Con Dove canta il cuculo, edito da Piemme, uscito da pochi giorni, Gioacchino Criaco torna nei territori narrativi che lo hanno consacrato – l’Aspromonte, le sue ombre, le generazioni ferite – ma con un passo diverso: più lento, più interrogativo, quasi esitante. Non c’è più la furia epica di Anime nere, né la tensione implacabile de Il saltozoppo: qui l’autore sembra voler ascoltare ciò che resta dopo la tragedia, ciò che sopravvive quando il mito si incrina e la comunità non può più rifugiarsi nella fatalità. Come dice uno dei personaggi, «quando il rumore finisce, restano solo le domande»: è la chiave di volta dell’intero romanzo.
Il romanzo si apre con lo sguardo su una Calabria meno mitica e più dialettica. Non è più la terra del “male antico” né il teatro di un destino che si ripete come un rito, ma un luogo attraversato da tensioni contrarie: la modernità che avanza come un vento estraneo, l’arcaicità che resiste come una radice, il desiderio di riscatto che convive con la fedeltà a codici ancestrali. Criaco non rinuncia alla potenza simbolica del suo paesaggio, ma la tempera con una nuova disposizione: la Calabria non è più un personaggio monolitico, bensì un organismo complesso e contraddittorio. In un passaggio emblematico si legge che «la terra non è più madre o matrigna: è uno specchio che non perdona», frase che conferma la svolta etica del romanzo.
Questa complessità emerge soprattutto nel modo in cui l’autore affronta il tema della colpa. Nei primi romanzi la colpa era un destino ereditario, un marchio trasmesso come un cognome; in Anime nere la tragedia era inscritta nel sangue, in Il saltozoppo la violenza era un’eredità familiare ineludibile. Qui, invece, la colpa diventa scelta, deviazione, talvolta persino occasione di consapevolezza. È un passaggio decisivo: Criaco restituisce ai suoi personaggi la possibilità di sbagliare, e dunque di essere responsabili. La tragedia non è più un fato imposto, ma il risultato di una libertà mal esercitata. Non a caso un personaggio afferma: «nessuno ci ha condannati: siamo stati noi a scegliere la strada più corta», frase che sintetizza una nuova consapevolez
Questa complessità emerge soprattutto nel modo in cui l’autore affronta il tema della colpa. Nei primi romanzi la colpa era un destino ereditario, un marchio trasmesso come un cognome; in Anime nere la tragedia era inscritta nel sangue, in Il saltozoppo la violenza era un’eredità familiare ineludibile. Qui, invece, la colpa diventa scelta, deviazione, talvolta persino occasione di consapevolezza. È un passaggio decisivo: Criaco restituisce ai suoi personaggi la possibilità di sbagliare, e dunque di essere responsabili. La tragedia non è più un fato imposto, ma il risultato di una libertà mal esercitata. Non a caso un personaggio afferma: «nessuno ci ha condannati: siamo stati noi a scegliere la strada più corta», frase che sintetizza una nuova consapevolez
La natura, che in Criaco non è mai stata semplice scenografia, assume qui un ruolo ancora più complesso. L’Aspromonte non è soltanto luogo d’origine o di fuga, ma un testimone morale, un controcanto che osserva e giudica. Il bosco, il vento, le pietre non sono simboli, ma presenze: misurano gli uomini, li mettono alla prova, li costringono a confrontarsi con ciò che sono diventati. È un ritorno alle atmosfere di Anime nere, ma con una maturità diversa: meno lirismo selvatico, più consapevolezza antropologica. In una delle pagine più intense, Criaco annota che «il monte ascolta tutto, e non dimentica», frase che rafforza la lettura del paesaggio come coscienza morale.
Anche la struttura narrativa riflette questa evoluzione. Mentre i primi romanzi procedevano con una linearità quasi rituale, qui la narrazione si frammenta, si apre, si concede pause e deviazioni. È un mosaico di prospettive che non cerca un’unica verità, ma restituisce la complessità di un mondo in cui ogni gesto ha un’ombra e ogni scelta una conseguenza. In questo, il romanzo dialoga con La maligredi, ma ne rovescia la dimensione narrativa: là la coralità era storica, quasi epica; qui è interiore, un contrappunto di coscienze che non vogliono imporsi, ma comprendersi.
I personaggi rappresentano forse l’aspetto più innovativo dell’opera. Criaco ha sempre lavorato con figure archetipiche – il fratello, il capo, il giusto, il traditore – ma qui gli archetipi si incrinano. I personaggi non incarnano più soltanto un ruolo: lo mettono in discussione, lo tradiscono, lo superano. È come se l’autore avesse deciso di mostrare la fragilità dell’archetipo senza dissolverlo, lasciando emergere la complessità dell’individuo. Un gesto di maturità narrativa e di onestà etica: Criaco non vuole più raccontare un mondo dominato da forze impersonali, ma un mondo in cui gli uomini sono chiamati a rispondere delle proprie scelte.
Nel complesso, Dove canta il cuculo segna una fase nuova nella scrittura di Criaco: meno incline alla seduzione del mito, più disposta a esplorare le zone grigie dell’animo umano e della comunità. Non rinnega le radici – anzi, le approfondisce – ma le guarda con un occhio più critico, più adulto, più inquieto. È un’opera che non chiude un ciclo, ma lo rilancia su un piano più complesso e interrogativo. Una Calabria meno simbolica, meno epica, ma più umana.
Anche la struttura narrativa riflette questa evoluzione. Mentre i primi romanzi procedevano con una linearità quasi rituale, qui la narrazione si frammenta, si apre, si concede pause e deviazioni. È un mosaico di prospettive che non cerca un’unica verità, ma restituisce la complessità di un mondo in cui ogni gesto ha un’ombra e ogni scelta una conseguenza. In questo, il romanzo dialoga con La maligredi, ma ne rovescia la dimensione narrativa: là la coralità era storica, quasi epica; qui è interiore, un contrappunto di coscienze che non vogliono imporsi, ma comprendersi.
I personaggi rappresentano forse l’aspetto più innovativo dell’opera. Criaco ha sempre lavorato con figure archetipiche – il fratello, il capo, il giusto, il traditore – ma qui gli archetipi si incrinano. I personaggi non incarnano più soltanto un ruolo: lo mettono in discussione, lo tradiscono, lo superano. È come se l’autore avesse deciso di mostrare la fragilità dell’archetipo senza dissolverlo, lasciando emergere la complessità dell’individuo. Un gesto di maturità narrativa e di onestà etica: Criaco non vuole più raccontare un mondo dominato da forze impersonali, ma un mondo in cui gli uomini sono chiamati a rispondere delle proprie scelte.
Nel complesso, Dove canta il cuculo segna una fase nuova nella scrittura di Criaco: meno incline alla seduzione del mito, più disposta a esplorare le zone grigie dell’animo umano e della comunità. Non rinnega le radici – anzi, le approfondisce – ma le guarda con un occhio più critico, più adulto, più inquieto. È un’opera che non chiude un ciclo, ma lo rilancia su un piano più complesso e interrogativo. Una Calabria meno simbolica, meno epica, ma più umana.
Bruno Demasi