sabato 25 aprile 2026

...E PENSARE CHE LUI NON AMAVA IL MARE! (di Bruno Demasi)

La pastorale  di don Natale Ioculano  per la gente  di mare
 e per le nuove ricchezze etniche della Piana di Gioia Tauro

   
    Il libro di don Natale Ioculano, “…e io che non amavo il mare…” (Progetto 2000), è uno dei contributi più originali e vitali nati negli ultimi anni nella diocesi di Oppido Mamertina‑Palmi. Non è un testo teologico in senso stretto, né un diario spirituale: è un memoir pastorale che attraversa vent’anni di vita ecclesiale nel porto di Gioia Tauro, luogo di frontiera e di rivelazione, dove la Chiesa non parla “del” mare, ma impara "dal mare". La sua genesi è già un racconto: l’Autore confessa di aver iniziato a scrivere durante la pandemia, quando era parroco a Galatro, spinto da amici che avevano letto le prime pagine e ne avevano intuito la forza narrativa(1). La scrittura nasce così come esercizio di memoria e discernimento, un modo per non disperdere l’esperienza vissuta “tra le navi e gli uomini che non si vedono”, come se il silenzio sospeso di quei mesi avesse finalmente concesso alla memoria il tempo di sedimentare.

    Il filo rosso della narrazione è la trasformazione dell’atteggiamento: da una iniziale diffidenza verso il mare — “non lo amavo”, confessa l’autore — alla scoperta di un mondo umano e spirituale che lo convertirà interiormente. Una lettrice, durante una presentazione pubblica, ha colto con precisione la natura del volume, definendolo un racconto‑memoir che “descrive con puntualità gli incontri, le persone, i fatti, le preoccupazioni e la caparbietà di rispondere al bisogno reale dei marittimi”(2). "Il  mare, -  scrive Ioculano -  non separa, unisce”³: è un confine che diventa ponte, un luogo di passaggio, di domande, di identità sospese. È qui che la fede dell’autore “impara a respirare un’aria nuova”(3), come se la salsedine avesse la capacità di purificare anche il mondo interiore. 
 
    Il libro ricostruisce l’esperienza dell’autore come primo cappellano del porto di Gioia Tauro, incarico ricevuto nel 2005 (4). È lì che nasce la sua vocazione “marittima”: salire a bordo, ascoltare, condividere un tè con uomini che vivono mesi lontani da casa, imparare a riconoscere la dignità di chi non ha voce. Don Bruno Bignami, nella presentazione del volume, ha scritto che quella di Ioculano è una pastorale che “abita la soglia, dove approdano le domande profonde dell’uomo”(5). Una recensione apparsa su MediterraneiNews ha individuato tre assi portanti del libro: la conversione, intesa come disponibilità a lasciarsi cambiare dal mare e dai marittimi; l’incarnazione, perché ogni gesto pastorale è fecondo solo se radicato nella storia concreta; e la soglia, il porto come luogo teologico, dove l’incontro diventa rivelazione(6). 

    Da queste pagine emerge con chiarezza lo stile pastorale di questo sacerdote, che si potrebbe definire una “pastorale della presenza”. L’ascolto è il suo primo progetto: non arriva al porto con un programma, ma pronto a conoscere le storie dei marittimi: fatica, solitudine, nostalgia, fede semplice e cosmopolita diventano la sua prima teologia. È un ascolto che non giudica, che apprezza la dignità dell’altro prima ancora della sua appartenenza religiosa. La prossimità è il suo metodo: il cappellano non aspetta, ma sale sulle navi, si lascia ospitare. Una pastorale itinerante, che rompe la logica della parrocchia come luogo chiuso da difendere e la trasforma in una comunità che si muove. La cura delle relazioni è il suo assioma teologico: il porto diventa un laboratorio di fraternità interculturale, dove filippini, indiani, ucraini, greci, africani ed europei portano ciascuno un frammento di umanità che la Chiesa è chiamata a custodire. 

   Molto prima che la parola “sinodalità” diventasse centrale nel magistero di papa Francesco, don Natale Ioculano la praticava quotidianamente nel camminare insieme: il cappellano del porto non è un solista, ma lavora con la Capitaneria, con gli agenti marittimi, con i volontari, con i sindacati, con le associazioni. La sua pastorale è interistituzionale e interculturale. È anche discernimento comunitario: ogni decisione nasce dal confronto con i marittimi, con i colleghi, con la comunità. Il porto diventa così un luogo dove la Chiesa impara a leggere i segni dei tempi non dall’alto, ma dal basso. E anche stile di governo: oggi, da parroco di San Francesco a Gioia Tauro, don Natale mantiene questo modo di guidare, non da solo, ma attraverso il dialogo costante e mai scontato con consigli, gruppi, assemblee, centri di ascolto, a loro volta non stucchevoli, precostituiti e autoreferenziali, ma aperti a ogni apporto.

   La sua attuale esperienza pastorale è la naturale prosecuzione di quanto vissuto nel porto. Ogni anno, nella parrocchia di San Francesco a Gioia Tauro, egli  organizza la Festa delle Nazionalità, un momento di incontro tra civiltà, lingue, cucine, musiche, religioni. Non  un evento folkloristico, ma un’eredità diretta della sua pastorale del mare: un gesto che nasce dall’abitudine a convivere con uomini e donne provenienti da tutto il mondo, capaci di condividere spazi ristretti per mesi. La Festa è un laboratorio di fraternità, un esercizio di cittadinanza, un atto politico nel senso più alto del termine. È la dimostrazione che Gioia Tauro, l'intera Piana — troppo spesso raccontata solo per cronaca nera — può diventare un crocevia di dialogo e convivenza. In un tempo di conflitti globali, è un gesto profetico: mostra che la pace non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana.

   Il dato più forte del libro resta forse questo: ogni anno dal porto di Gioia Tauro passano 90.000 marittimi, “nel totale silenzio”. Il libro, che dà loro un volto, una storia, una dignità, unisce valore narrativo, testimonianza ecclesiale e impegno civile e restituisce alla Calabria una delle sue immagini più vere: quella di una terra che, quando vuole, sa essere mare aperto.

                                                                                                       Bruno Demasi               
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1. Presentazione del libro a Taurianova, Biblioteca “A. Renda”, 15 aprile 2026.
2.  Commento riportato da M. Scozzarra, in “Michele Scozzarra web page”, 21 agosto 2025.
3. Resoconto della presentazione del libro a Taurianova, 2026.
4. Incarico ricevuto dall’allora vescovo mons. Luciano Bux.5
5. R. Iaria, Parola di Vita, 8 ottobre 2025.
6. C. Sorbara, MediterraneiNews, 18 agosto 2025.