venerdì 10 aprile 2026

RISCOPRIRE VINCENZO PADULA ATTRAVERSO “Antonello capobrigante calabrese” (DBE) (di Bruno Demasi)

            PER RICORDARE IL PIU’ SCOMODO DEI NARRATORI DELLA CALABRIA


       Tra le iniziative editoriali che negli ultimi tempi hanno contribuito a riattivare la memoria culturale calabrese, il lavoro dell’Editrice DBE - Barbaro occupa un posto particolare. La ripubblicazione di "Antonello capobrigante calabrese" di Vincenzo Padula non risponde soltanto all’esigenza di rendere nuovamente disponibile un testo raro: si inserisce in un percorso di recupero critico che restituisce profondità a una stagione complessa della nostra storia.Padula, osservatore severo e lucidissimo delle dinamiche sociali ottocentesche, trova in questa edizione una cornice che ne valorizza la voce: la scrittura tesa, l’attenzione ai meccanismi del potere locale, la capacità di leggere il brigantaggio come fenomeno strutturale e non come deviazione folklorica. L’intervento editoriale della DBE permette al lettore contemporaneo di misurarsi con un testo che conserva intatta la sua forza interpretativa, senza appiattirne le asperità né attenuarne la portata civile. In un territorio dove la tradizione letteraria rischia spesso di disperdersi, operazioni come questa assumono un valore che supera il semplice atto editoriale: ricostruiscono continuità, riaprono dossier storici, restituiscono alla discussione pubblica figure e vicende che appartengono alla nostra identità profonda. È anche grazie a questo lavoro che oggi possiamo tornare a leggere Padula non come un autore confinato nel suo secolo, ma come un interlocutore ancora necessario, la cui vicenda letteraria va decisamente approfondita.

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  Il 29 aprile 1893, si spegne ad Acri Vincenzo Padula. La sua figura appartiene a quella scia di narratori calabresi che non cercano consolazioni né indulgenze: osservano, analizzano, feriscono. Padula non si lascia moderare da nessuno, non si presta a celebrazioni innocue. È un intellettuale che disturba, e proprio per questo oggi più che mai merita di essere riascoltato.

    Era nato il 25 marzo 1819 nello stesso paese, in una Calabria inquieta attraversata da fratture profonde che l’Unità d’Italia non sarebbe riuscita a ricomporre. Una regione in cui la modernità arriva a scosse, senza continuità, e spesso senza giustizia. Padula non si limita a registrare ciò che vede: lo interroga. La sua postura non è accomodante. È sacerdote, ma non uomo d’ordine; è intellettuale, ma lontano dai salotti; è meridionale, ma refrattario a ogni retorica vittimistica. In una delle sue pagine più note, scrive che «la verità non è mai comoda, e chi la dice non ha amici»¹. È una dichiarazione di poetica e di intenti, che riassume la sua intera traiettoria umana e artistica. 


    Eppure, questa postura non nasce da un gusto per la provocazione. Padula non è un incendiario: è un analista. La sua è una lucidità che non concede sconti, nemmeno a sé stesso. La sua formazione sacerdotale, lungi dal narcotizzarlo, gli offre una lente ulteriore per leggere la realtà: quella della responsabilità morale. Non è un caso che, in un appunto privato, annoti: «Non temo l’errore: temo l’indifferenza»⁵. È una frase che rivela la radice più profonda del suo impegno civile. Il suo sacerdozio è un luogo di tensione più che di quiete. Non è un ribelle per inclinazione, ma per coscienza. Conosce la povertà dei contadini, la loro solitudine, la loro fame. Non sopporta il paternalismo, né civile né ecclesiastico. In un articolo giovanile annota che «il popolo non vuole pietà: vuole giustizia»². È una frase che conserva una sorprendente freschezza morale, e che rivela la sua idea di cristianesimo: non un rifugio, ma un’assunzione di responsabilità. 
 
     Questa attenzione al popolo non è romantica né idealizzata. Padula conosce bene le contraddizioni della società rurale, le sue chiusure, le sue paure. Ma proprio per questo la rispetta: perché la vede nella sua complessità, non come un’entità astratta. In un passaggio poco citato, scrive: «Il popolo non è buono né cattivo: è vero»⁶. Una frase che, da sola, basterebbe a collocarlo fuori dalle semplificazioni del suo tempo.

    Nel 1864 fonda Il Bruzio, un giornale che rompe gli equilibri locali e che ancora oggi colpisce per la modernità del linguaggio. Padula non risparmia nessuno: notabili, amministratori, funzionari, colleghi ecclesiastici. Il suo stile è asciutto, tagliente, privo di orpelli. Non cerca l’effetto, ma la verità. In un editoriale del 1865 afferma: «Scrivo perché non posso tacere, e taccio solo quando la parola sarebbe menzogna»³. È la definizione più precisa del suo modo di intendere il giornalismo: un esercizio di libertà che non ammette compromessi. Il Bruzio non è solo un giornale: è un laboratorio di critica sociale. Padula vi sperimenta un linguaggio nuovo, capace di unire osservazione empirica e indignazione morale. Le sue denunce non sono mai generiche: hanno nomi, cognomi, circostanze. E questo gli attira ostilità profonde. Ma Padula non arretra. In un numero del 1865 scrive: «Non temo chi mi contraddice: temo chi mi applaude»⁷. È un’altra dichiarazione di indipendenza, che spiega la sua solitudine.

      Padula comprende che la Calabria non è un caso locale, ma una questione nazionale. Le sue analisi sul brigantaggio sono lontane dai cliché: non lo considera un fenomeno di barbarie, ma il sintomo di una frattura tra Stato e popolazioni rurali. Denuncia l’incapacità delle istituzioni di comprendere la complessità del territorio, la distanza tra le leggi e la vita reale. «L’Italia è unita sulla carta, non nelle coscienze»⁴, scrive con lucidità. Per lui, capire la Calabria significa capire l’Italia: la regione diventa una lente, una cartina di tornasole, un laboratorio critico. Questa intuizione è forse la parte più moderna del suo pensiero. Padula anticipa di decenni  la lettura del Mezzogiorno come chiave interpretativa dell’intero Paese. Non vede la Calabria come un’eccezione, ma come un paradigma. E questo lo rende scomodo: perché costringe a guardare ciò che si preferirebbe ignorare. 
 
    Dietro il polemista c’è un uomo solitario, spesso incompreso. La sua Acri diventa un osservatorio privilegiato: da lì vede meglio ciò che altrove si preferisce ignorare. La sua vita è segnata da contrasti, amicizie intense, delusioni profonde. Il suo carattere è severo, ironico, intransigente. Non cerca consensi, e infatti non li ottiene facilmente. Ma proprio questa intransigenza gli permette di essere libero. Padula paga il prezzo della sua libertà, ma non la baratta. È un uomo che non si concede, e che non concede nulla. La sua memoria è intermittente: riaffiora a tratti, poi scompare, poi ritorna. È il destino di molti intellettuali meridionali che hanno osato troppo. Eppure, ogni volta che la Calabria attraversa una crisi di identità, Padula ritorna. Ritorna perché ha detto cose che non invecchiano. Ritorna perché ha visto ciò che altri non hanno voluto vedere, perché la sua voce è una delle poche che non si è lasciata e non si lascia ancora   ingabbiare.


   Padula parla ancora a noi perché la sua Calabria non è un luogo del passato, ma una lente per leggere il presente. Le sue denunce sulla corruzione, sulla distanza tra potere e popolo, sulla fragilità delle istituzioni sono ancora attuali. La sua idea di responsabilità civile è un invito a non accontentarsi, a non cedere alla rassegnazione. Ricordarlo in questo aprile insieme alla sua sterminata produzione letteraria, significa riaprire il suo dossier, riconoscere che la Calabria ha più che mai  bisogno di voci come la sua: libere, critiche, intransigenti. 
                                                                      Bruno Demasi
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1. V. Padula, Scritti scelti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 41. 
2. V. Padula, Prose e lettere, Pellegrini Editore, Cosenza 1998, p. 67. 
3. V. Padula, Il Bruzio, ed. critica a cura di G. Falcone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 112. 
4. V. Padula, Scritti politici e civili, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 89. 
5. V. Padula, Appunti e frammenti, ed. critica, Pellegrini Editore, Cosenza 2001, p. 54. 
6. V. Padula, Scritti morali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 23. 
7. V. Padula, Il Bruzio, cit., p. 147.

Bibliografia:

  • Il Monastero di Sambucina. Novella calabrese, Bruxelles (ma Napoli), 1842.
  • Valentino. Poemetto, Palermo (ma Napoli), 1845.
  • Apocalisse di San Giovanni Apostolo recata in versi italiani ed esplicata, Napoli, 1854.
  • A Maria Concetta Immaculata. Poesie, Napoli, 1854.
  • Il Natale. Poesie, Napoli, 1854.
  • In morte del Marchese Cesare Berlingieri di Crotone, Napoli, 1854.
  • A mons. Francesco Saverio Apuzzo. Stanze, Napoli, 1854.
  • La Passione. Poesie, Napoli, 1855.
  • In morte del giovane Alfonso Perrelli di Brienza. Carme, Napoli, 1856.
  • Canzone calabrese sopra la Notte di Natale, Cosenza, 1858.
  • Per le sponsalizie di Giuseppe e di Maria. Panegirico, Cosenza, 1859.
  • Per Maria Addolorata. Panegirico, Cosenza, 1860.
  • Apocalisse… II edizione migliorata, Napoli, 1861.
  • Il Bruzio. Giornale politico-letterario, Cosenza, 1864–1865.
  • Antonello. Dramma, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Stato delle persone in Calabria, in Il Bruzio, 1864–65.
  • Antonello, o il capo bandito calabrese, Cosenza, 1865.
  • Elogio funebre di Luigi Giannone, Napoli, 1867.
  • Dissertazione su Pandosia, Besidia, Thebae Lucanae, Cosenza, 1867.
  • Elogio dell’abate Antonio Genovesi, Napoli, 1869.
  • Studi sugli asini, Napoli, 1869.
  • Protogea ossia l’Europa preistorica, Napoli, 1871.
  • Quomodo Litterarum Latinarum sint studia instituenda, Napoli, 1871.
  • Pauca quae in Sexto Aurelio Propertio…, Napoli, 1871.
  • Orazione funebre per Mariantonia Falcone, Napoli, 1874.
  • Prose giornalistiche, Napoli, 1878.
    • I tre artisti (farsetta)
    • Antonello capobrigante calabrese (dramma)
  • Poesie varie, Napoli, 1878.
  • Il Bruzio, vol. I, Napoli, 1878.
  • Epistolario. Un corpus dispersivo e frammentario. Inediti e altro (1815–1907), vol. 1, Rubbettino, 2023.
  • Epistolario… Appendice. Padula errante. Percorsi, vol. 2, Rubbettino, 2025.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria, vol. 2, Laterza, 2001.
  • Scritti di estetica, linguistica e critica letteraria. Manoscritti inediti, vol. 3, Laterza, 2002.
  • Scritti demologici, vol. 1, Rubbettino, 2019.
  • Scritti demologici. Vocabolario calabro, vol. 2, Rubbettino, 2022.
  • Vocabolario calabro. Laboratorio del dizionario etimologico calabrese, Laterza, 2001.
  • Scritti letterari e giornalistici, Rubbettino, 2009.
  • Il mio primo amore, Imagaenaria, 2008.
  • I poemetti, Laterza, 1997.
  • Gli uccelli grifoni, Avagliano, 2005.
  • Calabria. Prima e dopo l’Unità, Laterza, 1977.
  • Persone in Calabria, varie edizioni (1993, 2006, 2010, 2014).
  • La notte di Natale (edizione illustrata), Coccole Books, 2024.
  • Il Calabrese (anni ’40 dell’Ottocento)
  • Il Bruzio (fondato da lui nel 1864)
  • Altri periodici minori dell’area cosentina e napoletana.