martedì 28 aprile 2026

IL RESPIRO DELL'INVISIBILE E CESARE BERLINGERI: dalla Calabria alla " materia celata " (di Franco Mileto)


      Pittore, scenografo, sperimentatore instancabile della materia, Cesare Berlingeri è una delle voci più originali dell’arte italiana contemporanea. Nato a Cittanova nel 1948, formatosi tra la Calabria arcaica e la Roma febbrile degli anni Settanta, ha trasformato la tela in un organismo vivo, capace di custodire il mistero attraverso la sua invenzione più celebre: la piega. Un gesto che non è solo tecnica, ma filosofia e memoria. A restituire con rara sensibilità la complessità di questo percorso è Franco Mileto, autore di una bella recensione che non si limita a commentare il libro autobiografico Storie e pieghe di luce, ma ne coglie la vibrazione profonda. Il suo testo illumina la figura di Berlingeri con uno sguardo critico e narrativo, capace di intrecciare biografia, poetica e contesto storico senza mai perdere la misura. Mileto sa riconoscere nella scrittura dell’artista non solo il racconto di una vita, ma l’emergere di un pensiero estetico che ha saputo trasformare un’esperienza intima — l’amuleto materno, il carbone del braciere, il fondale teatrale ripiegato — in un linguaggio universale. Questa recensione è dunque un invito a entrare nella bottega mentale di Berlingeri con la stessa cautela con cui si apre una sua tela piegata, consapevoli che ogni strato custodisce una storia e una rivelazione. (Bruno Demasi) 
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    Esistono volumi che non si limitano a custodire la memoria, ma si offrono come veri e propri atti di svelamento. Storie e pieghe di luce (Ed. Readaction, Roma, 2025), l'autobiografia di Cesare Berlingeri, non è solo il resoconto di una luminosa carriera; è il diario intimo di un'anabasi spirituale, il racconto di un giovane inquieto che, partito dalle viscere di una Calabria arcaica, ha saputo trasformare un'intuizione primordiale in un linguaggio universale. Con una prosa spontanea e a tratti profondamente poetica, il Maestro ci consegna il suo lascito, svelando la genesi della "piega" che lo ha reso celebre nel mondo. Il viaggio di Berlingeri affonda le radici in un terreno denso di simboli e silenzi. La sua arte non nasce nelle accademie, ma si accende letteralmente con un "tizzone": il carbone che la madre utilizzava per il braciere domestico a Cittanova. È qui, tra i muri della casa natia, che il piccolo Cesare inizia atracciare i segni di una vocazione inarrestabile, sfidando lo scetticismo di un padre operaio che avrebbe preferito per lui un mestiere più "lineare". 

    Ma il nucleo segreto di tutta la sua poetica risiede in un oggetto umile e terribile: l'amuleto che la madre portava al collo contro il malocchio. Un ritaglio di panno nero, ben piegato e cucito, che il bambino guardava con timore reverenziale, convinto che contenesse il destino stesso della genitrice. Quell'involucro sigillato, che trattiene il mistero senza svelarlo, diventa l'archetipo di ogni sua tela futura: un atto di protezione e di salvaguardia dell'invisibile. Il libro accompagna il lettore attraverso le tappe di una formazione febbrile. Dalla prima lezione con il Prof. De Leo - che lo rimproverava di dipingere "salsicce" invece di foglie che respirano - alla rivelazione parigina. Di fronte all'autoritratto di Van Gogh e alla "pittura come struttura" di Cézanne, Berlingeri comprende che l'arte non è imitazione, ma una "transustanziazione" della materia. 

    Il volume brilla per la vivacità degli incontri romani degli anni Settanta, restituendo l'atmosfera di un'epoca irripetibile. Berlingeri ci introduce nell'intimità di giganti come Tano Festa - descritto come un "vero folle" capace di recitare a memoria l'intero Re Lear di Shakespeare davanti a un bicchiere di champagne - e celebra il legame con galleristi e critici storici come Franco Soligo, Tommaso Trini e Dante Vecchiato, figure fondamentali che hanno saputo leggere la profondità del suo gesto oltre la superficie del colore. L'obiettivo centrale del libro è però la narrazione del momento in cui Berlingeri trova la sua "cifra" definitiva. Lo snodo cruciale avviene nel mondo del teatro, dove il Maestro opera come scenografo e costumista d'eccezione. Il racconto della genesi della "piega" è tra le pagine più intense: al termine di una replica di Lucia di Lammermoor a Cosenza, un immenso fondale dipinto come un cielo stellato precipita al suolo. Nel vedere i macchinisti ripiegare quell'universo di tredici metri fino a ridurlo a un piccolo fagotto, Berlingeri ha una folgorazione leibniziana: se nella monade è racchiuso l'oceano, allora in una piega può essere custodito l'intero cosmo.
 
  Da quell'istante, la sua pittura muta ontologicamente. Come testimonia la sua ampia e nota produzione, Berlingeri smette di aggredire la tela per iniziare ad accarezzarla, avvolgendola su sé stessa. In lavori come Blu oltremare (1989) o Misteriosa Prussia (1994), la saturazione cromatica raggiunge una densità quasi scultorea. Il pigmento puro invade gli anfratti del tessuto, creando rilievi che catturano la luce e ombre che sprofondano nel mistero. È un'estetica della profondità: l'opera non è più una finestra sul mondo, ma un corpo vivo che "respira" e "si gonfia". Notevole è la forza arcaica che scaturisce dalle serie chiare del 2002, come Visione sul bianco, Segnato pregato o Dipinto nero piegato. Qui la tela si fa sudario o antica pergamena, su cui grafismi convulsi in carbone e segni pre-logici volteggiano in una sorta di liturgia silenziosa. In queste "mappe metafisiche dell'anima", il Maestro affida alla materia il compito di trattenere il "segreto primordiale dei segni che non hanno nome". Anche nei monocromi più accesi, come Disegno sul giallo (2002) o Appunti sul rosso (2001), la piegatura impone una riflessione sulla spazialità: è il gesto stesso dell'artista che costringe lo spazio a farsi cosa.

    Fino alle opere più recenti, la magia del lavoro di Berlingeri è tutta nel "viluppo", in ciò che è celato da pieghe che sanno essere voluttuose, disciplinate, rassicuranti come le pezzuole ripiegate con cura dalle nostre nonne per custodire i sudati risparmi, o evocatrici di abissi di dolore assoluto, come a tanti di noi è accaduto quando, attoniti, abbiamo assistito ai funerali dei bambini di Gaza, trasumanati in fagotti bianchi che asseveravano senza appello il fallimento della nostra civiltà.

Nelle pagine finali, Berlingeri ci conduce nel suo nuovo studio a Taurianova, un "tempio della mente" immerso nel silenzio, dove il colore si fa sempre più spirituale e vibrante. Qui, lontano dalla frenesia dei palcoscenici internazionali, l'artista riflette sul senso profondo del suo ritorno: "Un paese ci vuole", scrive citando Pavese, non per solitudine, ma per sapere che qualcosa di proprio resta ad aspettare.

     La nascita della Fondazione Cesare Berlingeri, affidata alla serietà intellettuale delle figlie Tiziana e Cristina, e lo sguardo puro dei nipoti Flavio e Viola che giocano tra le tele, chiudono il cerchio di una vita dedicata alla materia celata. Storie e pieghe di luce è un'opera fondamentale non solo per comprendere la statura di un Maestro, ma per ricordarci che l'arte, nella sua forma più alta, è una tenera carezza al mistero del mondo. Un libro questo che, come le sue tele, invita ad essere "aperto" con cautela, perché non vada dispersa nessuna favilla della preziosa luce che continua a danzarvi dentro.
 
                                                                                                               Franco Mileto