Nel pubblicare questo intervento di Mara Vittoria Colosimi, docente universitaria di grande autorevolezza e studiosa tra le più attente delle letterature regionali, il mio intento è semplice: segnalare la qualità rara di un'analisi che sa essere insieme lucida, concreta e profondamente radicata nella materia che affronta. La professoressa Colosimi non indulge alla retorica né alla commemorazione di circostanza: restituisce l’Aspromonte di Corrado Alvaro come un luogo vivo, problematico, attraversato da domande che non hanno smesso di interpellarci. Il “ Corrado Alvaro Day”, apertura ufficiale delle celebrazioni del settantennio della morte di uno scrittore che ha amato la lingua italiana e la Calabria con una dedizione che non conosceva compromessi, è un’occasione che forse chiede responsabilità più che celebrazioni, e l’intervento che segue ne è un esempio: un testo che non si limita a evocare un paesaggio letterario, ma lo interroga, lo mette in tensione con il presente e ci costringe a misurarci con ciò che di quell’Aspromonte — e di noi — ancora resiste.(Bruno Demasi)
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Approfitto dell’ospitralità di questo blog per ricordare ancora a tutti, in questo 20 di aprile 2026, il “Corrado Alvaro Day”, che apre le celebrazioni del settantennio della morte di uno scrittore che amò svisceratamente la lingua italiana e la sua, la nostra Calabria. Settant’anni sono un tempo ambiguo: non bastano a cancellare un autore, ma sono sufficienti a trasformarlo in un’icona che rischia di essere cristallizzata più che letta. Nel 1956, quando Alvaro morì, l’Italia cercava un equilibrio dopo la guerra; nel 2026, mentre la Calabria si prepara a ricordarlo, scopriamo che molte delle sue domande non hanno ancora trovato risposta. Per questo motivo parlare dell’Aspromonte di Alvaro è sempre un rischio. È facile scivolare nella retorica, nella nostalgia, nella cartolina. Ma Alvaro non è stato mani stucchervole o accomodante. Per lui l’Aspromonte non era un mito consolatorio, né un rifugio sentimentale: era un luogo vivo della storia, un punto d’osservazione da cui misurare le contraddizioni dell’Italia. Un luogo dove la verità non si nascondeva dietro le parole, ma si mostrava nuda, come una ferita.
Chi rilegge oggi Gente in Aspromonte sente ancora quel vento che “entra dappertutto”, quella miseria che non è solo povertà ma condizione esistenziale e resistenza quotidiana. E l’ ’Aspromonte non è periferia, è un luogo da cui la modernità appare per ciò che è davvero, con le sue promesse e le sue omissioni.In un passaggio dei Diari, Alvaro annota: «L’uomo moderno è un uomo solo»¹. Una frase che sembra scritta per noi. E quell’uomo solo, per Alvaro, non vive nelle metropoli: vive nei margini, nei paesi arroccati, nelle case di pietra dove la vita è dura e la dignità è un lavoro quotidiano. L’Aspromonte è il luogo dove questa solitudine diventa visibile, dove la modernità mostra le sue crepe.Eppure, settant’anni dopo, qualcosa è cambiato. Le strade hanno rotto l’isolamento, le comunità tradizionali si sono dissolte, l’emigrazione ha svuotato i paesi e riempito città lontane di accenti che vengono da qui. L’Aspromonte di oggi è un territorio plurale: borghi che resistono, giovani che tornano, progetti culturali che cercano di reinventare un’identità. È un luogo che non vive più solo di memoria, ma di tentativi, di fragili rinascite.
Ma c’è un punto che rende questo anniversario particolarmente delicato. Ogni volta che una comunità celebra un suo grande autore, c’è sempre chi intende approfittarne in termini di immagine, a trasformare la memoria in passerella, la cultura in occasione di visibilità. È un rischio antico, che riguarda tutte le regioni e tutte le latitudini. Eppure, nel caso di Alvaro, questo rischio è ancora più evidente: perché il suo pensiero non si presta a semplificazioni, né a usi strumentali. Alvaro diffidava delle narrazioni accomodanti, e lo scriveva con chiarezza: «La Calabria è un paese che non ha avuto la sua storia»². Una frase che dovrebbe mettere in guardia chiunque voglia trasformare la sua eredità in slogan o in rituale. Le celebrazioni, le fondazioni, gli eventi pubblici sono preziosi quando custodiscono e diffondono un’eredità; diventano problematici quando cercano di appropriarsene, quando riducono un autore complesso a un simbolo docile. Il pensiero di Alvaro non è docile. Non consola e non assolve. È più che mai un invito a guardare la realtà senza filtri, a riconoscere le fratture profonde che attraversano ancora il Paese e, soprattutto, la Calabria.
Settant’anni dopo, la domanda non è cosa resta dell’Aspromonte di Alvaro, ma cosa resta di noi in quell’Aspromonte. Perché il suo paesaggio non è un paesaggio, è uno specchio che riflette un’Italia che ha cambiato pelle ma non ha risolto le sue disuguaglianze; riflette una Calabria che cerca nuove forme di identità senza rinnegare la propria durezza originaria; riflette un Sud che non vuole più essere periferia, ma non ha ancora trovato il modo per uscirne.
Forse è questo il vero senso dell’anniversario: non celebrare un autore, ma ascoltare ancora una volta la voce del suo paesaggio. Una voce che continua a chiedere: "Che cosa avete fatto del mondo che vi ho lasciato?". Una domanda che non ammette risposte facili. E che, proprio per questo, vale ancora la pena di ascoltare.
Mara Vittoria Colosimi
Chi rilegge oggi Gente in Aspromonte sente ancora quel vento che “entra dappertutto”, quella miseria che non è solo povertà ma condizione esistenziale e resistenza quotidiana. E l’ ’Aspromonte non è periferia, è un luogo da cui la modernità appare per ciò che è davvero, con le sue promesse e le sue omissioni.In un passaggio dei Diari, Alvaro annota: «L’uomo moderno è un uomo solo»¹. Una frase che sembra scritta per noi. E quell’uomo solo, per Alvaro, non vive nelle metropoli: vive nei margini, nei paesi arroccati, nelle case di pietra dove la vita è dura e la dignità è un lavoro quotidiano. L’Aspromonte è il luogo dove questa solitudine diventa visibile, dove la modernità mostra le sue crepe.Eppure, settant’anni dopo, qualcosa è cambiato. Le strade hanno rotto l’isolamento, le comunità tradizionali si sono dissolte, l’emigrazione ha svuotato i paesi e riempito città lontane di accenti che vengono da qui. L’Aspromonte di oggi è un territorio plurale: borghi che resistono, giovani che tornano, progetti culturali che cercano di reinventare un’identità. È un luogo che non vive più solo di memoria, ma di tentativi, di fragili rinascite.
Ma c’è un punto che rende questo anniversario particolarmente delicato. Ogni volta che una comunità celebra un suo grande autore, c’è sempre chi intende approfittarne in termini di immagine, a trasformare la memoria in passerella, la cultura in occasione di visibilità. È un rischio antico, che riguarda tutte le regioni e tutte le latitudini. Eppure, nel caso di Alvaro, questo rischio è ancora più evidente: perché il suo pensiero non si presta a semplificazioni, né a usi strumentali. Alvaro diffidava delle narrazioni accomodanti, e lo scriveva con chiarezza: «La Calabria è un paese che non ha avuto la sua storia»². Una frase che dovrebbe mettere in guardia chiunque voglia trasformare la sua eredità in slogan o in rituale. Le celebrazioni, le fondazioni, gli eventi pubblici sono preziosi quando custodiscono e diffondono un’eredità; diventano problematici quando cercano di appropriarsene, quando riducono un autore complesso a un simbolo docile. Il pensiero di Alvaro non è docile. Non consola e non assolve. È più che mai un invito a guardare la realtà senza filtri, a riconoscere le fratture profonde che attraversano ancora il Paese e, soprattutto, la Calabria.
Settant’anni dopo, la domanda non è cosa resta dell’Aspromonte di Alvaro, ma cosa resta di noi in quell’Aspromonte. Perché il suo paesaggio non è un paesaggio, è uno specchio che riflette un’Italia che ha cambiato pelle ma non ha risolto le sue disuguaglianze; riflette una Calabria che cerca nuove forme di identità senza rinnegare la propria durezza originaria; riflette un Sud che non vuole più essere periferia, ma non ha ancora trovato il modo per uscirne.
Forse è questo il vero senso dell’anniversario: non celebrare un autore, ma ascoltare ancora una volta la voce del suo paesaggio. Una voce che continua a chiedere: "Che cosa avete fatto del mondo che vi ho lasciato?". Una domanda che non ammette risposte facili. E che, proprio per questo, vale ancora la pena di ascoltare.
Mara Vittoria Colosimi
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1. Corrado Alvaro, Diario di un uomo di lettere, Milano, Bompiani, 1959, p. 112.
2. Corrado Alvaro, Calabria, Milano, Mondadori, 1950, p. 7.
1. Corrado Alvaro, Diario di un uomo di lettere, Milano, Bompiani, 1959, p. 112.
2. Corrado Alvaro, Calabria, Milano, Mondadori, 1950, p. 7.