domenica 26 aprile 2026

Il “SAN GIUSEPPE E IL BAMBINO” di Rocco Murizzi, un capolavoro aspromontano come pochi. (di Bruno Demasi)


   Per la cura attentissima e nervosa del dettaglio ana-tomico, lo scatto muscolare vivamente rappresentato, il verismo plastico che si fa palpabile nel gruppo sta-tuario di San Giuseppe e il Bambino , ma anche in altre sue opere, Rocco Bruno Murizzi (detto “Morizzi”) rappresenta indubbiamente uno scultore aspromontano a se stante nella seconda metà dell’Ottocento. Non un caposcuola tra gli autori di arte sacra calabrese ( per la verità non moltissimi e in gran parte legati a stilemi espressivi convenzionali , spesso ripetitivi e stucchevoli), ma decisa-mente un artista isolato che, forse proprio per questo, giganteggia e si distingue.

  Nella Calabria aspromon-tana dell’Ottocento, dove la religiosità popolare non è un semplice fatto li-turgico, ma un modo di esprimere la cultura del gruppo, la figura del Murizzi, che ha una vera e propia venerazione per il sacro, emerge come quella di un artista davvero grande, capace di trasformare la fede in immagine e il sentimento in materia. Nato a Tresilico il 20 agosto 1840, appartiene a quella generazione di creatori silenziosi che non cercavano la gloria, ma la vita nella materia da plasmare. La sua esistenza attraversa un secolo inquieto — l’Unità d’Italia, le trasformazioni sociali, l’emigrazione — ma il suo lavoro rimane ancorato a un compito preciso: dare un volto al sacro per le comunità della Piana di Gioia Tauro e della Locride. 

      La sua biografia, ricostruita con rigore da Rocco Liberti, è oggi la fonte più autorevole per comprenderne la parabola umana e artistica. Liberti scrive che Murizzi «nacque a Tresilico il 20 agosto 1840 da una famiglia di modeste condizioni» e che mostrò «fin da giovanissimo una naturale inclinazione per la scultura»¹. La formazione di Murizzi avviene a Napoli, nella bottega di Francesco Biangardi, uno dei più importanti scultori sacri meridionali del tempo². Secondo Liberti, fu «decisivo per la sua formazione»¹ l’incontro con Biangiardi avvenuto a Cittanova, quando il giovane Murizzi rimase affascinato dalla perizia dello scultore napoletano. Napoli, per un giovane calabrese dell’Ottocento, non era solo una città: era un mondo. Qui Murizzi impara: la scultura lignea policroma, con le sue tecniche antiche; la cartapesta, più leggera e più economica, ma capace di sorprendente espressività; la grammatica dei volti napoletani, dolci e intensi; la teatralità del gesto, che non è mai eccesso, ma comunicazione. Quando rientra in Calabria, porta con sé un bagaglio che nessuna bottega locale avrebbe potuto offrirgli. Eppure, non diventa un epigono della scuola napoletana: la assorbe, la traduce, la adatta alla sensibilità delle comunità aspromontane. 
 
  Stabilitosi tra Oppido Mamertina, Tresilico, Gioiosa Ionica e i centri della Locride, Murizzi apre una bottega che diventa punto di riferimento per confraternite, parrocchie, comitati di festa. La sua produzione è ampia, continua, riconoscibile. Statue nate per essere portate in processione, guardate negli occhi, toccate, invocate. La mano di Murizzi si riconosce subito: volti ovali fortemente espressivi, mai piatti o drammatici; sguardi vivissimi; pieghe morbide, semplificate ma armoniche; policromie calde, con incarnati rosati e blu profondi; una gestualità narrativa, mai rigida, mai accademica.Il suo è un linguaggio affettivo, non retorico. Non cerca la perfezione anatomica, ma la vicinanza emotiva.

    Tra le opere che meglio restituiscono la misura dell’arte di Murizzi, il gruppo di San Giuseppe con il Bambino realizzato per Oppido Mamertina occupa un posto particolare, quasi inaugurale. Non solo perché,come ricorda Liberti, fu «il primo grande lavoro autonomo» dello scultore, databile al 1873¹, ma perché in esso si avverte già quella cifra affettiva e domestica che diventerà la sua firma. Il gruppo statuario viene verosimilmente commissionato dagli artigiani oppidesi che eleggono la chiesa del Buon Consiglio in Oppido a sacrario del loro e dell’altrui lavoro in un momento in cui il culto originario cui era votata e intitolata la chiesa subiva una fase di stanca concomitante con l’imporsi di quello legato al Patriarca Giuseppe.

 La realizzazione di questa statua riconsacrò virtualmente la chiesa a quella che sarebbe diventata da allora in poi la sua nuova denominazione, sia pure ufficiosa: “la chiesa di San Giuseppe”. E’ una statua mirabile perr bellezza, il cui protagonista non è un patriarca ieratico, ma un padre seduto, che accoglie e sostiene un Bambino nudo, vivo, quasi colto in un istante quotidiano. La mano del piccolo sulla spalla del santo, la postura inclinata, il dialogo silenzioso tra i due corpi rivelano una sensibilità narrativa che Murizzi non abbandonerà più. È un realismo affettivo, non accademico, che parla la lingua delle comunità per cui l’opera è nata: una lingua fatta di prossimità, di cura, di intimità familiare.La policromia — blu intenso, ricami dorati, incarnati caldi — mostra un equilibrio raro tra la lezione napoletana e la misura calabrese: un decoro che nobilita senza sovraccaricare. La luce scivola sulle pieghe del manto con una morbidezza che non è barocca, ma narrativa: sembra accompagnare il gesto, non dominarlo.

    Confrontato con altri suoi San Giuseppe il gruppo oppidese conserva una freschezza che appartiene solo alle opere di inizio percorso. Qui Murizzi non ha ancora codificato il proprio stile: lo sta inventando. E proprio per questo la composizione è più libera, più narrativa, più vicina alla vita che alla liturgia. Ma ciò che conta davvero è che in questo gruppo si vede già la direzione di tutta la sua produzione successiva: la scelta di un sacro vicino, umano, capace di parlare non dall’alto ma dal fianco, come un compagno di cammino.

Le opere documentate di Murizzi parlano tutte lo stesso linguaggio:
  • Madonna del Rosario (1895), Diocesi di Locri‑Gerace, legno scolpito e dipinto, firmata «MURIZZI ROCCO SCOLPÌ – 1895»³;
  •  Santi Cosma e Damiano, Gioiosa Ionica, legno dipinto, attribuzione pienamente riconosciuta⁴;
  •  Madonna del Carmelo con San Simone Stock e San Gabriele, legno scolpito e dipinto, attribuzione alla bottega⁵;
  •  Statue in cartapesta: San Rocco (Careri), Sant’Anna (Scroforio) e probabilmente l’ Immacolata (Quarantano); 
  • Sant’Anna con Maria Bambina, statua lignea sita nella Cattedrale di Oppido di attribuzione non certa, ma stilisticamente solida.

  Murizzi continua a lavorare fino ai primi del Novecento, mantenendo uno stile fedele a sé stesso, immune dalle mode. Muore a Gioiosa Ionica il 4 novembre 1918, lasciando un patrimonio diffuso, spesso anonimo, ma riconoscibile a chi sa guardare, dopo aver dato forma alla fede di un territorio costruendo con le proprie mani un immaginario condiviso  e lasciando un’eredità che vive ancora nelle processioni, nelle feste patronali, negli sguardi dei fedeli commossi da tanta bellezza.

Bruno Demasi
_________
1. Rocco Liberti, voce “Murizzi, Rocco Bruno”, in Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, ICSAC.
2.  Archivio Biangardi, Napoli, Registro degli apprendisti, 1856‑1860.
3.BeWeB – Beni Ecclesiastici in Web, scheda n. 200000000127, Diocesi di Locri‑Gerace, “Madonna del Rosario”.
4. ArCo – Archivio Arte Sacra Calabria, scheda Gioiosa Ionica, “Santi Cosma e Damiano”.
5. Diocesi di Locri‑Gerace, Inventario beni mobili ecclesiastici, vol. II, 1987, p. 214.