Raccontare la storia dei più grandi favolisti calabresi significa rivisitare una terra che, prima ancora di essere geografica, è un luogo dove la parola è strumento di memoria, di continuità, di resistenza culturale. La fiaba . nella sua forma più antica, orale, comunitaria , non nasce mai da un autore isolato: è un’azione collettiva, un deposito condiviso, un laboratorio di immagini che la voce tramanda e la scrittura, talvolta, salva. In questo paesaggio, la figura di Letterio Di Francia domina come il grande sistematore, il raccoglitore che ha dato ordine e dignità scientifica a un patrimonio sterminato (vd anche l'articolo pubblicato su questo blog, cliccando qui: PER NON DIMENTICARE LETTERIO DI FRANCIA (di Franco Mileto). Ma la sua opera, per quanto monumentale, non è un punto di partenza: è un punto di arrivo. Prima di lui, attorno a lui, quasi ai margini della storia ufficiale, si muovono Giovanni Battista Marzano e Luigi Bruzzano, due studiosi che non hanno lasciato “opere” nel senso canonico del termine, ma hanno lasciato tracce, appunti, quaderni, formule, osservazioni che costituiscono la vera preistoria della demologia calabrese.
Marzano, con la sua attenzione alla lingua e alla musicalità del parlato, e Bruzzano, con la sua capacità di leggere nei riti una struttura del pensiero, formano il tessuto culturale che rende possibile la stagione di Di Francia. Restituire loro visibilità non significa riscrivere la gerarchia dei meriti, ma ricomporre una genealogia: mostrare che la fiabistica calabrese non nasce da un singolo genio, bensì da una pluralità di sguardi, da un intreccio di competenze, da una comunità di raccoglitori che hanno saputo ascoltare prima ancora di scrivere.
Marzano, con la sua attenzione alla lingua e alla musicalità del parlato, e Bruzzano, con la sua capacità di leggere nei riti una struttura del pensiero, formano il tessuto culturale che rende possibile la stagione di Di Francia. Restituire loro visibilità non significa riscrivere la gerarchia dei meriti, ma ricomporre una genealogia: mostrare che la fiabistica calabrese non nasce da un singolo genio, bensì da una pluralità di sguardi, da un intreccio di competenze, da una comunità di raccoglitori che hanno saputo ascoltare prima ancora di scrivere.
Questo breve e intenso saggio di Mara Vittoria Colosimi, con l’accuratezza che contraddistingue questa studiosa, intende dunque riportare alla luce le loro figure, collocarle nel loro contesto, e mostrare come la Calabria, spesso raccontata come terra di silenzi, sia stata invece, per chi ha saputo ascoltare, una terra di grandi voci letterarie.(Bruno Demasi)
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La storia della fiabistica calabrese è spesso raccontata come un percorso che culmina nell’opera monumentale di Letterio Di Francia, il grande raccoglitore palmese che, tra Otto e Novecento, seppe dare forma letteraria e dignità scientifica a un patrimonio orale vastissimo. Eppure, prima di lui e attorno a lui si muove un piccolo gruppo di studiosi, raccoglitori, demologi e narratori popolari che hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di quella che potremmo chiamare la “prima demologia calabrese”. Tra questi, due nomi emergono con forza: Giovanni Battista Marzano e Luigi Bruzzano. Figure oggi quasi invisibili, ma senza le quali la stagione di Di Francia non sarebbe stata pienamente comprensibile.
Di Marzano conosciamo ancora poco: qualche nota biografica sparsa, qualche citazione nei repertori demologici, qualche riferimento negli studi su Di Francia. Ma quel poco basta a delineare una figura di sorprendente rilievo. Giovanni Battista Marzano (Polistena, 1842 – Monteleone, 1902) svolse gran parte delle sue ricerche tra i contadini di Laureana di Borrello, dove nel 1889 accettò l’incarico di descrivere usi, costumi, superstizioni e letteratura popolare del mandamento. Operò in un ambiente intellettuale vivace, dove la demologia non era ancora disciplina accademica, ma passione civile, curiosità etnografica, desiderio di salvare un mondo che stava scomparendo.
Le sue raccolte spesso manoscritte, talvolta pubblicate in sedi locali testimoniano una competenza linguistica e narrativa rara. I materiali che trascrive non sono semplici “racconti popolari”, ma veri e propri documenti antropologici, ricchi di formule, proverbi, strutture arcaiche. Il suo lavoro culminò nel Dizionario etimologico del dialetto calabrese, pubblicato a Laureana di Borrello nel 1928, che raccoglie il lessico dialettale di quell’area, pur risultando di uso comune in gran parte della regione.
Alcune tradizioni orali attribuite a Marzano conservano formule di apertura che Di Francia stesso riconoscerà come tipiche dell’area vibonese. Una di esse, ad esempio, suona così: «C’era e non c’era, figghjoli mei, ’na vota ’nu re senza core…»¹
Questa attenzione alla lingua — al ritmo, alla cadenza, alla musicalità del parlato — è ciò che rende Marzano un favolista nel senso pieno del termine: non solo un raccoglitore, ma un mediatore tra oralità e scrittura. Resta tuttavia da verificare con maggiore precisione l’attribuzione a Marzano di specifiche versioni fiabistiche e la conservazione di manoscritti in collezioni private, come indicato da alcune fonti locali.¹
Le sue raccolte spesso manoscritte, talvolta pubblicate in sedi locali testimoniano una competenza linguistica e narrativa rara. I materiali che trascrive non sono semplici “racconti popolari”, ma veri e propri documenti antropologici, ricchi di formule, proverbi, strutture arcaiche. Il suo lavoro culminò nel Dizionario etimologico del dialetto calabrese, pubblicato a Laureana di Borrello nel 1928, che raccoglie il lessico dialettale di quell’area, pur risultando di uso comune in gran parte della regione.
Alcune tradizioni orali attribuite a Marzano conservano formule di apertura che Di Francia stesso riconoscerà come tipiche dell’area vibonese. Una di esse, ad esempio, suona così: «C’era e non c’era, figghjoli mei, ’na vota ’nu re senza core…»¹
Questa attenzione alla lingua — al ritmo, alla cadenza, alla musicalità del parlato — è ciò che rende Marzano un favolista nel senso pieno del termine: non solo un raccoglitore, ma un mediatore tra oralità e scrittura. Resta tuttavia da verificare con maggiore precisione l’attribuzione a Marzano di specifiche versioni fiabistiche e la conservazione di manoscritti in collezioni private, come indicato da alcune fonti locali.¹
Bruzzano: il demologo che costruisce un metodo
Accanto a Marzano, la figura di Luigi Bruzzano rappresenta l’altro polo della demologia pre‑novecentesca. Luigi Bruzzano (Monteleone di Calabria, 1º marzo 1838 – Monteleone di Calabria, 7 gennaio 1902) non fu solo un raccoglitore: fu un osservatore dei riti, un annotatore di proverbi, un sistematore di materiali etnografici. Le sue note sui riti nuziali dell’area di Monteleone — citate da più studiosi — mostrano una sensibilità quasi antropologica, anticipando temi che diventeranno centrali solo decenni dopo. In una lettera del 1898, Bruzzano avrebbe annotato: «La fiaba non è mai solo fiaba: è un modo di pensare, un modo di ricordare, un modo di tramandare ciò che non si può scrivere»². È una frase che potrebbe stare in un saggio di Propp o di Calvino. E invece appartiene a un demologo calabrese di fine Ottocento, oggi quasi dimenticato. La paternità e la collocazione esatta di questa citazione — attribuita a una presunta Lettera a un collega raccoglitore e riportata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56 — meritano tuttavia un’ulteriore verifica documentaria.²
Quando il giovane Letterio Di Francia soggiornò a Monteleone per conseguire, nel 1895, la licenza liceale classica, trovò un ambiente già sensibilizzato alla raccolta della tradizione orale. Non partì da zero: ereditò un clima, un metodo, una rete di informatori, una consapevolezza culturale. La sua attività di raccoglitore si sviluppò poi soprattutto a Palmi, dove raccolse 61 racconti, 29 fiabe e 13 leggende, pubblicati solo molti anni dopo nelle sue opere sulla tradizione calabrese.
Alcuni indizi suggeriscono che la sua opera — pur superiore per ampiezza e rigore — non sarebbe stata pienamente comprensibile senza il lavoro preliminare di figure come Marzano e Bruzzano.³ Gerhard Rohlfs, nei suoi studi sulla dialettologia calabrese, accenna al contesto culturale di Monteleone in cui operavano questi studiosi, anche se non documenta un rapporto diretto di collaborazione tra i tre.³
Di Francia stesso, in un appunto del 1909, avrebbe riconosciuto: «A Monteleone trovai già chi raccoglieva e chi ascoltava. Io non feci che continuare»⁴. Questa frase, spesso trascurata, è la chiave per comprendere la genealogia della fiabistica calabrese: non un genio isolato, ma una tradizione condivisa, un laboratorio collettivo. L’attribuzione di questo appunto — citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23 — richiede tuttavia un riscontro bibliografico o archivistico diretto.⁴
Le ragioni dell’oblio di questi autori sono molteplici:assenza di opere organiche: né Marzano né Bruzzano pubblicarono un corpus unitario di fiabe;dispersione dei materiali: manoscritti, quaderni, fascicoli locali difficili da reperire;centralità di Di Francia, che con la sua opera monumentale ha inevitabilmente oscurato i predecessori;mancanza di studi recenti, che restituiscano dignità a queste figure. Eppure, proprio oggi , in un tempo in cui la ricerca antropologica riscopre il valore delle micro‑tradizioni , la loro opera appare più attuale che mai.Restituire visibilità a Marzano e Bruzzano non significa ridimensionare Di Francia, ma completare il quadro. Significa riconoscere che la Calabria non ha avuto un solo grande favolista, ma un tessuto di voci, un intreccio di competenze, una pluralità di sguardi.Significa, soprattutto, restituire alla regione una storia culturale più ricca, meno centrata sui “grandi nomi” e più attenta alle genealogie, ai contesti, alle continuità.
Alcuni indizi suggeriscono che la sua opera — pur superiore per ampiezza e rigore — non sarebbe stata pienamente comprensibile senza il lavoro preliminare di figure come Marzano e Bruzzano.³ Gerhard Rohlfs, nei suoi studi sulla dialettologia calabrese, accenna al contesto culturale di Monteleone in cui operavano questi studiosi, anche se non documenta un rapporto diretto di collaborazione tra i tre.³
Di Francia stesso, in un appunto del 1909, avrebbe riconosciuto: «A Monteleone trovai già chi raccoglieva e chi ascoltava. Io non feci che continuare»⁴. Questa frase, spesso trascurata, è la chiave per comprendere la genealogia della fiabistica calabrese: non un genio isolato, ma una tradizione condivisa, un laboratorio collettivo. L’attribuzione di questo appunto — citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23 — richiede tuttavia un riscontro bibliografico o archivistico diretto.⁴
Le ragioni dell’oblio di questi autori sono molteplici:assenza di opere organiche: né Marzano né Bruzzano pubblicarono un corpus unitario di fiabe;dispersione dei materiali: manoscritti, quaderni, fascicoli locali difficili da reperire;centralità di Di Francia, che con la sua opera monumentale ha inevitabilmente oscurato i predecessori;mancanza di studi recenti, che restituiscano dignità a queste figure. Eppure, proprio oggi , in un tempo in cui la ricerca antropologica riscopre il valore delle micro‑tradizioni , la loro opera appare più attuale che mai.Restituire visibilità a Marzano e Bruzzano non significa ridimensionare Di Francia, ma completare il quadro. Significa riconoscere che la Calabria non ha avuto un solo grande favolista, ma un tessuto di voci, un intreccio di competenze, una pluralità di sguardi.Significa, soprattutto, restituire alla regione una storia culturale più ricca, meno centrata sui “grandi nomi” e più attenta alle genealogie, ai contesti, alle continuità.
Mara Vittoria Colosimi
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1.Formula riportata in una trascrizione manoscritta attribuita a G. B. Marzano, conservata in collezioni private e citata in studi demologici locali (Vibo Valentia, inizi XX sec.).
2.L. Bruzzano, Lettera a un collega raccoglitore, 1898, citata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56.
3. Cfr. G. Rohlfs, Nuovi contributi alla dialettologia calabrese, Firenze, Olschki, 1969, pp. 112‑115.
4.L. Di Francia, Appunti di lavoro, quaderno 1909, citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23.
2.L. Bruzzano, Lettera a un collega raccoglitore, 1898, citata in G. P. Macrì, Appunti di demologia calabrese, Reggio Calabria, 1974, p. 56.
3. Cfr. G. Rohlfs, Nuovi contributi alla dialettologia calabrese, Firenze, Olschki, 1969, pp. 112‑115.
4.L. Di Francia, Appunti di lavoro, quaderno 1909, citato in A. D’Agostino, Letterio Di Francia e la fiabistica meridionale, Messina, 1987, p. 23.