenanti il vostro morbo.
L’illustre dotto amico dice polio, io invece sono certo scarlattina. Vorremmo indi per placar l’orgoglio che voi ci illuminaste stamattina. Ci dite dunque voi per cortesia chi di noi due è sulla giusta via?”
L’omu guardau di sghinciu li scienziati poi si votau e rispundiu accussì: “Se nd’aju a ddiri ‘a santa veritati stavota ndi sbagghiammu tutti i tri: ca nci su voti chi unu li cugghiuni li scangia e li pigghia pe’ lampiuni:
ndo mentri chi faciva stu passeggiu mi ntisi ‘a panza comu mbarazzata e mi parzi ca, jettandu ‘nu scurreggiu, pigghiava abbentu, ma fici ‘na jojata! Ca chiju sparamentu malasorta Non era fetu ma n’attaccu ‘i sciorta”.