La tarantella calabrese non è solo un ballo: è un linguaggio di gesti, di memorie, di tensioni, di comunità. È un modo di stare al mondo, un’espressione che precede la parola e la supera, un archivio corporeo che la Calabria ha custodito con una fedeltà sorprendente, quasi ostinata. Per comprenderla davvero bisogna abbandonare l’idea di un’origine unica, lineare, rassicurante. La tarantella non nasce, ma si genera nei secoli, nei villaggi, nelle feste, nelle crisi, nei riti. È un palinsesto in cui ogni epoca ha lasciato un segno, un ritmo, un’inflessione. E ciò che oggi chiamiamo “tarantella” è il risultato di questa sedimentazione lenta, stratificata, profondissima.
La Calabria, più di altre regioni, ha conservato la sua forma più antica: una danza di terra, non di scena; una danza che non si guarda, ma si vive. E forse è proprio questa la sua forza: essere, ancora oggi, un rito che interroga il gruppo sociale.
Se si vuole cercare un primo nucleo fondativo, bisogna tornare alla Magna Grecia, quando la Calabria era una costellazione di città elleniche e la danza era parte integrante della vita religiosa e civile¹. Le fonti archeologiche mostrano figure danzanti con il busto inclinato, il baricentro basso, le braccia aperte come a disegnare un cerchio invisibile². È un gesto che ritorna nella tarantella, soprattutto nelle sue varianti più arcaiche dell’Aspromonte, dove il passo non è mai verticale, ma aderente alla terra, come se il danzatore volesse toccarla, ascoltarla³.
La ròta, il cerchio che delimita lo spazio del ballo, è un’eredità diretta di quel mondo antico in cui il cerchio era protezione, comunità, continuità⁴. Non è un semplice spazio scenico: è un confine simbolico, un dentro e un fuori, un luogo in cui la comunità si riconosce e si rappresenta. E al centro di questo cerchio, come un sacerdote laico, sta il mastru’ i ballu, figura antichissima, garante dell’ordine, mediatore delle tensioni, custode del ritmo⁵. La sua autorità non è imposta: è riconosciuta. È una forma di potere che nasce dal consenso, non dalla forza. In questo senso, la tarantella è già politica prima ancora di essere danza.
La ròta, il cerchio che delimita lo spazio del ballo, è un’eredità diretta di quel mondo antico in cui il cerchio era protezione, comunità, continuità⁴. Non è un semplice spazio scenico: è un confine simbolico, un dentro e un fuori, un luogo in cui la comunità si riconosce e si rappresenta. E al centro di questo cerchio, come un sacerdote laico, sta il mastru’ i ballu, figura antichissima, garante dell’ordine, mediatore delle tensioni, custode del ritmo⁵. La sua autorità non è imposta: è riconosciuta. È una forma di potere che nasce dal consenso, non dalla forza. In questo senso, la tarantella è già politica prima ancora di essere danza.
L’origine condivisa con altri territori
Il nome “tarantella” porta con sé l’ombra del ragno. Il tarantismo, fenomeno complesso e affascinante, ha segnato per secoli l’immaginario del Sud⁶. Le prime testimonianze scritte parlano di donne “pizzicate” che trovano sollievo solo attraverso la musica e il movimento⁷. Ma la Calabria non è il Salento: qui il tarantismo non diventa mai un sistema terapeutico strutturato, pur lasciando tracce profonde nella cultura del corpo⁸.
La tarantella calabrese conserva un’eco di quella logica: la danza come scarico, come liberazione, come rinegoziazione del sé. Il ragno, nella cultura popolare, non è solo un animale: è un agente di trasformazione, un simbolo di crisi e rinascita⁹. E la danza diventa il luogo in cui questa trasformazione si compie, non come guarigione medica, ma come riordino simbolico¹⁰. La Calabria, più di altre regioni, ha custodito questa ambiguità: la tarantella non è mai solo festa, né solo rito; è un territorio di mezzo, un luogo in cui il corpo dice ciò che la parola non può dire.
La tarantella come spazio sociale
Per secoli la tarantella è stata il cuore della vita comunitaria: matrimoni, feste patronali, raccolti, ritorni, partenze¹¹. La ròta è un teatro senza palcoscenico, un’arena in cui la comunità si mette in scena e si controlla. Ogni gesto ha un significato: l’invito, la sfida, la seduzione, la ritirata, l’ingresso, l’uscita. Il mastru i ballu regola tutto: evita accoppiamenti impropri, modera conflitti, gestisce tensioni¹². È un arbitro, ma anche un narratore: attraverso il ritmo racconta la comunità a se stessa.
Le varianti locali, sonu a ballu aspromontano, zumparieddu silano, viddanedda reggina, non sono semplici differenze stilistiche: sono dialetti coreutici, ciascuno con una propria grammatica emotiva¹³. E gli oggetti, i gesti simbolici ampliano il vocabolario del ballo, trasformandolo in una narrazione collettiva.La tarantella è, in questo senso, un dispositivo sociale vero e proprio.
Antopologia di un codice espressivo in evoluzione
La tarantella calabrese non è un residuo folklorico, né un innocuo divertimento. È un codice antropologico che rivela la struttura profonda della società calabrese: la centralità del gruppo, la necessità di mediazione, la dialettica fra ordine e trasgressione, la memoria di un Mediterraneo arcaico¹⁴. È una danza che non anestetizza, ma comunica. Comunica tensioni, desideri, ruoli, conflitti. Espone ciò che la comunità non può dire apertamente. E proprio per questo sopravvive: perché continua a essere molto eloquente. La tarantella è anche un archivio emotivo: conserva la memoria di un mondo contadino in cui il corpo era linguaggio, e la danza era una forma di comunicazione sociale, erotica, rituale¹⁵.
Oggi la tarantella vive una nuova stagione: festival, gruppi folk, circuiti turistici¹⁶. È un fenomeno ambivalente: da un lato ha permesso la rinascita di strumenti, repertori, pratiche; dall’altro rischia di ridurre la danza a cartolina, a prodotto da palcoscenico, privato della sua complessità rituale¹⁷.
La sfida è chiara: salvare la tarantella dalla tarantella. Preservare la sua densità antropologica senza trasformarla in un gadget identitario. Restituirle la sua profondità, la sua ambiguità, la sua forza. La Calabria non ha bisogno di un folklore consolatorio, ma di una memoria critica. E la tarantella, se ascoltata davvero, può ancora essere questo: un rito che ci costringe a guardarci dentro¹⁸.
Oggi la tarantella vive una nuova stagione: festival, gruppi folk, circuiti turistici¹⁶. È un fenomeno ambivalente: da un lato ha permesso la rinascita di strumenti, repertori, pratiche; dall’altro rischia di ridurre la danza a cartolina, a prodotto da palcoscenico, privato della sua complessità rituale¹⁷.
La sfida è chiara: salvare la tarantella dalla tarantella. Preservare la sua densità antropologica senza trasformarla in un gadget identitario. Restituirle la sua profondità, la sua ambiguità, la sua forza. La Calabria non ha bisogno di un folklore consolatorio, ma di una memoria critica. E la tarantella, se ascoltata davvero, può ancora essere questo: un rito che ci costringe a guardarci dentro¹⁸.
Bruno Demasi
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1. M. Guarducci, La danza nel mondo antico, Milano, Mondadori, 1985, pp. 41‑56.
2.G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Arte e cultura, Milano, Electa, 1990, pp. 212‑219.
3.A. Costabile, La Calabria greca. Persistenze e metamorfosi, Reggio Calabria, Laruffa, 2004, pp. 97‑112.
4.V. Teti, Il senso dei luoghi, Roma, Donzelli, 2004, pp. 55‑60.
5.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, pp. 15‑22; 89‑104.
6.G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, München, Beck, 1977, s.v. “tarantella”.
7.C. Gallini, La danza della fata. Tarantismo e culture mediterranee, Roma, Meltemi, 2000, pp. 33‑48.
8.M. Fiume, Il ragno e la cura, Bari, Laterza, 1990, pp. 71‑82.
9.L. M. Lombardi Satriani – M. Meligrana, Il ponte di San Giacomo, Milano, Rizzoli, 1982, pp. 143‑158.
10.A. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Sellerio, 1971, pp. 101‑115.
11.V. Teti, Il colore del cibo, Roma, Meltemi, 2019, pp. 203‑210.
12.C. Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, capp. II‑III.
13.L. M. Lombardi Satriani, Folklore e profitto, Roma, Bulzoni, 1973, pp. 67‑79.
14.A. Buttitta, Antropologia del rito, Palermo, Sellerio, 1992, pp. 121‑134.
15.V. Lanternari, La religione di un popolo, Bari, Laterza, 1960, pp. 201‑215.
16.V. Teti, La restanza, Torino, Einaudi, 2022, pp. 89‑96.
17.P. Clemente, Ritorni. Antropologia dei revival, Firenze, SEID, 2001, pp. 55‑70.
18.M. Ricci, Il folk e la sua ombra, Roma, Squilibri, 2015, pp. 119‑132.
2.G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Arte e cultura, Milano, Electa, 1990, pp. 212‑219.
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18.M. Ricci, Il folk e la sua ombra, Roma, Squilibri, 2015, pp. 119‑132.