giovedì 9 aprile 2026

MARIO LA CAVA E LEONARDO SCIASCIA: UN DIALOGO EPISTOLARE CHE RACCONTA DUE SUD (di Bruno Demasi)


   Passando da Bovalino in un tardo pomeriggio di qualche tempo fa, mi è venuto spontaneo pensare che il mare sembrava una pagina di Mario La Cava: una superficie calma che nasconde correnti profonde, un luogo che sa parlare più di quanto non dica.  È in questo silenzio ionico che La Cava ha imparato  a guardare la gente, a misurare la distanza tra ciò che mostrano e ciò che tacciono. Con la stessa spontaneità ho ricordato che, a dispetto di qualche autrice di feuilleton siculi che stigmatizza una presunta mancanza di letteratura calabrese, dobbiamo proprio a  un siciliano il miglior riconoscimento dell'arte narrativa di questa terra: nel 1951, una lettera proveniente da Racalmuto  attraversa lo Stretto per raggiungere la Locride: due Sud si riconoscevano senza essersi mai incontrati. Da quel giorno, per quasi quarant’anni, Mario La Cava e Leonardo Sciascia avrebbero intrecciato una delle conversazioni più intense e rivelatrici del Novecento italiano.

    Nato a Bovalino nel 1908, La Cava appartiene a quella generazione di scrittori che hanno trasformato la provincia in un laboratorio civile ed etico. La sua narrativa — asciutta, essenziale, priva di compiacimenti — osserva la comunità come un organismo complesso, fatto di solidarietà e sospetti, dignità e ipocrisie, immobilismi e improvvise aperture.Nei suoi romanzi e racconti (La ragazza di Calabria, La melagrana, I misteri della Calabria, Le memorie del vecchio maresciallo), la Calabria non è mai sfondo: è una coscienza. Il paesaggio ionico, le case basse, le piazze, le famiglie, i silenzi: tutto diventa materia morale, interrogazione, misura.

   In La ragazza di Calabria, La Cava annota:«La gente del paese guardava e taceva, come se il silenzio fosse un modo per giudicare»¹.E in I misteri della Calabria: «In questa terra ogni gesto ha un’ombra, e ogni ombra una storia»².

    Il 3 maggio 1951, un giovane Sciascia — trent’anni, maestro elementare, già lettore vorace — scrive a La Cava per ammirazione. È un gesto semplice, quasi timido, ma decisivo: riconosce in lui un modello di scrittura limpida, rapida, essenziale. La Cava risponde con gratitudine e misura. Da quel momento, tra Racalmuto e Bovalino si apre un corridoio epistolare che durerà fino al 1988, pochi mesi prima della morte dello scrittore calabrese.  La raccolta Lettere dal centro del mondo descrive questo scambio come «una fitta conversazione che introduce il lettore nel pieno della vita culturale della seconda metà del Novecento»³. Nelle 362 lettere che compongono il carteggio, emergono temi che attraversano l’intero Novecento meridionale: la solitudine dello scrittore del Sud; il difficile rapporto con gli editori; la responsabilità morale della scrittura; la lettura critica della società italiana: poteri locali, ingiustizie, trasformazioni sociali; il confronto sui rispettivi testi.
    Il carteggio è un laboratorio di etica e di stile: due scrittori che si interrogano sul senso del loro mestiere, sulla funzione civile della parola, sulla possibilità di raccontare la verità senza tradirla perché condividono una stessa idea di letteratura: un atto di responsabilità. Eppure le loro poetiche divergono in modo fecondo: La Cava osserva la comunità dall’interno, con uno sguardo che potremmo definire etnografico: la provincia come teatro morale, il paesaggio come coscienza, la vita quotidiana come luogo di verità. Sciascia procede per illuminazioni razionali: la scrittura come indagine, la Sicilia come metafora dello Stato, la verità come esercizio di libertà.

    Nel dialogo epistolare, queste due prospettive non si annullano: si completano. Sciascia vede in La Cava un modello di misura; La Cava vede in Sciascia un compagno di rigore.Sciascia scrive: «Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo»⁴ La Cava, dal canto suo, definisce Sciascia «della stessa tempra morale di Tolstoj» e uno scrittore che «mira alla verità, alla rettitudine, alla fermezza»⁵.
 
  Oltre la letteratura, c’è l’amicizia. Le lettere raccontano problemi, entusiasmi, preoccupazioni quotidiane, malattie, lutti, speranze. È un Sud che pensa, ma anche un Sud che soffre, che cerca, che si sostiene. La Cava e Sciascia non sono solo due scrittori: sono due uomini che attraversano insieme il secolo breve, condividendo dubbi e certezze, successi e sconfitte.

    Il carteggio permette di rileggere l’opera di La Cava con occhi nuovi: La ragazza di Calabria come romanzo della dignità femminile e della comunità che giudica; I misteri della Calabria come indagine morale sul territorio; La melagrana come metafora della fragilità e della resistenza; Le memorie del vecchio maresciallo come ritratto di un potere minore, ma non meno incisivo. Una frase de La melagrana sintetizza bene la poetica caviana: «Ogni vita è un frutto che si apre: a volte dolce, a volte amaro»⁶. E Sciascia, leggendo La Cava, annota: «In lui la verità non è mai gridata: è detta piano, come si dice una cosa necessaria»⁷. 

    La Calabria del 2026 — con le sue trasformazioni, le sue contraddizioni, le sue domande — è ancora attraversata dai temi che La Cava e Sciascia discutevano: la responsabilità individuale; la comunità come luogo di conflitto e solidarietà; la verità come esercizio quotidiano; la dignità dei personaggi minimi;il rapporto tra periferia e centro e soprattutto la dignità calpestata della terra e della gente. 

                                                                                                             Bruno Demasi
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1.  Mario La Cava, La ragazza di Calabria, Milano, Mondadori, 1955, p. 47.
2.  Mario La Cava, I misteri della Calabria, Milano, Jaca Book, 2003 (ed. orig. 1952), p. 12.
3. Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 9.
4. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 56.
5. Mario La Cava, articolo sulla Gazzetta del Popolo, 1965, cit. in Stefania Brivido, Universo Letterario, 2020.
6. Mario La Cava, La melagrana, Milano, Mondadori, 1963, p. 21.
7. Leonardo Sciascia, lettera a Mario La Cava, in Lettere dal centro del mondo, cit., p. 112.