Gli avevo dedicato su questo blog una pagina nel maggio scorso(La puoi aprire cliccando qui:ALDO COLOPRISCO : il teatro civile dall’Aspromonte alla Capitale ( di Bruno Demasi ) quando le sue condizioni di salute, già minate, stavano soffocando la sua voce teatrale, pedagogica e artistica che per tanti anni era risuonata nelle scuole e nei teatri calabresi e romani. Oggi la scomparsa di Aldo Coloprisco (1942–2026) chiude una stagione culturale che ha attraversato più di cinquant’anni di teatro popolare, di pedagogia, di scrittura narrativa e tutela dei dialetti. La sua figura complessa, generosa, poliedrica appartiene a quella ristretta cerchia di autori che hanno saputo trasformare la marginalità geografica dello’Aspromonte in centralità culturale e il dialetto in strumento critico. La Calabria e Roma sono state le sue coordinate. 
Nato a San Procopio(RC) nel 1942, Coloprisco cresce in un contesto in cui la lingua popolare non è un residuo folklorico, ma un codice identitario. Negli anni Ottanta approda alla Scuola Media di Sant’Eufemia d’Aspromonte, dove avvia un laboratorio teatrale che diventerà un caso pedagogico. Qui il teatro non è un’attività accessoria: è un metodo educativo, un dispositivo di comunità. I primi testi , ’A ’ndrangheta s’a caca, U poeta Omeru, ’U presepiu, ’U camposantaru , nascono come atti collettivi, scritti in un dialetto vivo, musicale, performativo.Questa fase calabrese è decisiva: Coloprisco comprende che il teatro popolare può essere archivio antropologico, luogo di memoria e strumento di riscatto. La sua scrittura orale si colloca nella linea di quella tradizione che vede nella cultura un «argine contro la crisi della presenza»¹. Il dialetto, per lui, è una lente pulita: non un vezzo identitario, ma un modo di stare al mondo.
Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena. La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia.
Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese:
Negli anni Novanta si trasferisce a Roma, dove porta con sé il suo bagaglio culturale senza mai abbandonarlo. Diventa docente e coordinatore del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico “Francesco d’Assisi”, trasformando la scuola in un piccolo teatro stabile. Per oltre vent’anni guida gli studenti attraverso Pirandello, Shakespeare, Brecht, Goldoni, Eduardo, con una costante attenzione alla dimensione civile della scena. La sua idea di pedagogia teatrale si fonda su tre assi:la scena come esercizio critico,la parola come responsabilità,la comunità come orizzonte educativo.Non sorprende che molti dei suoi allievi abbiano poi intrapreso percorsi artistici, universitari o professionali legati alla comunicazione, alla scrittura, alla regia.
Nel 1998 fonda la compagnia Capocotti, che diventa rapidamente un laboratorio stabile di produzione e riscrittura. Qui Coloprisco avvia un lavoro sistematico di traduzione e aggiornamento dei suoi testi calabresi per un pubblico romano. Il processo è affascinante: non si tratta di adattamenti, ma di vere e proprie metamorfosi linguistiche e culturali, che non tradiscono affatto, anzi rilanciano la cultura calabrese:
- U poeta Omeru diventa Omero, dove Achille dialoga con i ragazzi della periferia romana.
- ’U camposantaru diventa Er Camposantaro, mantenendo intatto il suo impianto grottesco.
- ’U presepiu diventa Er Presepio, trasferendo la Sacra Famiglia in una parrocchia romana.
Accanto al teatro, Coloprisco ha coltivato una produzione narrativa meno nota al grande pubblico ma di grande interesse. Racconti, romanzi brevi, bozzetti satirici: una scrittura che oscilla tra memoria e ironia, tra Calabria e Roma, tra italiano e vernacolo. La parola, per lui, è sempre strumento di verità. La memoria, come ricorda De Martino, è «un atto di presenza»³: e Coloprisco la esercita con rigore.
A Roma ha animato una rassegna teatrale interamente dedicata ai dialetti, coinvolgendo scuole, compagnie e gruppi amatoriali. Il suo obiettivo era chiaro: restituire dignità alle lingue locali, storicamente relegate ai margini della cultura ufficiale. Il dialetto, per lui, non è un residuo folklorico: è una lente critica, una forma di memoria indispensabile per decodificare il presente.
In questo senso, Coloprisco si colloca nella linea degli studiosi che hanno riconosciuto nel vernacolo una struttura antropologica complessa, capace di alternare toni grotteschi, comici e drammatici⁴.
Coloprisco è stato un artigiano della scena: uno che costruiva spettacoli come si costruisce un mobile, con cura, pazienza, responsabilità. Il suo teatro ha unito comico e drammatico, sacro e profano, dialetto e italiano, radici popolari e critica sociale. Non ha mai trasformato la Calabria in cartolina nostalgica: l’ha trattata come materia viva.La sua idea di palcoscenico era chiara: non un altare, ma una piazza. E la piazza, come ricorda Le Goff, è «il luogo della verità collettiva»⁵.
La sua morte lascia un vuoto nella comunità teatrale, nella scuola, nella cultura dei dialetti, nella memoria civile del Sud. Ma lascia anche un archivio vivo: testi, allievi, spettacoli, gesti, parole. E soprattutto un’idea: che il teatro possa essere un atto di riscatto.
Bruno Demasi
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1. E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959, p. 89.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco, Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.
2.M. Bachtin, L’opera di Rabelais, Torino, Einaudi, 1979, p. 108.
3.E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 23.
4. Scheda biografica Coloprisco, Il teatro della Capitale, p. 3.
5. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano, Roma‑Bari, Laterza, 1985, p. 18.