Filologo di grandissimo genio, Letterio Di Francia, nato a Palmi nel 1877 e morto nel 1940, affrontò enormi sacrifici economici per formarsi, riscattandosi da un'umile estrazione fino a raggiungere vertici accademici assoluti. La sua grandezza appare in opere monumentali come “La novellistica”, “ Fiabe e novelle popolari calabresi”, “Studi critici”. Oggi il volume di Monica Lanzillotta a lui dedicato non solo restituisce dignità a uno studioso rimasto troppo a lungo ai margini, ma illumina un’intera stagione della critica, i suoi strumenti e le sue tensioni interne. La recensione di Franco Mileto, qui presentata, coglie con finezza questo duplice movimento: da un lato la ricostruzione rigorosa della parabola biografica di Di Francia, dall’altro la capacità di leggere, attraverso quella vicenda individuale, le trasformazioni più ampie della cultura italiana tra Otto e Novecento. Ne emerge un ritratto complesso, in cui l’uomo, il filologo, il docente e il polemista si intrecciano sullo sfondo di un sistema scolastico fragile e di un Paese attraversato da profonde fratture politiche e ideali. Il merito del lavoro di Mileto sta proprio nel mostrare come la figura di Di Francia non sia un semplice “recupero” erudito, ma una lente attraverso cui osservare questioni modernissime, come il rapporto tra maestri e allievi, il peso delle istituzioni, la solitudine degli intellettuali periferici, la dialettica – talvolta aspra – tra metodo storico e idealismo. È un monito sul valore della filologia come strumento di conoscenza e sulla responsabilità civile di chi opera nel mondo della cultura italiana , fatta anche di figure appartate, di studiosi “di scoglio vivo”, come li definisce Mileto, la cui integrità e il cui rigore continuano a parlarci con sorprendente attualità. (Bruno Demasi)
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Il panorama degli studi sulla cultura italiana tra Otto e Novecento si arricchisce di un contributo tanto rigoroso quanto stimolante: il volume di Monica Lanzillotta, L’itinerario intellettuale di Letterio Di Francia, Cosenza, Pellegrini Editore, 2025, restituisce spessore e centralità a una figura cerniera della scuola storico-filologica, a lungo confinata ai margini della grande storiografia letteraria. Il lavoro rappresenta un’operazione di eccezionale valore, che si colloca ben oltre la pur meritoria riscoperta di una figura di studioso a lungo rimasta in una penombra ingiustificata Il cuore pulsante dell’opera, e suo principale elemento di novità scientifica, è l’imponente appendice documentaria, che offre alla comunità degli studiosi la trascrizione di 144 testi inediti tratti dalle corrispondenze di Letterio Di Francia (1877-1940) con cinque protagonisti della cultura italiana a cavallo tra i due secoli: Vittorio Cian, Pio Rajna, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e Giuseppe Lombardo-Radice.
È opportuno chiarire subito che non si tratta di un semplice corredo: l’autrice utilizza questi carteggi, con mirabile rigore euristico, come la fonte primaria e la struttura portante per ricostruire, nei tre capitoli saggistici che precedono l’appendice, l’intera parabola biografica, intellettuale e professionale dello studioso calabrese. Il “minuzioso lavoro di ricostruzione” di Lanzillotta non è solo una formula di rito, ma la cifra metodologica di un’indagine che intreccia filologia, storia della critica e storia delle istituzioni scolastiche.
Il primo capitolo, dedicato all’itinerario “da Palmi a Torino”, è interamente puntellato dalle lettere. L’autrice ricostruisce con pazienza certosina le tappe di un’esistenza segnata da una diaspora tipica di molti intellettuali meridionali dell’epoca, e ci fa seguire Di Francia dalla natia Palmi agli studi universitari tra Messina, Pisa e Firenze, dove entra in contatto con maestri come Giovanni Pascoli e Vittorio Cian, che diventerà il suo mentore per tutta la vita. È soprattutto il carteggio con Cian – il più cospicuo, con 121 documenti – a scandire le tappe della sua esistenza. Il rapporto, come emerge limpidamente, non è solo quello tra un allievo e il suo maestro, ma assume i toni di una devozione filiale. Di Francia si firma “affezionato discepolo” e in Cian trova un “maestro” e un protettore a cui confidare ogni difficoltà. Sono lettere che svelano l’uomo dietro lo studioso, e documentano la sua “odissea” di “esule non volontario”, come egli stesso si definisce in una missiva dal Cairo. Dalle scuole italiane all’estero (Cairo, Scutari, Tunisi), Di Francia lamenta con Cian la disorganizzazione, i carichi di lavoro massacranti (“per 34 ore settimanali guadagno quanto un maestro elementare”) e un profondo senso di sradicamento intellettuale. Le sue descrizioni di Scutari d’Albania, ad esempio, sono un documento vivido, a tratti pulsante, di antropologia culturale, raccontando un paese “orribile, sia per il sudiciume […] sia per i tanti pregiudizi”, dove conosce il disagio più profondo, ma sembra anche prendere coscienza che la sua formazione stia giungendo a compimento.
È nella parte finale della sua vita che il carteggio con Cian assume una dimensione drammatica. Lanzillotta ricostruisce, lettera dopo lettera, la “lotta virile” del Di Francia contro la malattia (una grave “emorragia cerebrale”) che lo colpì nel 1933. I carteggi documentano i vani tentativi di cura, i soggiorni a Sant’Ilario Ligure e Courmayeur, l’angosciata richiesta di congedo al Ministero e, infine, la rassegnata domanda di “collocamento a riposo”, che pone di fatto fine alla sua carriera e, di lì a poco, alla sua vita.
Se le lettere a Cian svelano l’uomo, gli altri carteggi, analizzati nel secondo e terzo capitolo, ne definiscono la rete intellettuale e la statura di polemista. Di fondamentale importanza sono le lettere scambiate con Gaetano Salvemini e Giuseppe Lombardo-Radice. Qui Di Francia non è più il “discepolo”, ma il compagno di battaglia. Lanzillotta usa questi scambi per ricostruire magistralmente la “polemica tunisina”, scaturita dalla coraggiosa relazione del Di Francia al congresso della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie (FNISM) del 1907. La lettera a Lombardo-Radice del 19 gennaio 1908 è un documento infuocato: Di Francia vi denuncia l’insulto ricevuto dal preside Mascia (“Lei […] è un mascalzone”) e la connivenza dell’amministrazione. Quella a Salvemini del 4 febbraio 1908 è un appello strategico per ottenere un’inchiesta parlamentare, descrivendo il “processo” farsesco subito dalla Deputazione scolastica locale. Questi documenti, valorizzati da Lanzillotta, mostrano Di Francia come un intellettuale tutt’altro che rinchiuso nella torre d’avorio, ma capace di un’azione sindacale e politica coraggiosa.
Di natura squisitamente scientifica, ma non meno polemica, sono i rapporti epistolari con Pio Rajna e Benedetto Croce. Con Rajna, emerge di nuovo la deferenza per il maestro, informandolo dei progressi nei lavori sul Boccaccio e condividendo la soddisfazione per le lodi (come quella di Gaston Paris) ricevute per il suo libro Franco Sacchetti novelliere. Il rapporto con Croce è, come nota Lanzillotta, “più distaccato”. Sebbene il carteggio diretto sia esiguo, esso testimonia la puntuale spedizione al paladino della Filosofia dello Spirito delle sue opere a stampa. Premesso che la vera natura del loro “dialogo” è polemica e si svolge sulle pagine delle riviste, Lanzillotta sottolinea acutamente come Di Francia, forte del suo rigoroso metodo storico-comparativo, non abbia mai temuto il confronto con l’idealismo crociano. Lo contesta apertamente (pur con toni formali) sulla novella di “Andreuccio da Perugia”, rivendicando l’importanza delle fonti popolari trascurate da Croce, e soprattutto nella recensione al Pentamerone di Basile e nel saggio A proposito del «Pentamerone» e sulla fiaba, dove difende strenuamente la “scienza” della demopsicologia contro l’ironia crociana.
L’importanza del volume risiede soprattutto nel rigore con cui i carteggi sono offerti al lettore. La “Nota ai testi” e i “Criteri di edizione” chiariscono la natura “a una sola voce” degli archivi (si conservano quasi esclusivamente le lettere del Di Francia e non quelle a lui indirizzate), e la scelta di una trascrizione fedele che conserva la fisionomia originale dei documenti. Approccio questo apprezzabilissimo e foriero di diversi e rilevanti esiti critici.
In primo luogo, il volume salva Di Francia da un ingiusto oblio, collocandolo con precisione nel dibattito culturale del suo tempo. Emerge la figura di un intellettuale rigoroso, ultimo e strenuo difensore del metodo comparativo della scuola storica. Lanzillotta illumina magistralmente la polemica con Benedetto Croce, rimarcando che Di Francia, pur mantenendo rapporti cordiali col filosofo, ne contestò radicalmente l’estetica idealista, che svalutava gli studi comparativi sulle fonti. La difesa appassionata da parte del Di Francia del metodo storico-geografico e della dignità della letteratura popolare (dalle fiabe orientali al Pentamerone di Basile) è uno dei lasciti più vitali del suo lavoro, che l’autrice valorizza appieno.
In secondo luogo, il libro chiarisce in modo definitivo la posizione del Di Francia rispetto al fascismo. Lontano dall’antifascismo militante di Salvemini o di Lombardo-Radice, ma altrettanto distante dall’adesione organica del suo maestro Vittorio Cian (deputato e poi senatore del regime), Di Francia emerge come intriso di “convinto liberalismo”. Pur aderendo al nazionalismo e collaborando a imprese culturali del regime come l’Enciclopedia Italiana, Lanzillotta documenta, attraverso la testimonianza del nipote e l’analisi dei carteggi, il suo netto rifiuto di assumere gli incarichi politici che Cian gli offrì durante il Ventennio, preferendo rimanere fedele alla propria “integrità morale”.
Infine, l’esito più tangibile è la pubblicazione stessa dei carteggi inediti. Queste lettere (in particolare quelle a Cian) non sono solo la fonte primaria per la biografia del Di Francia, ma offrono anche uno spaccato straordinario sulla gestione del potere accademico, sulle dinamiche dei concorsi (spesso viziati da clientelismo, come Di Francia stesso lamenta), e sulle reti di relazioni che dominavano la cultura italiana.
In conclusione, l’opera di Monica Lanzillotta ci restituisce un ritratto a tutto tondo di un intellettuale “calabrese fatto di scoglio vivo”, ultimo baluardo della scuola storica in un’epoca dominata dall’idealismo, e di una personalità la cui Weltanschauung non consente compromessi e vira senza strepito alcuno verso un orizzonte eroico dell’esistenza.
Eppure, questo libro, che unisce al rigore filologico una scrittura chiara e avvincente, è molto più della biografia di un singolo studioso: è anche la storia di un metodo (la “scuola storica” al suo tramonto), di un’istituzione (la scuola italiana nelle sue fragilità) e di un’epoca (la transizione dall’Italia liberale al fascismo). Un contributo indispensabile non solo per gli specialisti di demopsicologia o di letteratura novecentesca, ma per chiunque voglia comprendere, alla luce della straordinaria vicenda umana e intellettuale di Letterio Di Francia, le complesse intersezioni tra intellettuali, accademia e potere nell’Italia contemporanea.
Il primo capitolo, dedicato all’itinerario “da Palmi a Torino”, è interamente puntellato dalle lettere. L’autrice ricostruisce con pazienza certosina le tappe di un’esistenza segnata da una diaspora tipica di molti intellettuali meridionali dell’epoca, e ci fa seguire Di Francia dalla natia Palmi agli studi universitari tra Messina, Pisa e Firenze, dove entra in contatto con maestri come Giovanni Pascoli e Vittorio Cian, che diventerà il suo mentore per tutta la vita. È soprattutto il carteggio con Cian – il più cospicuo, con 121 documenti – a scandire le tappe della sua esistenza. Il rapporto, come emerge limpidamente, non è solo quello tra un allievo e il suo maestro, ma assume i toni di una devozione filiale. Di Francia si firma “affezionato discepolo” e in Cian trova un “maestro” e un protettore a cui confidare ogni difficoltà. Sono lettere che svelano l’uomo dietro lo studioso, e documentano la sua “odissea” di “esule non volontario”, come egli stesso si definisce in una missiva dal Cairo. Dalle scuole italiane all’estero (Cairo, Scutari, Tunisi), Di Francia lamenta con Cian la disorganizzazione, i carichi di lavoro massacranti (“per 34 ore settimanali guadagno quanto un maestro elementare”) e un profondo senso di sradicamento intellettuale. Le sue descrizioni di Scutari d’Albania, ad esempio, sono un documento vivido, a tratti pulsante, di antropologia culturale, raccontando un paese “orribile, sia per il sudiciume […] sia per i tanti pregiudizi”, dove conosce il disagio più profondo, ma sembra anche prendere coscienza che la sua formazione stia giungendo a compimento.
È nella parte finale della sua vita che il carteggio con Cian assume una dimensione drammatica. Lanzillotta ricostruisce, lettera dopo lettera, la “lotta virile” del Di Francia contro la malattia (una grave “emorragia cerebrale”) che lo colpì nel 1933. I carteggi documentano i vani tentativi di cura, i soggiorni a Sant’Ilario Ligure e Courmayeur, l’angosciata richiesta di congedo al Ministero e, infine, la rassegnata domanda di “collocamento a riposo”, che pone di fatto fine alla sua carriera e, di lì a poco, alla sua vita.
Se le lettere a Cian svelano l’uomo, gli altri carteggi, analizzati nel secondo e terzo capitolo, ne definiscono la rete intellettuale e la statura di polemista. Di fondamentale importanza sono le lettere scambiate con Gaetano Salvemini e Giuseppe Lombardo-Radice. Qui Di Francia non è più il “discepolo”, ma il compagno di battaglia. Lanzillotta usa questi scambi per ricostruire magistralmente la “polemica tunisina”, scaturita dalla coraggiosa relazione del Di Francia al congresso della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie (FNISM) del 1907. La lettera a Lombardo-Radice del 19 gennaio 1908 è un documento infuocato: Di Francia vi denuncia l’insulto ricevuto dal preside Mascia (“Lei […] è un mascalzone”) e la connivenza dell’amministrazione. Quella a Salvemini del 4 febbraio 1908 è un appello strategico per ottenere un’inchiesta parlamentare, descrivendo il “processo” farsesco subito dalla Deputazione scolastica locale. Questi documenti, valorizzati da Lanzillotta, mostrano Di Francia come un intellettuale tutt’altro che rinchiuso nella torre d’avorio, ma capace di un’azione sindacale e politica coraggiosa.
Di natura squisitamente scientifica, ma non meno polemica, sono i rapporti epistolari con Pio Rajna e Benedetto Croce. Con Rajna, emerge di nuovo la deferenza per il maestro, informandolo dei progressi nei lavori sul Boccaccio e condividendo la soddisfazione per le lodi (come quella di Gaston Paris) ricevute per il suo libro Franco Sacchetti novelliere. Il rapporto con Croce è, come nota Lanzillotta, “più distaccato”. Sebbene il carteggio diretto sia esiguo, esso testimonia la puntuale spedizione al paladino della Filosofia dello Spirito delle sue opere a stampa. Premesso che la vera natura del loro “dialogo” è polemica e si svolge sulle pagine delle riviste, Lanzillotta sottolinea acutamente come Di Francia, forte del suo rigoroso metodo storico-comparativo, non abbia mai temuto il confronto con l’idealismo crociano. Lo contesta apertamente (pur con toni formali) sulla novella di “Andreuccio da Perugia”, rivendicando l’importanza delle fonti popolari trascurate da Croce, e soprattutto nella recensione al Pentamerone di Basile e nel saggio A proposito del «Pentamerone» e sulla fiaba, dove difende strenuamente la “scienza” della demopsicologia contro l’ironia crociana.
L’importanza del volume risiede soprattutto nel rigore con cui i carteggi sono offerti al lettore. La “Nota ai testi” e i “Criteri di edizione” chiariscono la natura “a una sola voce” degli archivi (si conservano quasi esclusivamente le lettere del Di Francia e non quelle a lui indirizzate), e la scelta di una trascrizione fedele che conserva la fisionomia originale dei documenti. Approccio questo apprezzabilissimo e foriero di diversi e rilevanti esiti critici.
In primo luogo, il volume salva Di Francia da un ingiusto oblio, collocandolo con precisione nel dibattito culturale del suo tempo. Emerge la figura di un intellettuale rigoroso, ultimo e strenuo difensore del metodo comparativo della scuola storica. Lanzillotta illumina magistralmente la polemica con Benedetto Croce, rimarcando che Di Francia, pur mantenendo rapporti cordiali col filosofo, ne contestò radicalmente l’estetica idealista, che svalutava gli studi comparativi sulle fonti. La difesa appassionata da parte del Di Francia del metodo storico-geografico e della dignità della letteratura popolare (dalle fiabe orientali al Pentamerone di Basile) è uno dei lasciti più vitali del suo lavoro, che l’autrice valorizza appieno.
In secondo luogo, il libro chiarisce in modo definitivo la posizione del Di Francia rispetto al fascismo. Lontano dall’antifascismo militante di Salvemini o di Lombardo-Radice, ma altrettanto distante dall’adesione organica del suo maestro Vittorio Cian (deputato e poi senatore del regime), Di Francia emerge come intriso di “convinto liberalismo”. Pur aderendo al nazionalismo e collaborando a imprese culturali del regime come l’Enciclopedia Italiana, Lanzillotta documenta, attraverso la testimonianza del nipote e l’analisi dei carteggi, il suo netto rifiuto di assumere gli incarichi politici che Cian gli offrì durante il Ventennio, preferendo rimanere fedele alla propria “integrità morale”.
Infine, l’esito più tangibile è la pubblicazione stessa dei carteggi inediti. Queste lettere (in particolare quelle a Cian) non sono solo la fonte primaria per la biografia del Di Francia, ma offrono anche uno spaccato straordinario sulla gestione del potere accademico, sulle dinamiche dei concorsi (spesso viziati da clientelismo, come Di Francia stesso lamenta), e sulle reti di relazioni che dominavano la cultura italiana.
In conclusione, l’opera di Monica Lanzillotta ci restituisce un ritratto a tutto tondo di un intellettuale “calabrese fatto di scoglio vivo”, ultimo baluardo della scuola storica in un’epoca dominata dall’idealismo, e di una personalità la cui Weltanschauung non consente compromessi e vira senza strepito alcuno verso un orizzonte eroico dell’esistenza.
Eppure, questo libro, che unisce al rigore filologico una scrittura chiara e avvincente, è molto più della biografia di un singolo studioso: è anche la storia di un metodo (la “scuola storica” al suo tramonto), di un’istituzione (la scuola italiana nelle sue fragilità) e di un’epoca (la transizione dall’Italia liberale al fascismo). Un contributo indispensabile non solo per gli specialisti di demopsicologia o di letteratura novecentesca, ma per chiunque voglia comprendere, alla luce della straordinaria vicenda umana e intellettuale di Letterio Di Francia, le complesse intersezioni tra intellettuali, accademia e potere nell’Italia contemporanea.
Franco Mileto