venerdì 18 settembre 2026

NEL BICENTENARIO DELLA MORTE DI MONS. ALESSANDRO TOMMASINI, PRESULE DI OPPIDO E DI REGGIO CALABRIA (di Rocco Liberti)


  1.      Ricorre oggi, quasi  in sordina a Oppido,  il bicentenario della morte di una grande presule, che fu indubbio protagonista della costruzione della nuova città dopo il sisma del 1783, una figura di enorme valore umano e religioso quasi inghiottita dalla vastità degli eventi che attraversarono il Mezzogiorno tra Sette e Ottocento. Il saggio di Rocco Liberti dedicato a questa ricorrenza è una ricostruzione sorretta da un apparato documentario fitto, puntuale, spesso inedito ( per uno studio più articolato ed esaustivo cfr anche di Liberti “Diocesi di Oppido-Palmi – I vescovi dal 1050 ad oggi” Virgilio editore, pp. 157-180) , che restituisce al lettore la complessità di un presule chiamato a reggere una diocesi devastata dal terremoto del 1783 e, insieme, a difendere la dignità delle istituzioni ecclesiastiche in un tempo di profonde lacerazioni politiche. 
         L’ Autore segue Tommasini passo dopo passo, con la pazienza dello storico che non concede nulla alla retorica. Le lettere, le relazioni ad Limina, gli atti della Cassa Sacra, le testimonianze coeve ( «la vostra relazione ha fatto la massima parte del colpo», gli scrive nel 1795 il duca di Fuscaldo) compongono un quadro di straordinaria precisione: il vescovo che riapre il seminario in un «baraccone ben difeso e aggiustato», che getta le fondamenta della chiesa provvisoria, che si batte per la selciatura delle strade e per l’acqua potabile, che dà forma di paese a Piminoro richiamando da Fabrizia e da tutte le Serre tante altre famiglie con donazioni di terra e di speranza, che interviene nelle controversie del clero calabrese con una competenza riconosciuta persino dalla corte. 
         Ma il merito maggiore del saggio è forse quello di illuminare la parabola politica di Tommasini, segnata da un episodio che la storiografia locale ha talvolta ricordato solo di sfuggita: l’iniqua persecuzione borbonica che lo colpì nel 1806. Il presule, reo, soprattutto agli occhi della regfina Carolina, di aver salutato Giuseppe Bonaparte durante il suo passaggio nella marina di Gioia, fu sequestrato da una banda armata e prezzolata, condotto a Messina e costretto a un esilio lungo e umiliante. Liberti ricostruisce con esattezza le fasi di questa vicenda, mostrando come Tommasini, pur vittima di una decisione politica sproporzionata e ingiusta, non cedette mai all’odio, né alla vendetta, e continuò a governare la diocesi da lontano con una misura che impressiona ancora oggi. 
         L’articolo, nel suo insieme, offre dunque non solo un profilo biografico, ma una piccola monografia di storia civile e religiosa: la vita di un vescovo che seppe essere amministratore, mediatore, costruttore, uomo di studio e, nelle prove più dure, testimone di una rara fermezza morale. Pubblicarlo significa restituire alla comunità di Oppido e di Reggio Calabria una pagina di storia che merita di essere conosciuta da molti nella sua interezza e senza semplificazioni( Bruno Demasi). 
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        Alla morte di mons. Spedaliere (1783) la diocesi di Oppido rimase vacante per otto anni, governata da vicari generali (Romei, Martelli, Ascrizzi). La Santa Sede tardò a nominare un nuovo ordinario perché la circoscrizione era in condizioni disperate: Oppido era stata distrutta dal terremoto del 1783 e si stava riedificando in contrada Tuba, con poche abitazioni di tavole, circa 1.200 anime, una cattedrale provvisoria in baracca, nessun episcopio, nessun seminario e rendite vescovili ridotte a circa 1.200 ducati annui [1].  
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  3.    Quasi tutti gli storici fissano la nomina di Tommasini al 9 settembre 1791; alcune fonti (Russo, un documento vaticano) indicano gennaio–febbraio 1792. Una lettera autografa del Tommasini, datata 13 settembre 1791 e indirizzata al cardinale de Zelada, conferma che la nomina regia era già avvenuta il 3 settembre dello stesso anno e che il vescovo ne dava comunicazione a Roma [2].

         Nato a Diminniti di Sambatello il 9 febbraio 1756 (non 1753), da Giuseppe Antonio (nobile) e Caterina Canali, studiò in famiglia e poi in seminario con maestri di rilievo: Giuseppe Morisani (greco ed ebraico) e Domenico Giuseppe Barilla (filosofia e teologia). Ordinato sacerdote nel 1778 (con dispensa per l’età), fu segretario dell’arcivescovo Capobianco, insegnante di teologia, parroco, canonico prevosto, deputato alla giunta di riedificazione e, dal 1790, arcidiacono del duomo di Reggio [3]. Consacrato vescovo il 10 aprile 1792 a Frascati dal cardinale Stuart (duca di York), prese possesso per procuratore lo stesso giorno e fece ingresso solenne il 18 maggio. Trovò una realtà desolante: baracche, strade non selciate, fango, erbe. Non si perse d’animo: già il 22 giugno 1792 annunciò ai parroci la riapertura del seminario, che avrebbe formato «ottimi ministri per il Santuario e buoni cittadini per la società» [4].Il seminario fu allestito in un «baraccone ben difeso e aggiustato», con regole simili a quelle di Napoli e Reggio: convittori fino a 18 anni, retta di 45 ducati annui, maestri valenti, vitto adeguato, divieto di chiedere cibo ai parenti [5]. 

       Nel 1792 gettò le fondamenta di una chiesa provvisoria (non a tre navate), poi identificata con la «chiesa vecchia»,ubicata al posto dell’attuale chiesa abazia. Prima di essa, i riti si celebravano in una baracca eufemisticamente chiamata cattedrale [6].Tra il 1792 e il 1795 partecipò ai pontificali reggini per la Madonna della Consolazione e sostenne spese per la fede (un «Turco venuto alla Fede») e per riparazioni (croce d’argento) [7].Il 12 ottobre 1795 presentò la prima relazione ad Limina: un quadro desolante. La città antica era «deserta e abbandonata»; la nuova non aveva ancora edifici stabili. Il seminario era avviato, ma i redditi erano tenui. Il clero era docile ma «mediocremente erudito»; il popolo fedele ma privo di predicatori. Il vescovo stesso, ogni estate, era afflitto da febbri per le condizioni malsane (laghi formatisi dopo il sisma) e chiedeva di poter soggiornare in diocesi vicine [8].

         Fin dai primi anni, il Tommasini si batté per l’abolizione della Cassa Sacra, l’ente che amministrava i beni ecclesiastici confiscati. Tra il 1795 e il 1796 intesse una fitta corrispondenza con il duca di Fuscardo (Spinelli), influente membro del consiglio di corona. Le sue relazioni, mappe, memoriali e descrizioni furono decisive: lo stesso duca, inviato in Calabria nel febbraio 1796, lo chiamò al suo fianco. Nel dicembre 1795 gli scrisse: «la vostra relazione ha fatto la massima parte del colpo» [9].Nel 1796 lo Spinelli dispose che i residui dei Luoghi Pii fossero impiegati per costruire piccole case di fabbrica per i poveri, onde evitare che vivessero in baracche umide. Nel 1798 il duca sollecitò informazioni sull’esecuzione. Il Tommasini rispose che il problema maggiore non erano i poveri (già alloggiati), ma i bracciali, mastri e massari: non abbastanza poveri per le case gratuite, né abbastanza ricchi per costruirsele (servivano 200–300 ducati). Propose case in affitto o a rate [ 10].

       Il Monte dei Pegni, quasi estinto dopo il terremoto, fu risanato nel 1799 (delegato Girolamo Coscinà, fiscale lo stesso vescovo): i debitori cedettero fondi ipotecati, il Monte li acquisì ma dovette pagare 2.000 ducati di differenza agli ex proprietari. Solo nel 1800 si poté avviare la costruzione di case [11]. Nel 1804, in una relazione all’avvocato fiscale Luigi Calenda, il vescovo indicò le priorità: selciare le strade interne (coperte di erbe e umide), sistemare quelle esterne, costruire acquedotti per le acque sporche, portare acqua pura dalla montagna e realizzare una fontana (le acque provvisorie erano «non niente buone (12].

         A partire dal 1801 fece costruire un edificio per la villeggiatura estiva del seminario sul un costone roccioso del monte vicino, nella località poi detta Piminoro. Molti gli attribuiscono la «fondazione» del paesino, popolato con pastori dalle Prunare (Catanzaro). In realtà esistevano già sparse abitazioni di pastori e carbonai: il Tommasini non fondò ex novo, ma diede dignità di paese a un agglomerato informe, costruendo la chiesa, avviando il culto della Madonna Pastorella, portando acqua potabile con una fontana artistica e lasciando epigrafi (1800–1804) a memoria [13].Commissionò anche una tela della patrona al pittore messinese Giuseppe Crestadoro (come aveva fatto per l’Annunziata di Oppido) [14].

         Tra il 1802 e il 1803 si interessò dei «poveri vergognosi»: famiglie civili e onorate decadute in miseria, che provavano «ribrezzo di essere nominate fra le note». Distinti dai «poveri limosinanti», furono oggetto di una specifica iniziativa caritativa, già trattata in altra pubblicazione [15].Negoziatore esperto, fu spesso incaricato dal re di risolvere controversie nel clero calabrese. Nel 1801 indagò a Reggio sull’alienazione del reliquiario di S. Lucio da parte dell’arcivescovo Cenicola (1799). Nello stesso anno fu inviato a Bagnara (5–20 settembre) per pacificare una comunità divisa da fazioni e scandali; nel 1803 mediò tra l’arcivescovo di Reggio e il protopapa di Reggio stessa. Nel 1805 fu a Serra per riconciliare il clero con mons. Sperduti [16].A proposito di Bagnara, consigliò l’incorporazione dell’abbazia nella diocesi di Oppido, argomentando che Oppido era quasi in linea retta con Bagnara e che l’unione avrebbe realizzato «unum ovile et unus pastor» [ 17]. 
     
       Il 15 aprile 1806 fu una data cruciale. Avendo appreso che Giuseppe Bonaparte sarebbe transitato dalla marina di Gioia, il Tommasini (consigliato dal segretario Armagnac, filofrancese) vi si portò a salutarlo e lo accompagnò fino a Reggio, non dissimulando le sue simpatie. L’episodio fu riferito alla corte borbonica esule in Sicilia e si decise di punire il «fedifrago» (18]. Il 25 settembre 1806 un’ex-sarto oppidese, Michelangelo Gerace (capo della banda dei Pedacesi), con il fratello Carmine e un’accozzaglia, sequestrò il vescovo a Oppido, minacciando di fucilarlo. I cittadini, intimiditi, pagarono una somma per ottenere che fosse condotto al di là del Faro. Il vescovo fu portato a Messina (via Bagnara) e alloggiato nel convento della Maddalena, in condizioni non confacenti al suo stato [ 19].

         Nel 1809 il generale inglese Sherbrooke perorò invano la sua restituzione. Tre anni dopo fu coinvolto nel complotto di Andrea Rossarol e arrestato dal generale Maitland; il ministro Circello ottenne il trasferimento al convento degli Agostiniani di Palermo (sempre sotto controllo inglese), poi il ritorno a Messina, dove non fu più molestato. 

         Durante l’esilio, la diocesi oppidese fu retta dal vicario Tommaso Pistoni e dal vescovo di Nicotera, Giuseppe Marra [20].Il Tommasini non imprecò mai contro i sequestratori; scrisse a Oppido perché nessuno soffrisse per quanto gli era capitato e perdonò, almeno a Carmine Gerace. La restituzione, data per prossima nell’aprile 1814, fu ritardata dalla morte della regina Carolina, per la quale scrisse un’orazione funebre (22 settembre 1814, duomo di Messina) [21].

       Con il ritorno di Ferdinando IV (giugno 1815), il ministro De’ Medici scrisse al vicario capitolare di Oppido perché il rientro del vescovo non creasse disordini: «tutto il passato debba esser dimenticato». Il Tommasini, da Messina (29 giugno), esortò confessori, parroci e fedeli a estinguere odio, vendetta e insorgenza, a rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a cooperare al mantenimento della tranquillità [ 22].Non conosciamo la data esatta del rientro, ma una dichiarazione attesta la presenza in sede sin dal 22 ottobre 1815. Il 29 novembre partecipò a una messa pontificale in suffragio della regina a Monteleone ( 23].

         Al rientro a Oppido, trovò mutate molte cose: su tutte, la costruzione di un muro in faccia all’episcopio da parte del vicino Giuseppe Grillo, che occupava anche terreno pubblico. Il vescovo reagì vivacemente; il Grillo promise di abbattere il muro, ma la traslazione a Reggio (1818) lasciò la questione irrisolta, avviando oltre mezzo secolo di contese [ 24].Una seconda relazione ad Limina (data incerta, probabilmente post 1815) descrive funzioni disturbate da feste profane, predicatori ingaggiati per la quaresima e il mese di maggio, esercizi spirituali in quattro città, distribuzione di medaglie, corone, libri e pagamento di rette per alunni del seminario (molti dei quali, però, si allontanavano nonostante il sostegno) [ 25].

         Il 20 aprile 1817 re Ferdinando gli propose l’arcivescovato di Reggio, evidentemente per riparare al male arrecatogli. Il trasferimento ebbe luogo il 25 maggio 1818; la presa di possesso il 27 giugno; l’ingresso trionfale il 19 luglio. Anche in quell’anno, pur con il pensiero rivolto a Reggio, non dimenticò Oppido: il suo interessamento evitò che la piccola diocesi incorresse nella soppressione (come accadde per tante altre) [ 26]

         Mons. Tommasini si spense il 18 settembre 1826. A pronunziare l’orazione funebre in Oppido fu l’arcidiacono Grillo. Lasciò varie opere, in gran parte manoscritte: orazioni funebri (per la regina Carolina, per mons. Morisani), trattati di teologia morale, regole per il seminario, scritti sacri e morali [ 27], ma soprattutto un buon ricordo di sé sia a Oppido, sia a Reggio Calabria.

    Rocco Liberti
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  4. 1. ASV, Proc. Dat., 165, ff. 434-435; testimonianza di Giuseppe Greco, canonico della cattedrale di Reggio.
    2.Lettera del Tommasini al card. de Zelada, 13 settembre 1791 (AVO, fasc. 28).
    3.Processo sulle qualità del nominando (ASV, Proc. Dat. 165, ff. 435v-440-445v); G. Palmenta, Alessandro Tommasini; G. Pignataro, Monsignor Alessandro Tommasini al servizio del Re di Napoli, «Historica», 1996, n. 2.
    4.Lettera ai parroci, 22 giugno 1792 (AVO).
    5.Regolamento del seminario, 1792 (AVO).
    6.Zerbi, Della Città, Chiesa e Diocesi…, p. 386; ASV, relationes ad Limina, t. 398, f. 1.
    7.Archivio di Stato di Napoli, Supr. R. Giunta di Consulta, Cassa Sacra, f. 15, f. 41; AVO.
    8.ASV, relationes ad Limina, ff. 398, 401, 403.
    8.G. Pignataro, Monsignor Alessandro Tommasini e l’abolizione della Cassa Sacra in Calabria, Oppido Mamertina 1981; lettera del duca di Fuscaldo, 12 dicembre 1795 (AVO).
    10.Lettera del duca di Fuscardo, 14 aprile 1798 (AVO).
    11.Relazione del 1799 allo Spinelli (AVO).
    12.Relazione a Luigi Calenda, 1804 (AVO).
    13. Zerbi, Della Città, Chiesa e Diocesi…, pp. 391-393; Palmenta, Alessandro Tommasini…, pp. 45-48.
    14.Zerbi, Della Città, Chiesa e Diocesi…, p. 390.
    15.R. Liberti, Zibaldone calabrese, «Quaderni Mamertini», n. 2, 1991, pp. 12-13.
    16.R. Liberti, Momenti e figure…, p. 204; G. Cingari, Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799, Reggio C. 1978, p. 177.
    17.AVO, documenti vari.
    18.C. Guarna Logoteta, Notizie cronistoriche di Reggio di Calabria dal 1797 al 1842, Reggio Cal. 1841, vol. I, pp. 1-53, 154.
    19.Zerbi, Della Città, Chiesa e Diocesi…, pp. 391-398.
    20.A. Valente, Gioacchino Murat e l’Italia Meridionale, Torino 1976, p. 49 n. 30; G. Caldora, La Calabria dopo l’11 maggio 1815, Napoli 1961, pp. 122-123.
    21.Palmenta, Alessandro Tommasini…, pp. 111-112.
    22.AVO, fasc. 28.
    23.Capialbi, La costituzione…, p. 80.
    24.AVO, documenti vari; R. Liberti, Momenti e figure…, p. 195.
    25.ASV, Relationes ad Limina, tt. 104-106.
    26.Palmenta, Alessandro Tommasini…, p. 251.
    27.Elenco delle opere in Palmenta, Alessandro Tommasini…, pp. 112-113.