domenica 20 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “LO IMPARAI LÍ “ (Racconto breve di Annalisa Insardà)

 
     Nel testo di Annalisa Insardà la Calabria non è soltanto un luogo geografico , ma un laboratorio di emozioni, di riti, di ferite condivise. In queste righe, brevi, ma di una densità che non concede scampo, l’autrice torna a un apprendistato infantile del dolore, a quella scuola non dichiarata che sono le case attraversate dal lutto, le stanze dove la comunità si stringe per impedire che l’ultimo respiro si disperda. 
     Il suo sguardo non è voyeuristico: è un vedere che si fa empatia, un ascolto che diventa misura. Le immagini che evoca - le nenie improvvisate delle donne, la folla che protegge il defunto, la croce che apre il corteo, il cimitero come album di ricordi - compongono una fenomenologia del dolore collettivo che appartiene alla cultura mediterranea più profonda, quella che non separa mai la morte dalla comunità, né il lutto dalla narrazione. 
     Questo scritto, brevissimo quanto intenso,  è un esercizio di pudore e di verità come Annalisa Insardà sa tessere nella sua consumata arte letteraria e teatrale. È la testimonianza di ciò che si impara quando si cresce dentro una civiltà che non teme la morte, ma la riconosce, la accompagna, la racconta. E soprattutto è la conferma che, per Insardà, la letteratura è un modo di restituire dignità ai gesti minimi, ai silenzi, alle lacrime trattenute, alle memorie che continuano a camminare accanto a noi.(Bruno Demasi) 

_____ 


… Lo imparai là, quando da bambina entravo nelle case di tutti a raccogliere ciò che restava. Quando entravo nel dolore di quelle case: in quello composto, in quello urlato. In quello soffocato, in quello cantato dalle donne vestite a lutto che intonavano nenie improvvisate con cui raccontavano la storia del defunto. 

     Accanto alla bara il dolore più acceso. Il dolore incapace di cedere il passo alla fine, alla mancanza. Tutti raccolti come ad impedire all'ultimo respiro di sfuggire dagli spazi che i corpi affollati addosso al defunto potevano creare.

    … Poi arrivavamo noi, in corteo. Le tuniche e le mani giunte. Entravamo nelle case. Io portavo la croce che apriva le folle. Io vedevo la morte in faccia col suo ghigno immobile quando uno ad uno i corpi si defilavano. Io verificavo per prima che il concetto di "cambiamento" era scaduto lì, in quella cassa da morto, quando le cartilagini si erano fatte ossa. Io trattenevo il respiro temendo che il petto mi si svuotasse espirando ogni volta pezzi di un cuore che mal tollerava la disperazione che scarnificava le facce dei parenti. E portavo l'acqua santa per benedire corpi destinati ad essere lauto cibo di vermi ed altri abitanti delle profondità della terra.

     Il prete pregava. Parlava di un certo Dio che accoglieva, che perdonava. Svogliatamente si rispondeva alle preghiere. Svogliatamente si credeva a quelle promesse così lontane dalla verità di uno strappo.

     … Lo imparai lì, nelle labbra asciutte delle mogli, nelle vene svuotate dei mariti, nelle bestemmie dei genitori, nello spaesamento dei figli. Nel vuoto delle case piene di gente. Nei silenzi mozzati da singhiozzi e pugni muti a piagare le gambe.

     Imparai lì il silenzio. Imparai la stretta salvifica di un abbraccio. Imparai Il pudore. Imparai la discrezione e la misura nell'immobilità di chi moriva e nel dolore di chi restava.

     Imparai ad attraversare il cimitero come fosse attraversare un album di ricordi. In silenzio. Con pudore. Con la stretta salvifica, questa volta, di un pensiero. Di una memoria. Con la delicatezza di una lacrima. Con un battito del cuore irrimediabilmente saltato. 

Annalisa Insardà