C’è un’immagine che potrebbe illustrare questo 25 aprile 2026: una ragazza di San Ferdinando, vent’anni appena, che corre lungo un sentiero dell’Appennino ligure con una borsa di stoffa stretta al petto. Dentro ci sono medicinali, ordini, forse una pistola. La chiamano Maia. Il suo nome vero è Annunziata “Tina” Pontoriero¹. Nessuno conosceva quel nome nei boschi, ma tutti sapevano che senza di lei — senza quella corsa, senza quel coraggio — molte vite non sarebbero state salvate.
È forse da qui che si può ricominciare a parlare dei settemila Calabresi della Resistenza: non da un numero, ma da un volto collettivo che riscatta la fama sbagliata di una terra insensibile alla lotta per la libertà e per la democrazia. Perché la Calabria, in quella guerra che fu insieme civile, patriottica e morale, non fu marginale : fu una presenza viva. Molti di quei settemila erano già lontani da casa quando l’Italia crollò l’8 settembre. Erano emigrati a Torino, a Genova, a Milano, nelle fabbriche e nei cantieri. Quando i tedeschi occuparono il Nord, quei giovani si trovarono nel cuore della tempesta. E scelsero. di non tornare indietro, di non piegarsi, di combattere. Non per ideologia — o non solo — ma per una forma antica di dignità. Quella dignità che Alvaro chiamava «la sola ricchezza dei poveri»³ e che Mimmo Franzinelli definisce «la scintilla meridionale della Resistenza»⁴. Nelle Langhe, tra le colline che Fenoglio avrebbe reso leggenda, i Calabresi erano tantissimi. C’era Pasquale “Malerba” Brancatisano, di Samo, comandante rispettato, capace di guidare uomini che non avevano mai visto la neve⁵. C’era Marco Perpiglia, di Roccaforte del Greco, che cadde in combattimento nel 1944⁶, Gaetano Gambardella, di Palmi. C’erano decine di ragazzi venuti da Palmi, dall’Aspromonte, da Nicastro, da Sambiase, da Tropea. In Liguria, tra i boschi dell’Appennino, la Calabria aveva un accento femminile. È qui che si muoveva Maia, la ragazza di San Ferdinando — “Tina” Pontoriero — staffetta dell’VIII Divisione Valle Orco, arrestata e torturata dalla Xª MAS senza mai parlare¹. La ricordavano per la velocità, per la memoria prodigiosa, per la capacità di attraversare posti di blocco con la naturalezza di chi porta solo pane e panni da lavare. E invece portava la vita.
Accanto a lei, altre donne: Anna Condò, di Reggio, staffetta instancabile⁷; le sorelle Tocco, di Tropea, che trasformarono la loro casa in un rifugio⁸; Caterina Tallarico, di Marcedusa, che nascose renitenti e prigionieri alleati⁹. E poi il Friuli, il Veneto, le bande Osoppo e Garibaldi: Gaetano Renda, Emilio La Scala, Domenico Petruzza¹⁰. Nomi che oggi sembrano lontani, ma che allora erano la trama viva della Liberazione. Le donne calabresi fecero una Resistenza doppia. Contro il fascismo e contro la cultura che le voleva mute, invisibili, immobili. Teresa Talotta Gullace, di Cittanova, morì a Roma mentre cercava di portare cibo al marito arrestato. La sua morte ispirò il personaggio di Anna Magnani in Roma città aperta¹¹. È un simbolo potente: una donna del Sud che diventa icona universale della Resistenza. Anna Bravo ha scritto che «le donne fecero la Resistenza due volte»¹². Nel caso delle calabresi, la frase è ancora più vera.
I Calabresi combatterono, certo. Sabotarono linee ferroviarie, assaltarono convogli, liberarono città. Ma fecero anche altro: proteggevano civili, nascondevano prigionieri, portavano messaggi, cucivano, curavano, consolavano.La Resistenza non fu solo una guerra: fu una un'esperienza di comunità. E in quella comunità, i calabresi portarono una capacità antica di cura, di solidarietà, di resistenza morale. Come scriveva Leonida Repaci, «il popolo calabrese ha una forza che non si vede, ma che regge il mondo»¹³. Quella forza, nel 1943–45, reggeva anche la libertà nostra e degli altri.
Oggi, quando si parla di Resistenza ( troppo poco in verità, persino all’interno delle scuole, che devono essere fucine di libertà) , i nomi che tornano sono quasi sempre gli stessi. Eppure, senza quei settemila calabresi — senza Maia, senza Malerba,senza Gambardella, senza Teresa Gullace — la Liberazione sarebbe stata più povera, più fragile, forse impossibile.
Il 25 aprile è anche loro. È dei ragazzi che partirono dai nostri paesi e che non tornarono più. È delle donne che corsero nei boschi per salvare vite a loro affidate. È di una terra che, pur lontana dai fronti, seppe essere anch’essa motore della libertà italiana.E forse, per ricordarlo, basta tornare a quelle parole di Alvaro: «La libertà non è un’eredità: è un cammino»¹⁴. Quel cammino, ottant’anni fa, lo fecero anche loro e lo fecero per noi che ce ne stiamo dimenticando.
I Calabresi combatterono, certo. Sabotarono linee ferroviarie, assaltarono convogli, liberarono città. Ma fecero anche altro: proteggevano civili, nascondevano prigionieri, portavano messaggi, cucivano, curavano, consolavano.La Resistenza non fu solo una guerra: fu una un'esperienza di comunità. E in quella comunità, i calabresi portarono una capacità antica di cura, di solidarietà, di resistenza morale. Come scriveva Leonida Repaci, «il popolo calabrese ha una forza che non si vede, ma che regge il mondo»¹³. Quella forza, nel 1943–45, reggeva anche la libertà nostra e degli altri.
Oggi, quando si parla di Resistenza ( troppo poco in verità, persino all’interno delle scuole, che devono essere fucine di libertà) , i nomi che tornano sono quasi sempre gli stessi. Eppure, senza quei settemila calabresi — senza Maia, senza Malerba,senza Gambardella, senza Teresa Gullace — la Liberazione sarebbe stata più povera, più fragile, forse impossibile.
Il 25 aprile è anche loro. È dei ragazzi che partirono dai nostri paesi e che non tornarono più. È delle donne che corsero nei boschi per salvare vite a loro affidate. È di una terra che, pur lontana dai fronti, seppe essere anch’essa motore della libertà italiana.E forse, per ricordarlo, basta tornare a quelle parole di Alvaro: «La libertà non è un’eredità: è un cammino»¹⁴. Quel cammino, ottant’anni fa, lo fecero anche loro e lo fecero per noi che ce ne stiamo dimenticando.
Bruno Demasi
_____________
1.Nino Princi, «Storia combattente di una partigiana calabrese», Patria Indipendente, ANPI, 2023, pp. 2–6 (Annunziata “Tina” Pontoriero, nome di battaglia “Maia”).
2.Corrado Alvaro, L’uomo è forte, Bompiani, 1938, p. 112.
3.Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Bompiani, 1930, p. 47.
4.Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza, Mondadori, 2015, p. 89.
5.Archivio Istituto Parri, schedatura partigiani calabresi nelle Langhe, fasc. “Brancatisano”, pp. 3–4.
6.ANPI Piemonte, Caduti della Resistenza, vol. II, Torino, 1975, p. 212.
7.Archivio ANPI Liguria, fondo “Staffette”, fasc. 12, testimonianza Condò, pp. 1–3.
8.Archivio storico Tropea, fondo famiglia Tocco, carte 1943–46, p. 9.
9.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, dossier Tallarico, 2004, pp. 5–7.
10.ANPI Veneto e Friuli, elenchi partigiani meridionali, digitalizzazione 2010–2016, pp. 14–18.
11.Archivio Centrale dello Stato, fondo RSI, b. 412, doc. “Caso Gullace”, pp. 2–3.
12.Anna Bravo – Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi, Laterza, 1995, p. 21.
13.Leonida Repaci, Storia dei fratelli Rupe, Mondadori, 1948, p. 56.
14.Corrado Alvaro, Quasi una vita, Bompiani, 1950, p. 233.
2.Corrado Alvaro, L’uomo è forte, Bompiani, 1938, p. 112.
3.Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Bompiani, 1930, p. 47.
4.Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza, Mondadori, 2015, p. 89.
5.Archivio Istituto Parri, schedatura partigiani calabresi nelle Langhe, fasc. “Brancatisano”, pp. 3–4.
6.ANPI Piemonte, Caduti della Resistenza, vol. II, Torino, 1975, p. 212.
7.Archivio ANPI Liguria, fondo “Staffette”, fasc. 12, testimonianza Condò, pp. 1–3.
8.Archivio storico Tropea, fondo famiglia Tocco, carte 1943–46, p. 9.
9.Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, dossier Tallarico, 2004, pp. 5–7.
10.ANPI Veneto e Friuli, elenchi partigiani meridionali, digitalizzazione 2010–2016, pp. 14–18.
11.Archivio Centrale dello Stato, fondo RSI, b. 412, doc. “Caso Gullace”, pp. 2–3.
12.Anna Bravo – Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi, Laterza, 1995, p. 21.
13.Leonida Repaci, Storia dei fratelli Rupe, Mondadori, 1948, p. 56.
14.Corrado Alvaro, Quasi una vita, Bompiani, 1950, p. 233.