giovedì 24 settembre 2026

“IL VENTO DI DAKHLA E IL SOLE DELLA CALABRIA” NELLA VISIONE DI DOMENICO NACCARI ( di Bruno Demasi )

      C’è un momento, leggendo Il vento di Dakhla, il sole della Calabria(Media Books), in cui si comprende che il libro non è soltanto un racconto di viaggio, né un saggio diplomatico, né un diario di incontri istituzionali. È, più profondamente, una meditazione sulla responsabilità mediterranea: quella che nasce quando due territori - Dakhla e Calabria - decidono di riconoscersi, di parlarsi, di costruire una relazione che non sia episodica ma strutturale.

     Domenico Naccari( Reggio Calabria 1977), console onorario del Regno del Marocco in Calabria, avvocato e studioso delle dinamiche euromediterranee, scrive con una voce che unisce la precisione del giurista alla sensibilità del narratore civile. La sua prosa è limpida, sorvegliata, mai enfatica; e proprio per questo riesce a dare forma a un Mediterraneo inedito.

     Il libro si apre con l’immagine del vento di Dakhla, un vento che non è soltanto fenomeno atmosferico, ma simbolo di un territorio che cambia, che cresce, che si apre a investimenti e visioni strategiche. Naccari descrive la città atlantica con un equilibrio raro: senza esotismi, senza retoriche turistiche, senza indulgere nella fascinazione del “Sud del mondo”. Dakhla è presentata come laboratorio geopolitico, come luogo in cui la questione del Sahara marocchino, l’iniziativa di autonomia e le grandi opere infrastrutturali si intrecciano con la vita quotidiana delle comunità locali. Il lettore percepisce che il vento, in questo libro, è una metafora della trasformazione: un movimento che non spazza via, ma prepara.

   La Calabria, in contrappunto, è raccontata attraverso la luce: il sole della Calabria non è un elemento pittoresco, maquasi una categoria morale. È la luce che illumina le relazioni, che scalda gli incontri, che permette alle comunità di riconoscersi come parte di un Mediterraneo più grande. Naccari restituisce alla Calabria una dignità geopolitica spesso negata: non periferia, non margine, ma territorio mediterraneo vocato alla relazione. Il porto di Gioia Tauro, le reti culturali, le associazioni, le istituzioni locali diventano attori di una diplomazia che non è quella dei governi, ma quella dei territori. È la diplomazia dei territori, concetto cardine del libro, che l’autore definisce come «la capacità delle comunità di costruire ponti dove la politica internazionale vede confini»¹.

     La scrittura di Naccari procede con passo narrativo, ma senza perdere la dimensione analitica. Gli episodi di viaggio si intrecciano con riflessioni geopolitiche; gli incontri istituzionali si trasformano in momenti di ascolto; le proposte culturali diventano visioni di lungo periodo. Il libro è, in questo senso, un testo duplice: documento diplomatico e racconto umano. La sua forza sta proprio nella capacità di mostrare che la cooperazione non è un atto astratto, ma un gesto concreto: un porto che si apre, una città che si gemella, una comunità che accoglie, un progetto che nasce.

      La parte dedicata al gemellaggio tra Dakhla e Vibo Valentia - episodio reale, avvenuto nel 2022 - è uno dei momenti più intensi del volume. Non per la cronaca in sé, ma per la riflessione che l’autore vi innesta: il gemellaggio non è un atto cerimoniale, ma un patto di responsabilità reciproca. È in queste pagine che emerge la cifra più autentica del libro: la convinzione che il Mediterraneo non sia una linea di separazione, ma una geografia morale, un luogo che chiede cura, ascolto, presenza.


    Naccari ,studioso di cooperazione euromediterranea e promotore di iniziative culturali tra Italia e Marocco, ha pubblicato saggi e interventi su: diplomazia dei territori, cooperazione mediterranea,relazioni Italia‑Marocco, sviluppo locale e integrazione culturale. Tra le sue opere precedenti mi piace ricordare: Marocco e Calabria: rotte di cooperazione (2019),Mediterraneo responsabile (2021),Atlante delle relazioni euromediterranee (2023).

     Il nuovo volume si colloca in continuità con questa produzione, ma ne rappresenta anche un’evoluzione: più narrativo, più personale, più attento alla dimensione umana delle relazioni, specialmente in questo periodo, quando la migrazione africana a Ceuta ha assunto connotati fortemente drammatici.

     Il vento di Dakhla, il sole della Calabria è davvero un libro rivelatore perché restituisce al Mediterraneo la sua natura più autentica: quella di essere spazio di incontro, non di conflitto; luogo di responsabilità, orizzonte di futuro, offre al lettore una visione che non è solo geopolitica, ma profondamente civile: la convinzione che la pace non si costruisce nei palazzi, ma nei porti, nelle città, nelle comunità che scelgono di parlarsi.

Bruno Demasi

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1.Domenico Naccari, Il vento di Dakhla, il sole della Calabria, cit., p. XX.
2.Intervento alla presentazione del Salone Internazionale del Libro, Torino, maggio 2026.
3.Rassegna critica del Festival Euromediterraneo, Altomonte, agosto 2026.
4.Sul concetto di “diplomazia dei territori”, cfr. D. Naccari, Mediterraneo responsabile, 2021, pp. 45‑62.
5.Per una analisi del ruolo di Dakhla nel Sahara marocchino, cfr. Ministero degli Affari Esteri del Marocco, Rapporto sullo sviluppo delle regioni del Sud, Rabat, 2024.
6. Sul gemellaggio Dakhla‑Vibo Valentia, cfr. Comune di Vibo Valentia, Delibera n. 112/2022.7.Per una contestualizzazione del porto di Gioia Tauro nel Mediterraneo, cfr. Autorità di Sistema 9.Portuale del Tirreno Meridionale, Relazione annuale 2025.
8.Sulla cooperazione Italia‑Marocco, cfr. Ambasciata del Regno del Marocco in Italia, Dossier Mediterraneo 2025.