Girolamo Trichilo, in arte Giomo (Siderno Superiore, 17 gennaio 1847 – 23 maggio 1933), è una delle voci più autentiche e rappresentative della poesia dialettale calabrese tra Otto e Novecento.¹ Per decenni trascurato dalla critica accademica, è stato riscoperto grazie agli studi di Antonio Piromalli e alla pubblicazione della raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), curata da S. Albanese e R. Ritorto.²
Nato in una famiglia di umilissime origini contadine, Trichilo visse l’intera esistenza a contatto con il mondo rurale della Locride, lavorando come bovaro e massaro.³ Questa condizione di marginalità sociale non gli impedì di sviluppare una straordinaria sensibilità poetica, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in versi di rara efficacia espressiva.⁴ Sposato con Caterina Moschilla, undici anni più giovane, ebbe sette figli (tre maschi e quattro femmine).⁵ Morì di polmonite il 23 maggio 1933, all’età di 86 anni, lasciando espressa volontà che sulla sua tomba fosse posta una semplice croce di ferro con la scritta: Trichilo Girolamo – Poeta.⁶
La produzione poetica di Trichilo si caratterizza per la capacità di rappresentare gli aspetti sociali della Calabria postunitaria, con particolare attenzione alle piaghe del suo tempo: la povertà, l’emigrazione, le ingiustizie e le sopraffazioni operate dai notabili locali (sindaci, commercianti, preti).⁷ Non a caso Piromalli lo inserisce in quel filone della letteratura dialettale calabrese che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno».⁸
L’emigrazione costituisce uno dei temi centrali della poesia trichiliana. Come osserva Piromalli ne La letteratura calabrese, «le variazioni intorno all’emigrazione sono il tema che ha come centro una Calabria alla quale si ritorna solo quando non si produce più lavoro, quando le braccia sono esauste e si sta per morire».⁹ Questa tematica si inserisce nel più ampio filone della poesia dialettale di protesta che caratterizza la letteratura calabrese tra Otto e Novecento, insieme ad autori come Vincenzo Padula e, più tardi, Enotrio (Corrado Alvaro).¹⁰
Tutti partimu e tutti la dassamu
chista terra di petri e chistu mari
e mu ndi veni vogghja mu tornamu,
avimu di mbecchjari.⁵
chista terra di petri e chistu mari
e mu ndi veni vogghja mu tornamu,
avimu di mbecchjari.⁵
Quandu nescivi patrima era a Merica.
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghj e patrima era a Merica.
Màma moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
pe nommu mori a Merica.⁹
Fici u sordatu e patrima era a Merica.
Mi maritai e patrima era a Merica.
Vinnaru i figghj e patrima era a Merica.
Màma moriu e patrima era a Merica.
Aguannu tornau patrima d’a Merica
pe nommu mori a Merica.⁹
Il poeta manifestò anche una profonda devozione religiosa, testimoniata dai versi dedicati a San Francesco di Paola, pur non mancando di usare il sarcasmo contro i preti di Siderno rei di scandalo. La sua critica appare dunque più morale che teologica: rivolta contro i comportamenti scandalosi di alcuni membri del clero locale, non contro la fede in sé.
Secondo gli studi critici, Trichilo possedeva una vena fertile e un verso facile e scorrevole, talvolta così musicale da potersi prestare a essere cantato in forma di stornello. Enzo D’Agostino, nell’introduzione al volume Poesie Scelte (1983), lo definisce sensibile al gusto del bello e dell’avventuroso, capace di esprimere una notevole carica di umanità e un senso vivo dell’amicizia.
Antonio Piromalli, ne La letteratura calabrese, osserva che Trichilo rappresenta un importante documento artistico e sociale della Calabria postunitaria, dell’età liberale e di quella fascista, con un’ideologia maturata «a contatto con il mondo della vita quotidiana». I suoi accenti sono carichi di una «psicologia collettiva vigorosa e fatalista», come indica l’uso frequente dell’avverbio destinatamente.
Il principale studio monografico su Trichilo rimane l’articolo di Antonio Piromalli, Il mondo dialettale di Giomo Trichilo, pubblicato su «Historica», gennaio-marzo 1985, pp. 47–49 (voce 1985.27 nella bibliografia completa degli scritti di Piromalli).¹⁸ Questo saggio, insieme all’introduzione di Enzo D’Agostino alla raccolta Poesie Scelte (Siderno, 1983), costituisce il fondamento della critica trichiliana.Piromalli inserisce Trichilo nel più ampio quadro della letteratura dialettale calabrese del secondo Ottocento, che «ha rappresentato soprattutto la protesta, in Calabria, del mondo subalterno». Il dialetto, in quanto espressione della cultura popolare antagonista, fu contrastato dalla scuola, dalle istituzioni della società nazionale, dal fascismo e dalla borghesia nel Novecento.
In onore del poeta sidernese è stato istituito il Premio Letterario di Poesia Dialettale «Giomo Trichilo», organizzato dall’associazione culturale «L’Eco di Siderno». Nel corso delle edizioni sono stati assegnati anche premi alla carriera a figure di spicco della cultura locale, consolidando il ruolo del premio come volano di valorizzazione della tradizione poetica dialettale. Cronache su testate come Il Dispaccio, Eco della Locride, NtaCalabria e Lente Locale hanno documentato nel tempo le varie edizioni.
Bruno Demasi
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1. Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, 3ª ed., Cosenza, Pellegrini, 1996, 2 voll., in particolare il cap. XII («Cultura popolare e poesia in Enotrio. Altri dialettali»);
2.S. Albanese, R. Ritorto (a cura di), Poesie Scelte, Siderno, 1983, con introduzione di Enzo D’Agostino.
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.Ivi.
8.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, cit.,cap XII
9.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, . cit.; p,194
3.Ivi.
4.Ivi.
5.Ivi.
6.Ivi.
7.Ivi.
8.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, cit.,cap XII
9.Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, . cit.; p,194